Abstract
Giacarta, capitale economica e amministrativa della nazione arcipelago dell’Indonesia, vive da decenni una incessante e frenetica fase di sviluppo e urbanizzazione le cui basi sono però compromesse da problemi strutturali di lunga data. Disagi divenuti ormai impossibili da ignorare ne mettono ora a rischio il futuro stesso, esponendo una porzione della sua popolazione, di cui spesso la maggior parte proviene dalla fetta socialmente ed economicamente più svantaggiata, al sommergimento progressivo delle proprie zone abitative. Questa analisi si pone l’obiettivo di fornire un quadro lucido, seppur sommario, delle attuali problematiche idriche che condizionano l’avvenire della città, insieme alle proprie cause storiche, le possibili derive e i piani di prevenzione del rischio attualmente in fase di progettazione e implementazione.
Introduzione
La città di Giacarta ospita circa 11 milioni di abitanti distribuiti su una superficie di 661,5 km², più altri 2,5 milioni di lavoratori pendolari che quotidianamente si riversano negli spazi della capitale indonesiana dalle aree a essa circostanti. Questi numeri sono destinati a salire nel corso dei prossimi anni, con previsioni che proiettano la popolazione della città a circa 30 milioni entro il 2030 (Takagi et al., 2016). Un livello di urbanizzazione che viaggia a simili ritmi costringe le politiche pubbliche ad adattarsi a una richiesta sempre maggiore di spazi per accogliere i nuovi residenti, esponendo Giacarta a un abbassamento drastico nella disponibilità di aree verdi, necessarie al corretto funzionamento del meccanismo del displuvio (World Resources Institute, 2017).
A un processo diseguale e spesso problematico degli spazi urbani viene a sommarsi una sequela di annose problematiche che affliggono la città ormai da decenni e la cui radice affonda nel periodo risalente all’amministrazione olandese dell’isola di Giava. La più grave tra queste problematiche, il cedimento progressivo del terreno su cui la città si erge, registrato a un tasso medio di 11/12 cm l’anno nelle zone periferiche costiere della capitale (The Hindu Times, 2023), trova origine nella separazione razziale, prima, esercitata dalla pianificazione urbana nederlandese, e nello iato sociale, poi, risalente invece al periodo postcoloniale. In un simile contesto di ripartizione razziale e sociale un accesso impari a fonti idriche pulite e sicure si è trasformato nella cartina di tornasole delle disuguaglianze su cui lo sviluppo urbano di Giacarta è inevitabilmente imperniato. Se le classi più abbienti della città hanno accesso a un buon sistema di acqua potabile corrente, le classi svantaggiate sono invece costrette ad affidarsi al pompaggio di acque superficiali.
Il pompaggio eccessivo, così come la pressione verticale esercitata dagli edifici sulla falda freatica su cui la città giace sono causa diretta del cedimento del terreno su cui Giacarta è costruita. A queste dinamiche vanno sommate, inoltre, l’innalzamento del livello dei mari e l’aumento nella frequenza di cicloni tropicali nella regione, sollecitati a loro volta dal cambiamento climatico. Tutti questi fattori espongono la città al rischio di alluvioni, forzando l'amministrazione alla ricerca di soluzioni correttive. Tra queste spicca il progetto Great Garuda (Grande Garuda), una gigantesca diga marina che avrebbe in origine dovuto ricalcare la sagoma del leggendario uccello simbolo della nazione (Priska, 2021; The Economist, 2022).
Come rimarcato anche da Batubara, Kooy e Zwarteveen, la triste ironia risiede nel fatto che a raccogliere i frutti, tanto economici quanto logistici di questi progetti infrastrutturali, siano proprio quelle stesse élite che hanno contribuito direttamente alla esacerbazione delle dinamiche idriche che soggiacciono alle crisi che oggi minano la sopravvivenza di Giacarta (Batubara et al., 2018).
Le ferite di Giacarta, apparentemente insanabili, hanno spinto il Paese ad abbracciare, nel 2019, il progetto di spostare in un piano decennale tutti i propri uffici governativi verso una nuova capitale costruita da zero nell’est della provincia di Kalimantan. Il progetto, di per sé esoso ed ecologicamente impattante, non sembra ancora raccogliere gli investimenti esteri su cui il governo Widodo conta per coprirne l’80 % circa delle spese di costruzione. Se anche dovesse vedere la luce nel corso dei dieci anni auspicati, inoltre, i problemi di Giacarta continuerebbero a necessitare di una soluzione urgente nonostante la migrazione dell’amministrazione nazionale sulla costa est dell’isola di Borneo (The Economist, 2022).
