A cura di Giada Gullà, Junior Policy Analyst
Disuguaglianze sociali e povertà post-COVID in Italia: dal reddito di cittadinanza alle nuove politiche di sostegno
Abstract
L’avvento della pandemia da COVID-19 ha generato un profondo shock nell’equilibrio già particolarmente fragile del sistema di welfare italiano, favorendo lo sviluppo di nuove forme di povertà e accentuando le già presenti disuguaglianze sociali. A partire dal 2020, si è infatti registrato un aumento del numero di soggetti classificati “poveri”, mentre altri si sono stabilizzati in una condizione di povertà assoluta, dando luogo così ad un fenomeno di indigenza sempre più allarmante. A rendere il quadro ancora più preoccupante è il lento ritorno agli standard economici nel periodo pre-Covid, a causa delle congiunture internazionali che caratterizzano questi ultimi anni. La combinazione di crisi sanitarie, instabilità geopolitica e sfide ambientali ha messo a dura prova la resilienza del sistema economico, ostacolando la crescita e aggravando le disuguaglianze sociali già esistenti. Questo contesto di crescente fragilità ha sollevato interrogativi circa la capacità di risposta del sistema di welfare italiano di fronte alle nuove sfide sociali e economiche. Tra le varie misure di contrasto alla povertà messi in atti dallo Stato italiano, si può menzionare il tanto discusso Reddito di Cittadinanza (RdC), introdotto nel 2019 come strumento di sostegno economico e inclusione lavorativa. Considerata una delle principali manovre volte a fronteggiare l’emergenza pandemica e le sue conseguenze, l’efficacia del RdC è stata oggetto di dibattito sia per l'insufficiente integrazione con il mercato del lavoro, sia per la sua capacità limitata di alleviare la povertà a lungo termine.
Tale analisi si propone di esaminare in che modo la crisi sanitaria abbia modificato il volto della povertà e il sistema di disuguaglianze sociali, cercando di comprendere lo scenario pre e post-Covid che caratterizza il welfare italiano così come le misure di intervento implementate negli ultimi anni. In particolare, si esploreranno le ripercussioni della pandemia su categorie vulnerabili, quali giovani, famiglie a basso reddito e lavoratori precari, e si valuterà l’efficacia delle politiche adottate per contrastare l’aumento della povertà. Inoltre, si prenderanno in considerazione le politiche di contrasto alla povertà adottate nel resto del mondo al fine di migliorare la risposta del sistema italiano alle attuali criticità.
Parole chiave: Disuguaglianze sociali, Povertà, Reddito di Cittadinanza, COVID-19
INDICE
- Le conseguenze della pandemia sulle disuguaglianze sociali e il welfare italiano: dati ed evidenze
- Analisi dei dati e delle evidenze sull’impatto sociale ed economico del COVID-19
- Disuguaglianze sociali in Italia: confronto dei dati prima e dopo la pandemia (2020-2024)
- Dal reddito di cittadinanza alle nuove politiche di sostegno: criticità, risultate e prospettive
- Modelli di sostegno sociale in Europa e nel mondo
- Ingreso Mínimo Vital, il modello spagnolo
- Canada Emergency Response Benefit (CERB), il modello canadese
- Universal Credit, il modello inglese
- Nuove soluzioni o nuovi problemi?
- Reddito di Cittadinanza, Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro: politiche di sostegno a confronto
- Conclusione
1. Le conseguenze della pandemia sulle disuguaglianze sociali e il welfare italiano: dati ed evidenze
La pandemia da COVID-19, che ha sconvolto radicalmente la vita quotidiana a livello mondiale tra il 2020 e il 2022, ha avuto effetti devastanti non solo sulla salute pubblica, ma anche sull'economia e sulla coesione sociale. Le misure di contenimento della pandemia, insieme alla crisi economica che ne è derivata, hanno rafforzato le disuguaglianze sociali preesistenti e messo in luce le fragilità del sistema di welfare italiano. Le conseguenze dell’emergenza sanitaria si sono tradotte in disparità sempre più marcate, in campo economico, sanitario e soprattutto in una prospettiva sociale. Questo capitolo analizza in che modo la pandemia ha inciso sulle disuguaglianze sociali e sul welfare, attraverso dati ed evidenze empiriche che mostrano l'impatto delle politiche adottate e le sfide future per il nostro sistema sociale.
