Un luglio ibrido: convergenza, opportunismo e guerra cognitiva nello spazio euro-mediterraneo

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  17 agosto 2026
  19 minuti, 3 secondi

Autore: Francesco Borgese - Membro del Comitato Scientifico ed Accademico

Nota metodologica: il presente articolo adotta la distinzione analitica standard tra fatto accertato, fonte aperta non verificata e valutazione analitica. Ove non diversamente specificato, le ricostruzioni relative ad attribuzione di regia statale sono da intendersi come valutazioni di probabilità, non come accertamenti giudiziari.


Nel lessico dell'intelligence contemporanea si è consolidata una tendenza pericolosa quanto comprensibile: la ricerca compulsiva della regia. Ogni evento che produce un effetto funzionale agli interessi di un attore ostile viene istintivamente ricondotto a un disegno deliberato, a un'operazione pianificata, a un "colpo di mano" orchestrato da un centro decisionale identificabile — tipicamente un servizio di intelligence statale. Questo riflesso cognitivo, per quanto comprensibile alla luce di precedenti storici documentati (dalle active measures sovietiche alle campagne di influenza russa più recenti), rischia di produrre un bias sistematico che paradossalmente indebolisce la capacità di analisi, anziché rafforzarla. Il mese di luglio 2026 offre un caso di studio quasi manualistico di un fenomeno che la letteratura accademica sulla cognitive warfare definisce opportunistic exploitation (sfruttamento opportunistico): la capacità di un attore ostile — o anche di una pluralità di attori con interessi non coordinati — di trarre vantaggio strategico da eventi che non ha causato, ma che si limita a interpretare, amplificare o innestare all'interno di una narrativa preesistente. Tre episodi, apparentemente scollegati per geografia, attori coinvolti e dominio operativo, condividono una struttura logica comune che merita di essere ricostruita analiticamente: il caso Pirlo in Italia, la crisi di Ceuta tra Marocco e Spagna, e il rinvenimento del drone esplosivo all'aeroporto di Lipsia/Halle in Germania. La tesi che questo articolo intende argomentare — e che dà il titolo al pezzo — è che l'assenza di una regia occulta accertata non riduce, ma per certi versi aumenta, la pericolosità sistemica di questi fenomeni per la resilienza democratica occidentale. Un impianto di sicurezza nazionale costruito esclusivamente per individuare e neutralizzare "operazioni" pianificate lascia scoperto un intero spettro di vulnerabilità strutturali che possono essere sfruttate senza che nessuno debba necessariamente "azionarle".

Caso Pirlo: l'infowar che non aveva bisogno di essere costruita

Nell'ottobre 2025 Andrea Pirlo, ex calciatore e allenatore, ha accettato il ruolo di global ambassador di Fonbet, principale bookmaker russo. L'azienda non ha presentato l'accordo come una semplice sponsorizzazione commerciale, ma ne ha rivendicato il valore simbolico, sostenendo che ingaggiare una figura sportiva internazionale dimostrasse la persistente capacità della Russia di coinvolgere personalità di primo piano nonostante l'isolamento post-invasione dell'Ucraina. Nel maggio 2026 Pirlo è comparso a Mosca in occasione del Football Day, evento organizzato dalla stessa Fonbet, in un

momento di intensificazione dei bombardamenti russi su Kiev — coincidenza temporale che ha suscitato la reazione critica di osservatori ucraini, incluso l'atleta Vladyslav Heraskevych. Il nodo si è stretto alla fine di luglio 2026, quando il nome di Pirlo è emerso come possibile candidato alla panchina della Nazionale italiana di calcio. La candidatura è tramontata, per stessa ammissione dell'interessato, in un clima definito una "figuraccia" dal ministro dello Sport Andrea Abodi, in un contesto di tensioni con la Federazione Italiana Giuoco Calcio. A questo punto interviene l'elemento più rilevante ai fini dell'analisi: l'ambasciatore russo in Italia Aleksei Paramonov ha pubblicato una lettera aperta di solidarietà a Pirlo sul proprio canale Telegram, rilanciata dall'account Facebook dell'ambasciata, definendo l'ex calciatore un "collega" in quanto ambasciatore di un'azienda russa, e stigmatizzando quello che ha descritto come un clima di ostracismo da parte di un establishment "pseudo-democratico".