Una breve introduzione all’urbanistica idrica di Giacarta
Vi sono quattro tipi di land subsidence (cedimento del terreno): uno dovuto a un'eccessiva estrazione di acqua superficiale, uno legato alla spinta esercitata dal peso degli edifici sul terreno, uno causato da un consolidamento del suolo alluvionale e infine uno dovuto a un cedimento geotettonico. (Takagi et al., 2016) Nel caso di Giacarta, le principali tipologie incriminate sono le prime due, laddove la seconda, però, è conseguenza diretta della prima.
L’eccessivo affidamento della popolazione di Giacarta sull’estrazione e pompaggio di acqua superficiale ha radici piuttosto remote, che rimandano direttamente al passato coloniale della città, quando il suo nome era ancora Batavia. Definita, per via della bellezza dei suoi canali e della sua architettura, la “Regina d’Oriente”, la sua pianificazione urbana ricalcava esplicitamente l’esempio della città di Amsterdam, capitale dell’allora Repubblica delle Sette Province Unite. In seguito alla conquista del Regno di Jayakarta da parte delle milizie della Compagnia delle Indie Occidentali, la falda freatica attraverso la quale passa l’ultimo tratto del fiume Ciliwung, il più capiente e importante dei 13 che attraversano oggi la capitale indonesiana, fu individuata come base di costruzione dell’avamposto orientale della Compagnia. (Dewi et al., 2018)
Il sistema di canali adattato a Batavia dall’esperienza di Amsterdam funzionava, secondo il modello urbanistico promosso dall’olandese Simon Stevin, uno dei massimi esponenti occidentali del modello di city grid (griglia urbana) nel diciassettesimo secolo, come sistema vascolare della comunità urbana. (Weebers et al., 2013) Le due funzioni, rispettivamente quella “arteriosa” e “venosa”, erano principalmente di fornire all’insediamento un sistema di circolazione efficiente e di permettere un deflusso tanto dei liquami di scolo che delle acque in eccesso in caso di alluvione verso il mare. A queste, però se ne aggiungeva una terza, che consisteva nella separazione sociale della comunità cittadina in porzioni territoriali spazialmente definite. Non tutti i settori della griglia, infatti, risultavano connessi dalla presenza di ponti, e i canali riuscivano in questo modo a fornire al potere un valido strumento di ordine politico, economico e sociale. (Kehoe, 2015)
Il momento di splendore vissuto dalla “Regina d’Oriente” si tramutò nel diciottesimo secolo in un periodo di difficoltà e progressivo degradamento. Il principio di emulazione di quell’orgoglio estetico occidentale che sottostava al sistema di canali, così come all’architettura degli edifici della città, dovette scontrarsi con le difficoltà specifiche del territorio nel quale era stato trapiantato. I depositi sedimentari trasportati a valle dal fiume, insieme ai rifiuti che venivano quotidianamente gettati in acqua, finirono col bloccare irrimediabilmente il flusso d’acqua dei canali di Batavia. Il clima tropicale dell’isola di Giava, infine, generò, sulla base di queste condizioni, una terribile ondata di colera i cui tassi di mortalità spinsero la “Regina” ad essere rinominata “Cimitero d’Oriente”. (Dewi et al., 2018)
Il grave problema di impaludamento del sistema di canali avviò un processo di spostamento delle élite cittadine europee verso zone esterne alle mura cittadine, procurando così la spinta verso una nuova ondata di urbanizzazione della piana. Il risultato di questo spostamento massiccio fu l'istituzione di un nuovo centro urbano a Weltevreden (corrispondente a quella che è oggi Central Jakarta), più alto e distante dalle zone basse della città. La migrazione risultò anche nello sviluppo di un sistema di approvvigionamento idrico in grado di convogliare acqua pulita e potabile alle comunità più abbienti della città, costringendo in questo modo il resto della popolazione a utilizzare l’acqua sporca dei fiumi o a fare affidamento al pompaggio di acqua superficiale.