1.1 Analisi dei dati e delle evidenze sull’impatto sociale ed economico del COVID-19
Secondo il Rapporto annuale del 2022 dell’Istat, che mette in luce le principali evidenze e conseguenze dei due anni di pandemia, si è registrata una perdita netta di popolazione residente pari a 658 mila persone tra il 2020 e il 2021, dovuta al numero di decessi, al calo delle nascite e alla contrazione dei flussi migratori. Rispetto al biennio 2018-2019, gli effetti risultano più pronunciati nel Nord rispetto al Sud, che presenta un calo demografico in linea con il periodo pre-pandemico (Istat, 2022). Tale quadro generale rappresenta una prima criticità, in quanto il declino delle nascite a causa di una crescente incertezza economica e il conseguente aumento della popolazione anziana hanno un effetto diretto sul sistema di welfare, portando a un aumento del peso delle pensioni e della spesa sanitaria.
Nel dettaglio, oltre all'ambito demografico, occorrerebbe analizzare in che modo la crisi possa aver accentuato le disuguaglianze sociali ed economiche nei vari segmenti della popolazione. La crisi economica ha colpito in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili della popolazione. Dal rapporto emerge come le fasce più duramente colpite siano stati i lavoratori dipendenti a termine (-55,5%) e i lavoratori autonomi (-30%), categorie caratterizzate da un elevato grado di precarietà che ha contribuito ad accrescere le loro fragilità in tale contesto (Istat, 2022). Tale disuguaglianza risulta una componente interconnessa al campo economico se si considera che i lavoratori meno qualificati hanno avuto meno possibilità di accedere alla modalità smart working, impedendo loro di conseguire il salario mensile a causa dell’isolamento obbligatorio e della chiusura delle principali attività.
Per quanto riguarda le criticità emerse nel mercato del lavoro, nel 2020 i soggetti duramente colpiti sono state le donne (48,4% rispetto al 50,2% nel 2019) e i giovani (16,6% degli occupati rispetto al 18,4% nel 2019), a causa dell’aumento della disoccupazione e della riduzione delle opportunità di primo impiego (Istat, 2022). Ma ciò che contribuisce a delineare un quadro particolarmente critico è l’aumento dei livelli di povertà: nel 2021 si verifica un raddoppio della povertà assoluta coinvolgendo 1.960.000 famiglie, 5.600.000 di individui, 382.000 minori, 86.000 giovani di 18-34 anni e 734.000 anziani (Istat, 2022). Tali livelli risultano però peggiorati nel 2021 nel Mezzogiorno rispetto al Nord in cui invece si attesta un lieve miglioramento.
I dati mostrano un aumento preoccupante dei livelli di povertà nelle famiglie, e non solo in quelle dove vi è almeno un soggetto in cerca di lavoro, bensì anche in quei nuclei dove vi è una persona di riferimento occupata. Nel 2021 un italiano su venti nel Centro-nord era in condizione di povertà assoluta, più di un italiano su dieci nel Mezzogiorno e uno straniero su tre nel Centro-nord; tra le famiglie con minori, era in povertà assoluta l’8,3% delle famiglie di soli italiani e ben il 36,2% di quelle di soli stranieri (Istat, 2022). Secondo il rapporto dell’Istat, è possibile calcolare il livello di povertà rispettivamente per ogni categoria di appartenenza rispettivamente suddivise in 7 gruppi principali: Famiglie numerose con figli adulti (16,9%), giovani famiglie di stranieri con occupazioni precarie e figli minori (22%), occupati con basso profilo professionale e figli minori (23,3%), single stranieri occupati (9,3%), anziani soli (11,9%) e coppie di anziani (9%).
Dai dati emerge che, di fronte alla crisi pandemica e, più nello specifico, alle misure di contenimento, si sono verificate importanti ripercussioni sia dal punto di vista economico sia da quello sociale. Tali dinamiche hanno amplificato le disuguaglianze economiche e sociali: mentre i lavoratori stabili hanno subìto conseguenze più contenute, precari, giovani, donne e famiglie hanno visto peggiorare significativamente la loro condizione. L’aumento della povertà assoluta riflette una crescente disuguaglianza sociale e vulnerabilità economica, accentuando la polarizzazione tra categorie “privilegiate” e “vulnerabili”. E’ necessario quindi sottolineare come il COVID-19 ha accentuato un fenomeno già fortemente critico e al tempo stesso presente, specialmente nelle aree già fragili economicamente. Ma è soprattutto l’incidenza crescente della povertà tra lavoratori in cui si evidenzia una certa fragilità del mercato del lavoro, richiedendo interventi strutturali necessari a risolvere le criticità.
