Eco-ansia: il riflesso della crisi climatica sulla sanità mentale

  Focus - Allegati
  28 ottobre 2024
  20 minuti, 24 secondi

Autori:

Simona Chiesa - Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Giulia Casot - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Carola Sanzio - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Francisco Duran Herrera - Head Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Abstract

L’eco-ansia, un fenomeno sempre più diffuso, descrive uno stato di ansia profonda e persistente legato agli effetti della crisi climatica sulla salute mentale. Questo studio esplora l’origine del termine e analizza i sintomi di questo disturbo, che vanno dalla preoccupazione generalizzata a stati d’ansia acuti e debilitanti. Il lavoro discute l’impatto psicologico del cambiamento climatico, evidenziando come disastri naturali recenti e una crescente consapevolezza delle questioni ambientali alimentino l'eco-ansia, specialmente tra i giovani. Vengono inoltre analizzate le risposte della comunità internazionale e dei singoli individui, con un focus sulle iniziative di attivismo giovanile e sul ruolo delle istituzioni e dell’educazione nel fornire strumenti adeguati per affrontare questo disturbo. Infine, lo studio propone strategie che possano aiutare a gestire e, potenzialmente, a trasformare l'eco-ansia in una forza propulsiva per il cambiamento verso la sostenibilità ambientale.

I. Introduzione

Tra i neologismi sempre più diffusi nell’ultimo decennio si trova il termine “eco-ansia”, dal significato facilmente intuibile: la parola si riferisce allo stato di ansia provocato dagli impatti negativi della crisi climatica globale sulla salute mentale e, più in generale, sulla vita quotidiana dei singoli, sia che subiscano in prima persona traumi legati a disastri ambientali, sia che entrino in contatto con la tematica indirettamente.

Se è vero che la funzione principale del linguaggio è comunicare i bisogni e gli interessi di un popolo e assecondarne i mutamenti, bisogna evidenziare la necessità sottesa alla diffusione del neologismo “eco-ansia”, percepita da sempre più persone, cioè quella di esprimere e dare una definizione ad uno stato emotivo e psicologico forse non del tutto nuovo, ma di certo non sufficientemente riconosciuto se non in tempi recenti. Mancava, forse, la volontà di studiare i fattori scatenanti di questa sensazione e attribuire loro il giusto peso, perché avrebbe implicato dover riconoscere un certo grado di responsabilità degli uomini sullo stato della salute mentale propria e dei propri cari.

Da tempo, infatti, i disastri ambientali provocati dalla crisi climatica, quali alluvioni, uragani, ondate di calore e incendi improvvisi, sono riconosciuti come alcuni tra i fattori alla base dei movimenti migratori e dello sviluppo di un sistema economico e finanziario solo in apparenza sostenibile (Buller, 2024). In realtà, quest’ultimo dà luogo a forme insidiose di colonialismo e contribuisce a nutrire il divario sociale tra i Paesi più ricchi - e inquinanti - e quelli meno sviluppati, privi dei mezzi strutturali necessari per utilizzare al meglio le risorse dei propri territori e appianare le disuguaglianze sociali interne ed internazionali.

Diversamente, solo di recente si è dato risalto all’impatto di quegli stessi tragici fenomeni sulla salute mentale, grazie al lavoro svolto dalla comunità scientifica e, in particolare, da esperti come Susan Clayton, Thomas Doherty e Matteo Innocenti. Insieme ad altri, questi professionisti del settore psicologico mirano ad ottenere il riconoscimento del valore anche scientifico dell’ “eco-ansia”, che qualificano come condizione medico-psicologica e, precisamente, come un disturbo degno di una propria autonomia rispetto a quello d’ansia generalizzata. Solo così si possono infatti sviluppare gli strumenti per una cura ad hoc, se così si può definire la ricerca di soluzioni per fermare la crisi climatica (Ustino e Colantuono, 2023). Il legame tra il prefisso “eco-”, che richiama la dimensione del naturale, e il sostantivo “ansia” verrebbe quindi inteso ufficialmente come la situazione di disagio psicologico causata dagli effetti negativi della crisi climatica globale odierna sulla salute mentale degli esseri umani. In questo articolo, ci si riferirà all’eco-ansia anche come disturbo.

