UNRESTRICTED WARFARE: Contrastare l’ambiguità del Cremlino nella zona grigia

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  09 agosto 2022
  30 minuti, 57 secondi


A cura di Domenico Molino, Junior Researcher, Mondo Internazionale G.E.O., Area Difesa&Sicurezza


La percezione di una Realpolitik d’altri tempi

Il 24 febbraio 2022 i rapporti tra la Federazione Russa e l’Ucraina hanno raggiunto un nuovo livello di violenza ed intensità. L’inizio delle operazioni su vasta scala condotte dalle Forze Armate russe ha traslato il continuum di questo pluridecennale conflitto nella fase propriamente detta della guerra generale (Figura 1). Osservando, anche sul piano comunicativo, la violenza dell’atteggiamento del Cremlino, lo sviluppo dell’approccio cinetico rischia di essere frainteso quale scostamento rispetto all’elaborazione, all’evoluzione ed ai successivi affinamenti di quei concetti, non lineari ed olistici, che sviluppati a partire dal gennaio 2000 hanno caratterizzato i documenti federali in materia di dottrina militare, di politica estera e di sicurezza nazionale.

Un generale aumento di interesse verso predetti testi programmatici si era concretizzato nel biennio 2013-2014 dove, alla luce degli avvenimenti ucraini, l’osservazione analitica della postura del Cremlino aveva messo in risalto un approccio adattivo presto declinato come ibrido. Tuttavia, è importante ricordare come la definizione di questa strategia risulti una mera classificazione occidentale, mai utilizzata dagli strateghi russi per riferirsi alle proprie azioni (RAND, 2019). Tale valutazione è oggi condivisa da molti analisti e, come ricordato da Mark Galeotti, è essenzialmente dovuta all’associazione di articoli, quali quello a firma del generale russo Valery Gerasimov, con le tattiche successivamente impiegate da Mosca per garantirsi l’annessione della Crimea e proiettare la propria influenza in una vasta area transcontinentale (Foreign Policy,2018). Anche se nel corso degli ultimi venti anni il Cremlino ha raggiunto i propri obiettivi strategici principalmente attraverso mezzi militari cinetici (NATO Defence College, 2022), la percezione occidentale circa l’impiego di una strategia ibrida aveva inizialmente suggerito la netta distinzione tra una fase di guerra convenzionale ed una non convenzionale, in seguito classificata come grigia. Tuttavia, è ad oggi chiaro come la Federazione Russa, già a partire dalla seconda guerra cecena, abbia utilizzato varie forme di guerra “non convenzionale” sia in tempo di pace che come elemento teso a sostenere le grandi operazioni militari convenzionali.

Giova pertanto evidenziare come, seguendo questa logica strategica, la pianificazione dell’intervento in Ucraina sembra essersi basata sulla sfumatura stessa della percezione tra guerra e pace. Ne consegue come non possa essere trascurato il presupposto che la pressione esercitata dall’ingente e quasi accerchiante presenza russa, peraltro non priva di appoggi interni, fosse rivolta all’assicurare un rapido collasso dello Stato ucraino ed un quasi indolore cambio di regime. Difatti, l’inizio delle operazioni ha mostrato un tentativo coerente di concentrare massa e potenza di fuoco. Se da un lato ciò era teso all’ottenimento di vantaggi asimmetrici e psicologici rispetto alle unità nemiche, amplificando così gli effetti dell’urto iniziale dei combattimenti, dall’altro, la stessa dislocazione delle forze in campo mal si attagliava alla volontà di garantire il successo nel corso di un prolungato conflitto convenzionale basato su più direttrici di invasione. Lo testimonia da ultimo il sistema logistico rivelatosi inadatto al sostegno tanto delle operazioni in profondità quanto del successivo aumento del livello di attrito (NATO Defence College, 2022).

È proprio dalla recrudescenza degli scontri, causata dallo scostamento e dal successivo fallimento del primario, e forse unico, sviluppo strategico ed operativo pianificato, che i bisogni informativi di entrambi gli schieramenti si sono concentrati sull’analisi delle criticità riconnesse all’impiego degli assetti militari convenzionali.

Figura 1. U.S. Army F.M.3-0 (ottobre 2017) schematizzazione dottrinale delle principali operazioni militari sviluppate nel Conflict Continuum.

Questa necessità, garantita dall’Intelligence Preparation of the Battlefield, non deve far venir meno lo sforzo analitico e predittivo circa l’impiego, da parte di Mosca, di approcci adattivi di tipo non cinetico che, impattando direttamente ed indirettamente sulla dimensione grigia, possono produrre profonde ripercussioni sulla tenuta dell’ordine e della sicurezza pubblica anche in nazioni esterne all’Area delle Operazioni. Nel tempo, istituti d’analisi come la statunitense RAND, sulla scorta dei documenti dottrinali elaborati, raccolti e rilasciati anche da rami accademici delle Forze Armate, quali fra tutte la USSOCOM (U.S. Special Operations Command) Library e la JSO (Joint Special Operations) University Press, hanno definito le tattiche nella dimensione grigia come azioni politiche, economiche, informative o militari ambigue che prendono di mira principalmente l'opinione pubblica nazionale o internazionale e sono impiegate per promuovere gli interessi di una nazione cercando di ridurre il rischio che tali attività, essenzialmente occulte, possano far sfociare l’escalation dei rapporti con la controparte in guerra.

