Abstract
Il Colonnello Gheddafi è stato, per oltre quarant’anni, il leader incontrastato della Libia. Mescolando Panarabismo e Socialismo e sfruttando abilmente le contrapposizioni della Guerra Fredda, è riuscito a rendere il suo Paese protagonista sulla scena internazionale. Tuttavia, l’assenza di un’ideologia definita e di una coerenza politica, unitamente al perseguimento di una dottrina estera disinvolta, mirante principalmente a garantire il perpetuarsi del regime, hanno fatto sì che il Ra’īs assurgesse ad unico elemento di coesione nazionale. La caduta della Giamahiria nel 2011 ha bruscamente rivelato il vuoto retrostante la carismatica figura di Gheddafi, un vulnus imprevisto che ha contribuito a far sprofondare la Libia nel caos che ancora oggi la contraddistingue.
Autori
Jaohara Hatabi - Senior Researcher, Mondo Internazionale G.E.O. - Politica
Michele Gioculano - Senior Researcher, Mondo Internazionale G.E.O. - Politica
Introduzione
La Repubblica Araba Libica vive un periodo tumultuoso e caratterizzato da profonda instabilità politica dalla morte di Mu'ammar Gheddafi nel 2011. Il regime di Gheddafi, durato oltre quarant'anni, si è rivelato una forza potente e dominante nella politica e nella società libica, ma ha lasciato anche un'eredità controversa per il Paese. Questa analisi esamina le radici dell'instabilità , focalizzandosi sull'influenza e sulle azioni del regime di Gheddafi che hanno contribuito al caos politico e sociale successivo alla sua caduta. Il sistema fu dominato dalla figura carismatica del "Ra'īs" (leader) che, concentrando su di sé enormi poteri decisionali, portò alla mancanza di un sistema pluralista e democratico, lasciando un Paese privo di istituzioni stabili e rappresentative e rendendo difficile la gestione delle divergenze politiche e sociali.
Inoltre, è utile sottolineare che il governo di Gheddafi fu caratterizzato da politiche economiche e sociali contraddittorie. Da un lato, mise in atto la nazionalizzazione di diversi settori industriali per ridurre le disuguaglianze e ad aumentare l'indipendenza economica del Paese. Dall'altro lato, la gestione opaca delle risorse finanziarie e il nepotismo all'interno del regime favorirono la corruzione e accrebbero le diseguaglianze sociali. La mancanza di trasparenza nella distribuzione delle risorse finanziarie alimentò il malcontento e la frustrazione nella popolazione che culminarono nella rivolta del 2011, durante la cosiddetta "Primavera Araba", e portarono infine alla caduta del Ra'īs e all'inizio di un periodo di profonda instabilità. Gruppi armati rivali, milizie regionali e organizzazioni terroristiche emersero in un vuoto di potere, portando a una guerra civile che perdura ancora oggi. Questo paper analizzerà le dinamiche interne al sistema instaurato da Gheddafi per comprendere le radici dell'instabilità libica. Esplorerà inoltre come il declino del suo ordine politico abbia contribuito a gettare le basi della crisi del Paese.
Cospirazione e ascesa al potere
Mu’ammar Gheddafi nacque nel 1942 a Qasr Abu Hadi, un villaggio situato nella regione libica della Tripolitania, e morì nel 2011, linciato dalla folla e ucciso con un colpo di pistola alla testa. I prodromi della sua ascesa al potere si manifestarono quando cominciò a guardare a Gamal Abdel Nasser come riferimento nel suo approccio nei confronti della politica, in particolare attingendo idee e slogan da "La filosofia della rivoluzione" e mutuando un'avversione totale nei confronti dello Stato di Israele. Nonostante Gheddafi cercasse di seguire le orme del suo maestro, in alcune occasioni ne tradì il pensiero, rivelando una personalità meno equilibrata tanto da venire etichettato come “un individuo con un temperamento da giocatore d'azzardo” (Del Boca, 2010).
Dopo lunghi anni di cospirazione per il rovesciamento del regime monarchico di Re Idris I, nel 1963 iniziò la fase di preparazione di un colpo di Stato attraverso la composizione di un gruppo sedizioso composto da Gheddafi, Jallud, Omar al-Meheishi e Abdel Monein al-Huni. I congiurati si iscrissero all'Accademia militare di Bengasi con l'intento di fare proselitismo e ottenere l'appoggio di alcuni ufficiali superiori. Di lì a poco, la loro attività si estese anche all'ambiente universitario, portando il movimento a scindersi in due divisioni: la prima, quella militare, incaricata di effettuare il golpe, e la seconda, quella civile, che si occupò della preparazione del trasferimento del potere attraverso azioni nelle università e nella pubblica amministrazione libica. Tra i due comparti non vi era alcun contatto; l'unica persona che era a conoscenza dell'identità di tutti i membri era Gheddafi. È utile sottolineare che inizialmente l'idea di quest’ultimo fosse di rovesciare il regime attraverso una insurrezione popolare; tuttavia, ciò non fu possibile poiché non riuscì a trovare esponenti della borghesia progressista, della classe operaia e del ceto contadino, disposti a sostenere la rivolta. Le sue parole denotano un maggior riguardo nei confronti della componente militare del movimento: "I civili che si identificavano con noi, in quei giorni, erano veramente indolenti. Non avevano alcuna disciplina, a differenza di noi dell'esercito. È la disciplina militare che ci aiutò a perseverare nel nostro lavoro" (First, 1974). Grazie all'azione del gruppo sovversivo, i sentimenti panarabi e filo-nasseriani si fecero sempre più strada nella popolazione, concedendo a Gheddafi l'opportunità di concretizzare il suo obiettivo. In particolare, fu il movimento studentesco, tra il 1964 e il 1969, a sfidare apertamente il regime senussita e a permettere alla frangia militare di prendere il potere.
Operazione Gerusalemme: il Colpo di Stato di Gheddafi
La cosiddetta "goccia che fa traboccare il vaso" fu il peggioramento della crisi arabo-israeliana, che il 2 giugno 1967 portò gli ulama a proclamare il jihad in tutte le moschee libiche. Scoppiarono rivolte in tutto il Paese, e il governo si trovò costretto a mobilitare tutte le forze di polizia e alcune migliaia di soldati che, per domare le manifestazioni, uccisero 17 ebrei. Dalla guerra dei sei giorni che portò all'occupazione del Sinai e del Golan, tutto il mondo arabo provò un forte senso di vergogna che diede vita a numerosi disordini. Finalmente, nel 1969, dopo anni di preparativi, arrivò il momento di portare a termine l'Operazione Gerusalemme. Questa iniziò tra il 31 agosto e l’1 settembre. I compagni di Gheddafi si divisero in modo tale da massimizzare l'efficacia e la rapidità dell’operazione: a Tripoli, Abdessalam Jalloud, Abu Bakr Yunis, Abdel Monein al-Houni, Khwldi Hameidi e Umar el-Muhayshi, insieme a seicento uomini, dovevano prendere il controllo della stazione radio, neutralizzare tutte le caserme della città, tenere monitorata la base aerea americana di Wheelus Field e arrestare il Principe Ereditario Hassane ar-Rida e il Comandante dell'esercito Abdulaziz El-Shalhi. Bengasi era, invece, affidata a Gheddafi, Mustapha al-Kharoubi e Mohamed al-Mugarieff, che insieme a trecento uomini presero il controllo delle caserme, dell'aeroporto di Benina e delle guarnigioni di Derna e di Al Bayda. Infine, a Sebha erano presenti il maggiore Béchir al-Hawadi e il capitano Ahmed Hamza. Il golpe riuscì in maniera quasi perfetta; gli unici scontri a fuoco si verificarono in Cirenaica contro i reparti della Cyrenaica Defence Force fedeli a Re Idris.