1.2 Disuguaglianze sociali in Italia: confronto dei dati prima e dopo la pandemia (2020-2024)
In seguito alla fine del biennio caratterizzato dall’emergenza pandemica, si registra una prima ripresa economica in Italia a partire dall’anno 2022, con un aumento del PIL del 3,7% rispetto al 2019 (Istat, 2023). Oltre ai primi effetti positivi che si registrano anche dal punto di vista occupazionale, secondo il Rapporto annuale dell’Istat del 2023, si rileva anche una prima riduzione della popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale dal 25,2% nel 2021 al 24,4% del 2022. A rimanere invece stabile è la popolazione a rischio di povertà (20,1%) evidenziando il primo contrasto in termini di disuguaglianze sociali, ma anche territoriali, in questa graduale ripresa (Istat, 2023). In seguito alla ripresa economica e ad una rinascita per quanto riguarda i livelli occupazionali, nel 2023 il livello di povertà subisce un miglioramento. Si attesta quindi un’incidenza di povertà assoluta pari all’8,5% tra le famiglie e 9,8% tra gli individui, raggiundendo un totale di 2.350.000 famiglie e di 5.752.000 individui in povertà (Istat, 2023). Tale tendenza è strettamente interconnessa al fenomeno dell’inflazione registrata negli ultimi anni così come la persistenza della precarietà, specialmente tra i lavoratori dipendenti. Si può notare infatti come i livelli di povertà assoluta familiare sono più bassi al Centro (6,8%), al Nord (8,0%) ma più alti nel Sud (10,2%) e nelle Isole (10,3%) (Istat, 2023).
Un altro dato di estrema importanza è riguardante gli effetti generazionali: gli indicatori di benessere giovanile sono tra i più bassi in Europa, con difficoltà nel trovare lavoro, redditi bassi e mancanza di prospettive stabili per il futuro. Nella categoria dei giovani si registra il 14% dei minori che vive in povertà assoluta (1,3 milioni), seppure questa percentuale decresca all’aumentare dell’età. Tra i giovani adulti (18-34 anni), l’incidenza di povertà si attesta all’11,9%, riflettendo la precarietà occupazionale e l’alto costo della transizione all’indipendenza economica (Istat, 2023). La povertà tra i lavoratori invece è aumentata dal 5,3% nel 2019 al 7,6% nel 2023. Per quanto concerne invece la situazione femminile, il divario salariale di genere (17,9% nel 2023) e la prevalenza di contratti part-time involontari ostacolano il miglioramento delle loro condizioni economiche (Istat, 2023).
Dall'analisi di tali evidenze emerge che l'emergenza sanitaria ha amplificato e reso più visibili le disuguaglianze sociali ed economiche preesistenti in Italia. Le implicazioni economiche e sociali hanno colpito le fasce più vulnerabili della popolazione con maggiore intensità: giovani, donne, lavoratori precari, famiglie numerose e residenti nel Mezzogiorno, per i quali le condizioni strutturali di partenza erano già fragili. Il fenomeno della povertà lavorativa e le crescenti disuguaglianze sociali tra "privilegiati" e "vulnerabili" rappresentano segnali di allarme che richiedono interventi mirati. Nonostante la graduale ripresa economica avviata nel 2022 e il lieve miglioramento dei livelli di povertà assoluta, il sistema italiano presenta ancora criticità strutturali che non sono state superate. La perdurante povertà tra i lavoratori, le disparità regionali e di genere, nonché le difficoltà generazionali, dimostrano che la pandemia ha creato nuove sfide ancor più complesse che richiedono politiche di welfare più incisive.
1.3 Dal reddito di cittadinanza alle nuove politiche di sostegno: criticità, risultati e prospettive
Di fronte a un’emergenza senza precedenti, i governi dei principali Paesi cercano di rispondere concretamente a tali problematiche. Nel 2019, in particolare, il governo italiano ha deciso di adottare il Reddito di Cittadinanza (RdC), una misura di politica attiva del lavoro volta a contrastare il livello di povertà, disuguaglianza e esclusione sociale. In realtà, prima dell’introduzione di questa nuova misura, era già attivo il Reddito di inclusione, che però sarà abrogato in seguito al decreto-legge n. 4/2019.
Entrato in vigore il 1° marzo 2019, il RdC è rivolto direttamente alle famiglie, prevedendo un sostegno economico come forma di integrazione reddituale e con l'obiettivo successivo di inserimento lavorativo e sociale. Secondo i dati Istat, nel 2020, attraverso tale misura, sono stati erogati circa 7,2 miliardi di euro a 1,6 milioni di famiglie, per un totale di 3,7 milioni di persone beneficiarie di un importo medio mensile di 530 euro (Istat, 2024). Nel 2020 è stato approvato un ulteriore sostegno a favore delle famiglie, chiamato Reddito di emergenza, per coinvolgere una platea più vasta di nuclei familiari esclusi dalle varie misure di sostegno previste nei decreti legge anti crisi. Quest’ultimo sostegno è considerato una forma di RdC semplificato, in quanto presenta vincoli meno stringenti e quindi più “accessibile”.
