Sinergie tra Istituzioni, Accademia e Imprese: un rilancio della cooperazione per la creazione di nuove opportunità per le giovani generazioni e la prosperità sociale
Autore: Salvatore Gabriele Colletti - Policy Analyst
La cooperazione tra Università, Istituzioni e Imprese rappresenta un ambito di fondamentale importanza ma allo stesso un obiettivo tanto complicato da attuare, specialmente in un paese come il nostro. Tale cooperazione risulta necessaria per la creazione di un sistema paese competitivo e deve fondarsi sulla cooperazione costruttiva volta alla creazione di un sistema integrato che abbia come scopo il miglioramento del sistema formativo e il conseguente miglioramento del mercato del lavoro per tutte quelle giovani menti uscite dai percorsi formativi universitari. Lo scopo del seguente paper è presentare delle proposte alternative alla prassi vigente, da indirizzare a tutti soggetti coinvolti – Stato, UE, Università ed Imprese – in modo tale da poter fornire una nuova visione della tematica più indirizzata alla collaborazione concreta e fruttuosa.
La cooperazione tra Istituzioni, università e Imprese
La cooperazione tra Istituzioni, Accademie e Imprese rappresenta un ambito di fondamentale importanza in quanto da questo tipo di sinergia dipende buona parte del sviluppo socio-economico di un paese. Ciò che rende questo tema così importante è rappresentato dal fatto che un sistema integrato può garantire una crescita sia in termini economici che umani creando un circolo virtuoso in costante crescita.
In questo Policy Paper si è analizzata la cooperazione tra Istituzioni, Università e Imprese in Italia, lanciando un breve sguardo anche all’Europa. Si è cercato di definire le falle di questo sistema che sembra crescere troppo lentamente ed infine si è tentato di presentare delle proposte di miglioramento.
L’interazione tra Imprese, Università e Istituzioni
La collaborazione tra istituti universitari, imprese e istituzioni è fondamentale per riuscire a creare un sistema competitivo che possa fornire le giuste opportunità a coloro che si sono formati e a coloro che cercano nuove leve da inserire nel mercato del lavoro. Le istituzioni giocano un ruolo fondamentale per far sì che queste collaborazioni portino a risultati fruttuosi. Ad ogni livello (nazionale, regionale e locale) hanno il potere di esercitare una funzione di coordinamento e bilanciamento tra le funzioni pubbliche e gli interessi pubblici e privati. Per Istituzioni si intende tutti quegli enti pubblici, a vari livelli, che hanno il potere di cambiare le regole del gioco come: il ministero dell’istruzione, il ministero dell’economia, il ministero per le politiche sociali e del lavoro, il ministero per le politiche giovanili, ma anche gli enti locali che rappresentano il punto di primo contatto tra le esigenze aziendali private e l’interesse collettivo.
Se questo coordinamento avviene in maniera costruttiva, si può così dare vita ad un sistema integrato che porti ad un miglioramento delle strutture di apprendimento, al potenziamento dell’offerta formativa e ad un conseguente miglioramento del tessuto industriale del paese.
Ad oggi in Italia è evidente un certo distacco tra il mondo della formazione universitaria e il mondo del lavoro. Le Università formano sempre di più, ma questa formazione rimane per lo più scollegata dalle reali esigenze del mondo del lavoro che risulta essere in costante evoluzione e in costante richiesta di profili specifici. In Italia, rispetto alla media Europea, sempre meno persone arrivano a completare il percorso universitario, e solo una piccola percentuale di quelli che ci riescono risulta avere delle competenze specifiche “interessanti” per il mondo del lavoro odierno.
A livello Europeo è stato riscontrato come al primo posto nella collaborazione tra Università e Imprese vi sia la mobilità degli studenti tramite stage o tirocini. Oltre a questo metodo largamente più diffuso vi è anche l’utilizzo della formazione degli adulti attraverso corsi brevi e l’attività di ricerca e sviluppo (quest’ultima particolarmente presente nei paesi scandinavi).