L’epidemia di colera spinse, inoltre, il governo locale alla rimozione della maggior parte dei canali, il cui numero originale si ridusse a sei, tra cui sopravviveva lo storico Molenvliet Canal, arteria di transito fondamentale all'interconnessione delle mura della vecchia Batavia con il centro di Weltevreden, le nuove uptown e downtown nate in seguito all’insorgere della pandemia. A questi se ne aggiunsero però di nuovi che, come il West Flood Canal, erano considerati necessari alla gestione delle acque fluviali in eccesso prodotte dalla ricorrenza annuale di monsoni e cicloni tropicali. (Dewi et al., 2018)
L’urbanistica di Giacarta, il fenomeno dei kampung e la classificazione giuridica dei terreni urbani
Nel periodo di declino di Batavia ebbero origine molti di quei problemi urbanistici e sociali che ancora oggi condizionano negativamente lo sviluppo e la sostenibilità della città di Giacarta. La risorsa idrica come cifra di classamento sociale è ancora oggi elemento centrale del dibattito e, se nella Batavia coloniale delineava la separazione tra la classe dirigente europea e la popolazione indigena, oggi rappresenta invece la barriera sociale tra la Giacarta benestante e quella “informale” e arretrata dei kampung.
Il fenomeno urbanistico del kampung, che Kusno definisce come uno spazio intermedio tra la campagna e la città; eppure, all’interno della città stessa, è conseguenza diretta delle politiche urbanistiche coloniali olandesi. Il kampung, che in bahasa indonesia ha semplicemente il significato di “villaggio” o “insediamento”, si presenta come uno spazio irregolare e densamente popolato, con un mercato fondiario dalle caratteristiche differenti e come un mezzo di stabilizzazione fondamentale in un sistema binomiale città-campagna progressivamente più polarizzato. (Kusno, 2019)
Il kampung opera nel cuore di un sistema di sviluppo capitalista dalle caratteristiche fortemente disequilibrate, in cui l’economia informale del kampung funge da supporto stesso all’economia formale della città industrializzata. Oltre a rappresentare un supporto al sistema formale, al quale fornisce stabilmente manodopera a basso costo, questo tipo di insediamento rappresenta un ponte transizionale alla città per i migranti provenienti dalle campagne giavanesi. (Alzamil, 2018) Nonostante il rapporto binario tra il kampung, i cui elementi rappresentativi sono il fango e il bambù con i quali i suoi edifici sono costruiti, e il kota, la città formale fatta di cemento e mattoni, poggi su una dinamica di irreparabile disparità ontologica, la relazione instaurata fra questi due mondi urbani allo stesso tempo separati e coesistenti si conferma motore inestinguibile di dinamismo per la città di Giacarta. (Kusno, 2019)
Lo spazio all’interno del kampung non rispetta il piano regolatore e non si sposa al concetto di zoning (zonizzazione), per cui in urbanistica si intende una suddivisione più o meno omogenea delle aree urbane. Anche se il terreno su cui il kampung è costruito manchi sovente di status legale, ciò non vuol dire che l’insediamento in sé sia illegale. In virtù di questo paradosso ci è utile sottolineare come nelle città indonesiane coesistano tre livelli giuridici differenti di terreno, e il kampung si posiziona in questa equazione come terreno in cui il diritto di possesso è semi-formale e registrato soltanto a livello di governo locale ma non a quello nazionale. (Kusno, 2019)
Questo status giuridico espone però i residenti dei kampung, situati in larga parte lungo le rive dei 13 fiumi che attraversano la città o lungo le arrischiate coste settentrionali, a dinamiche di ricollocamento da parte del governo per via dei diritti legali sui terreni sopra i quali le loro abitazioni sono costruite. (urbanet.info, 2022) Progetti di allargamento e pulizia dei fondali fluviali, altamente compromessi da cause certamente legate alla carenza di servizi di raccolta e smistamento efficienti, costringono la fetta popolativa meno impattante in termini di inquinamento ed emissioni di gas serra a un costante rischio di migrazione forzata. (World Bank, 2011)
Il problema delle inondazioni
Un’altra crisi che affligge la capitale indonesiana è l’innalzamento del mare. Il 40% della città di Giacarta si trova già sotto il livello del mare. I tredici fiumi che scorrono nella metropoli indonesiana sono tutti quanti soggetti ad inondazioni in quella che viene conosciuta come la “stagione dei monsoni”. L’intervento dell’uomo ha reso decisamente più critica la situazione: l’estrazione illegale di acque sotterranee sia da parte del pubblico che delle imprese ha, infatti, provocato cedimenti di diversi metri nella parte settentrionale della città (Unfcc, 2022).