Perché non serve una regia

L'aspetto analiticamente più interessante del caso, opportunamente colto dalla stampa specializzata italiana, è che non esiste alcun elemento che supporti l'ipotesi di una regia del Cremlino dietro la candidatura stessa di Pirlo alla panchina azzurra. La spiegazione più parsimoniosa — e in assenza di elementi contrari, quella da privilegiare secondo il principio del rasoio di Occam applicato all'analisi di intelligence — resta la più banale: un contratto di sponsorizzazione commerciale firmato mesi prima, e una scelta tecnica compiuta da chi ha proposto il nome di Pirlo per ragioni calcistiche. Ciò che rende il caso paradigmatico non è dunque l'origine dell'evento, bensì il suo sfruttamento successivo. L'intervento dell'ambasciatore Paramonov non ha creato la controversia: l'ha semplicemente innestata su una frattura politica già esistente nel dibattito pubblico italiano (le polemiche sul cosiddetto "amichettismo" calcistico, la questione della compatibilità tra ruoli pubblici e sponsorizzazioni di settori controversi come il betting), amplificandone la risonanza e trasformando una vicenda sportivo-commerciale in un caso geopolitico. La lettera dell'ambasciatore ha operato come quello che in letteratura si definisce un narrative hijacking: l'appropriazione strumentale di un evento esogeno per rinforzare una cornice interpretativa favorevole all'attore che interviene — in questo caso, la rappresentazione della Russia come vittima di un "ostracismo" occidentale immotivato, e per estensione la delegittimazione delle politiche di isolamento diplomatico ed economico adottate dall'Occidente.

Il fattore predittivo

Un elemento di particolare interesse metodologico, sottolineato dagli analisti che avevano seguito la vicenda in tempo reale, è la prevedibilità dell'intervento russo. Non si è trattato di un evento a sorpresa da un punto di vista di analisi predittiva: conoscere il modus operandi dell'avversario — la sistematica ricerca e sfruttamento di fratture already esistenti nelle società bersaglio — permetteva di anticipare che, presentandosi un'occasione favorevole (la caduta della candidatura Pirlo, la sua immediata riconducibilità a un'azienda russa), un intervento di validazione narrativa da parte di Mosca sarebbe stato altamente probabile. Questo conferma un principio cardine della cognitive warfare moderna: l'efficacia dell'influenza non dipende dalla capacità di generare eventi, ma dalla capacità di riconoscerli e sfruttarli in tempo reale, con un ciclo di reazione (OODA loop, nella terminologia strategica) più rapido di quello degli attori bersaglio.

Caso Ceuta: la migrazione come vettore ibrido tra causa reale e narrativa distorta

Il 30 luglio 2026, la città spagnola di Ceuta — exclave iberica in territorio nordafricano — ha registrato un afflusso migratorio di proporzioni senza precedenti nella storia recente delle frontiere europee. Oltre 49.000 persone hanno varcato il confine in poche ore, superando la metà della popolazione residente stimata in circa 83.000 abitanti, con la maggioranza degli attraversamenti avvenuta a nuoto, aggirando la barriera marittima sotto gli occhi di forze dell'ordine sopraffatte. Il bilancio ha incluso almeno novanta annegamenti nello Stretto in un arco di trentasei ore, costringendo il governo spagnolo a schierare esercito e Guardia Civil, con il premier Pedro Sánchez recatosi personalmente sul confine di Tarajal.