Questa collaborazione tra Università e Imprese può a volte essere ostacolata da barriere che rendono la cooperazione sempre più complicata e soprattutto infruttuosa. Una delle principali barriere che si può riscontrare in tutta Europa è quella della burocrazia universitaria che rende il processo di collaborazione lento e macchinoso, provocando ritardi e malcontenti tra i soggetti che ne prendono parte. Una seconda problematica che rende la cooperazione più complicata è da ricercare nei diversi orizzonti temporali che caratterizzano il mondo universitario e quello imprenditoriale. Da un lato le imprese che si rivolgono alle università richiedono che venga risolto un problema concreto nel minor tempo possibile. Dall’altro lato le università necessitano di un arco temporale molto più ampio per comprendere il problema e riuscire ad individuare una soluzione che può essere da loro fornita. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dalle differenti modalità di comunicazione e di linguaggi utilizzati che portano ad una reciproca incomprensione che sta alla base del fallimento della collaborazione. Infine, una barriera molto rilevante, ma con differenti applicabilità in base ai paesi Europei, è l’attuale crisi finanziaria che ha reso i sempre più difficile investire su grande scala.
In questo contesto un ruolo determinante potrebbe essere svolto dalle istituzioni statali che potrebbero accelerare questo rapporto potenzialmente virtuoso tra università e imprese. Lo Stato, e le istituzioni ad ogni livello, possono agire da fattore “scatenante” della cooperazione attraverso maggiori incentivi all’innovazione e alla collaborazione. Le istituzioni devono stimolare il dialogo tra gli attori per poter permettere uno scambio di informazioni necessario per far venire incontro le esigenze di entrambi. Le Università devono creare percorsi formativi flessibili in cui teoria e pratica si intersecano per creare un metodo formativo che possa permettere allo studente di avere non solo la strada spianate per il lavoro ma anche e soprattutto una maggiore comprensione delle proprie inclinazioni ed aspirazioni personali. Le aziende devono riuscire a sfruttare al meglio gli strumenti e le risorse che vengono fornite dalle istituzioni, nazionali ed europee.
Un esempio di come questa collaborazione può risultare fruttuosa si è avuto in Toscana dove grazie alla collaborazione tra pubblico e privato basata su una strategia di lungo periodo si è sviluppato un progetto condiviso che ha permesso la creazione di un unico plesso che riunisse istituzioni scolastiche, universitarie, alta formazione e imprenditoria privata. Nella città metropolitana di Firenze, più precisamente nei comuni di Sesto fiorentino e Campi Bisenzio, grazie all’importante ruolo di coordinamento e di contemperamento degli interessi pubblici svolto dalle istituzioni, in collaborazione con l’azienda Ely Lilly Italia, si è arrivati ad un accordo che permettesse di equilibrare gli interessi di tutti gli attori trovando soluzioni adeguate ad ogni problema.
Questo tipo di collaborazioni tra Università, Imprese ed istituzioni può realmente favorire lo sviluppo del paese su basi più solide e può allo stesso modo garantire lo sviluppo del tessuto imprenditoriale basato sull’innovazione e sulla ricerca.
Le inefficienze del sistema
La collaborazione tra aziende, università ed istituzioni in Italia è caratterizzata da alcune lacune che rendono tale interrelazione complicata ed infruttuosa. Queste difficoltà si possono riscontrare specialmente nell’ambito dello STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) che richiede sempre più frequentemente nuove risorse capaci di portare innovazione e sviluppo nel settore, ma anche in altri settori più umanistici o economici. Innanzitutto va ricordato come, rispetto alla media europea, in Italia si riscontra un forte gap tra ciò che viene fornito dal mondo della formazione e ciò che le aziende ricercano.
Questo distacco tra domanda ed offerta pone le sue basi su diverse ragioni più o meno strutturate. Vi è senza dubbio una assenza di insegnamenti adeguati all’odierno mondo lavorativo in quanto il sistema formativo ormai consolidato si basa su una sempre maggiore presenza dell’insegnamento teorico a discapito di quello pratico. Questo rallenta il futuro inserimento nel mondo del lavoro per il neo laureato che si ritrova ad affrontare molti ostacoli in un ambiente in continuo mutamento e che richiede della capacità di adattamento spiccate.
Inoltre, il problema non deriva solo dall’insegnamento ma anche dal settore privato delle aziende che in Italia è caratterizzato da PMI che molto spesso si ritrovano con budget limitati. Questo spinge le aziende a dichiararsi in favore di una non specificata innovazione non trovando però le risorse per investire in essa. A questo va aggiunto che al giorno d’oggi l’innovazione si muove a grandi passi che richiedono una sempre maggiore complessità. Questo rende sempre meno chiaro alle aziende ciò di cui hanno bisogno a livello di “competenze” e allo stesso modo rende difficile alle università capire cosa fornire al mondo del lavoro.