A circa 50 Km dal sud della città, si trova un vulcano dormiente che si erge a 3.000 metri sul livello del mare (Mount Pangrango) e alle cui pendici si raccoglie l’acqua piovana che insieme alle sorgenti naturali contribuisce a formare i principali fiumi che sfociano a Giacarta. L’intervento dell’uomo ha trasformato completamente il paesaggio circostante e le conseguenze hanno assunto contorni disastrosi: le foreste ai piedi della montagna non esistono più, ed al posto del verde degli alberi vi sono ville eleganti, villaggi turistici, grattacieli, raffinati ristoranti e complessi residenziali. Queste strutture artificiali hanno ridotto la capacità del suolo di assorbire le piogge torrenziali e i temporali che in modo assiduo colpiscono la zona durante la stagione delle piogge.
Il fiume Megamendung che si trova su un profondo burrone alto 8m, se nella stagione estiva risulta innocuo per l’acqua poco profonda, diviene spesso devastante durante il periodo delle piogge. Il livello dell’acqua può infatti salire di 4m portando con sé fango e detriti; inoltre, la forza della corrente del fiume alle volte provoca delle frane. In generale i tredici fiumi di Giacarta sono attualmente capaci di contenere 950 metri cubi di acqua al secondo. Ma nel corso della stagione delle piogge il flusso d’acqua di tali fiumi può arrivare fino a 2.500 metri cubi al secondo. Certe volte l’acqua è così alta che è difficile distinguere dove finisce il fiume e dove inizia la terra se non fosse per i tetti che sporgono dall’acqua. A causa del pessimo drenaggio di Giacarta è quasi consuetudine assistere ad inondazioni sulle strade principali della città dove hanno sede oltre che abitazioni anche multinazionali, ministeri governativi e agenzie internazionali (Rayda, 2021). Nel febbraio del 2007, Giacarta ha vissuto un’inondazione che ha coinvolto il 60% circa della città; da nord essa era infatti circondata da inondazioni costiere mentre da sud da inondazioni fluviali. Circa ottanta persone hanno perso la vita e settanta mila case sono state invase dall’acqua che per diversi giorni non si è ritirata in tutta la città. Heri Andreas, un esperto di geodesia del Bandung Institute of Technology ha affermato che l’alluvione del 2007 è stata così dannosa soprattutto a causa della subsidenza del terreno. Ad inizio del 2020, lo scienziato ha creato una simulazione al computer su cosa sarebbe successo a Giacarta negli ultimi quaranta anni senza il problema della “land subsidence”. Questa simulazione ha dimostrato che le alluvioni non sarebbero una minaccia per la città, in condizioni normali si risolverebbero senza grandi problemi. Solo un terzo delle attuali zone sarebbero soggette alle alluvioni. La subsidenza del terreno ha invece incrementato del 300% il numero delle aree colpite dalle inondazioni. Sprofondando progressivamente il sottosuolo, molte aree sono diventate più basse dei fiumi, in particolar modo nell’area costiera, aumentando di conseguenza la quantità di aree soggette a inondazioni in tutta la metropoli. Secondo questa ricerca condotta da Andreas entro il 2050 il 40% di Giacarta potrebbe essere sott’acqua (Rayda, 2021).
Secondo un’analisi dei dati collezionati da Landsat, sono stati costruiti almeno 1185 ettari di nuova terra lungo la costa. Dhritiraj Sengupta, scienziato di telerilevamento presso la East China Normal University, ha evidenziato che la maggior parte del terreno è stata utilizzata per complessi residenziali di fascia alta ed un campo da golf, implicando notevoli rischi per Giacarta dal punto di vista dell’innalzamento del mare. Nell’ultimo studio dell’Università IPB di West Giava, in Indonesia, è stato riscontrato che in varie aree di Giacarta c’è un cedimento del terreno stimato intorno ai 4.9 cm all’anno causato principalmente dall’uso eccessivo delle acque sotterranee (Edvin Aldrian, The Conversation, 2021). Le isole artificiali sono spesso tra i tipi di terreno che cedono più rapidamente poiché la sabbia e il suolo si depositano e si compattano nel tempo. Lo scienziato ha affermato che i satelliti e i sensori a terra hanno registrato parti del nord di Giacarta che si abbassano di dozzine di millimetri l’anno. Sulle nuove isole artificiali, quel tasso è salito fino a 80 millimetri l’anno (U.S. Geological Survey, 2019).