Il detonatore narrativo

La ricostruzione più solida dal punto di vista documentale individua l'innesco in una distorsione informativa di una sentenza giudiziaria reale. L'8 luglio 2026 la Sala contencioso-administrativa del Tribunal Supremo spagnolo ha stabilito che chi raggiunge Ceuta o Melilla a nuoto debba essere sottoposto alla procedura ordinaria di rimpatrio — con identificazione ed esame individuale — anziché al respingimento immediato. Nelle settimane successive, secondo la ricostruzione delle autorità spagnole, questa sentenza è stata reinterpretata sui social media marocchini come un annuncio di apertura delle frontiere, innescando una mobilitazione di massa alimentata attraverso i canali social nei giorni precedenti l'evento. Questo meccanismo — la trasformazione di un atto amministrativo o giudiziario reale in un innesco di mobilitazione attraverso reinterpretazione social — è esattamente ciò che la ricerca dell'Università della Tuscia, commissionata dal Ministero degli Affari Esteri italiano e pubblicata nel volume "Minacce ibride alla sicurezza nazionale. Disinformazione e migrazioni" (Sassi e Sterpa, Editoriale Scientifica, 2025), aveva teorizzato in astratto: strategie di disinformazione dirette a incentivare l'immigrazione per destabilizzare Paesi bersaglio.

Il quadro geopolitico di sfondo

La cronologia degli eventi immediatamente precedenti alla crisi offre elementi utili alla valutazione analitica, pur restando nel campo della fonte aperta non verificata quanto a intenzionalità. Il 20 luglio 2026 — dieci giorni prima dell'apertura della frontiera — il premier Sánchez si è recato ad Algeri per rilanciare le relazioni bilaterali con l'Algeria dopo quattro anni di tensioni, definendo il Paese "partner strategico" in settori che includevano esplicitamente la gestione dei flussi migratori — un tema di frizione diretta con Rabat, dato che Algeria e Marocco sono avversari strategici sul dossier del Sahara Occidentale, conteso tra la rivendicazione marocchina di sovranità e il sostegno algerino all'autodeterminazione del Fronte Polisario. Fonti di intelligence aperta più assertive spingono la ricostruzione oltre la semplice coincidenza temporale: secondo alcuni media spagnoli, la Guardia Civil avrebbe identificato, tra i migranti giunti a Ceuta, alcuni agenti riconducibili ai servizi segreti marocchini, individuati attraverso il sistema di videosorveglianza già dalle prime ore di giovedì 30 luglio.

Questa circostanza, se confermata da fonti ufficiali (allo stato attuale non consolidata), sposterebbe la valutazione dell'evento da un fenomeno di pura opportunistic exploitation verso uno scenario di regia attiva, per quanto opaca e negabile (secondo il principio della plausible deniability tipico delle operazioni ibride). Non va inoltre trascurato il precedente storico diretto: nel maggio 2021 Rabat

aveva già utilizzato un allentamento deliberato dei controlli di frontiera per fare pressione su Madrid, in relazione al ricovero in territorio spagnolo del leader del Fronte Polisario Brahim Ghali — un episodio che aveva già portato la stampa specializzata a interrogare il Parlamento europeo sul tema del "ricatto diplomatico marocchino" attraverso la leva migratoria. La ripetizione dello schema — apertura improvvisa dei flussi in coincidenza con un dossier bilaterale irrisolto — rafforza, sul piano probabilistico, l'ipotesi di un utilizzo strumentale della pressione migratoria come strumento di coercizione diplomatica, indipendentemente dal grado di centralizzazione decisionale dietro il singolo episodio del 30 luglio.

La dimensione cognitiva della crisi

Ciò che rende il caso Ceuta rilevante per l'analisi della guerra cognitiva, oltre alla sua dimensione di crisi migratoria e diplomatica, è la seconda ondata di sfruttamento narrativo che ha investito il dibattito pubblico europeo e statunitense nei giorni immediatamente successivi. Donald Trump e il vicepresidente JD Vance hanno utilizzato le immagini di Ceuta per attaccare le politiche migratorie progressiste, presentando lo scenario spagnolo come un possibile futuro per gli Stati Uniti,mentre sul fronte opposto l'europarlamentare Pina Picierno ha criticato l'approccio della chiusura dei confini come una "vittoria" concessa a chi utilizza la migrazione come arma ibrida. Questa polarizzazione istantanea del dibattito — la stessa crisi letta simultaneamente come prova della necessità di frontiere più rigide e come prova della necessità di non cedere a logiche securitarie — è essa stessa un effetto cognitivo di secondo ordine, indipendente dall'origine dell'evento primario. È il meccanismo che la dottrina NATO sulla cognitive warfare definisce "divide and polarize society": lo sfruttamento sistematico di una crisi reale per approfondire fratture preesistenti nel discorso pubblico democratico, indebolendo la coesione sociale e la capacità di risposta coordinata, indipendentemente da chi abbia "acceso la miccia" iniziale.


Caso Lipsia: la minaccia ibrida nella sua forma più classica e la sua ambiguità strutturale

Nella notte tra il 4 e il 5 agosto 2026, l'aeroporto di Lipsia/Halle, in Germania orientale, ha vissuto una sequenza di eventi di sicurezza che ha innescato l'allarme delle autorità federali tedesche. Il traffico aereo è stato temporaneamente sospeso dopo che un aereo cargo DHL, subito dopo il decollo, ha colpito un oggetto non identificato, venendo costretto a un atterraggio precauzionale ad Hannover. Poco prima, nei pressi della pista, era stato individuato un drone carico di esplosivo nelle vicinanze di un Antonov AN-124 Condor, mentre la compagnia ucraina Antonov sta realizzando un nuovo hangar di manutenzione proprio in quello scalo. Lo scalo non è un obiettivo casuale: Lipsia/Halle ospita il maggiore hub della rete espressa mondiale DHL, operativo 24 ore su 24 con capacità di smistamento fino a 150.000 spedizioni orarie, ed è punto di transito per materiali militari destinati alla Germania, alla NATO e all'Ucraina. Il ministro federale dell'Interno Alexander Dobrindt ha definito l'episodio una "minaccia ibrida", pur senza indicare esplicitamente un responsabile — una circospezione lessicale tipica della comunicazione ufficiale in contesti di attribuzione non consolidata.

Il pattern storico e l'attribuzione probabilistica

L'episodio del 5 agosto non è isolato, ma si inserisce in una sequenza che la stampa tedesca e internazionale ricostruisce con crescente sistematicità. Un precedente diretto risale a due anni prima, quando un pacco diretto nel Regno Unito prese fuoco in un centro logistico DHL nello stesso scalo —

episodio attribuito a un'operazione dei servizi segreti russi, con cinque persone attualmente sotto processo in Lituania per appartenenza alla rete di sabotaggio collegata al caso.Ancora più recentemente, a luglio 2026, le forze dell'ordine bavaresi hanno arrestato un cittadino moldavo di 37 anni sospettato di aver utilizzato un drone per attività di ricognizione contro un'azienda produttrice di armamenti, con la Procura di Monaco che ipotizza un mandato dell'intelligence russa.

Fonti dell'intelligence statunitense, citate da un funzionario a CNN, hanno valutato che il drone rinvenuto a Lipsia appartenesse ai servizi segreti russi, sottolineando che trasportava esplosivo di tipo militare. Sul fronte opposto, l'ambasciata russa a Berlino ha respinto le accuse, definendo l'episodio una "provocazione frettolosamente orchestrata" al servizio degli obiettivi di Kiev e dell' "ala militarista" della politica europea.

La sofisticazione dell'ambiguità come arma

Ciò che distingue il caso Lipsia dagli altri due esaminati è che qui, a differenza del caso Pirlo, esiste un pattern documentato di sabotaggio fisico attribuibile con ragionevole confidenza a strutture statali russe — non si tratta di un fenomeno di puro opportunistic exploitation, quanto piuttosto di una campagna di sabotaggio a bassa intensità e alta deniability, condotta secondo modalità già teorizzate nella letteratura sulla minaccia ibrida contro le infrastrutture logistiche NATO. Il servizio di intelligence interna tedesco (BfV) ha pubblicato una mappatura dettagliata di queste operazioni, descrivendo una strategia ibrida coordinata che sfrutta un vasto arsenale di strumenti con l'obiettivo di minare la stabilità politica, economica e sociale dei Paesi rivali.

E tuttavia, anche in questo caso più "classico" di operazione ibrida presumibilmente orchestrata, permane un margine di ambiguità strutturale che è esso stesso parte dell'arma: la difficoltà di attribuzione formale, il rifiuto categorico da parte russa, l'assenza — al momento della stesura — di una rivendicazione ufficiale o di prove giudiziarie definitive, mantengono l'episodio in una zona grigia che impedisce una risposta politica e militare netta secondo le categorie tradizionali del diritto internazionale (l'articolo 5 del Trattato NATO presuppone un attacco armato attribuibile, soglia che le operazioni ibride sono deliberatamente concepite per non superare). Questa è la funzione strategica della negabilità plausibile: non impedire che l'attribuzione venga sospettata, ma impedire che essa raggiunga la soglia di certezza necessaria per una risposta formale.

Mettere a sistema: verso una tassonomia unificata della minaccia

Il framework teorico di riferimento

I tre casi esaminati, pur collocandosi su uno spettro molto ampio di intenzionalità e centralizzazione decisionale, condividono una matrice teorica riconducibile a tre corpi di letteratura accademica e dottrinale che è utile mettere esplicitamente a sistema.

a) La teoria del controllo riflessivo (reflexive control theory). Di origine sovietica, risalente alla dottrina militare strategica degli anni Sessanta, il controllo riflessivo consiste nel trasmettere all'entità controllata motivazioni e premesse tali da indurre nel bersaglio la decisione desiderata, facendogli credere di agire autonomamente.La definizione classica descrive l'attività come l'influenza sui processi decisionali dell'avversario attraverso un'informazione specificamente alterata, inserita in una

campagna informativa preparata, con l'obiettivo di indurre l'altra parte a prendere decisioni predeterminate dal produttore dell'informazione manipolata. Il caso Pirlo è un esempio quasi da manuale di applicazione reattiva di questo principio: l'ambasciata russa non ha "prodotto" l'evento originario, ma ha inserito un'informazione in un contesto già maturo, sfruttando la fessura per rinforzare una percezione favorevole ai propri interessi strategici.

b) Il concetto NATO di cognitive warfare. Secondo la definizione dell'Allied Command Transformation della NATO, la guerra cognitiva è l'uso strategico deliberato e sincronizzato di strumenti militari e non militari per influenzare la cognizione umana, degradare il processo decisionale razionale e ottenere un vantaggio cognitivo sull'avversario. Il concetto esplorativo NATO ACT identifica due meccanismi di particolare rilevanza per la presente analisi: da un lato "impedire il processo decisionale e interrompere l'OODA loop", tramite disinformazione che alimenta incertezza o propaga false narrative; dall'altro "dividere e polarizzare la società", attraverso lo sfruttamento sistematico della disinformazione per erodere la fiducia sociale e indebolire le istituzioni. Entrambi i meccanismi sono osservabili nel caso Ceuta: la distorsione della sentenza del Tribunal Supremo agisce sul primo asse (informazione alterata che genera una decisione di massa — la mobilitazione migratoria — funzionale agli interessi dell'attore che ne beneficia), mentre la successiva strumentalizzazione politica della crisi da parte di attori sia conservatori sia progressisti negli Stati Uniti e in Europa agisce sul secondo asse.