Dal canto loro i russi, così come riscontrabile da fonti aperte, si sono sempre limitati a fornire una visione critica d’insieme delle definizioni americane di “gibridnaja vojna” (RU: Гибридная война -IT: guerra ibrida) così come di “seraja zona” (RU: Серая зона -IT: zona grigia). Come riportato da diversi studi condotti dall’Istituto di Strategie Politiche ed Economiche Internazionali RUSSTRAT, l’elaborazione di questi concetti è da ricollegarsi ad un duplice atteggiamento di Washington. Il primo è riconnesso all’impiego operativo da parte Occidentale delle già menzionate tattiche, fattore che ne stimolerebbe dunque lo studio ed il perfezionamento. Il secondo è nel volere etichettare la Russia come artefice di una politica ambigua ed aggressiva al fine di giustificarne, anzitutto agli occhi della propria opinione pubblica, contromisure di deterrenza anche convenzionali (RUSSTRAT, 2021). Quanto riportato sul piano concettuale e dottrinale trova infine aderenza nei profili che contraddistinguono la complessità dell’attuale contesto strategico di riferimento così come la transnazionalità di alcuni fenomeni sfruttati. Difatti, le accentuate interconnessioni tra gli eventi della specifica Area di Interesse Ucraina con fenomeni più risalenti nel tempo, nonché riconnessi a dinamiche sociali, criminali ed eversive, concorrono nel determinare, ad oggi, condizioni specifiche all’interno dell’ambiente securitario europeo ed italiano. Presa dunque in considerazione la natura complessa del novero delle minacce direttamente ed indirettamente riconnesse alla crisi ucraina, prioritaria chiave di lettura sarà data all’analisi delle tendenze, dei modelli e dei così detti hot-spot che consentono ad un attore occulto, tanto statale quanto non statale, di mettere in pratica e diffondere la propria politica di influenza.

A completamento del sintetico quadro di riferimento occorre aggiungere come, dalla fine della Guerra Fredda, fatta eccezione per statunitensi e britannici, gran parte delle opinioni pubbliche occidentali, dai singoli individui ai sistemi di comunicazione di massa, non era stata più abituata al dover interagire e rispondere al confronto diretto ed indiretto con l’urto di una guerra convenzionale. Questa nuova fase della crisi ha indubbiamente costretto Bruxelles ad un nuovo, ma altrettanto traumatico, reality check che ha fatto riemergere “vari spettri che si credeva (o si auspicava) fossero sepolti in una Realpolitik d’altri tempi, come quella della politica di potenza declinata in chiave di espansione territoriale” (Cella, 2021).

Dunque, se da un lato questo ha contribuito all’alterazione radicale della percezione della sicurezza collettiva, divenuta ormai una sorta di requisito - acquisito, ma allo stesso tempo indefinito ed astratto, dall’altro ha sovra esposto la veicolazione dei fatti alla faziosità delle narrazioni. Questo, quando relazionato alle tattiche nell’area grigia, amplia gli effetti macchinatori anche nella dimensione cognitiva di individui e decisori politici, vale a dire della sfera dove le informazioni vengono utilizzate per sviluppare percezioni e prendere decisioni (U.S. Joint Publication 3-13, 2018).

Vi è infine da aggiungere come il profilo stesso che caratterizza le tattiche della zona grigia complichi ulteriormente lo sforzo di contrasto. Benché non esista una definizione di grey zone tactics, queste sono generalmente ricondotte all’ambiguità e dunque difficilmente attribuibili in modo decisivo ad un singolo attore. Peraltro, il loro effetto preparatorio e anticipatorio, che si concilia con le fragilità endemiche di una Nazione e di un tessuto sociale, è ambito tanto per fini di competizione internazionale quanto per quella interna. Dunque, in considerazione di questo complesso ambiente operativo ed informativo, soprattutto in chiave di mitigazione e risposta ai fenomeni, la counter intelligence deve essere affiancata dall’analisi criminale propria delle forze di polizia. Questa, soprattutto quando basata su un capillare, continuo ed incessante flusso informativo, può essere considerata come di maggior aderenza verso la valutazione della crescente eterogeneità che caratterizza le attuali dinamiche interne ai tessuti sociali delle realtà nazionali.