Secondo i dati Inps-Istat riportati nel Rapporto annuale Istat del 2022, è possibile verificare l'impatto reale di tali sostegni sui beneficiari. Le evidenze emerse mostrano che tali sussidi, proprio in base alle caratteristiche strutturali che presentano, vengono completamente spesi dalle famiglie per l’acquisto di beni e servizi. Proprio in ragione di ciò, le spese per i vari consumi compiute dai soggetti riescono a cogliere e mostrare l’effettivo standard di vita delle famiglie e a effettuare una comparazione della propria situazione rispetto alla propria soglia di povertà assoluta, se la misura di sostegno non fosse stata erogata. Dall'analisi emerge che tali misure, nell'anno 2020, hanno permesso a 1 milione di individui (circa 500.000 famiglie) di non trovarsi in condizione di povertà assoluta; l'intensità della povertà, in assenza di sussidi, sarebbe stata ben 10 punti percentuali più elevata (Istat, 2022). Si potrebbe quindi affermare che l'erogazione di tali aiuti da parte del governo italiano ha portato a un miglioramento dei livelli di povertà, attestandosi al 9,4% anziché all'11,1% in assenza degli stessi (Istat, 2022). Inoltre, gli effetti positivi si sono registrati in misura maggiore nel Sud Italia, dove i redditi sono più bassi e più difficile è l’ingresso nel mondo del lavoro.
Per comprendere le criticità del RdC, bisognerebbe conoscerne le caratteristiche strutturali, che rappresentano anche le ragioni della sua inefficienza. Per quanto riguarda i requisiti di accesso, vi sono quelli economici e quelli non economici: i primi si riferiscono a un valore ISEE inferiore a 9.360 euro e a un reddito equivalente (scala RdC) inferiore a 6.000 euro; i secondi, invece, si riferiscono al requisito territoriale, ovvero la residenza in Italia da almeno 10 anni (gli ultimi 2 continuativi), e, solo per gli extracomunitari, l’esibizione di documenti ufficiali, certificati nel paese di origine, riguardanti la ricchezza mobiliare e immobiliare. Tali requisiti, però, iniziano già a mostrare le prime debolezze a partire dall’implementazione del RdC. Si osserva, ad esempio, che alcune famiglie con patrimoni superiori alla soglia stabilita sono escluse, nonostante vivano in una condizione economica critica, così come le famiglie extracomunitarie, a causa del requisito territoriale. Ma la scala di equivalenza rappresenta la principale ragione di limitazione dell’accesso a tale misura per molte famiglie, più di qualsiasi altra caratteristica tecnica. Questa scala, usata per misurare la soglia reddituale delle famiglie, si contraddistingue da quella impiegata per calcolare l’ISEE risultando meno rigida e in grado di fornire una valutazione più equilibrata dei bisogni economici delle famiglie con più componenti. Tuttavia, la scala di equivalenza tende a sottovalutare i bisogni delle famiglie: nel calcolo della soglia reddituale, infatti, questo valore cresce proporzionalmente all’aumentare dei componenti del nucleo familiare. Ma in termini pratici, cosa significa tutto ciò? In sintesi, i nuclei familiari con un solo componente ottenevano benefici economici maggiori rispetto a quelli più numerosi: una coppia con tre figli minori di 18 anni può ricevere fino a 12.000 euro all’anno, mentre l’importo massimo annuale per una famiglia composta da due o più adulti e almeno quattro figli minori di 18 anni, è di 12.600 euro (Istat, 2024). Ciò significa che le famiglie con più figli ricevono meno benefici economici rispetto a quelle con meno figli.
Tali evidenze mettono in luce una delle principali criticità del RdC, poiché la scala di equivalenza utilizzata per verificare i requisiti economici del RdC pone le famiglie con più componenti e minori in netto svantaggio, in quanto il calcolo del reddito totale si basa su un denominatore che diventa sempre più piccolo all’aumentare della numerosità familiare. In altri termini, aumenta il divario tra la soglia di povertà assoluta e l’importo del RdC per le famiglie numerose che, talvolta, si ritrovano escluse da maggiori benefici economici. Tuttavia, è altrettanto vero che alcune famiglie, superando di poco la soglia richiesta, non riescono ad accedere a tale misura, nonostante le reali difficoltà riscontrate. A ciò si aggiunge il limite territoriale che impedisce ai cittadini extracomunitari di beneficiare di tale misura economica (Istat, 2024).