c) La teoria della migrazione come arma (weaponized migration). La letteratura specialistica sulla sicurezza — con riferimento al filone di studi inaugurato dal concetto di "weapons of mass migration" — descrive la manipolazione deliberata dei flussi migratori come strumento di coercizione statale, distinto sia dalla migrazione spontanea sia dal traffico di esseri umani a fini criminali. Il meccanismo, non nuovo nella storia delle relazioni internazionali, consiste nello sfruttare gli spostamenti delle persone migranti per scopi politici e, di fatto, bellici. Il caso Ceuta, insieme al precedente citato del confine bielorusso-polacco (menzionato dalla stampa specializzata come termine di paragone diretto), rientra esattamente in questa categoria: l'ondata migratoria di agosto 2026 riporta al centro del dibattito il tema della migrazione ingegnerizzata come arma della guerra ibrida.

Il continuum tra opportunismo e orchestrazione

L'elemento analitico più significativo che emerge dalla comparazione sistematica dei tre casi è che essi non si collocano nello stesso punto di un ipotetico asse "spontaneità-regia", bensì lungo un continuum che è utile rendere esplicito:

Polo dello sfruttamento puramente opportunistico (caso Pirlo): l'evento originario è genuinamente esogeno rispetto agli interessi dell'attore che lo sfrutta; l'unica azione ostile consiste nell'innesto narrativo successivo, a costo quasi nullo e rischio pressoché nullo, poiché non richiede alcuna operazione clandestina, alcun asset umano, alcuna infrastruttura dedicata — solo la capacità di riconoscere l'occasione e reagire più rapidamente dell'avversario.

Polo intermedio, ad attribuzione incerta ma pattern ricorrente (caso Ceuta): l'evento presenta elementi sia di causalità endogena reale (una politica migratoria e giudiziaria genuinamente in evoluzione, tensioni sociali preesistenti in Marocco) sia di plausibile amplificazione o innesco deliberato da parte di un apparato statale con un interesse diretto e immediato nel dossier in discussione (il Sahara Occidentale), corroborato da un precedente diretto (2021) e — sebbene non confermato ufficialmente — da elementi di intelligence

aperta che suggeriscono un coinvolgimento operativo dei servizi marocchini.

Polo della regia presumibilmente attiva ma strutturalmente negabile (caso Lipsia): l'evento si inserisce in un pattern documentato di sabotaggio a bassa intensità, con precedenti giudiziari accertati (il processo in corso in Lituania), attribuzione con ragionevole confidenza da parte di intelligence alleate, ma permanente impossibilità di attribuzione formale certa, che è essa stessa la caratteristica strutturale — e non un difetto accidentale — dell'operazione.

L'implicazione dottrinale: perché la distinzione conta meno di quanto si pensi

La conclusione analitica più rilevante di questa comparazione, tuttavia, è che la posizione di un evento lungo questo continuum ha un impatto relativamente marginale sulla sua efficacia strategica finale. Il caso Pirlo — puro opportunismo, zero regia accertata — ha prodotto un effetto di delegittimazione della postura di isolamento diplomatico occidentale verso Mosca del tutto paragonabile, in termini di penetrazione nel discorso pubblico, a quello ottenuto da operazioni ben più costose e rischiose in termini di asset operativi. Questo è precisamente il punto di forza dell'approccio russo alla guerra dell'informazione contemporanea, come sintetizzato dalla letteratura di settore più recente: l'obiettivo non è necessariamente vincere ogni singolo scontro narrativo attraverso operazioni pianificate, ma indurre l'avversario — attraverso la manipolazione sistematica delle percezioni — a giocare, spesso inconsapevolmente, il ruolo di "utile idiota" che serve gli interessi di Mosca senza che sia necessario un solo carro armato attraversi un confine.