Nello scenario che è stato esposto sino ad ora si inserisce altresì il problema dell’inquinamento dei fiumi di Giacarta, risultano pieni di plastica. Gli ultimi studi mostrano che tra dicembre 2019 e gennaio 2020, la plastica costituiva il 74% e 87% del totale dei rifiuti artificiali trovati rispettivamente in cinque fiumi e tre impianti di detenzione a Giacarta. La forma più diffusa di rifiuti di plastica sono i sacchetti, seguiti da bottiglie in PET, imballaggi alimentari, bicchieri per bevande, cannucce e contenitori di polistirolo. È stato calcolato, inoltre, che i detriti di plastica recuperati dall’acqua superficiale erano in media 9,9 grammi, o un terzo di oncia per persona. Nonostante la città abbia un sistema di raccolta e riciclaggio dei rifiuti, gran parte dei rifiuti di plastica nel paese non è gestita in maniera efficace e finisce nei fiumi. Per evitare che la plastica si estenda fino all’oceano aperto, il governo della città ha fatto installare delle barriere. Sarà necessario secondo Pertiwi quando sorgerà la nuova capitale del Paese nel Borneo che il governo nazionale progetti un migliore sistema per la gestione dei rifiuti al fine di proteggere i fiumi dall’inquinamento della plastica. Da quello che è emerso da un sondaggio dell’Indonesia National Plastic Action Partnership dell’ormai lontano 2017, il Paese del sud-est asiatico produce circa 6,8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica all’anno. La maggior parte dei rifiuti di plastica finisce nelle discariche. Solo una piccola percentuale (circa il 10%) è stata riciclata negli oltre mille centri di riciclaggio del Paese. Più o meno la medesima quantità ha raggiunto l’oceano (circa 620.000 tonnellate). L’inquinamento da plastica danneggia gravemente l’ecosistema marino e indirettamente anche gli esseri umani. I rifiuti, infatti possono essere inghiottiti da creature marine come balene, tartarughe e soprattutto pesci perché scambiati per cibo, e accumulandosi nei loro corpi rischia di ucciderli, o comunque di risalire la catena alimentare, tornando agli esseri umani (Gokkon, Mongabay, 2022).
Le politiche idriche di Giacarta
Nonostante i miliardi di dollari spesi negli ultimi decenni, la speranza degli abitanti di poter vivere in una Giacarta senza traffico e inondazioni rimane però un’utopia. In questo contesto, le condizioni meteorologiche sempre più estreme a cui stiamo assistendo negli ultimi anni a causa del cambiamento climatico porteranno ad un probabile aumento delle inondazioni. Ciò significa che occorre un intervento efficace nel più breve tempo possibile.
Nel 2013, il governo ha proposto la costruzione di una immensa diga marina che si estende per 30 km attraverso l’area della baia di Giacarta con l’obiettivo di agire contro le inondazioni e porre un freno all’esponenziale problematica della subsidenza del terreno. Secondo il piano iniziale, la diga gigante dovrebbe convertire 148 chilometri quadrati di mare in due laghi d’acqua dolce puntellati di isole artificiali. Essa dovrebbe ricoprire, inoltre, il ruolo di strada e pedaggio. Tale diga, identificata come il progetto National Capital Integrated Coastal Development (NCICD) era vista la soluzione di tutti i problemi della capitale indonesiana: dalla carenza di acqua dolce, all’innalzamento del livello del mare e al cedimento del suolo. Scienziati e attivisti erano invece convinti che potesse essere solo sulla carta un buon progetto e che il disastro ecologico fosse un rischio fin troppo concreto. Questo progetto ha un prezzo di 40 miliardi di dollari, quasi sette volte il budget annuale della città nella sua interezza. Il piano NCICD si riteneva non dovesse essere pagato dalle casse nazionali ma da Giacarta in quanto le casse del paese dovevano fronteggiare diversi problemi in altre città. Si poteva finanziare il progetto esclusivamente tramite lo sviluppo del territorio. Per aiutare a finanziare la diga, il governo si è rivolto così agli sviluppatori immobiliari a cui erano stati promessi i permessi per costruire isole artificiali. La somma è diventata incredibilmente ingente poiché nel progetto NCICD sono state inserite varie misure come il miglioramento dell’approvvigionamento idrico e del trattamento delle acque. Con nuovi terreni, hai bisogno di più strade, più infrastrutture e così via". Le isole sarebbero occupate da proprietà di lusso sul lungomare dove i ricchi possono attraccare i loro yacht.