Tra i limiti del RdC, vi è inoltre la frammentazione dei servizi finalizzati all’inserimento lavorativo e a una maggiore inclusione sociale. Infatti, uno degli obiettivi principali del RdC non è semplicemente sostenere economicamente gli individui che vivono nella soglia di povertà, ma aiutarli a uscire da tale situazione, favorendo il loro ingresso nel mondo del lavoro dopo le conseguenze del periodo pandemico. Per raggiungere un obiettivo ambizioso come questo, erano coinvolte diverse strutture come i Centri per l’Impiego (CPI), i servizi sociali dei comuni, i servizi sanitari e le istituzioni scolastiche. Tuttavia, durante l'attuazione della misura, sono emersi problemi di comunicazione e organizzazione tra i diversi enti, soprattutto a causa di problemi tecnici legati alla connessione tra le varie piattaforme utilizzate (INPS, *MyAnpal, **GePI e piattaforme regionali). Tra i problemi emersi, vi sono quelli di natura tecnica, la disinformazione da parte dei beneficiari riguardo alla misura, la disomogeneità dei servizi sociali a livello comunale e i problemi relativi all'effettiva implementazione di veri e propri percorsi di inserimento lavorativo (Sacchi et al., 2023).
Nonostante alcuni effetti positivi emersi nel Rapporto dell’Inps del 2022 e del 2024, il RdC ha presentato molti limiti e criticità, nonché una evidente frammentazione, soprattutto di tipo sociale e territoriale. Al Nord, i comuni con maggiori risorse hanno sviluppato progetti più complessi e integrati, mentre nel Sud molti enti locali non disponevano delle risorse necessarie per realizzarli.
Di fronte a queste criticità, il governo italiano, attraverso il DL 48/2023, convertito con L. 85/2023, ha sostituito il RdC con due nuove misure: l'Assegno di Inclusione, uno strumento di contrasto alla povertà e di sostegno all'inclusione sociale, e il Programma di Inserimento Lavorativo, volto a favorire l'inserimento o il ritorno al lavoro di persone di età compresa tra i 19 e i 59 anni, attraverso percorsi di formazione e di orientamento. La riforma rappresenta un cambio di paradigma significativo rispetto al RdC, in quanto si focalizza su una maggiore selettività e sull’inclusione sociale. Tuttavia, anche in questo caso, potrebbero esserci dei cambiamenti significativi che potrebbero mettere a rischio la sua implementazione, e questi cambiamenti verranno analizzati successivamente.
2. Modelli di sostegno sociale in Europa e nel mondo
Durante la crisi emergenziale, i governi dei vari Paesi hanno svolto un ruolo centrale nell’adozione delle politiche volte a contenere gli effetti economici, sociali e politici derivanti. Le varie misure adottate hanno avuto un impatto differente a seconda dei loro risultati e degli effetti prodotti: alcune sono state più efficienti di altre. Dopo aver analizzato l’esperienza italiana, risulta a questo punto necessario esaminare con attenzione le esperienze a livello europeo per poter comprendere non solo quali errori sono stati commessi, ma anche apprendere lezioni da applicare nel contesto nazionale.
2.1. Ingreso Mínimo Vital, il modello spagnolo
Tra gli esempi più noti vi è sicuramente la misura adottata dal governo spagnolo nel 2020 dell’Ingreso Mínimo Vital, una misura non contributiva che possono richiedere sia i singoli individui sia i rappresentanti di un nucleo familiare. Essa è finalizzata a prevenire i rischi di povertà ed esclusione sociale di quei soggetti che non possiedono risorse adeguate per far fronte ai propri bisogni primari. L’Ingreso Minimo Vital presenta tuttavia una caratteristica che rende la misura alquanto innovativa, ovvero garantisce un ingresso economico minimo, un reddito minimo, a coloro i quali si trovino in condizioni di necessità. È infatti il primo programma nazionale in Spagna ad armonizzare il sistema di redditi minimi precedentemente frammentato tra le regioni, garantendo maggiore equità delle prestazioni. Per quanto riguarda i requisiti personali di accesso, è necessario possedere il requisito territoriale, quindi risiedere in Spagna da almeno un anno prima della presentazione della richiesta, avere un'età compresa tra i 23 e i 65 anni, fatta eccezione per i diciottenni con minori a carico, aver versato almeno un anno di contributi alla Seguridad Social e, se si tratta di un richiedente individuale, essere economicamente indipendente da almeno tre anni. Per le donne vittime di violenza di genere, così come per le vittime della tratta di esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione, sono previsti requisiti più flessibili. Inoltre, se il richiedente è disoccupato, deve essere regolarmente iscritto nelle liste di collocamento (Leggo Tenerife, 2020).
Tra i requisiti economici, così come nel caso del RdC, deve sussistere una condizione di difficoltà economica che viene calcolata sulla base di una tabella di riferimento tra il reddito percepito e il reddito minimo idealizzato (ad esempio, un solo adulto deve avere un reddito minimo di 16.614,00 euro per potervi accedere). L’importo di tale reddito varia quindi a seconda degli individui: si va da un minimo di 462 euro per un adulto a un massimo di 1.015 euro per le famiglie con cinque membri. Inoltre, tale prestazione è compatibile con l’attività lavorativa del soggetto che può continuare a riceverla, a condizione che il suo reddito sia inferiore a quello minimo, come stabilito nella tabella teorica. Da tale caso si evince che vi sono delle differenze strutturali importanti tra il RdC e la misura adottata dal governo spagnolo, a partire dal requisito territoriale che si presenta meno stringente rispetto a quello italiano. Un'altra differenza riguarda la valutazione dei requisiti economici che tiene maggiormente conto dei bisogni della famiglia, in quanto l’importo assegnato aumenta all’aumentare del numero di componenti. Inoltre, il RdC ha una durata di 18 mesi, mentre l’Ingreso Minimo Vital non prevede una scadenza, ma piuttosto un rinnovo annuale per verificare la situazione economica del beneficiario (Leggo Tenerife, 2020).
Oltre a queste differenze, vi sono anche alcuni aspetti in comune: entrambe le misure devono affrontare il problema del non take-up, ovvero tutte quelle famiglie che risultano idonee, ma che non richiedono tale beneficio, fenomeno particolarmente rilevante in Spagna. Tuttavia, l'Ingreso Minimo Vital presenta alcuni limiti che è necessario considerare, come una copertura inferiore rispetto al potenziale (solo circa il 36% della popolazione potenzialmente eleggibile ha effettivamente ricevuto il beneficio). La differenza sostanziale sta nella minore rigidità del programma spagnolo rispetto a quello italiano, nonché nella maggiore efficacia delle modifiche strutturali adottate dal programma spagnolo per risolvere tali limiti. Tale modello rimane comunque da tenere in considerazione per poter migliorare alcuni aspetti che a volte limitano i beneficiari e i benefici del RdC. L’IMV rappresenta infatti una prospettiva verso un sistema di welfare più integrato e universale, migliorando alcune carenze del sistema di protezione sociale spagnolo, risultando sostanzialmente come un esempio per migliorare ulteriormente la risposta del governo Italiano nella stessa circostanza.
2.2. Canada Emergency Response Benefit (CERB), il modello canadese
Spostandosi dall’altra parte dell’oceano, in questa sezione si farà riferimento a un programma adottato in Canada, ossia il Canada Emergency Response Benefit (CERB). Anche in questo caso, come per le misure italiana e spagnola, si tratta di un sostegno economico destinato a chi si è trovato in difficoltà durante la crisi pandemica. A differenza del RdC, si tratta di una misura temporanea, con una durata massima di 16 settimane e un importo fisso di 500 dollari canadesi a settimana. Tale misura si rivolge sia ai lavoratori dipendenti che ai lavoratori autonomi, a condizione che abbiano la residenza canadese da almeno 15 anni, abbiano avuto un reddito di almeno 5.000 $ nel 2019 o nei 12 mesi precedenti la domanda e siano senza impiego o senza reddito da lavoro autonomo per almeno 14 giorni consecutivi nel periodo iniziale di quattro settimane. Trattandosi di una misura temporanea, non è previsto un sostegno al reinserimento lavorativo, ma solo un sostegno economico per aiutare i soggetti in difficoltà. Tale programma presenta, tuttavia, dei limiti che, come nel caso italiano e spagnolo, si sono rivelati sostanziali: il cosiddetto non take-up, ovvero il fatto che numerosi soggetti non abbiano richiesto la misura, e la critica di inadeguatezza dell’importo rispetto ai reali bisogni. Tuttavia, anche in questo modello c’è qualcosa da cui poter apprendere ed eventualmente applicare al caso italiano, ed è incentrato soprattutto sulla velocità con cui il sostegno è stato fornito dallo Stato canadese. Inoltre, i destinatari di tale sostegno sono anche i lavoratori autonomi, esclusi dal RdC. Infine, ma non meno importante, è proprio il carattere di flessibilità a rappresentare il punto di forza di questo programma, poiché in assenza di obiettivi di lungo periodo, la misura risulta più efficiente (CNIB, 2020).
2.3. Universal Credit, il modello inglese
Ulteriore strumento degno di essere analizzato, è lo Universal Credit, introdotto nel Regno Unito nel 2012 attraverso la Welfare Reform Act. Tale misura ha inglobato sei diversi sussidi rivolti ad esempio al sostegno delle famiglie con figli o l'indennità di disoccupazione. Durante la pandemia di COVID-19, lo Universal Credit ha svolto un ruolo cruciale come parte della risposta del governo alla crisi. Un aspetto chiave della Universal Credit è che esso integra i sussidi come quelli per il reddito e l'alloggio in un'unica erogazione mensile, ma con una struttura progressiva che tiene conto della variazione del reddito. All’aumentare del reddito, diminuisce il beneficio ottenuto. Questo sistema tapered è stato concepito come un modo per evitare la poverty trap, dove i benefici scendono drasticamente se una persona inizia a lavorare (Institute for Government, 2020).
Per quanto riguarda le analogie e differenze con il RdC, entrambe le misure sono state progettate per contrastare la povertà e supportare i disoccupati, ma ci sono differenze nel funzionamento e nei requisiti. Ad esempio l’UC è più generoso verso le famiglie con minorenni, così come nel caso spagnolo, rispetto al RdC che è più generoso nei confronti degli individui lavoratori. E allo stesso tempo, entrambi i programmi incentivano il reinserimento al lavoro ma in una forma differente in quanto l’UC prevede una diminuzione graduale all'aumentare del reddito, mentre il RdC presuppone un reinserimento attivo attraverso programmi di reinserimento. Anche in questo caso, inoltre, si tratta di una misura temporanea, volta a sostenere i soggetti in difficoltà per un periodo di tempo definito. E soprattutto, un’ulteriore differenza sta nell’erogazione del beneficio che varia a seconda del reddito e non dipende dal patrimonio del soggetto, come nel caso del RdC (Institute for Government, 2020).
3. Nuove soluzioni o nuovi problemi?
Di fronte ad un quadro particolarmente complesso come quello descritto fino ad ora, le misure recenti del governo italiano sono state rivolte alla risoluzione dei principali limiti e problematiche originate in particolar modo dal RdC. Si fa riferimento quindi alle principali criticità emerse nei primi anni della sua implementazione come la gestione delle domande, l'integrazione tra i servizi sociali e i Centri per l’Impiego (CpI) e le difficoltà di coordinamento tra le amministrazioni locali e i servizi territoriali. Un altro punto critico è altresì la governance multilivello, che richiede un migliore coordinamento tra gli attori locali e quelli centrali. Talvolta infatti, la collaborazione tra CpI, servizi sociali e il terzo settore si è ritrovata ad affrontare un gap attuativo a livello territoriale del RdC. Di recente però vi sono state alcune modifiche che hanno cercato di andare incontro a tali limiti, con l’implementazione di nuove misure. Nell’introdurre nuovi strumenti, si discute però circa la reale capacità del governo e dei sistemi politici di poter garantire una reale inclusione sociale, apportando quindi una soluzione ai problemi emersi oppure aggravando ulteriormente i problemi preesistenti con ulteriori contraddizioni e criticità.
3.1 Reddito di Cittadinanza, Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro: politiche di sostegno a confronto
A partire dalla legge di bilancio per il 2023, il governo Meloni riduce a sole 7 mensilità il godimento del beneficio economico del RdC, salvo nei casi di nuclei familiari che hanno a carico persone con disabilità, minorenni o persone con almeno sessanta anni di età. Tale legge disciplina inoltre l’abrogazione del RdC a partire dal 1° gennaio 2024 ponendo quindi fine all’esperienza del reddito minimo universalistico, fino ad allora in vigore. Si introducono quindi criteri più precisi al fine di poter beneficiare di tale sostegno, come l’appartenenza ad una categoria meritevole di tutela. Coloro che non rientrano in tali categorie possono accedere al sostegno economico ma solo in forma temporanea. Viene comunque richiesta la frequenza a corsi di formazione e riqualificazione professionale che si configurano come obblighi di adempimento al fine di ottenere il beneficio piuttosto che la produzione di reali effetti connessi al reinserimento lavorativo (Sacchi et al., 2023).
A seguito dell’abrogazione del RdC, vengono approvate due misure che lo sostituiscono, ovvero l’Assegno di Inclusione (ADI) a partire dal 1° gennaio 2024 e il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL) richiedibile dal 1° settembre 2023. La prima si configurerebbe come un reddito minimo garantito però solo ad alcune categorie di famiglie, mentre la seconda si tratta di un trasferimento monetario pari a 350 euro a tutti i soggetti individuali che partecipano a politiche attive di lavoro. In tale riforma si riflette quella categorizzazione per l’accesso ai benefici per un massimo di 12 mesi. Più in particolare, le principali differenze di tali misure rispetto al RdC risiedono prima di tutto nei requisiti di eleggibilità come nel caso dell’Assegno di Inclusione dove il beneficio viene rivolto a tutti i nuclei familiari che rispettano i requisiti di residenza e monetari e hanno almeno un componente minore, o disabile, oppure almeno 60 anni di età, ovvero ancora in condizione di svantaggio inserito in un programma di cura e assistenza da parte dei servizi sociosanitari. Un’ulteriore modifica apprezzabile è il requisito di residenza in territorio italiano, che scende dai 10 anni ai 5 anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo. Per quanto concerne però il calcolo dell’importo del beneficio economico non vi sono particolari innovazioni(Sacchi et al., 2023).