La comunità internazionale si è dimostrata abbastanza recettiva agli appelli dei professionisti e ha adottato misure, soprattutto tramite organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF, tese a sensibilizzare sulla questione e a suggerire possibili strumenti di contrasto. Le parole non si sono però tradotte in fatti in modo soddisfacente, quantomeno secondo numerosi privati che hanno deciso di attivarsi in via autonoma, prestando attenzione ai propri piccoli gesti quotidiani, ma soprattutto organizzandosi per realizzare iniziative a livello collettivo. Essi, così, danno riconoscimento più o meno implicito alla dimensione globale dell’eco-ansia, che colpisce indiscriminatamente tutti gli esseri viventi del pianeta. Soprattutto i più giovani si muovono in questa direzione, mettendo in pratica forme di attivismo ambientale e, in via alternativa o contestuale, unendosi in comunità che cercano di vivere rifiutando i principi consumistici del capitalismo alla base della società contemporanea per promuovere, invece, approcci più simbiotici e rispettosi della natura circostante, al fine di preservarla per lo svolgimento della vita e delle attività umane presenti e future.

Questo articolo vuole dare risalto ai lati positivi e quelli negativi di queste azioni, per poter valutare se si possano considerare “cure” valide contro l’eco-ansia ed eventualmente suggerirne altre da affiancarvi o con cui sostituirle, se del caso. Dopo la ricostruzione dell’origine etimologica della parola e delle cause alla base del disturbo, ne verranno elencati i sintomi, analizzando in particolare quelli diretti e indiretti sulla salute mentale provocati da alcuni disastri naturali recenti. Successivamente, il lavoro si concentrerà sulle risposte della comunità internazionale e dei singoli per contrastare la diffusione di questo problema. In conclusione, saranno analizzate proprio le attività poste in essere soprattutto dai più giovani, che faticano a proiettarsi in un futuro sempre più degradato, ma non si rassegnano all’inesorabilità di questo processo distruttivo e cercano invece di risolvere il problema alla radice: frenando e auspicabilmente fermando il cambiamento climatico.



II.
“Eco-ansia”: origine del neologismo e sintomi del disturbo

Le definizioni di “eco-ansia” sono varie e ognuna aggiunge una sfumatura diversa al suo significato. C’è, però, un file rouge comune a tutte, che concepisce questo disturbo in termini di “profonda sensazione di disagio e di paura che si prova al pensiero ricorrente di possibili disastri legati al riscaldamento globale e ai suoi effetti ambientali [e] [i]n ambito psicologico [... di] forme sub-cliniche di inquietudine, senso di colpa e depressione suscitate dal pensiero del cambiamento climatico e di altre criticità ambientali” (Treccani, 2022).

La parola è di origine inglese e deriva da “eco-anxiety”, termine impiegato per la prima volta dal professore australiano Albrecht Glenn in un lavoro del 2011 in riferimento ad una nuova sindrome in via di diffusione, legata proprio alle conseguenze del cambiamento climatico. In particolare, Glenn parlò di una “sindrome psicoterratica”, che cioè sorge dal rapporto che un individuo instaura con l’ambiente in cui vive e si traduce nel legame tra la salute mentale del primo e lo stato della terra del secondo (Ustino e Colantuono, 2023). Il professore basò la propria analisi sull’assunto per cui il contesto fisico naturale in cui un individuo agisce è sottoposto forzatamente e innegabilmente, con sempre maggiore influenza, alle pressioni di determinate attività antropogeniche, che per essere svolte ottimamente modificano i ritmi e gli schemi di quel contesto e ne surriscaldano la temperatura (Glenn, 2011).

Già nel 2005 Glenn aveva individuato un’altra sindrome riconducibile al rapporto mente-terra, che si manifesta come “senso di perdita e di distacco dall’ambiente” (Ustino e Colantuono, 2023). Si tratta della solastalgia, dal latino “solatium”, conforto, unito alla radice greca “algia”, dolore. Il professore la riscontrò tra i residenti di Hunter Valley, regione a nord di Sydney fortemente caratterizzata dall’attività mineraria, sempre più preoccupati per l’impatto, sia concreto sia impercettibile, di quest’ultima sull’ambiente circostante. Di fatto, è una sensazione di angoscia e di disagio che sorge per effetto della presa di coscienza della distruzione del contesto ambientale familiare e domestico provocata dall’attività umana: è “il dolore o la malattia causati dalla perdita o mancanza di conforto e dal senso di isolamento connesso allo stato attuale della propria casa e del proprio territorio” (Lauretti, 2022).

Sempre prima del 2011, esaminando le attività di contrasto al cambiamento climatico, altri studiosi hanno identificato due ulteriori tipologie delle cosiddette emozioni ambientali, peraltro dallo spettro molto ampio (Innocenti, 2022): l’eco-rabbia, che porta all’adozione di comportamenti collettivi più impegnati e virtuosi, e l’eco-depressione, più restia all’idea di doversi adattare ma non per questo meno interessata ad un’azione concreta, diversamente da quanto riscontrato in chi soffre di eco-ansia (Coffey e al. 2021). L’ansia, infatti, causa spesso risposte emotive paralizzanti in chi ne soffre, perché fa percepire come incolmabile il divario tra le dimensioni di un pericolo all’apparenza o realmente enorme e gli effetti delle iniziative con cui lo si potrebbe contrastare, considerati inutili.

Ci sono voluti dieci anni perché l'eco-ansia ottenesse un primo riconoscimento da parte della comunità scientifica. Ciò è accaduto in particolare nel 2021, quando l’American Psychological Association (APA), la principale associazione di psicologi degli Stati Uniti, ha accolto il termine nel proprio dizionario. L’APA definisce l’eco-ansia come una “premura verso il cambiamento climatico unita alla preoccupazione per il futuro” o anche “una paura cronica del disastro ambientale”. Due autori del rapporto da cui è stato estrapolato questo significato la classificarono come uno dei tre effetti psicologici principali dovuti al cambiamento climatico, considerato “un fenomeno psicologico e sociale quanto una questione di biodiversità e geofisica, con impatti che vanno ben oltre quello biofisico” (Doherty e Clayton, 2011).

Non sono mancate le critiche da parte di molti esperti del settore, che la considerano una definizione generica. Questa caratteristica è da un lato apprezzabile, perché consente di adattare il concetto alle particolarità del singolo caso, ma dall’altro lascia spazio ad interpretazioni fuorvianti, che proprio alcuni psicologi sconsigliano di adottare per evitare di considerare l’eco-ansia solo come una patologia e non, invece, anche come un segnale di consapevolezza rispetto allo stato del pianeta da parte degli individui (Briscioli e Bulgarelli, 2024). Da questa prospettiva, questo specifico disturbo d’ansia acquisterebbe una dimensione funzionale e potrebbe fungere da fonte di ispirazione per adottare comportamenti più virtuosi e meno deleteri per l’ambiente naturale.

Le difficoltà nel dotare il neologismo di un contenuto sufficientemente preciso ma non limitante sono il riflesso diretto dell’ampiezza della sintomatologia con cui questo disturbo si manifesta, peraltro ad oggi studiata principalmente nei Paesi occidentali da esperti originari degli stessi, quindi bisognosa di ulteriori approfondimenti da parte di soggetti diversi che possano offrire una panoramica più completa del fenomeno (Coffey e al. 2021). I processi di presa di coscienza e di rielaborazione degli effetti della crisi climatica sul vivere quotidiano sono, infatti, strettamente personali. L’eco-ansia, di conseguenza, non può prescindere dalle caratteristiche dei singoli individui e si può manifestare come nervosismo e preoccupazione rispetto alla sostenibilità ambientale dei propri comportamenti, ma pure in crisi di ansia e attacchi di panico, nonché in irritabilità, perdita di memoria e abuso di sostanze alcoliche e stupefacenti. In certi casi, assume la forma di semplici alterazioni del sonno, in altri porta allo sviluppo di fobie, di sindromi depressive o di uno stato di alienazione. In generale, numerosi studi hanno evidenziato una similitudine con i sintomi da disturbo post traumatico da stress, cui si aggiunge la tendenza all’isolamento tipica di ogni disturbo d’ansia, che porta a rifuggire le relazioni sociali (Ustino e Colantuono, 2023).