Il progetto della diga gigante è momentaneamente sospeso ma il governo si sta impegnando anche in altri progetti che dovrebbero mitigare la forza delle inondazioni: due dighe nelle aree del fiume Ciliwung che si estendono per 17 Km di lunghezza. Tale fiume, durante la stagione delle piogge può far arrivare alle pianure 365 metri cubi d’acqua al secondo; le dighe dovranno ridurre l’acqua a 253 metri cubi al secondo. Quando il fiume sarà entrato a Giacarta, avrà probabilmente raggiunto i 570 metri cubi al secondo grazie soprattutto alle centinaia di affluenti lungo il suo corso. Queste zone sono ora occupate dai coloni, illegalmente (Rayda, 2021).
Enggar Feny Sugiharto, a capo dell’Ufficio per l’organizzazione presso l’Ufficio per la cooperazione internazionale ha affermato che nell’ambito della lotta al cambiamento climatico, la principale minaccia per la città di Giacarta è rappresentata sia dall’acqua che proviene dalle montagne che dalle onde di marea. L’enorme incremento della popolazione degli anni Sessanta e Settanta non si è accompagnato ad un adeguamento delle infrastrutture della città, in particolare lungo la costa dove i quartieri sono più a rischio in caso di inondazione. Molte delle comunità che vivono lungo la costa non hanno accesso alla conduttura idrica. Sugiharto ha altresì affermato che per far fronte a queste problematiche la città sta investendo nella fornitura di acqua. Si sta applicando, inoltre, la legge contro coloro che estraggono acqua illegalmente.
La qualità dell’aria, in una della città più popolose della Terra, è tutt’altro che buona, sebbene le autorità si siano impegnate ad incrementare gli spazi verdi dal 10% al 30%. Giacarta ha dunque introdotto trenta autobus elettrici al fine di rendere più ecologico il proprio sistema di trasporto; un'iniziativa dettata anche dalla collaborazione con C40, una rete di città di tutto il mondo che si è impegnata in un'azione significativa per il clima (Unfcc, 2022).
Il governo da diverso tempo ha progettato di modernizzare il sistema fognario di Giacarta (JSS) che dovrebbe essere in grado di diminuire l’inquinamento nei tredici fiumi di Giacarta e fornire acqua pulita evitando in tal modo alla comunità di estrarre acqua dal sottosuolo, un’attività che ha causato la subsidenza del terreno. Tutto ciò trattando i rifiuti domestici presso l’IPAL di Giacarta prima che l’acqua venga pompata nei fiumi. Il JSS è stato pianificato con l’intento di amministrare il trattamento dei rifiuti in quindici zone – con un’attenzione particolare inizialmente rivolta alle zone 1 e 6. Tra queste zone rientra la zona 0 presso il bacino idrico di Setiabudi. La Zona 1 (il cui costo è di circa 8,1 trilioni di rupie) e la Zona 6 (che costa 8,7 trilioni di rupie) saranno situate rispettivamente a Pluit - su una porzione di terreno di 4,9 ettari, a nord di Giacarta - e a Duri Kosambi, su un appezzamento di terreno di 5,8 ettari. Le zone 1 e 6 saranno in grado di trattare rispettivamente 198.000 e 282.000 metri cubi di acque reflue al giorno. Il 55% circa del costo totale sarà a carico dell’Agenzia giapponese per la cooperazione internazionale tramite uno schema di prestiti. Tale progetto dovrebbe terminare nel 2026. Dopo queste due zone, il progetto proseguirà in altre 12 zone di tutta la città. Il presidente direttore della società di trattamento delle acque reflue di proprietà della città PD PAL Jaya, