ESERCITO EUROPEO: UTOPIA O FUTURO INELUTTABILE?

  Focus - Allegati
  12 dicembre 2023
  26 minuti, 29 secondi

a cura di

Ivan Masevski (Dossier Difesa, Project Manager)

Domenico Molino (Mondo Internazionale APS, Head Researcher)

ESERCITO EUROPEO: UTOPIA O FUTURO INELUTTABILE?

INTRODUZIONE
L’attuale ambiente strategico risente di un ordine globale resiliente, ma indebolito, frutto della riemersa, o mai sopita, competizione strategica di lungo termine tra nazioni (U.S. Department of Defence, 2018). Sebbene una forte matrice ‘revisionista’ risulti condivisa da Mosca e Pechino, anche prima della deliberata invasione dell’Ucraina il nostro contesto continentale risentiva di una costante degradazione delle relazioni tra attori statali. La puntuale analisi della guerra in Ossezia del Sud (2008) e dell’annessione russa della Crimea (2014) testimonia la continuità strategica, politica e militare con schemi, soprattutto percettivi e narrativi, ramificati nelle complesse vicende d’Europa.

Se il periodo che intercorre tra le due Guerre Mondiali venne definito come ‘un armistizio durato vent’anni’, nello stesso arco di tempo si sfalda quella ricerca di equilibrio ed inclusione sognata all’indomani della caduta del muro di Berlino, termine simbolico della Guerra Fredda. Tuttavia, la similitudine appena riportata risuona quale atto ‘stilistico’ più che sostanziale. Difatti, le attuali vicende testimoniano come nel panorama continentale non possa più essere trascurata la presenza di un nuovo attore politico. Esso è figlio di un processo integrativo, certamente ancora non completo, che trae origine dalle rovine del Secondo Conflitto Mondiale.

Osservando l’attuale conflitto in Ucraina, compresa l’analisi delle cause, pare evidente il ruolo politico ed economico giocato dall’Unione Europea. Tuttavia, non solo il ritorno di operazioni militari su vasta scala in Europa ma anche l’emersione di limiti politici e logistici rendono indispensabile lo studio delle prospettive che Bruxelles possiede nell’ambito della Difesa Comune.

Come già espresso, è dall’esito catastrofico della Seconda Guerra Mondiale che il processo di integrazione europea mosse i primi passi. Tra le mutazioni alla geografia politica continentale del periodo precedente e successivo al conflitto non può non essere sottolineato il crescente ruolo rivestito dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti d’America. Washington verrà così assunta tra i maggiori fattori della politica continentale entrando, sin da subito, in aperta competizione con Mosca.

Dunque, nel clima della nascente contrapposizione tra blocchi, l’entrata in vigore del Trattato del Nord Atlantico il 24 agosto 1949 e il lancio del Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa ambivano ad instaurare una nuova logica nelle relazioni tra le nazioni del Vecchio Continente e gli Stati Uniti. Nel tempo, il processo di integrazione, iniziato sul fronte economico e rafforzato dalla comune visione politica, cominciò a porsi quale traguardo la creazione di una statualità europea. Da sempre la discussione si è incentrata sulla forma da consegnare all’unione politica, dibattendo su una visione Federale o Confederale. Oggi il processo è ben lontano dal definirsi ultimato in quanto mancano, tra le altre cose, due fattori fondanti di uno Stato:
- Un esercito comune
- Una concreta politica estera e di difesa comune

LE ORIGINI
L’articolo 42 del Trattato di Maastricht recita: “La politica estera e di sicurezza comune deve includere la progressiva formazione di una politica di sicurezza comune. Questo condurrà a una difesa comune, quando il Consiglio europeo, agendo unanimemente, deciderà così”.

Anche a seguito del ritorno nel nostro continente delle operazioni militari su vasta scala, tanto la condivisione di politica estera quanto la costituzione di una difesa comune appaiono lontane. Tuttavia, osservando il percorso storico del continente, il primo passo verso una primordiale integrazione a livello europeo nella sfera di difesa deve essere individuato nella creazione della NATO.