III. I fattori di vulnerabilità e le risposte dei più giovani

I giovani rappresentano sicuramente la fascia più vulnerabile ai sintomi dell’eco ansia, in quanto si trovano in una fase di transizione e costruzione di identità, che li porta a preoccuparsi maggiormente delle prospettive a lungo termine. Sono dunque più inclini a sentirsi responsabili delle conseguenze delle situazioni odierne sulla loro vita futura e su quella delle generazioni successive, oltre che sui loro coetanei nei paesi in via di sviluppo (UNICEF, 2013).

Come evidenziato da un report dell’UNICEF del 2023, sono proprio i più giovani, in particolare i bambini, a subire in modo più acuto gli impatti del cambiamento climatico, che minacciano non solo la loro possibilità di accedere ad un’alimentazione e a un’abitazione sicura e stabile, ma anche all’istruzione e all’assistenza sanitaria. I dati parlano chiaro: negli ultimi sette anni si sono registrati oltre 43 milioni di dislocamenti interni causati da disastri ambientali di vario tipo, esponendo moltissimi bambini alle dinamiche che scatenano i disturbi legati all’eco-ansia. In Pakistan, ad esempio, dopo le alluvioni del 2010, si sono registrati alti livelli di Post Traumatic Stress Disorder (PTSD) tra il 73% degli individui di età compresa tra i 10 e i 19 anni, in particolare nelle ragazze sfollate (Shamal et al., 2023).

Anche le fasce d’età più grandi riportano dati allarmanti. Un'indagine del 2021 condotta su, un campione di diecimila giovani tra i 16 e i 25 anni provenienti da diversi Paesi, ha rivelato che questa fascia di popolazione manifesta più di altre i sintomi dell'eco-ansia: il 59% degli intervistati si è dichiarato molto o estremamente preoccupato a causa del cambiamento climatico e il 45% ha affermato che tale preoccupazione influisce negativamente sulla propria vita quotidiana (Hickman et al., 2021). In un articolo per la rivista “L’Essenziale” (2022), la giornalista Alice Facchini ha riportato le esperienze di alcuni giovani italiani alle prese con gravi disturbi dell’ansia legati alla crisi climatica: si parla di insonnia, disturbi alimentari, paralisi totalizzanti, burnout, apatia e incapacità nel programmare scelte future.

Esposizione ai social

Tra i fattori scatenanti di questa vulnerabilità si trova in primo luogo la costante esposizione alle informazioni relative ai problemi ambientali. L'uso estensivo di internet e dei social media permette di accedere costantemente a notizie e immagini riguardanti i disastri ambientali, come incendi, inondazioni, uragani e scioglimento dei ghiacciai.

Questo tipo di informazioni contribuisce ad aumentare la consapevolezza generale, ma porta anche a una sovraesposizione a narrazioni complesse e angoscianti che amplifica le preoccupazioni e alimenta il senso di impotenza. Secondo un’indagine riportata dalla BBC (2020), molti giovani dichiarano di sentirsi sopraffatti dalle notizie sui cambiamenti climatici e sviluppano sentimenti di ansia e paura per il futuro del pianeta.

Questo è dovuto in parte alla modalità attraverso la quale queste informazioni vengono presentate a un pubblico particolarmente fragile e vulnerabile, con un linguaggio che spesso enfatizza la gravità delle situazioni senza offrire però soluzioni concrete, contribuendo a creare il senso di disperazione e impotenza. Questo fenomeno, che prende il nome di “climate doomism”, rappresenta un ostacolo significativo per coloro che cercano di impegnarsi in azioni sostenibili (Atherton, 2020). Infatti, quando i giovani percepiscono i problemi ambientali come insormontabili, possono reagire con un atteggiamento di rassegnazione e apatia, piuttosto che con azioni proattive che possano fungere anche da strumenti utili per gestire la loro eco-ansia.

Assenza istituzionale

La lontananza delle istituzioni rappresenta un ulteriore fattore di vulnerabilità. Come emerso dall’indagine condotta da Hickman et. al (2021), più del 60% degli intervistati ha dichiarato di non sentirsi tutelato dal proprio governo nazionale e di nutrire una profonda sfiducia nei suoi confronti che, nel 58% dei casi, sfocia in un senso di tradimento nei confronti di tutte le entità governative. Molti hanno, infatti, percepito che le istituzioni, anziché affrontare con serietà le preoccupazioni della popolazione, tendano a minimizzare il problema mentre esagerano l'efficacia delle proprie, spesso inefficaci, iniziative per contrastare la crisi climatica.

Il problema della lontananza istituzionale è reso ancora più evidente dalla crescente discrepanza tra le promesse politiche e i risultati effettivi. Le dichiarazioni, spesso ambiziose, su obiettivi climatici, come la neutralità carbonica entro il 2050, raramente si traducono in azioni concrete e tempestive. La disillusione che ne deriva colpisce in modo significativo coloro che sono più consapevoli delle conseguenze del cambiamento climatico, spingendoli a cercare alternative, tra cui il coinvolgimento in movimenti sociali e comunitari che possano rappresentare una risposta più diretta e tangibile alle preoccupazioni ambientali. In altri casi però, come evidenziato da un altro studio recente (Shamal et al., 2023), la mancanza di un chiaro impegno istituzionale può provocare un ciclo di inazione e ansia che può essere spezzato solo da interventi politici più incisivi e dal rafforzamento del dialogo tra le generazioni più giovani e i leader del loro paese.

Alienazione tra coetanei

A questo aspetto si collega un altro fattore che porta i giovani ad essere uno dei gruppi più afflitti dall’eco-ansia, ossia la percezione di isolamento nelle loro preoccupazioni ambientali, non solo rispetto alle istituzioni, ma anche nei confronti di familiari e coetanei. Questa sensazione è accentuata dalla mancanza di dialogo e comprensione nei contesti sociali e scolastici, dove spesso le preoccupazioni dei giovani vengono minimizzate o ignorate. In particolare, mancano spazi educativi capaci di promuovere discussioni aperte e costruttive sull’aspetto emozionale della crisi climatica, assenza che fa sentire i giovani più vulnerabili e impotenti (Pihkala, 2020). Questi spazi sono infatti spesso incentrati solo ed esclusivamente sulla percezione delle emozioni positive, come l’empowerment e la proattività, in quanto rappresentano gli obbiettivi principali della tradizionale educazione ambientale. Tali emozioni sono spesso associate a un senso di efficacia e alla risoluzione dei problemi, rendendo più semplice promuovere atteggiamenti costruttivi e soluzioni concrete che però non fanno altro che aumentare il senso di alienazione di molti giovani.

Questo approccio unilaterale non considera adeguatamente la complessità delle emozioni negative, come la paura, la frustrazione e la disperazione, che molti giovani sperimentano di fronte alla crisi climatica.

Al contrario, è fondamentale riconoscere e accogliere tutte le emozioni legate alla condizione dell'ambiente, comprese quelle più difficili, come parte integrante del processo di crescita e di azione sociale. In tal senso, creare contesti educativi che permettano ai giovani di esprimere liberamente i loro timori e di elaborare strategie collettive per affrontarli potrebbe ridurre il loro senso di isolamento, offrendo al contempo un supporto emotivo e psicologico cruciale (Hickman et al., 2021). Solo riconoscendo l’importanza del benessere emotivo dei giovani si potrà veramente favorire un cambiamento più inclusivo e sostenibile nelle politiche ambientali e nella società nel suo complesso.

Attivismo e comunità come soluzione

La psicoterapeuta Roberta Ramazzotti sostiene che l’eco-ansia, se ben canalizzata, possa diventare una forza costruttiva, capace di spingere gli individui a cambiare atteggiamenti e stili di vita anche in modo radicale (Facchini, 2022).

Secondo uno studio pubblicato su Science Direct, l'attivismo giovanile non solo contribuisce a sensibilizzare l'opinione pubblica sui cambiamenti climatici, ma offre anche ai partecipanti un senso di controllo e di empowerment, riducendo i sentimenti di impotenza associati all’eco ansia (Schwartz et al., 2021).