Per comunicare alla popolazione libica la buona riuscita dell'operazione, Gheddafi si spostò nei locali della stazione radio di Bengasi e annunciò: "Nel nome di Dio, il compassionevole, il misericordioso, o grande popolo di Libia! Interpretando la tua libera volontà; esaudendo i tuoi voti più cari; rispondendo ai tuoi reiteranti appelli per una trasformazione ed un risanamento del Paese che andassero di pari passo con il tuo legittimo desiderio di agire e di costruire; ascoltando, infine, i tuoi incitamenti alla rivolta, le tue forze armate si sono assunte il compito di rovesciare un regime reazionario e corrotto, il cui fetore ci soffocava e la cui vista ci inorridiva. [...] Da questo momento la Libia è una repubblica libera e sovrana, che prende il nome di Repubblica Araba Libica e che, per grazie di Dio, si mette all'opera. [...] In questa occasione mi è gradito annunciare ai nostri amici stranieri che non devono nutrire alcuna inquietudine per i loro beni o per la loro vita. Sono sotto la protezione delle forze armate. [...] Avanti, dunque, e che la pace sia con voi."
L'ideologia: la visione del Libro Verde e la Terza Via Universale
La base teorica su cui Gheddafi fondò la propria azione politica è contenuta nel Libro Verde, edito integralmente nel 1976 ma pubblicato parzialmente già nel 1973, in seguito al discorso di Zuara. In questa occasione propose una "terza via universale" alternativa rispetto al comunismo e al capitalismo, spesso definita come una commistione di panarabismo, socialismo e nazionalismo. In risposta alla domanda posta da Daniel Bartholani circa i princìpi che avevano ispirato la Repubblica Araba Libica, Gheddafi dichiarò:
“La libertà, il socialismo e l'unità. Per libertà, noi intendiamo la libertà individuale e nazionale, che eliminò la povertà, la colonizzazione, la presenza di truppe di basi straniere. Per unità, noi pensammo a quella di tutti i popoli arabi, sia sotto forma di un solo 'grande' governo arabo oppure di una federazione di 'piccoli' governi. Tutto dipese dalle circostanze.”
Per quanto concerne il panarabismo, Gheddafi fece spesso riferimento a un'unione di tutti gli Stati arabi per combattere il colonialismo e l'imperialismo occidentale. Nel 1972 fu stipulato un accordo con l'Egitto e la Siria per la creazione di una Federazione delle Repubbliche Arabe, che tuttavia non andò a buon fine. Il socialismo, invece, si manifestò attraverso una commistione tra il socialismo tradizionale e aspetti culturali tradizionali arabi, spesso la sua ideologia veniva chiamata "Terzo Universalismo." In particolare, vennero portate avanti la nazionalizzazione delle industrie del Paese, tra cui quella petrolifera, e l'implementazione di politiche sociali volte ad eliminare le disuguaglianze. Tuttavia, è importante notare come le decisioni di Gheddafi furono spesso caratterizzate da una mancanza di trasparenza e da un'autorità fortemente centralizzata. Nonostante la sua narrazione socialista e anti-imperialista, il Colonnello mantenne sempre un controllo autocratico sul potere, sopprimendo ogni forma di opposizione politica e reprimendo la libertà di espressione e i diritti umani. In ultimo, attraverso il nazionalismo, il Ra’īs cercò di promuovere un senso di appartenenza e di unità nel popolo libico. Tuttavia, ciò che ne derivò fu un forte culto della personalità e una mancanza di libertà di espressione e di pluralismo politico.
La politica estera di Gheddafi: tra strategia e dispotismo
Sin dalla sua ascesa, Gheddafi si è sempre distinto per una grande attenzione agli sviluppi diplomatici e per un notevole attivismo in politica estera, specie in rapporto al modesto peso della Libia sullo scacchiere globale. Per riuscire ad accrescere tanto l’autonomia e l'influenza del Paese quanto il proprio prestigio personale, il Colonnello mutò radicalmente l’assetto delle relazioni internazionali di Tripoli, allentando i tradizionali legami con le Potenze Occidentali e stringendo maggiormente quelli con il Movimento dei Non Allineati, con la Lega Araba e con i Paesi socialisti. Durante i primi vent’anni alla guida della Giamahiria, il Ra’īs supportò regimi autoritari particolarmente brutali e apertamente ostili verso l’Europa e gli Stati Uniti, quali quello etiope di Mènghistu Hailé Mariàm, quello ugandese di Idi Amin Dada e quello centroafricano di Jean-Bedel Bokassa, e aiutò, politicamente, economicamente e militarmente, movimenti secessionisti e rivoluzionari e gruppi armati e terroristici, come l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, il Congresso Nazionale Africano, il Fronte Polisario, il Fronte Sandinista, le Brigate Rosse e la Rote Armee Fraktion.
Questo nuovo corso, unito a una retorica antioccidentale e antimperialista e a svariate azioni di aperta ostilità, determinò, in brevissimo tempo, un innalzamento della tensione tra la Libia e i suoi partner storici, gli Stati Uniti e il Regno Unito. Nel 1972, in seguito alle dichiarazioni di sostegno, politico ed economico, ai gruppi armati palestinesi, Washington richiamò il suo Ambasciatore a Tripoli. Alla fine del 1979, con l’incendio della legazione, il Dipartimento di Stato evacuò il personale, mentre l’anno successivo, a seguito di attacchi deliberati contro jet della US Navy – impegnati in un’esercitazione aeronavale nel Mediterraneo – espulse l’Ambasciatore libico, chiudendo, de facto, i canali diplomatici. Al contempo, l’avvio di una campagna di assassini su suolo britannico ai danni di supposti dissidenti libici insieme al supporto, finanziario e militare, accordato all’IRA, l’Esercito Repubblicano Irlandese impegnato contro il Regno Unito per l’indipendenza dell’Ulster, portarono al deterioramento dei rapporti con Londra. Nel 1984, l’assassinio dell’agente di Scotland Yard, Yvonne Fletcher, portò alla definitiva rottura delle relazioni tra i due Paesi.
Durante gli Anni Ottanta, il ricorso ad attentati terroristici, da parte di forze speciali libiche in collaborazione con altre organizzazioni, divenne per il Ra’īs un ordinario strumento di pressione diplomatica e di ritorsione nei confronti di embarghi e sanzioni internazionali. Durante tutti gli Anni Ottanta, agenti di Tripoli presero parte, direttamente o indirettamente, ad attentati contro diversi Paesi, basti ricordare quelli agli aeroporti di Roma e Vienna nel 1985, quello alla discoteca di Berlino nel 1986, quello di Lockerbie nel 1988 e quello di Ténéré nel 1989. Allo stesso tempo, il Colonnello portò avanti scontri anche con Potenze non occidentali quali l’Egitto, reo di aver sottoscritto gli accordi di Camp David, il Ciad, desideroso di recuperare la Striscia di Aozou, e l'Arabia Saudita, colpevole di intrattenere rapporti amichevoli con gli Stati Uniti.
Tuttavia, la prolungata adozione di una politica estera tanto spregiudicata, condusse la Libia verso un progressivo isolamento diplomatico. Il disorientamento e l’incertezza che caratterizzavano le relazioni di molti Attori con Tripoli lasciarono sempre più il posto a diffidenza e ostilità nei confronti di una Paese considerato imprevedibile e inaffidabile. A ciò si aggiunsero il collasso dell’Unione Sovietica, la fine della Guerra Fredda e la conseguente affermazione globale degli Stati Uniti, i quali contribuirono a ridurre, in modo significativo, gli spazi di manovra di Gheddafi. Il venir meno delle rivalità e delle frizioni tipiche del sistema bipolare, unitamente ad un sensibile calo del prezzo del petrolio e del suo peso sui mercati, privarono la Giamahiria delle sue tradizionali armi di ricatto, diminuendone drasticamente il potere sulla scacchiera internazionale. Di conseguenza, costretto a riconsiderare la propria politica estera alla luce dei mutati equilibri, il Ra’īs decise di avviare una fase di normalizzazione dei suoi rapporti con le Potenze Occidentali e di rivedere le sue posizioni nei riguardi dell’integralismo islamico.