Il Trattato del Nord Atlantico si rivelò sin da subito come un sistema difensivo capace di legare dal punto di vista militare e politico la maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale agli Stati Uniti. Questa decisione fu una scelta voluta dai governi dell’Europa occidentale (Belgio, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Regno Unito, a cui successivamente si aggiunsero anche Italia e Germania Ovest) che, in ragione della degradazione dei rapporti con l’Unione Sovietica ed i suoi satelliti, optarono per rafforzare la presenza politica e militare di Washington sul suolo europeo. Difatti, nella volontà di arginare e bilanciare l’espansione dell’influenza sovietica, procedere verso una difesa europea autonoma dagli Stati Uniti appariva all’epoca impossibile per una serie di ragioni:
- la presenza militare americana, ivi compreso il nascente arsenale nucleare, rappresentava, in chiave anticomunista, il principale deterrente alla possibile invasione sovietica dell’Europa occidentale;
- la mancanza di risorse finanziarie dopo la fine del secondo conflitto mondiale e quindi l’occorrenza dei fondi americani, quali fra tutti il Piano Marshall, per stimolare la ricostruzione del continente;
- l’assenza della netta volontà politica di rafforzare le forme di cooperazione economica con la creazione di una concreta unione politica degli Stati Occidentali d’Europa. In questo, a partire dalla fine degli anni ‘40 hanno certamente giocato un ruolo preponderante le diffidenze e le animosità di nazioni quali la Francia, la Germania ed il Regno Unito.

Non può essere trascurato come, nell’avvio del processo di integrazione europea Parigi abbia giocato un ruolo fondante. Difatti, Gran Bretagna esclusa, nel secondo dopoguerra la Repubblica Francese ha cercato di perseguire una propria politica estera legando il perseguimento dei nascenti obiettivi ‘comunitari’ alla propria agenda. Uno dei pilastri della politica estera francese dell’epoca fu il tentativo di ritardare prima e tenere sotto controllo poi il riarmo della Repubblica Federale Tedesca (o Germania Ovest) attraverso il processo di integrazione europea.

I primi passi concreti nella costruzione europa si ebbero con la firma e l’entrata in vigore delle tre Comunità europee:
1) La Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), entrata in vigore nel 1952
2) La Comunità economica europea (CEE), entrata in vigore nel 1958
3) La Comunità europea dell’energia atomica (Euratom), entrata in vigore nel 1958

LA COMUNITÀ EUROPEA DI DIFESA
Dopo il successo economico e politico delle tre Comunità si arrivò ad un dibattito su una possibile Comunità europea di difesa (CED). La CED fu un importante progetto di collaborazione militare tra gli Stati dell’Europa occidentale su iniziativa francese. Il progetto fu una risposta francese alla decisione americana di riarmare la Repubblica Federale Tedesca. Infatti, con lo scoppio della guerra di Corea e il rischio che il conflitto si estendesse anche all’Europa, gli Stati Uniti (che per motivi interni non potevano inviare ulteriori truppe a difesa del Vecchio Continente) cominciarono a insistere sul riarmo della Germania Ovest in funzione antirussa. I motivi che spinsero la Francia a presentare il progetto della CED furono i seguenti:
- il rischio di vedere un riarmo incontrollato della Germania
- il fatto che una parte rilevante delle proprie forze fosse impegnata nella guerra d’Indocina (1946-1954) contro le forze di Ho Chi Minh
- il suo intento di rafforzare la produzione di armamenti francese attraverso una maggiore cooperazione in materia di armamenti tra i Paesi dell’Europa occidentale

Nell’estate del 1950, Jean Monnet, Commissario generale alla pianificazione nazionale francese e ideatore del Piano Schuman (che portò alla costituzione della CECA), propose un piano per organizzare una Difesa europea sovranazionale. Contemporaneamente gli Stati Uniti chiesero ai loro alleati un piano per riarmare la Germania dell’Ovest. Schuman presentò il suo progetto al Primo Ministro francese René Pleven che lo approvò e presentò agli alleati europei. Il Piano Pleven prevedeva:
- Il riarmo tedesco entro i confini di una struttura europea di difesa europea
- La costituzione di un Esercito europeo di circa 100 mila uomini ottenuto combinando battaglioni provenienti da diversi Paesi europei
- Una CED guidata da un Ministro europeo della Difesa con un proprio budget, che però comunque dipendeva dalla struttura di comando suprema della NATO