Tuttavia, questo può avvenire solo e soltanto nel momento in cui l’educazione e la sensibilizzazione ambientale si facciano carico anche delle emozioni negative che questo tipo di attivismo necessariamente comporta. Come evidenziato da Pihkala (2020), l’educatore deve essere in grado di gestire al meglio le emozioni complesse e spesso ambivalenti degli studenti, come l’eco-ansia, la solastalgia e il lutto ecologico. Tra i metodi suggeriti per affrontare queste sfide, spiccano quelli interattivi e artistici, che vanno dall’art therapy alla pedagogia contemplativa. Quest’ultima, in particolare, promuove pratiche come la mindfulness, la riflessione silenziosa e l’attenzione al corpo, offrendo agli studenti spazi per esplorare le loro emozioni in modo profondo e individuale. Inoltre, l’educazione ambientale può beneficiare di un’interazione stretta con luoghi specifici attraverso l’educazione basata sul luogo, che permette agli studenti di connettersi in maniera più profonda con l’ambiente circostante. Attraverso esperienze immersive e il contatto diretto con luoghi naturali, sia in negativo che in positivo, gli studenti possono elaborare le loro emozioni, comprese quelle più difficili come l’ansia e il dolore, contribuendo a creare una maggiore resilienza emotiva e una connessione autentica con il mondo naturale.

In aggiunta ai metodi artistici e contemplativi, un altro aspetto cruciale che Pihkala (2020) sottolinea è il ruolo dell'educatore nell'accompagnare i giovani nell'azione ambientale. Gli educatori devono non solo offrire informazioni su come agire, ma anche guidare i giovani nell'elaborazione delle emozioni derivanti dal loro attivismo. Per esempio, movimenti come Fridays4Future hanno visto molti insegnanti supportare gli studenti, accompagnandoli nelle proteste e aiutandoli a sviluppare competenze emotive e di resilienza. Questo supporto è fondamentale per prevenire il burnout, il cui tasso è particolarmente alto tra i giovani attivisti molto coinvolti. Pihkala (2020) evidenzia, dunque, la necessità di offrire agli studenti spazi e modi opportuni per riflettere sulle proprie esperienze dopo manifestazioni importanti, dato che il mancato riconoscimento delle emozioni suscitate può causare problemi sia a livello educativo che per quanto riguarda il benessere personale.

Inoltre, è importante che gli educatori rendano accessibile una vasta gamma di azioni, sottolineando che l'attivismo può assumere molte forme, riducendo così il senso di inadeguatezza che alcuni studenti potrebbero provare.

Attraverso il senso di comunità e l’educazione, dunque, l’eco-ansia, da carico emotivo, può convertirsi in un motore per il cambiamento, rafforzando la resilienza collettiva (Briscioli, 2024). In questo modo, le emozioni negative possono diventare catalizzatori di azione, creando una rete di supporto in grado non solo di combattere il negazionismo, ma anche di promuovere una visione condivisa di un futuro sostenibile e meno drammatico di quanto pronosticato.



IV. Conclusioni

In conclusione, l’eco-ansia emerge come un fenomeno psicologico complesso e multidimensionale, radicato nelle conseguenze della crisi climatica globale. I risultati della ricerca evidenziano che questo stato di ansia, inizialmente poco riconosciuto, è oggi considerato dalla comunità scientifica un disturbo autonomo, con una sintomatologia che va dall’inquietudine latente a forme più severe di disagio mentale, in particolare tra i giovani e le popolazioni direttamente esposte a disastri ambientali.

L’eco-ansia non solo richiama l’attenzione sulla necessità di riconoscere il peso psicologico del cambiamento climatico, ma suggerisce anche l’importanza di un intervento multidisciplinare. Tale intervento dovrebbe combinare il supporto psicologico individuale, la sensibilizzazione educativa e l’azione politica. In questo senso, l’attivismo ambientale e la creazione di reti di supporto comunitarie si rivelano strumenti efficaci, contribuendo a trasformare il senso di impotenza in azioni concrete, ma richiedono un sostegno istituzionale per massimizzarne l’impatto.

È auspicabile che future ricerche possano approfondire i meccanismi psicologici alla base dell’eco-ansia e il loro effetto su diverse popolazioni globali, esplorando come interventi mirati possano prevenire il peggioramento di questo disturbo e favorire una maggiore resilienza collettiva..

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