Le Declinazioni di una strategia non lineare ed olistica

A seguito dell’annessione della Crimea, l’interesse verso la postura del Cremlino aveva stimolato una notevole produzione analitica tesa a classificare le tattiche impiegate dai russi all’interno della loro strategia “non convenzionale”. Tuttavia, nel momento in cui le precedenti valutazioni dei vertici militari di Mosca si sono perfettamente amalgamate con le proprie linee di condotta, le definizioni Occidentali, quali hybrid warfare, non-linear warfare, ambiguous warfare, indirect action, asymmetric e political warfare, sembravano indicare l’esistenza di fasi distinte e non sempre sovrapponibili. Tale stima nasceva dall’aver confuso le dichiarazioni di esponenti come Gerasimov per “dottrine semiufficiali” (James Town Foundation, 2019). Queste declinazioni hanno rischiato di approssimare, sfumare ed infine confondere obiettivi politici e bisogni informativi che, sviluppati da attori statali diversi, hanno caratterizzato il loro approcciarsi all’arena internazionale.

Dalla caduta del muro di Berlino, la Russia, gli Stati Uniti d’America e anche, con i dovuti distinguo, i Paesi europei hanno percepito le sfide dell’ambiente securitario in modi e tempi del tutto diversi tra loro. Sfide esistenziali, come nel caso della Federazione Russa, si sono affiancate ad un fine politico e strategico che, nei documenti d’indirizzo americani, veniva delineato in tre punti essenziali: il rafforzamento della sicurezza internazionale; il sostegno all'economia globalizzata; la promozione della democrazia (White House, 1994).

Quando nel gennaio ‘93 il presidente George H.W. Bush scrisse la sua ultima prefazione alla “National Security Strategy” indicò come l'intera Nazione stava entrando in una nuova era di grandi opportunità. Pertanto, quel periodo rappresentava un bivio nella storia e l'America era chiamata ad una scelta fatale: “guidare il mondo o abbandonare quel ruolo” (White House, 1993). Un anno dopo, agli albori dell'Amministrazione Clinton, anche il presidente democratico sottolineò nella sua prima prefazione alla “National Security Strategy of Engagement and Enlargement” come il ruolo del Paese era quello di rafforzare la sicurezza globale e promuovere la democrazia (White House, 1994).

Il quasi permanente confronto con gli USA ci permette di constatare come la strategia non lineare ed olistica, che fa delle gray zone tactics la propria punta di diamante, sia la più aderente agli obiettivi politici del Cremlino. Occorre pertanto specificare come ogni scopo politico richieda che i livelli strategici decisionali definiscano gli obiettivi informativi ritenuti necessari per le proprie decisioni, nonché le attività necessarie a conseguire lo scopo prefissato. Grazie all’osservazione, cronologicamente ordinata, di questo rapporto è possibile delineare la profonda relazione che intercorre tra le dottrine militari, le politiche di sicurezza nazionali e le reali capacità economiche. Difatti, anche l’accademico Barry R. Posen sosteneva come le dottrine militari siano componenti fondamentali della politica di sicurezza nazionale o della così chiamata Grand Strategy. Quest’ultima deve identificare le probabili minacce alla sicurezza dello Stato e deve escogitare rimedi politici, economici, militari e di altro tipo per tali minacce. Le priorità devono essere stabilite sia tra le minacce che tra i rimedi perché, a causa dell’anarchia che caratterizza l’ambiente internazionale, il numero di possibili minacce è variegato e, dati gli inevitabili limiti di un'economia nazionale, le risorse sono scarse (Posen, 1984).

Volendo fare un breve cenno ai limiti economici del Paese, nel 2017, l'economia russa era l’undicesima più grande nel mondo, attestata su 1,58 trilioni di dollari in valore nominale al cambio di mercato, leggermente più avanti della Corea del Sud (1,53 trilioni di dollari) ma ben dietro quella canadese (1,65 trilioni di dollari) (RAND, 2018). Questa realtà mal si attaglia all’ambizione del Cremlino e del suo leader convinti, peraltro, di possedere un’identità senza tempo come grande Potenza (Lo, 2015).

Da quanto espresso, traspare anzitutto la presenza, non sempre netta, di due ampi ambiti politici: quello strategico e quello narrativo-cognitivo, ove il secondo sostiene, amplia o dissimula le capacità del primo. A questo si deve aggiungere l’assoluta rilevanza della percezione dell’ambiente securitario. Ne consegue come, agli occhi di Mosca, l’affermazione ed il successivo accentuarsi del dinamismo politico di Nazioni quali l’Ucraina abbia sicuramente indicizzato i timori narrativamente enfatizzati dal Presidente Putin nel corso della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco nel 2007. Questi lamentavano un consueto ricorso, da parte di Washington, ad azioni unilaterali, spesso illegittime, tese al consolidamento del sistema unipolare emerso al termine della Guerra Fredda. Come già espresso, il quadro da analizzare sotto il profilo tanto securitario quanto della sua stessa percezione è apprezzabilmente più complesso. Questo deve riferirsi ai rapporti eccezionali che la Casa Bianca ed il Cremlino hanno mantenuto a partire dal vertice di Malta nell’1989. Nel corso degli anni successivi, soprattutto dalla fine degli anni ’90, un alone di diffidenza reciproca ha cominciato a caratterizzare la postura di entrambe. Questo cambiamento, già evidente a seguito dell’intervento a guida NATO in Kossovo, è stato cristallizzato nel Decreto del Presidente della Federazione Russa del 10.01.2000 N°24 “Sul concetto di Sicurezza Nazionale della Federazione Russa”. In premessa, il documento riportava come la trasformazione dinamica del sistema delle relazioni internazionali si manifestasse “attraverso i tentativi di creare una struttura delle relazioni internazionali, basata sul predominio dei paesi occidentali sotto la guida degli Stati Uniti e progettata per soluzioni unilaterali, principalmente di potenza militare, verso i problemi chiave della politica globale, aggirando le norme fondamentali del diritto internazionale” (Cremlino, 2000).

È dopo aver brevemente esposto questo contesto che si può tornare a sottolineare come le considerazioni sviluppate da Gerasimov scaturissero dall’interpretazione che tanto le proteste generalmente conosciute come “primavere arabe”, quanto analoghi eventi precedenti nel tempo come le “Cvetnaja revoljucija” (RU: Цветная революция -IT: rivoluzioni colorate), quest’ultime interne allo spazio post-sovietico, fossero state orchestrate dall’Occidente e nel particolare dagli Stati Uniti. Dunque, questa è la cornice di riferimento che ha sviluppato la necessità di studiare le tattiche statunitensi, cosa ben diversa dalla declinazione ufficiale di un’aperta strategia politico militare russa che, tesa a protezione degli interessi nazionali, è contenuta all’interno dei documenti d’indirizzo federali. Ciò viene ribadito anche da recenti studi condotti dall’istituto di analisi geopolitica RUSSTRAT, che considera parte di questo nuovo Turniry Teney (RU: Турниры теней -IT: Torneo delle Ombre – il termine russo che descriveva il Grande Gioco di fine XIX secolo per l’egemonia in Asia Centrale), la creazione del misunderstanding statunitense. L’istituto considera infatti le valutazioni americane come il tentativo di “etichettare” i russi come sviluppatori e promotori delle forme ibride di conflitto e, all’interno di una delle loro analisi viene testualmente riportato come, “l'apparizione in Occidente della cosiddetta "Dottrina Gerasimov", anche se in realtà non esiste, (…) è stata deliberatamente inventata dagli esperti della NATO sulla base di un'analisi delle pubblicazioni del Capo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate Russe al fine di intimorire la propria opinione pubblica e avere un’ulteriore motivazione nell’attuazione dei loro piani” (RUSSTRAT, 2021).

Nell’analizzare il più articolato processo di trasformazione del Medioriente, Gerasimov aveva posto l’attenzione dello Stato Maggiore russo proprio sulle dinamiche “sommerse” che avevano prodotto ed alimentato le proteste successivamente sfociate in cambi di regime o in ancor più dilanianti conflitti interni. Questi eventi, apparentemente riconnessi alla sfera dell’ordine e della sicurezza pubblica, sembravano indicizzare la possibile natura dei conflitti del XXI secolo. In tale ottica quegli episodi dovevano destare maggiore allarmare in Mosca. Questo non solo in considerazione delle relazioni storiche, politiche ed economiche che la legavano con i paesi colpiti dall’ondate di rivolte, ma anche perché tattiche ancor più latenti potevano essere riscontrabili in ciò che si stava delineando in realtà più prossime quali l’Ucraina, la Georgia e la Moldavia. Ne conseguiva un’attenta valutazione circa l’approccio adattivo all’uso della forza militare individuato tuttavia all’interno di quei contesti già caratterizzati da un violento fermento politico e sociale. Pertanto, a fini espositivi, prima di descrivere l’approccio adattivo delineato dal generale Gerasimov, occorre prendere in considerazione la necessità di sviluppare tattiche preparatorie del terreno, le già menzionate gray zone tactics. Queste, così come riportato dallo schema seguente (Figura 2), si suddividono in base all’Obiettivo (Generico o Mirato) ed al livello di Violenza (Non Violente e Violente). Precedentemente, le avevamo definite come quelle azioni che prendono di mira principalmente l'opinione pubblica nazionale o internazionale e sono impiegate per promuovere gli interessi di una Nazione cercando di ridurre il rischio che tali attività, essenzialmente occulte, possano far sfociare l’escalation dei rapporti con la controparte in guerra (RAND, 2019). Tuttavia, proprio dall’osservazione generale delle “Cvetnaja revoljucija” e nel particolare dell’Ucraina, chi scrive, tende ad estenderne le finalità, considerandole anche nella loro natura preparatoria, nonché sovrapponibile, all’approccio adattivo dell’uso della forza militare. Difatti, a seconda dell’obiettivo politico, queste posso tanto permettere l’inserimento occulto di Operazioni Psicologiche, limitate all’influenza ed al condizionamento, quanto integrare e sostenere tutte le tipologie di operazioni militari, sia occulte che convenzionali. Per ultimo, non è errato sostenere come le grey zone tactics possano limitarsi a sfruttare ed amplificare fenomeni endemicamente presenti nei contesti operativi di riferimento per indebolire, disinformare, destabilizzare e polarizzare anche l’avversario politico caratterizzato da una maggiore stabilità politica e sociale.

Figura 2. Tipi ed esempi di Tattiche nella zona grigia sviluppate nell'analisi “Competing in the Gray Zone”, 2019, RAND Corporation.

Tornando ad osservare il chiarimento che, dalle colonne del Voenno-promyšlennyj kur'er (ВПК) (RU: Военно-промышленный курьер -IT: Corriere Militare Industriale) fu sviluppato dal Capo dello Stato Maggiore russo, si evince l’interesse verso il ruolo dei mezzi non militari nel raggiungimento di obiettivi politici e strategici. Da questo principio egli riuscì a riclassificare le forme ed i metodi che, a suo dire, l’Occidente aveva impiegato nella conduzione delle operazioni militari nel Nord Africa e nel Levante. Da questo il generale russo poteva teorizzare come “la neutralizzazione dei presidi del nemico è condotta all’interno della sua stessa estensione territoriale. Le differenze fra livelli strategico, operativo e tattico, così come fra operazioni offensive e difensive viene progressivamente erosa” (Gerasimov, 2013). Proprio per questo, il possibile inizio per lo sviluppo di un conflitto era in origine classificata come skrytoe (RU: скрытое зарождение- IT: latente), resa possibile da un approccio adattivo all’uso della forza militare (Figura 3).

Figura 3 Adattamento in italiano dello schema -Gerasimov- circa l’approccio adattivo all’uso della forza militare.

Come si evince dallo schema, il contesto operativo a cui Gerasimov fa riferimento è una realtà comunque già polarizzata ove, è necessario aggiungere a margine, è stato già fatto ricorso alle gray zone tactics. In tale cornice securitaria, si ipotizza che l’obiettivo politico richiesto sia un cambio di regime. Commisurando l’uso dello strumento militare alla richiesta, l’approccio adattivo verte in iniziali forme occulte di influenza, tese al sostegno di una fazione interna, attraverso cui cercare di indebolire, disorientare ed infine sopprimere la resistenza avversaria. Tuttavia, se ciò non dovesse accadere sarebbe necessario ricercare o persino creare il pretesto con cui sviluppare un intervento militare diretto.

Il 14 gennaio scorso, nel rispondere ad una domanda posta da una giornalista, il segretario stampa della Casa Bianca Jen Psaki, confermava il possesso di informazioni valide nel sostenere che Mosca aveva “già pre-posizionato un gruppo di operativi per condurre “false-flag operations nell’Est dell’Ucraina. Gli operativi sono addestrati nel combattimento urbano e all’uso di esplosivi per condurre atti di sabotaggio nei confronti delle stesse forze proxy della Russia” e che, le stesse informazioni, indicavano come “gli attori dell’influenza russa hanno già iniziato a fabbricare provocazione nello Stato e nei social media per giustificare l’intervento russo e seminare divisioni interne all’Ucraina. Per esempio, ufficiali russi e influence actors stanno enfatizzando le narrazioni sul deterioramento dei diritti umani in Ucraina e sulla maggiore militanza dei leader ucraini. Questa è tutta la diffusione della disinformazione” (White House, 14 gennaio 2022). Il comportamento tenuto dal Cremlino nel febbraio del 2022 ha mostrato una raccapricciante somiglianza con il suo approccio alla Georgia nel 2008 anche nella creazione del casus belli. “Cinque giorni prima del lancio della sua operazione militare, il Cremlino ha concluso l'esercitazione su larga scala Kavkaz-2008 e ha annunciato un ritiro. L'esempio georgiano mostra chiaramente che non ci si può fidare della retorica russa. A parte la forte mobilitazione militare, la parte russa sta cercando sempre di più di costruire un casus belli diffondendo disinformazione e accusando l'Ucraina di pianificare provocazioni militari nella regione orientale del Donbass” (Foreign Policy, 22 febbraio 2022). A questa sintetica esposizione si devono aggiungere le evidenze portate dagli ex agenti dell’FSB quali Sergei Viktorovich Skripal e Alexander Valterovich Litvinenko i quali hanno permesso di far emergere, ma non sempre di confermare in via oggettiva ed assoluta, possibili coinvolgimenti dell’FSB negli attentati agli appartamenti del 1999 accusando lo Stato Russo di aver usato queste azioni come false flag operations per l’inizio della seconda guerra cecena.

In ultimo, ed a scopo riassuntivo, è giudizio di chi scrive considerare l’approccio di Mosca come olistico e non lineare. Questo si rispecchia perfettamente nel concetto di “Unrestricted Warfare”, introdotto, a fine degli anni ’90 del secolo scorso, dai colonnelli dell’Esercito di Liberazione Popolare Cinese Qiao Liang e Wang Xiangsui. Tema fondante del documento cinese era difatti la considerazione che il confronto diretto e convenzionale con il “sistema dei sistemi” americano sarebbe risultato folle. Per questo motivo l’unica strategia a disposizione delle Nazioni o degli attori non statali per sconfiggere la superpotenza statunitense era attraverso l’annullamento dello scontro convenzionale teorizzando il “principio di addizione” vale a dire la combinazione, alle tradizionali capacità militari, di azioni economiche, politiche, diplomatiche, cyber, terroristiche e di propaganda. L’efficacia di questo concetto si può riscontrare a partire dal maggio 2003. Difatti, la possibilità di sfruttare e finanziare organizzazioni e gruppi insorgenti dediti ad azioni di guerriglia e ad altre tipologie di confronto non convenzionale, era già stato riscontrato e preso in valutazione dagli apparati informativi e militari statunitensi osservando l’atteggiamento di attori statali quali l’Iran, che si erano cimentati nel sostegno occulto alle milizie sciite in Iraq. David Kilcullen, senior counter-insurgency advisor del General David Petraeus in Iraq dal 2007 al 2008, all’interno di uno dei suoi saggi, “The Accidental Guerrilla”, pubblicato dalla Oxford University Press nel 2009, aveva analizzato questo impiego introducendo il concetto di guerra senza limiti e relazionandolo con i fenomeni insorgenti.

Bisogni informativi

Convenzionalmente i libri di storia riportano come ogni guerra scaturisca da un Casus Belli. Da questa logica, così come visto per le false flag, non ne sono sottratti gli scontri sostenuti su terreni non tradizionali i quali, a dispetto dei primi, richiedono in maggior misura la pervasività di un’analisi che, se indirizzata alla mitigazione ed al contrasto, può prevenire la deflagrazione dei conflitti armati. È certamente pleonastico ricordare come il colpo sparato da Gavrilo Princip abbia trascinato il mondo verso gli orrori del primo conflitto mondiale, tuttavia, in questo gesto è racchiusa la sedimentazione di eventi, tanto latenti quanto violenti nella loro propagazione, che a ritmo diverso hanno definito e continuano a definire l’intero assetto globale. Da tale digressione, tesa a rimarcare la complessità della logica causa-effetto, ne consegue come l’interrogazione della storia, anche più prossima, attraverso la scientificità dell’analisi risulti necessaria ai fini predittivi dell’atteggiamento di un’entità politica. Pertanto, la scientificità dell’intelligence nonché la sua profonda integrazione con le capacità del Sistema Paese assume estremo rilievo nello sviluppo delle politiche nazionali. Quanto espresso trova riscontro nella definizione che il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri fornisce del termine Intelligence Strategica. Quest’ultima viene indicata come quel processo che, basandosi sulle “informazioni atte a supportare l’adozione di politiche interne ed internazionali in materia di sicurezza nazionale, si caratterizza per la capacità di integrare elementi molteplici, funzionali a cogliere le tendenze di fenomeni e situazioni, individuando le vulnerabilità ed opportunità ad esse collegate” (DIS, 2019).

A completamento di quanto sino ad ora espresso, occorre precisare come i processi di condizionamento, tanto interni quanto esterni, possano essere definiti come una delle principali minacce alla sicurezza nazionale italiana. Questi impattano in modo diretto ed indiretto la vita politica, economica, finanziaria, sociale e financo giuridica del nostro Paese. Le politiche di influenza, condizionamento così come le semplici interferenze, non ambiscono esclusivamente a stravolgere la percezione dell’opinione pubblica e dei decisori politici, ma anche ad estromettere il ruolo rivestito dall’Italia in aree, esterne al territorio metropolitano, fortemente interconnesse ai bisogni del sistema Paese. L’estrema rilevanza dell’associazionismo di tipo mafioso e l’eco, ancora oggi netto, delle varie forme di condizionamento, anche cinetico, che nel corso dei decenni sono state impiegate dalle mafie, basterebbero da sole a testimoniare e giustificare una valutazione di estrema vulnerabilità e permeabilità del nostro Paese.

Non sono solo influenza e disinformazione ad essere ricercate. Focalizzandosi sugli aspetti tradizionali del possibile fronte interno italiano, è pertanto indubbio che, aggettivando la zona più esposta come grigia, siano cognitivamente richiamati aspetti connessi alla centralità del terreno umano. Il Target Audience Analysis (TAA) definito come lo studio sistematico degli individui e delle masse per migliorare la comprensione, l’identificazione dell'accessibilità, delle vulnerabilità e della suscettibilità all'influenza comportamentale e attitudinale, ci porta a decifrare come i possibili destinatari delle Psycological Operations del Cremlino, possano essere identificati all’interno di due macro-gruppi. Il primo appartiene ad una realtà inconsapevole che, colpito dall’impatto della disinformazione, è strettamente connesso nonché vulnerabile, agli effetti olistici della crisi economica nonché dalle oggettive forme di degrado che colpiscono le realtà urbane. Il secondo è invece racchiuso all’interno della realtà criminale. L’osservazione di quest’ultimo gruppo deve essere anzitutto differenziato dalla delinquenza comune. Da questa sottrazione, occorrerebbe ulteriormente suddividere i prodotti dell’analisi in strutture relazionali criminali che perseguono fini politici (soprattutto attraverso modalità eversive o azioni di disturbo) e strutture dagli esclusivi fini criminali. Quest’ultime, tanto autoctone quanto etniche, sono talvolta usate dalle prime per garantirsi sostegno logistico.

Non è dunque da escludere come in questi specifici gruppi, gli effetti delle Psyops, tese a condizionare l’atteggiamento delle organizzazioni, vengano ampliati dal sostegno, anche in termini economici, asservito al garantire ed aumentare le reciproche capacità incisive. Soprattutto nel caso dell’interazione con le strutture criminali di rilievo, la possibilità di garantirsi l’interazione con la rete relazionale dell’organizzazione è da considerarsi come elemento di pregio. Queste relazioni garantirebbero una forma di mutuo soccorso e, analizzando le possibilità di Mosca, tale fine potrebbe essere sviluppato in modo ancora più occulto grazie allo sfruttamento della ramificazione delle forme di crimine organizzato russo, peraltro, storicamente presente sul territorio europeo e nordamericano. Negli ultimi 20 anni, il ruolo della criminalità organizzata russa in Europa è cambiato notevolmente. Oggi i criminali russi sembrano aver appreso l’impiego delle tattiche nella zona grigia, operando come alleati, facilitatori e fornitori di bande locali europee e reti criminali a livello continentale. La loro versatilità ha permesso di riciclare e gestire fondi neri, di lanciare attacchi informatici, di esercitare influenza politica, trafficare in persone e merci e persino compiere omicidi mirati a nome del Cremlino (Galeotti, 2017). Dunque, in considerazione dell’acuirsi delle forme occulte del confronto internazionale, è all’interno di un sistema così naturalmente fragile che occorre indagare se l’Italia possa essere maggiormente esposta alle politiche di influenza sviluppate da attori statali quali la Federazione Russa.

Contrastare le tattiche nella zona grigia come sfida europea.

Occorre ora esprimere quelle considerazioni che, in parte sottolineate nel corso della trattazione, suggeriscono la necessità di condurre uno studio più dettagliato che sarà sviluppato all’interno di due successive pubblicazioni. La prima verterà sull’osservazione dell’atteggiamento della Federazione Russa consegnando particolare rilievo all’evoluzione dei concetti, non lineari ed olistici, che, a partire dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, hanno caratterizzato i documenti federali in materia di dottrina militare, politica estera e sicurezza nazionale. La seconda, sarà interamente basata sulle vulnerabilità che il nostro Paese sembra possedere verso le gray zone tactics e, grazie a metodologie quali i war games, in relazione alle vulnerabilità emerse, saranno suggerite tattiche ed eventuali mitigazioni.

Un’analisi condotta nel 2018 dalla RAND, ha valutato e messo in relazione l’atteggiamento che Russia e Cina assumono nell’arena internazionale. Entrambi i paesi vengano considerati come concrete sfide per i modelli politici democratici. Anche se Mosca e Pechino presentano ampie e rilevanti distinzioni ciò dimostra ulteriormente come l’ambiguità delle grey zone tactics celi la vasta gamma di attori che ne fa ricorso. Tuttavia, all’interno dell’analisi stessa la Russia non viene considerata come un “competitore pari, ma piuttosto come uno Stato canaglia ben armato che cerca di sovvertire un ordine internazionale che non può mai sperare di dominare (anche sulla scorta degli oggettivi dati economici riportati in precedenza). Al contrario, la Cina è un competitore alla pari che vuole plasmare un ordine internazionale che può oggettivamente aspirare a dominare. Entrambi i paesi cercano di alterare lo status quo, ma solo la Russia ha attaccato gli stati vicini, annesso i territori conquistati e sostenuto le forze ribelli” (RAND, 2018). Difatti, il prolungarsi del conflitto in Ucraina nonché l’emergere delle prime significative difficoltà in campo politico, diplomatico e militare rende sempre più spendibili agli occhi del Cremlino le strategie non lineari da attuarsi direttamente verso quei paesi, come l’Italia, che hanno reso più complessa, se non impossibile, l’affermazione delle volontà di Mosca su Kiev. Indagare in modo analitico la possibile tendenza delle azioni nonché le vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate per far breccia anche nella dimensione cognitiva di individui e masse, è cosa ovviamente complessa, che necessita di un approccio comprensivo ben più esteso.

In quest’ottica il nostro Paese appare sempre più fragile e recentemente, il progresso tecnologico, più che attenuare il fenomeno, si è prestato ad accrescere il novero delle dimensioni ove le già menzionate tensioni possono essere acutizzate. Se la recente pandemia di Covid19 ha dimostrato come la connettività digitale, tra lockdown e distanziamento sociale, sia diventata anche per l’Italia vitale per il superamento delle difficoltà quotidiane affrontate da persone, aziende e pubblica amministrazione, è altresì inconfutabile come, tramutatasi in bene sociale, la connettività digitale esponga maggiormente il nostro Paese ad attacchi cibernetici nonché alla diffusione della disinformazione. Dunque, se attori come la Federazione Russa possono ambire ad aumentare e velocizzare la propria influenza, ciò è essenzialmente dovuto allo sfruttamento di questa nuova arena digitale ove, nel particolare settore dei social networks è forte il rischio di una marcata infodemia. Quanto espresso viene rimarcato anche all’interno dello studio condotto dall’analista Samuel Brannen per il CSIS. La ricerca sostiene come la pandemia abbia generato nell’ambiente informativo globale alti livelli di disinformazione. Quest’ultima, arrivando direttamente nei nostri smartphone, rappresenta il primo strumento, tanto valido quanto occulto, per introdurre nella sfera privata la competizione geopolitica (CSIS, 2020). Ciò contribuisce altresì all’efficacia delle tradizionali tecniche di guerra psicologica e disinformazione riconosciute nella loro importanza e sviluppate dai russi già dal 1923, anno in cui il vicedirettore della Gosudarstvennoe političeskoe upravlenie (GPU), Józef Unszlicht, suggerì ed infine ottenne la creazione un'unità speciale di disinformazione per condurre operazioni di intelligence attiva (ICDS, 2017). È innegabile come queste azioni contribuiscano nell’infondere instabilità e sospetto all’interno di tessuti sociali profondamente indeboliti dall’unione di crisi e preesistenti disagi sociali rendendo altamente probabile che la ricerca di un vantaggio, anche in termini di consenso politico interno, possa trasformarsi in una pericolosa erosione dell’unità nazionale. Questa complessità richiede una coerente, comprensiva e coordinata azione di contrasto che si estende dai livelli di degrado agli indici di corruzione propri di una nazione, sintetizzabili dai troppo spesso trascurati livelli di istruzione e senso civico.

In conclusione, se è chiaro che ci troviamo di fronte a un ambiente securitario tanto continentale quanto globale sempre più complesso, competere con tali tattiche si tramuta in una sfida multidominio che non può essere affrontata in modo individuale dai paesi dell’Unione Europea. Senza abbandonare il campo della disinformazione, secondo una indagine di Eurobarometro, “l'83% dei cittadini europei ritiene che le notizie false costituiscano un pericolo per la democrazia” (Dipartimento Politiche UE, 2018). Questo in un quadro antecedente alle vicende pandemiche e all’invasione russa dell’Ucraina. Su questi riferimenti già nel 2018, la Commissione europea era riuscita a proporre una Comunicazione per contrastare la disinformazione online definendola come "informazione rivelatasi falsa, imprecisa o fuorviante concepita, presentata e diffusa a scopo di lucro o per ingannare intenzionalmente il pubblico, e che può arrecare un pregiudizio pubblico” (Dipartimento Politiche UE, 2018). Ciò dimostra ulteriormente come le linee di contrasto a cui tenderemo a dare fondo devono essere lette quali opportunità per migliorare, anche sul piano della homeland security, l'unità di intenti e di sforzi, integrando e rendendo aderenti al mutato contesto securitario i processi di osmosi informativa ed operativa interni all’Unione.

Contenuto dell’Informazione

1

Confermata

Confermato da altre fonti indipendenti; logico in sé; coerente con altre informazioni sull’argomento

2

Presumibilmente Vera

Non confermato; logico in sé; consistente con altre informazioni sull’argomento.

3

Forse Vera

Non confermato; ragionevolmente logico in sé; concorda con alcune altre informazioni sull’argomento

4

Incerta

Non confermato; possibile ma non logico in sé; non ci sono altre informazioni sull’argomento

5

Improbabile

Non confermato; non logico in sé; contraddetto da altre informazioni sul soggetto.

6

Non giudicabile

Non esiste alcuna base per valutare la validità dell’informazione.

Affidabilità della fonte

A

Affidabile

Nessun dubbio di autenticità, affidabilità o competenza; ha una storia di completa affidabilità.

B

Normalmente Affidabile

Piccoli dubbi di autenticità, affidabilità, o competenza, tuttavia ha una storia di informazioni valide nella maggior parte dei casi.

C

Abbastanza Affidabile

Dubbio di autenticità, affidabilità o competenza; tuttavia, in passato ha fornito informazioni valide.

D

Normalmente non Affidabile

Dubbio significativo sull'autenticità, affidabilità o competenza, tuttavia in passato ha fornito informazioni valide.

E

Inaffidabile

Mancanza di autenticità, affidabilità e competenza; storia di informazioni non valide.

F

Non giudicabile

Non esiste alcuna base per valutare l’affidabilità della fonte.

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