Gli Stati Uniti nel frattempo davano il loro supporto al progetto di difesa europea che doveva però essere inquadrata nel Patto atlantico. Truman approvò il cosiddetto “one package”, l’idea di formare un esercito europeo integrato in cui l’Europa avrebbe partecipato con 60 divisioni, sotto comando americano, con uno Stato maggiore internazionale, in cui sarebbe stato inserito un numero imprecisato di divisioni tedesche. La proposta americana e francese concordavano sui principi dell’integrazione degli eserciti, del comando unico della NATO, e della difesa sulla linea dell’Elba. Ma, come scrive Daniela Preda nell’articolo “Dalla nascita del sistema bipolare al problema del riarmo tedesco” (https://www.dizie.eu/dizionario/comunita-europea-di-difesa/?print=pdf): "Esistevano forti motivi di contrasto: gli americani prevedevano un’integrazione a livello di corpo d’armata con costituzione di divisioni tedesche, mentre i francesi propendevano per un’integrazione a livello di battaglioni, reggimenti, o al massimo dei combat teams internazionali; gli americani sostenevano l’inclusione di ufficiali tedeschi nello Stato maggiore internazionale del Comando supremo e nei corpi d’armata con divisioni tedesche, mentre i francesi escludevano la costituzione di qualsiasi Stato maggiore tedesco; gli americani affidavano l’amministrazione delle divisioni tedesche a un civile tedesco, con il controllo di una missione alleata, mentre i francesi l’affidavano a un ministro della Difesa europeo, con il controllo di un’Assemblea europea; gli Stati Uniti, infine, a differenza dei francesi, erano propensi ad autorizzare nuove produzioni di materie prime e di materiale militare leggero da parte germanica. Un consistente motivo di dissenso derivava anche dai tempi di attuazione del Piano francese: quando – si chiedevano gli americani – un esercito europeo avrebbe potuto collaborare concretamente alla difesa dell’Europa? Non rappresentava forse il progetto francese una manovra dilatoria tesa a procrastinare la soluzione del problema del riarmo tedesco?".

Le negoziazioni per la CED iniziarono il 15 febbraio 1951 e il Trattato istitutivo della Comunità europea di difesa fu firmato il 27 maggio 1952 a Parigi (https://aei.pitt.edu/5201/1/5201.pdf). Il testo finale prevedeva:
- Circa 40 divisioni nazionali di 13.000 soldati ciascuna con un’uniforme comune (dunque un organico di molto superiore rispetto alla proposta francese iniziale)
- L’istituzione in contemporanea, su proposta del governo italiano, di una Comunità Politica Europea: infatti, il ruolo italiano nella Comunità europea di difesa sarebbe stato marginale poiché l’Italia non aveva grandi risorse da spendere per gli armamenti, ma in quanto grande Paese dal punto di vista demografico avrebbe avuto un ruolo molto rilevante in una Comunità politica europea che andava di pari passo rispetto alla CED in modo da bilanciare il preminente ruolo francese all’interno della CED stessa. La proposta italiana, però, aveva una sua logica: tutt’oggi appare chiaro che è impossibile arrivare a una difesa e a una politica estera comune europea senza prima avere una concreta integrazione politica.

Nonostante la firma del trattato istitutivo della CED, questa non entrò mai in vigore: la Germania Ovest fu il primo Stato a ratificare il testo, ma il trattato non venne mai ratificato dalla Francia che, con la morte di Stalin nel marzo 1953 e la fine del coinvolgimento francese nella guerra d’Indocina , non vedeva più il progetto della CED come prioritario.

IL RIARMO TEDESCO: LE SOLUZIONI
Rimaneva però ancora il problema del riarmo tedesco, che rischiava di sfuggire al controllo francese: Pierre Mendès France (Primo ministro francese) si mise in contatto con Anthony Eden (Primo ministro del Regno Unito) e i due si accordano per la creazione dell’Unione Europea Occidentale (UEO) che avrebbe dovuto fungere da struttura per organizzare la Difesa europea. Fu quindi ripreso in mano il Trattato di Bruxelles che istituiva l’Unione occidentale (alleanza militare tra Francia, Regno Unito e Paesi del Benelux), e con una serie di emendamenti nel 1954 al testo del tratto venne creata la UEO, con l’entrata di Italia e Repubblica Federale Tedesca. All’interno della UEO venne istituita l’Agenzia per il controllo degli armamenti (ACA) con l’obiettivo di:
- Monitorare la produzione degli armamenti nei Paesi membri
- Redigere normative per vietare la produzione di armamenti Nucleari, Biologici e Chimici (NBC) e proibire la produzione di certe categorie di armi convenzionali
- Tenere sotto controllo il riarmo della Repubblica Federale Tedesca, anche tramite indagini e visite in loco nelle aziende chimiche, nei laboratori biologici e nelle fabbriche produttrici di missili del Paese

Però il progetto della UEO comunque rimase solo sulla carta e risultò un fallimento: l’ACA perse gradualmente di importanza negli anni e cessò di esistere nel 1985 e l’unico effetto concreto dell’UEO fu la firma dei Protocolli NBC che puntavano a controllare il riarmo tedesco vietando a questa la produzione di armamenti NBC.

Nel 1955 diplomatici francesi entrarono in contatto con diplomatici italiani per tentare di organizzare un Comitato europeo degli armamenti, al di fuori delle negoziazioni per la CED. Da questa iniziativa francese nacque il Comitato FINBEL nel novembre 1953 formato da Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. Il Comitato FINBEL aveva l'obiettivo di discutere e organizzare la cooperazione sugli armamenti in Europa (stabilendo ad esempio quali armamenti era necessario produrre, in quali quantità, quali Paesi avrebbero collaborato nella produzione delle varie parti, ecc.). Nel 1956 anche la Germania Ovest entrò nel comitato che venne rinominato in FINABEL.

Il Comitato però subì un’importante regressione della sua importanza nel 1973 quando il Regno Unito entrò nella Comunità Economica Europea e quindi anche nel Comitato FINABEL: il Regno Unito insistette affinché il dibattito sulla cooperazione industriale nella produzione degli armamenti avvenisse solo dentro il framework della NATO. Così il Comitato FINABEL divenne solo un forum di discussione sulla interoperabilità degli armamenti, e non più sull'organizzazione concreta della produzione di armamenti a livello industriale europeo (in altre parole, da questo momento in avanti il Comitato diviene una sorta di think tank in cui si discute solo dell’uso degli armamenti, non sulla loro produzione). Dunque, dal 1973 in poi, la NATO si conferma essere la sola e unica arena in cui si possa discutere di cooperazione in materia di armamenti in Europa.

Nel 1963, Francia (guidata da François Mitterrand) e Germania Ovest (guidata da Helmut Kohl) firmano il Trattato dell’Eliseo, un trattato di amicizia che pone fine al secolare conflitto tra i due Paesi e avvia una nuova base per le relazioni bilaterali. Inoltre, il trattato definisce una permanente consultazione tra Parigi e Bonn su questioni relative alla difesa e alla politica estera.

AIUTI E INFLUENZE AMERICANE NEL PROCESSO DI INTEGRAZIONE
Nello stesso momento, all’interno della NATO vi è la creazione di diversi comitati con l’obiettivo di organizzare la cooperazione in materia di armamenti e di difesa. Uno dei più importanti comitati è sicuramente AGARD (Advisory Group for Aerospace Research and Development), il gruppo di ricerche aerodinamiche della NATO creato nel 1952 con il contributo di un famoso scienziato sull’aerodinamica, Theodore von Kármán. Questo gruppo per la ricerca prima aeronautica e poi anche sull’aerospazio, cessa di esistere nel 1998 quando viene unito al più largo Defence Research Group andando a creare la NATO’s Research and Technology Organisation, che esiste tutt’oggi.

La missione dell’AGARD era quella di mettere assieme le più alte personalità nel campo aeronautico della NATO con lo scopo di usare al meglio la ricerca, sviluppare le conoscenze del personale e aprire finestre di opportunità per la difesa comune dell’Alleanza Atlantica. Inoltre, negli anni ‘50 e ‘60 molte aziende europee ricevettero i brevetti americani per la produzione di armamenti in Europa per la NATO: l’obiettivo era creare occupazione e rilanciare l’economia europea attraverso la produzione bellica, che è estremamente profittevole (ricordiamo che le principali industrie automobilistiche europee vennero ingaggiate nella produzione di armamenti, ad esempio FIAT in Italia, Peugeot e Renault in Francia, ecc.), ma anche ottenere e sfruttare benefici economici sul mercato comune europeo e acquisire le capacità tecnologiche e le innovazioni europee. In sostanza, il Comitato AGARD era lo strumento con cui venivano scambiate informazioni sull’aerospazio e l’aeronautica dentro la NATO, e in particolare era uno strumento con cui gli Stati Uniti potevano ottenere e sfruttare le conoscenze e l’expertise degli scienziati europei per mantenere il proprio ruolo egemone in campo tecnologico e militare. AGARD è solo uno dei tanti comitati creati a livello globale dagli Stati Uniti per scoprire scienziati e acquisire importanti ricerche in ambito tecnologico utili alle forze armate statunitensi e al monitoraggio delle conoscenze tecnologiche dei Paesi alleati. Quindi, il successo del processo di integrazione europea (da un punto di vista commerciale e politico) diveniva uno strumento da utilizzare e sfruttare da parte delle aziende e delle autorità americane per perseguire gli interessi industriali, economici, tecnologici e geopolitici degli Stati Uniti stessi (Fonte: “Non solo diplomazia. Esperti e tecnici in scienza e tecnologia nella politica estera italiana fra Guerra fredda e costruzione europea”, David Burigana, 2017).

Grazie ai brevetti americani e agli accordi siglati con aziende americane, l’Italia e altri Paesi europei poterono rilanciare le proprie industrie della difesa. In particolare l’Italia, attraverso questi scambi e collaborazioni nella produzione di armamenti con gli Stati Uniti, riuscì in pochi anni a rilanciare la propria industria della difesa (ad esempio ricordiamo che l’Italia ottenne le licenze per riprodurre vari aeroplani americani, e con l’expertise ottenuta riuscì nel 1956 a produrre un proprio cacciabombardiere e ricognitore, il Fiat G-91, di cui negli anni vennero prodotti ben 756 esemplari). La FIAT, con le capacità tecniche acquisite e le royalties ottenute per la produzione di aeroplani e armamenti ottenne le risorse e le tecnologie necessarie per produrre nuove macchine (come ad esempio la Fiat 128), e altre aziende italiane (come Zoppas, Candy, Ignis…) divennero alla fine degli anni ‘60 leader mondiali nella produzione di elettrodomestici.

Quindi, questa collaborazione bilaterale tra Stati Uniti e alcuni Paesi europei fu fondamentale per rilanciare le industrie europee e quindi per rilanciare la crescita economica, ma dall’altro lato fu anche un freno alla possibilità di arrivare ad una maggiore collaborazione europea autonoma rispetto all’alleato americano: ad esempio, quando nell’ottobre 1967 le più alte personalità della politica e dell’industria italiana si riunirono per discutere della possibilità di aderire al Progetto Airbus europeo lanciato da Francia e Regno Unito (per produrre un airbus europeo a corto e medio raggio), l’Italia decise di rimanerne fuori in quanto le principali aziende italiane (FIAT, Alitalia e Agusta) vantavano già importanti accordi con l’azienda americana Boeing (concorrente di Airbus) per la produzione di aerei ed elicotteri da usare nella guerra del Vietnam.

Un importante spartiacque nel processo di costruzione della difesa europea si ebbe con la presidenza francese di Charles de Gaulle: de Gaulle fu molto scettico su alcuni aspetti dell’integrazione europea. Tra i tanti dubbi vi era l’approccio sovranazionale considerato riduttivo per la sovranità nazionale degli Stati. Egli tuttavia non era opposto all’idea di una collaborazione europea anche in quanto, cercando di limitare politicamente la Gran Bretagna, coglieva nel processo di integrazione europea l’occasione per rilanciare il ruolo della Francia. Difatti, non può essere trascurato come Parigi, agli inizi degli anni ‘60, vedeva il suo ruolo indebolito nel continente africano ed estromesso dal Sud Est Asiatico. Proprio per questo, il Presidente de Gaulle propose “l’Europa delle Nazioni” nella quale gli Stati nazionali avrebbero collaborato su interessi comuni senza però dover conferire sovranità nazionale e importanti poteri di decision-making ad istituzioni sovranazionali. De Gaulle cercò di affermare una politica estera francese indipendente dagli Stati Uniti: esemplare fu la decisione di ritirare la Francia dalle strutture militari integrate della NATO, nel tentativo di ottenere maggiore autonomia in ambito militare. La sua enfasi sull’indipendenza nazionale portò la Francia a sviluppare il proprio programma di armi nucleari indipendente e, pur supportando il progetto di una Comunità europea della difesa, rimase ancorato all’idea che la Francia dovesse mantenere il controllo delle proprie forze armate nazionali e in particolare delle proprie forze di deterrenza nucleare.

L'UNIONE EUROPEA E IL DIBATTITO SU UNA POSSIBILE DIFESA COMUNE AUTONOMA
Negli anni ‘80 e ‘90, ma soprattutto negli anni successivi alla fine della Guerra Fredda, in Europa si aprì un importante dibattito sulla possibilità di creare una difesa europea comune, indipendente dagli Stati Uniti. La fine della Guerra fredda portò rilevanti cambiamenti nelle dinamiche di sicurezza europea, in particolare con lo scioglimento del Patto di Varsavia e la riunificazione della Germania.

L’Unione europea, nata ufficialmente con il Trattato di Maastricht entrato in vigore nel 1993, cominciò ad assumere un ruolo sempre più attivo in questioni legate alla sicurezza. Maastricht creò il “sistema dei 3 pilastri”: il secondo pilastro era la PESC (Politica estera e di sicurezza comune). Già col Trattato dell’Atto Unico (1986) era stato introdotto per la prima volta un modello di cooperazione in materia di politica estera e con Maastricht oltre alla cooperazione in politica estera si aggiunge anche la materia della difesa e sicurezza comune. Si introduce quindi un ulteriore ambito di cooperazione, sempre comunque molto limitato dato che rientra nel metodo intergovernativo secondo il quale gli Stati membri cooperano tra loro con gli strumenti tradizionali del diritto internazionale ovvero mediante il voto all’unanimità mentre il ruolo delle istituzioni comunitarie resta sostanzialmente di indirizzo e non possono essere adottate posizioni comuni vincolanti.

Nel 1992 la UEO adottò le missioni di Petersberg, cioè la possibilità di avviare missioni umanitarie e di soccorso e attività di mantenimento e ristabilimento della pace in contesto di crisi in particolare nell’est Europa: questi compiti di Petersberg verranno ripresi e incorporati dall’Unione europea all'interno della PESC con il Trattato di Amsterdam entrato in vigore nel 1999. Si tratta però di una PESC incompleta in quanto l’UE non ha reali poteri vincolanti nei settori della difesa e della politica estera, che rimangono competenze degli Stati nazionali. Il Trattato di Amsterdam prevede inoltre:
- L’istituzione della figura dell’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza
- La creazione di una cellula di programmazione politica e di tempestivo allarme in ambito PESC
- L’introduzione del principio dell’astensione costruttiva: proprio perché è necessaria l’unanimità trattandosi di questioni assoggettate al metodo intergovernativo, si prevede che il fatto che uno Stato si astenga non costituisca un limite agli altri Stati di adottare una delibera

La politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) è parte integrante della politica estera e di sicurezza comune dell'UE (PESC): le competenze in queste materie restano tutt’oggi nel campo del metodo intergovernativo e quindi con un potere decisionale perlopiù affidato agli Stati membri, mentre a livello europeo è previsto un generico coordinamento delle politiche estere nazionali. In materia di PESC, il Consiglio decide le posizioni comuni mentre il Consiglio europeo definisce l’orientamento generale (ma non si possono adottare scelte vincolanti). Anche con il Trattato di Lisbona, le decisioni restano prese all’unanimità (resta valido il principio dell’astensione costruttiva) e, per quel che riguarda gli atti in relazione alla PESC, il ruolo del Parlamento europeo resta consultivo (il potere di iniziativa è di competenza degli Stati membri e dell’Alto rappresentante).

Nel 2004 viene inoltre istituita l’Agenzia europea per la difesa (AED) a cui partecipano tutti gli Stati europei e che ha l’obiettivo di:
- Promuovere la collaborazione tra i Paesi membri lanciando iniziative e proponendo soluzioni per migliorare le capacità di difesa
- Aiuta gli Stati membri che lo desiderano a sviluppare capacità difensive comuni
- Funge da “polo” di cooperazione fornendo capacità operative, ricerca & innovazione, formazione ed esercitazioni di mantenimento per sostenere le operazioni riguardanti la PESC
- Svolge un ruolo di facilitatore e di interfaccia tra gli attori militari degli Stati membri e le politiche dell’UE che incidono sulla difesa

Da un punto di vista più operativo, agli inizi degli anni ‘90 Francia e Germania presero l’iniziativa proponendo la creazione di un Eurocorps franco-tedesco, che fu presto aperto alla partecipazione di altri Stati europei. Nel 1993 gli Stati membri che partecipavano agli Eurocorps decisero di mettere queste forze a disposizione dell’UEO. Gli Eurocorps però vengono presto inquadrati all’interno del framework della NATO ponendo fine all’idea di poter costruire un esercito europeo autonomo: essi divengono un corpo d’armata di reazione rapida disponibile per le esigenze sia dell’UE che della NATO e vengono subordinati al Comando Supremo delle Potenze Alleate in Europa (SHAPE).

Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona vengono attivati i primi EU Battlegroups: i gruppi tattici dell'UE sono unità militari multinazionali, composte da 1.500 membri ciascuna, l’equivalente di un battaglione, e costituiscono parte integrante della capacità militare di reazione rapida dell’UE per rispondere alle crisi emergenti in tutto il mondo. Come ogni decisione relativa alla politica di sicurezza e di difesa comune (CSDP) dell'UE, il loro dispiegamento è soggetto a una decisione unanime del Consiglio e preferibilmente di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Durante il Consiglio europeo riunitosi a Helsinki nel dicembre 1999, cominciò a venir definito concretamente un corpo di intervento operativo. Il numero venne fissato a ben 60.000 uomini ma non venne mai attivato rimanendo solo sulla carta. Il Trattato di Lisbona, firmato nel 2007 ed entrato in vigore nel 2009, recepì gli elementi del Trattato di Bruxelles con le clausole di difesa dell'Unione Europea Occidentale nell'Unione europea e sette anni più tardi, ormai era il 2007, vennero attivati gli EU Battlegroups. I gruppi tattici possono essere impiegati in tutta la gamma di compiti elencati nell'articolo 43, paragrafo 1, del trattato sull'Unione europea e in quelli individuati nel contesto dell'attuazione della strategia globale dell'UE. Questi includono:
● Prevenzione dei conflitti
● Stabilizzazione iniziale
● Interventi umanitari e compiti di salvataggio
● Gestione della crisi
● Mantenimento della pace