Pertanto, a partire dai primi Anni Novanta, Gheddafi inaugurò una stagione di distensione dei rapporti con l’Occidente, dando corso ad azioni concrete e, talvolta, inaspettate, come il risarcimento delle vittime delle stragi di Lockerbie e Ténéré, l’estradizione degli attentatori o il rilascio di alcuni prigionieri occidentali detenuti in Libia. Questi episodi, così come la condanna dell’aggressione irachena del Kuwait nel 1990 e il sostegno al processo di pace tra Etiopia ed Eritrea nel 1992, furono unanimemente interpretati come segni di buona volontà da parte di Tripoli. L’ostilità globale nei confronti dell’islamismo portarono il Ra’īs ad allontanarsi progressivamente dai movimenti ad esso legati, primo fra tutti Al-Qaeda, del cui leader, Osama Bin Laden, giunse a richiedere il primo mandato di cattura internazionale, nel 1998. Preoccupato per le ricadute che il fondamentalismo avrebbe potuto avere sul regime, il Colonnello condannò duramente gli attentati dell’11 settembre 2001 e non si oppose apertamente agli interventi statunitensi in Afghanistan e in Iraq. Ciononostante, è probabile che l’epilogo della Seconda Guerra del Golfo abbia molto influito sulle successive scelte di Gheddafi. Spaventato all’idea che il suo potere potesse sgretolarsi come quello di Saddam Hussein, avviò collaborazioni con i servizi segreti occidentali per fronteggiare le organizzazioni terroristiche e abbandonò i programmi per la costruzione di armi di distruzione di massa.
Il nuovo contegno internazionale della Libia contribuì ad un progressivo riavvicinamento con l’Unione Europea e gli Stati Uniti, definitivamente sancito dalla ripresa delle relazioni diplomatiche con Londra e Washington e dalla rimozione della Giamahiria dalla lista dei cosiddetti “Stati canaglia”, rei di sponsorizzare il terrorismo. Vennero rinsaldati anche i rapporti con l’Italia, attraverso la sottoscrizione di nuovi accordi di cooperazione politica e di partenariato economico. L’integrazione di Tripoli nel consesso internazionale culminò con l’elezione, nel 2009, di Gheddafi a Presidente dell’Unione Africana e con la partecipazione della Libia, come Membro non permanente, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tra il 2008 e il 2010. Un rinnovato attivismo a livello multilaterale che molti Attori interpretarono come la fine della politica del “battitore libero” e l’inizio di una fase più moderata. Va comunque ricordato che, anche in questi anni, il Colonnello non abbandonò mai del tutto la sua retorica antioccidentale ed antimperialista e continuò a coltivare strette relazioni con leader autoritari e invisi ad Europa e Stati Uniti, quali il Presidente venezuelano Chávez e quello sudanese al-Bashir. Nel 2011, il fermento provocato dalle cosiddette Primavere Arabe e le repressioni operate dal Governo di Tripoli provocarono lo scoppio della Prima Guerra Civile Libica, la conseguente caduta violenta del regime e l’uccisione del Ra’īs. Il rapido e coevo intervento militare della NATO e di altri Paesi arabi in Libia, dimostrò quanto la diffidenza internazionale, se non l’ostilità, nei confronti di Gheddafi non sia mai stata del tutto sopita, in particolar modo da parte di talune Potenze quali gli Stati Uniti, la Francia e l’Egitto.