In altre parole: per un attore ibrido razionale, investire risorse in un'orchestrazione costosa e rischiosa (con conseguente esposizione a rilevamento e a possibile escalation attributiva) è economicamente sensato solo quando lo sfruttamento opportunistico non è disponibile o non è sufficiente. Questo spiega perché coesistano, nello stesso arco temporale di poche settimane, operazioni a costo quasi nullo (Pirlo), operazioni a media intensità e attribuzione ambigua (Ceuta, dove l'interesse primario resta bilaterale Rabat-Madrid ma si presta a strumentalizzazione da parte di terzi attori globali) e operazioni a costo e rischio elevato ma esito relativamente contenuto in termini di danno fisico (Lipsia, dove il danno diretto è stato nullo grazie all'intervento tempestivo, ma il costo cognitivo — l'ennesima dimostrazione di vulnerabilità delle infrastrutture critiche NATO — è comunque stato acquisito).

Implicazioni per la postura di sicurezza italiana Un problema di architettura, non solo di rilevamento

La lezione principale che questi tre casi offrono agli analisti e ai decisori italiani riguarda l'architettura stessa della risposta istituzionale alla minaccia ibrida. Un sistema di allerta costruito prevalentemente per rilevare operazioni (intercettazioni di comunicazioni, tracciamento di asset umani, monitoraggio di infrastrutture di comando e controllo riconducibili a servizi ostili) rischia strutturalmente di restare cieco di fronte a fenomeni di sfruttamento opportunistico puro, che per definizione non lasciano tracce operative da intercettare, poiché l'unica "azione" riconducibile all'attore ostile è una dichiarazione pubblica, formalmente legittima, pronunciata attraverso canali diplomatici ufficiali.

Un secondo rischio, speculare al primo, merita menzione esplicita: la tentazione, particolarmente diffusa nel dibattito pubblico successivo a eventi come il caso Pirlo, di sovra-attribuire ogni evento

sfavorevole a una regia ostile, alimentando essa stessa una dinamica di polarizzazione cognitiva che replica, sul fronte "difensivo", esattamente il meccanismo che si intende contrastare. Un'analisi di intelligence rigorosa deve mantenere costantemente la distinzione — richiamata in apertura di questo articolo — tra fatto accertato, fonte aperta non verificata e valutazione analitica, resistendo alla pressione, tanto mediatica quanto politica, di trasformare ogni ambiguità in certezza operativa.

Conclusioni

Il luglio (e il primo scorcio di agosto) 2026 restituisce un quadro che dovrebbe indurre una revisione, non marginale, del modello mentale con cui l'establishment di sicurezza occidentale — e italiano in particolare — concettualizza la minaccia ibrida. La domanda operativamente rilevante non è più soltanto "chi ha orchestrato questo evento?", ma sempre più spesso "chi trarrà vantaggio strategico da questo evento, indipendentemente da chi lo abbia causato, e con quale rapidità sarà in grado di sfruttarlo?".

I tre casi analizzati — Pirlo, Ceuta, Lipsia — non sono manifestazioni di un'unica operazione coordinata: sono, più correttamente, tre punti diversi lungo lo stesso spettro di una minaccia sistemica che si nutre delle vulnerabilità strutturali delle società aperte (fratture politiche interne, tensioni migratorie irrisolte, infrastrutture logistiche critiche a bassa protezione fisica) più che della capacità di un singolo centro decisionale di costruire ogni singolo tassello del mosaico. È precisamente questa caratteristica distribuita, opportunistica e a bassissimo costo marginale che rende la minaccia cognitiva contemporanea difficile da contrastare con gli strumenti tradizionali della controintelligence, e che impone — agli analisti come ai decisori — di abbandonare la ricerca compulsiva della regia occulta in favore di un'analisi più sofisticata, fondata sulla comprensione strutturale delle vulnerabilità che rendono, semplicemente, l'influenza troppo facile da esercitare.

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Foto di Charles Causse su Unsplash


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