Recentemente, a causa di perduranti e complesse minacce alla sicurezza, conflitti e instabilità ai confini dell’Europa, l’UE ha deciso di dotarsi di una Bussola strategica che stabilisce una visione comune per l’Unione sui temi di difesa e sicurezza per i prossimi 5-10 anni. La Bussola strategica dell’UE nasce come risposta allo shock “America first” della Presidenza Trump, all’AUKUS e al rovinoso ritiro occidentale dall’Afghanistan su decisione unilaterale americana. L’obiettivo finale della Bussola è arrivare all’autonomia strategica cioè l’UE mira a diventare un attore più assertivo ma anche più resiliente in un contesto di sicurezza sempre più ostile, ma il legame con la NATO non viene mai messo in discussione.

Particolare importanza, all’interno della Bussola Strategica, viene data al cosiddetto “EU Hybrid Toolbox”, cioè una cassetta degli attrezzi contenente tutte le misure adottabili dall’UE e dagli Stati membri per far fronte alle minacce ibride degli avversari che sempre più impiegano simultaneamente mezzi convenzionali e non convenzionali (tra cui disinformazione, cyberattacchi e uso dei migranti come arma politica) per destabilizzare l’Unione e i suoi Stati membri.

Tra le principali innovazioni della Bussola vi è la proposta di creare, entro il 2025, la “EU Rapid Deployment Capacity” che permetterà all’UE di schierare rapidamente 5 mila truppe (e 200 esperti), anche fuori dai confini europei, per far fronte a future situazioni di crisi. La strategia prevede un’intesa sugli scenari operativi nel 2022 e, a partire dal 2023, regolari esercitazioni delle truppe. Sarà una forza “modulare” cioè composta da moduli interoperabili provenienti dalle forze armate terrestri, aeree e marittime dei vari Paesi membri. Per il dispiegamento di queste truppe sarà prevista l’astensione costruttiva come alternativa al veto ed in generale sarà prevista maggiore flessibilità nel permettere a coalizioni di volenterosi di agire sotto egida UE: in altre parole, se c'è solo una coalizione di volenterosi pronti a partecipare saranno solo quei Paesi a votare, pianificare e condurre la missione senza la possibilità per gli altri Stati membri di mettere il veto. Con le stesse modalità di voto e astensione costruttiva funziona la PESCO o Cooperazione Strutturata permanente nel settore della difesa. La PESCO è “quadro e un processo per il rafforzamento della cooperazione nel settore della difesa tra taluni Stati membri dell’Unione europea che ne hanno la capacità e sono disposti a prendere provvedimenti in tal senso” con l’obiettivo di raggiungere congiuntamente “una gamma completa e coerente di capacità militari a disposizione per missioni e operazioni nazionali e multinazionali”(https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=LEGISSUM%3Apesco#:~:text=PESCO%20%C3%A8%20un%20quadro%20e,prendere%20provvedimenti%20in%20tal%20
senso.)
. Istituita con la decisione (PESC) 2017/2315 sulla base della proposta presentata da Francia, Germania, Italia e Spagna, vi partecipano attualmente 26 Stati membri dell’UE su 27, con l’eccezione di Malta.

Appare inoltre rilevante citare il Fondo europeo della difesa 2021-2027. Istituito con regolamento UE 2021/697, è un’iniziativa proposta dalla Commissione europea per:
- Sostenere progetti di ricerca collaborativa e di sviluppo delle capacità nell’ambito della difesa, complementando gli investimenti nazionali
- Promuovere la competitività, l’interoperabilità e la capacità di innovazione della difesa dell'UE
- Contribuire all'autonomia strategica dell'UE

Il Fondo, con un budget di 7,9 miliardi € per il periodo 2021-2027, supporterà finanziariamente consorzi di imprese ed enti provenienti da diversi Stati membri UE che intraprenderanno iniziative di cooperazione in ricerca e sviluppo di prodotti e tecnologie (nuovi o già esistenti) per la difesa. Il Fondo, eseguito prevalentemente in regime di gestione diretta, è suddiviso in 2 pilastri:
1) Pilastro azioni di ricerca (2,6 miliardi €): per finanziare ricerca collaborativa nell’affrontare minacce emergenti e future alla sicurezza
2) Pilastro azioni di sviluppo (5,3 miliardi €): per cofinanziare progetti collaborativi di sviluppo delle capacità