Conclusioni
Analizzando i quarant’anni al potere di Gheddafi emergono con chiarezza due significative lacune all’interno della sua esperienza politica: l’assenza di un'ideologia o di tratti nazionali specifici, altri rispetto alla figura del Colonnello, e una politica estera caratterizzata da obiettivi definiti e da una collocazione precisa. Si tratta di due elementi particolarmente importanti per qualsiasi Paese, tanto più se si parla di una Potenza regionale retta da un regime dittatoriale qual era la Giamahiria, bisognoso di una narrazione, fondata su un’identità o su una visione forte, così come di un chiaro posizionamento internazionale, indispensabile per assicurarsi il sostegno di partner di prima grandezza.
Contrariamente ad altri leader autoritari, il Ra’īs, pur manifestando il proprio sostegno nei confronti del Panafricanismo, del Terzomondismo e dell’unità degli Stati arabi, ha mancato di ancorare il suo regime ad una teoria codificata e originale. In un contesto eterogeneo come quello libico, privo di una tradizione unitaria e frammentato in fazioni e tribù rivali, egli non ha mai puntato sulla creazione di un’identità e un sentimento nazionale ma solo sulla sua abilità di mediare tra le parti. Al contempo, Gheddafi preservò una completa libertà di azione nella conduzione della propria politica estera, mai guidata da un dogmatismo ideologico o politico. Nel corso degli anni, il Governo di Tripoli non si fece scrupoli nel criticare apertamente leader alleati o nel tradire trattati e alleanze per conseguire obiettivi nazionali. Al contempo, non disdegnò mai contatti con avversari e contingenti aiuti da parte di Attori ostili. Adottando una personale versione della “teoria del pazzo”, il Colonnello riuscì a generare un clima di ansia e sospetto attorno alla sua figura, facendo dell’imprevedibilità la principale leva delle relazioni estere libiche. Ciò diede vita ad una linea d’azione velleitaria, volta più a preservare il potere del Colonnello che non a imprimere alla diplomazia libica una direzione ben precisa. La subordinazione di obiettivi politico-strategici ad un’effimera rappresentazione di Potenza e alla vanagloria da parte del Ra’īs, pur rafforzando il regime, esacerbò i rapporti diplomatici.
Pertanto, è possibile affermare che, aldilà dell’acume politico di Gheddafi e del suo carisma, la Libia non si consolidò mai statualmente, permanendo su un terreno assai instabile. Sebbene il Colonnello fosse arrivato, con un misto di abilità e spregiudicatezza, a concentrare su di sé un enorme potere, accrescendo il proprio prestigio e divenendo l’incarnazione stessa del Paese, egli non riuscì, o forse non volle mai riuscire, ad elaborare un impianto nazionale, tanto dal punto di vista interno quanto da quello esterno. Privo di una visione di lungo periodo, troppo ancorato ad una politica avventuristica e contingente, il Ra’īs non costruì una solida struttura autoportante, capace di assicurare il futuro della Giamahiria, superando lo storico tribalismo libico e garantendo la stabilità del regime anche in sua assenza. Di conseguenza, precipitò il Paese nel caos, facendo, improvvisamente, riaffiorare divisioni ideologiche e religiose così come rivalità etniche e tribali, fenomeni mai del tutto sopiti. Al tempo stesso, sul versante estero, il collasso del sistema scatenò gli appetiti delle Potenze, svincolate da solidi legami con Tripoli e quanto mai desiderose di sfruttarne le fragilità. Benché il regime di Gheddafi, pur privo di elementi fondamentali, sia riuscito, unicum a livello globale, a mantenere un forte controllo sulla Libia per oltre quarant’anni, la sua improvvisa scomparsa ha rivelato un lascito fatto di lacerazioni interne e di forti ingerenze internazionali che perdurano ancora oggi.
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