A tutto questo si aggiunge una mancanza di commistione tra capacità tecniche e capacità umanistiche che in Italia è sempre più marcato. Ad oggi l’insegnamento, specialmente quello scientifico, è basato su una divisone a camere stagne tra competenze tecniche e umanistiche che rendono il fruitore di tale insegnamento relegato ad un solo settore dell’apprendimento. Questa mancanza di adattabilità delle risorse rende sempre più complicato per le aziende trovare ciò di cui hanno bisogno spingendole ad investire sulla formazione interna piuttosto che sulla ricerca esterna.
Proposte di innovazione verso un sistema integrato
Per rendere più fruttuosa l’interrelazione tra università e imprese si potrebbero introdurre diverse iniziative e attività in grado di rendere il sistema più efficiente e performante.
Un primo passo può essere mosso dalle istituzioni che ricoprono un ruolo fondamentale di coordinamento e di incentivo alla collaborazione. Le istituzioni ad ogni livello dovrebbero tentare di allargare gli investimenti sul territorio per far sì che si possa creare un terreno fertile per la collaborazione tra università ed imprese. Da qui si potrebbe dipanare un circolo virtuoso fatto di investimenti ed innovazione che porterebbe al risultato della massima collaborazione fra i differenti settori. Tutto questo ha portato risultati fruttuosi in Toscana, come precedentemente citato, e su questo modello si potrebbe proseguire anche a livello nazionale.
Questo dovrebbe essere accompagnato da maggiori investimenti in ricerca e sviluppo da parte delle istituzioni centrali che come più volte ribadito risultano essere l’ago della bilancia. Nel mondo del lavoro odierno basato sulla competizione, l’innovazione è un aspetto fondamentale che in Italia viene eccessivamente trascurato. Uno Stato che investe in ricerca e sviluppo riesce a creare un terreno fertile per la nascita di nuove competenze e di nuove prospettive lavorative. Incanalando maggiori risorse economiche all’interno delle università si riuscirebbe a dar vita ad un sistema basato sull’innovazione come mezzo per la crescita riuscendo così a rendere le aziende sempre più interessate a cercare nuove risorse fra i neolaureati dotati di competenze specifiche. Come mostrato da una ricerca svolta dall’ISTAT nel 2020 in Italia si è riscontrato un aumento degli investimenti in Ricerca e Sviluppo delle aziende private, del terzo settore e anche dello Stato che trainano questo tipo di investimenti arrivando a circa il 63% della spesa complessiva. Le Università invece risultano fanalino di coda in questa corsa all’innovazione.
Da parte delle aziende e da parte delle università si potrebbe agire su diversi fronti legati alla formazione delle future risorse. Le aziende potrebbero collaborare con le università per creare un sistema efficiente di tirocini professionalizzanti e non meramente legati alla formazione fine a sé stessa. Questo, infatti, risulta essere uno degli ostacoli più grossi da superare. I tirocini, curriculari o post curriculari, sono un’opportunità di crescita senza eguali ma che alle condizioni odierne svolgono a malapena il loro compito. Le università dovrebbero tentare di creare un sistema di formazione aziendale basato su specifiche competenze che sempre di più vengono richieste dal mondo del lavoro. Dal canto loro le aziende dovrebbero cercare di andare oltre la visione del tirocinante come “lavoratore a costo zero” in quanto quello rappresenta il momento migliore per poter creare un futuro lavoratore adatto a quel contesto lavorativo. Andare oltre la visione del tirocinio come formazione fine a sé stessa, come mera teoria applicata, risulterebbe fondamentale in un’ottica di cooperazione fruttuosa tra aziende e università. In questo ambito un ruolo importante sarebbe svolto dal terzo settore che, attraverso la proposta di vari progetti alle aziende, riuscirebbe a fornire spunti interessanti agli studenti che così potrebbero applicare praticamente gli anni di studi teorici universitari. In questo caso si potrebbero coinvolgere tutte quelle cooperative no profit e quelle reti associative che richiedono sempre più competenze specifiche che ad oggi sono scarsamente fornite dai corsi universitari.
