Brexit: fra economia e geopolitica

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  Redazione
  19 September 2020
  5 minutes, 20 seconds

A cura di Leonardo Cherici

Siamo giunti quasi alla fine del periodo di transizione che dovrà portare il Regno Unito fuori dall’Unione Europea. Il percorso, iniziato ormai diversi anni fa con il referendum del 2016, ha visto cambiare più volte i governi britannici ed europei. La situazione sembrava essersi sbloccata quando la Commissione Europea e il governo Johnson firmarono il Withdrawal Agreement, stabilendo un periodo di transizione per tutta la durata del 2020 nel quale dovevano essere chiariti i principali nodi rimasti irrisolti. Così non è stato. Sicuramente la pandemia scoppiata nei primi mesi dell’anno ha rallentato i lavori. La posizione del governo Johnson è quindi resa difficile dalla situazione di emergenza che si trova ad affrontare. In un momento di forte recessione economica diventa complicato giustificare ai propri cittadini dei compromessi al ribasso e, forse, è proprio per questa ragione che Johnson ha deciso di forzare la mano nelle ultime settimane.

Nei vari round di colloqui che si sono succeduti in questi mesi, le due delegazioni hanno fatto fatica a chiarire alcuni punti cruciali dell’accordo, soprattutto riguardo il level playing field e i diritti sulla pesca. Il level playing field rappresenta sicuramente lo scoglio più arduo da superare quando si devono definire delle relazioni commerciali. Banalmente, si tratta di un “giocare secondo le regole”. Bruxelles vuole che Londra si conformi alle norme europee in fatto di diritti dei lavoratori, protezione ambientale e aiuti statali. La paura dell’Unione Europea è che il Regno Unito possa distorcere la concorrenza e azzoppare le aziende europee. Ovviamente questo non è facilmente digeribile per i britannici, soprattutto dopo una campagna a favore della Brexit che aveva posto l’accento sul recupero della sovranità economica. Londra vorrebbe riuscire a realizzare un accordo di libero scambio sulla base di quelli che Bruxelles ha negoziato con il Canada e con il Giappone. Ciò, però, è reso difficile dalla vicinanza geografica e dall’alto tasso di interdipendenza fra i due sistemi.

È quindi in questo clima di incertezza che Boris Johnson ha giocato la carta dellInternal Market Bill. Si tratta sostanzialmente di una legge nazionale sul mercato interno che permetterebbe al governo britannico di venire meno ad alcuni impegni presi nel Withdrawal Agreement. Immediatamente si è parlato di violazione esplicita del diritto internazionale ed in effetti sembrerebbe così. Decidere unilateralmente di non rispettare alcune clausole sicuramente va contro la norma consuetudinaria dei pacta sunt servanda, uno dei principi cardine del diritto internazionale. C’è stata subito una risposta dura da parte di Bruxelles nei confronti di Londra e ciò potrà avere delle conseguenze anche sullo sviluppo delle trattative. Boris Johnson ha dovuto affrontare anche dei problemi interni. La prima votazione ha visto passare l’Internal Market Bill con 340 sì contro 263 no, ma il Partito Conservatore non ne è uscito compatto. Numerosi esponenti Tory si sono opposti alla legge voluta da Boris Johnson e l’ex ministro Bob Neill ha annunciato la presentazione di un emendamento per cancellare quelle parti che violano il diritto internazionale.

La mossa di BoJo è di difficile interpretazione. Da una parte può essere interpretata anche come un azzardo calcolato. In un momento in cui sembrava difficile superare gli scogli sopracitati, il Premier tenta di forzare un po’ la mano per ottenere delle concessioni. È una tattica di negoziazione che più volte è stata utilizzata negli accordi internazionali. Pur di evitare un no deal, magari Bruxelles è disposta a concedere qualcosa. Dall’altra parte, però, può anche essere un estremo tentativo di rilanciare la credibilità di un Primo Ministro, messa pesantemente in difficoltà dall’emergenza pandemica, dalla crisi economica e dal fatto di non essere riuscito ancora nel “Get Brexit Done”. Tuttavia, la questione può assumere un significato più geopolitico se guardiamo all’impatto delll’Internal Market Bill sul Protocollo nordirlandese.

Il confine fra le due Irlande è stato uno dei punti più delicati della Brexit. La famosa clausola di backstop voluta dal governo May aveva lo scopo di evitare la riproposizione di una frontiera fisica in un territorio che per anni è stato attraversato da tensioni e violenze. Nello stesso Withdrawal Agreement si è ribadita l’importanza del Protocollo nordirlandese. Sostanzialmente si tratta di mantenere l’Irlanda del Nord ancorata al mercato unico europeo e spostare il “confine” nel mare fra le isole britanniche. In questo modo si cercava di preservare il Good Friday Agreement del 1998 che aveva posto rimedio alla questione irlandese. La legge proposta dal governo Johnson, però, dà la possibilità a Londra di venir meno agli impegni presi nell’Irlanda del Nord, rischiando un confine fisico fra le due Irlande. Tutto ciò, però, ha un profondo significato geopolitico. Come ben ricorda Dario Fabbri su Limes[1], la Brexit non è stata una mossa puramente economica o dettata da contingenze come l’immigrazione. Alla base c’era anche l’idea di rilanciare la sovranità inglese su Belfast e Edimburgo. Il Protocollo va nella direzione opposta: lasciare ancorata l’Irlanda del Nord al mercato europeo rischia di rompere l’unità del Regno Unito, già messo in difficoltà dalla Scozia. Quest’ultima aveva votato a larga maggioranza per rimanere nell’Unione Europea e più volte si è parlato della possibilità di organizzare un referendum per l’indipendenza. Se non si risolve la questione nordirlandese è possibile che in futuro anche Edimburgo avanzi qualche pretesa particolare.

A complicare la situazione per il governo Johnson ci hanno pensato anche gli Stati Uniti. La speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, ha fatto capire di essere contraria ad un confine fisico fra le due Irlande e ad una violazione del diritto internazionale. Londra è in un momento delicato perché deve anche trattare un accordo commerciale con Washington e i Democratici controllano la Camera. Pelosi ha detto esplicitamente di essere pronta a bloccare il futuro trattato nel Congresso, qualora le clausole sul confine nordirlandese non vengano rispettate.

La questione è molto delicata. La mossa di Johnson potrebbe portarlo a chiudere un accordo in tempo con l’Unione Europea, ma potrebbe anche isolarlo a livello internazionale. In un momento in cui il Paese attraversa una forte crisi, il Premier percorre un sentiero difficile e insidioso. Rischiare di compromettere i rapporti con Washington, ad esempio nel caso di una vittoria di Biden, renderebbe la vita di Londra davvero complicata.

Fonte usata per la redazione dell'articolo:

[1] https://www.limesonline.com/notizie-mondo-settimana-riassunto-brexit-rispetto-accordi-ue-nord-stream-germania-bielorussia/119963

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