Il Fondo integra i finanziamenti nazionali già utilizzati a tale scopo ed è volto ad incentivare gli Stati membri a cooperare e investire maggiormente nel settore della difesa, sostenendo la cooperazione durante l’intero ciclo di vita dei prodotti e delle tecnologie per la difesa con azioni riguardanti sia nuovi prodotti e tecnologie per la difesa sia la modernizzazione di prodotti e tecnologie già esistenti. Il fondo è indirizzato non solo a consorzi di imprese, ma anche a centri di ricerca, amministrazioni nazionali, organizzazioni internazionali e università in tutta l’Unione. Al fine di garantire che le azioni finanziate contribuiscano alla competitività e all’efficienza dell’industria europea della difesa, è importante che gli Stati membri intendano acquistare congiuntamente il prodotto finale o utilizzare la tecnologia, in particolare attraverso appalti congiunti transfrontalieri.

La guerra in Ucraina ha poi sottolineato la necessità di rafforzare la strategia di difesa e la produzione comune di armi. Su questa linea il Parlamento europeo, nella seduta del 13 luglio, ha approvato un finanziamento di 500 milioni di euro per aiutare l'industria dell'UE ad aumentare la produzione di munizioni e missili (Act in Support of Ammunition Production). Inoltre, il 12 settembre scorso, gli eurodeputati hanno approvato il rafforzamento dell'industria europea della difesa attraverso la legge sugli appalti comuni (EDIRPA) per sostenere i paesi dell'UE all'acquisto congiunto di prodotti per la difesa come sistemi d'arma e munizioni, per colmare le lacune più critiche. Un potenziamento della base industriale e tecnologica della difesa europea non indifferente.

CONCLUSIONI
Dalla fine della Guerra Fredda, fatta eccezione per statunitensi e britannici, gran parte delle opinioni pubbliche occidentali, dai singoli individui ai sistemi di comunicazione di massa, non era stata più abituata al dover interagire e rispondere al confronto diretto ed indiretto con l’urto di una guerra convenzionale. Anche la visione politica europea è sembrata unirsi a questo idem sentire, rallentando o pregiudicando, complice le crisi e l'austerità economica, i processi di ammodernamento ed efficientamento delle Forze Armate.

La nuova fase della crisi ucraina, apertasi con l’inizio delle operazioni su larga scala nel febbraio 2022, ha indubbiamente costretto Bruxelles ad un nuovo, ma altrettanto traumatico, reality check che ha fatto riemergere “vari spettri che si credeva (o si auspicava) fossero sepolti in una Realpolitik d’altri tempi, come quella della politica di potenza declinata in chiave di espansione territoriale” (Cella, 2021). Non si può escludere come, nel tentativo di analizzare la postura dell’Unione Europea, ciò debba essere letto in combinato con altri eventi. Difatti, nel corso degli ultimi anni, un filo sottile ma sempre più percettibile ha unito la resistenza di Kiev con episodi quali la caduta di Kabul. Questo legame, che si è intrecciato in raffinati ed inaspettati atteggiamenti, ha fatto traguardare per la prima volta non solo il ruolo politico che l’Unione Europea potrebbe assumere nello scacchiere internazionale ma anche i suoi più grandi limiti: la mancanza di un esercito comune e l’assenza di una concreta e realmente condivisa politica estera e di sicurezza. Visioni divergenti sulla linea politica da seguire hanno così pregiudicato una decisiva risposta politica sulla gestione delle crisi.

A quanto sopra esposto si aggiunge il ruolo, sempre più indispensabile, rivestito dall’Alleanza Atlantica. Difatti, la NATO si presenta come una consolidata ed efficiente struttura militare capace di garantire la sicurezza regionale e mantenere una vitale interconnessione tra i Paesi membri. Proprio per questo se da un lato la creazione di una nuova struttura militare, con gran parte degli stessi paesi coinvolti, risuonerebbe quale mero duplicato, dall’altro occorre osservare l’attuale contesto per comprendere in quali campi una più serrata integrazione securitaria garantirebbe un più robusto ruolo militare di Bruxelles. Questo, così come indicato nel corso dell’analisi, dovrebbe avvenire attraverso il potenziamento delle strutture di produzione delle industrie della difesa, stimolando altresì l’ammodernamento e la copertura capillare dell’UE sotto il profilo logistico.

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