Un ulteriore passo che dovrebbero fare le università consiste nel porre maggiore attenzione nella creazione di quelle che vengono definite “soft skill”, cioè quelle abilità in grado di fornire a uno studente delle competenze trasversali e non solo puramente tecniche. La conoscenza tecnica risulta fondamentale, specialmente in ambiti scientifici, ma deve essere accompagnata da una serie di competenze che si potrebbero definire di contorno ma che in realtà giocano un ruolo determinante. Queste competenze possono ricomprendere delle spiccate capacità di problem solving, di adattamento ai diversi contesti che oggi si caratterizzano per una estrema eterogeneità, capacità comunicative interpersonali e di lavoro in gruppo, e così via.
Infine, potrebbe risultare utile ed estremamente produttivo creare delle associazioni di giovani professionisti in grado di fornire un tramite tra aziende ed università. Queste associazioni potrebbero fungere da enti di rappresentanza delle esigenze di entrambe le parti per riuscire a far incontrare la domanda di personale qualificato proveniente dalle aziende e l’offerta fornita dalle università. Il ruolo dei giovani sarebbe decisivo in quanto essi rappresentano l’unica fascia sociale in grado di comprendere le esigenze di ambedue le parti tenendo alta però l’esigenza fondamentale dei giovani post studenti che per la prima volta si affacciano sul mercato lavorativo.
Conclusione
In Italia la cooperazione tra Aziende, Università ed Istituzioni procede ad un ritmo abbastanza lento nonostante si cerchi da tanto tempo di migliorare il sistema apportando delle modifiche durante il percorso. Certamente, l'Italia ha fatto passi avanti negli ultimi anni, ma nonostante questo i risultati non si dimostrano sufficientemente soddisfacenti.
Ogni soggetto di questa cooperazione (università, imprese ed istituzioni) potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel tentativo di rendere il sistema ancora più efficiente. Da un lato abbiamo le imprese che cercano costantemente nuovi giovani professionisti in grado di adempiere ai compiti richiesti. Nel mondo di oggi questi compiti richiesti risultano sempre più tecnici creando una forte richiesta di giovani altamente qualificati in settori specifici. In questo contesto, una cooperazione fra le aziende e le università risulta fondamentale per fornire in maniera adeguata quelle competenze richieste. Pertanto, il miglioramento del sistema passa obbligatoriamente da una collaborazione fra questi due soggetti. Le università, dal canto loro, a volte risultano inadeguate a fornire ciò che e le aziende e il mercato del lavoro richiedono. Questo problema è ricollegabile al fatto che le università tendono a formare i giovani mantenendo però un certo distacco dalle reali esigenze del sistema. In questo contesto, dovrebbero inserirsi le istituzioni che svolgerebbero un compito di coordinamento e di individua azione degli interessi generali.
Come detto in precedenza, questo sistema presenta delle falle rappresentate da una forte differenza fra domanda e offerta, una carenza di insegnamenti specifici all'interno delle università, una mancanza di risorse adeguate per investire nel settore dell'innovazione ed infine, un insegnamento universitario che potremmo definire a compartimenti stagni, in quanto risulta mancante un'integrazione tra insegnamenti scientifici ed umanistici relegando lo studente ad un solo settore di apprendimento.
Un primo passo per migliorare il sistema dovrebbe essere fatto dalle istituzioni in quanto esse risultano l'elemento chiave di questo rapporto. Si dovrebbe iniziare ad investire maggiormente sul territorio, creando un terreno fertile per la collaborazione tra università e imprese. Questo è ciò che è avvenuto in Toscana come precedentemente citato. Inoltre, le istituzioni dovrebbero puntare a maggiori investimenti nel settore della ricerca e sviluppo, in quanto da questo settore Dipende l'innovazione di un paese. Dall'altro lato, le aziende le università, dovrebbero puntare maggiormente su dei tirocini formativi professionalizzanti. Questo porterebbe allo sviluppo di una collaborazione fruttuosa tra aziende e università improntata alla ricerca di futuri laboratori altamente specializzati. Inoltre, le università dovrebbero migliorare il proprio sistema di insegnamento puntando su quelle che vengono definite “soft skills”, cioè quelle abilità necessarie ad ottenere competenze trasversali. Infine, un ruolo fondamentale potrebbe essere svolto da associazioni di giovani professionisti che fungano da raccordo tra le esigenze delle aziende delle università. I giovani, svolgerebbero un ruolo fondamentale in quanto essi rappresentano le esigenze di entrambe le realtà riuscendo quindi a bilanciare gli interessi in gioco.