Ciò che è importante sottolineare consiste nel fatto che, nonostante la volontà di apportare modifiche sostanziali alla precedente struttura del RdC, in realtà si va incontro ad un aggravarsi delle criticità a partire da una riduzione di inclusività nei confronti delle famiglie in condizioni di bisogno. Si faccia ad esempio caso a come viene ridotto anche il requisito reddituale di accesso per i nuclei che vivono in affitto (da 9.360 a 6.000 euro), diminuendo le possibilità di beneficiare dell’aiuto economico (Sacchi et al., 2023).
Oltre a tali aspetti, a rimanere immutata è altresì la scala di equivalenza utilizzata per calcolare i bisogni delle famiglie, con un aumento delle contraddizioni. Infatti, non sono state apportate modifiche volte a garantire una maggiore platea di beneficiari, ma piuttosto ad aumentare le iniquità come nel caso di famiglie con neonati o famiglie con minori. Questi ultimi infatti perdono il loro beneficio nel momento in cui i figli del nucleo compiono 3 anni e il coefficiente della scala di equivalenza si abbassa, riducendo le possibilità per il nucleo familiare di preservare tale beneficio. Secondo un rapporto di Alleanza contro la Povertà del 2023, la sostituzione del RdC con l’ADI porta all’esclusione del 54,1% delle famiglie che percepivano il RdC (929.000 nuclei) riducendo i beneficiari a soli 66.000 con una platea totale di 854.000 famiglie. Vi è un’ulteriore esclusione dei beneficiari in vista dei criteri reddituali (34%) o per l’assenza di minori, disabili o over-60 (65%). A fronte di tali conseguenze, emerge però un effettivo positivo in campo economico, con la riduzione della spesa pubblica di 3,6 miliardi di euro con l’ADI rispetto al RdC, nonostante un aumento dell’importo medio annuo per beneficiario. Per quanto riguarda invece il SFL, sono 342.000 i nuclei esclusi dall’ADI che però possono beneficiare del SFL, arrivando al risultato finale dei beneficiari complessivi di entrambe le misure a circa 1.200.000 di nuclei, contro 1.072.000 del RdC. Infine, addentrandosi in analisi concernenti il livello della povertà totale, la situazione non fa che peggiorare con i livelli di povertà grave (mentre il RdC aveva ridotto il suo valore dal 9,2% al 7,2%, con le nuove misure l’incidenza della povertà grave si attesta all’8,0%), senza apportare alcun miglioramento dal punto di vista delle disuguaglianze (Sacchi et al., 2023).
4. Conclusione
Il quadro delineato in questo paper risulta particolarmente complesso e critico, all’interno del quale le misure volte a ridurre i livelli di povertà, che nel corso della pandemia sono andati via via peggiorando, in realtà non sono state abbastanza efficaci. Nonostante le premesse di una buona riuscita, in questi ultimi anni il dibattito attorno alle misure come quelle del Reddito di Cittadinanza è stato piuttosto acceso, a causa non solo di alcune criticità di funzionamento, ma talvolta perché mostrava alcuni lati oscuri che impedivano a chi ne aveva davvero bisogno di uscire da una situazione di emergenza estrema. Anche dopo il tentativo di risolvere tali criticità da parte del governo italiano, si ha di fronte un quadro che in realtà è rimasto immutato, con l’aumento dei livelli di povertà e nessun miglioramento in termini di disuguaglianze sociali. I limiti finora emersi rappresentano dei reali ostacoli piuttosto ridondanti nel sistema di welfare italiano, coinvolgendo ogni settore sociale. Da qui ne risulta quindi un sistema di supporto statale in crescita rispetto anche agli altri Paesi. Sono stati presentati alcuni esempi europei, come quello spagnolo e inglese, che potrebbero essere presi osservati quali esempi virtuosi Per poter affrontare efficacemente e attivamente le disuguaglianze post-COVID, le politiche di sostegno dovrebbero innanzitutto evolvere verso un approccio universale, modellando il sistema di welfare sui dettami europei, attraverso una maggiore inclusività delle varie fasce della popolazione, assieme al sostegno economico e finanziario, così come agli strumenti di supporto al reinserimento o inserimento lavorativo, per mezzo dei quali si potrà idealmente e infine raggiungere un sistema più equo.
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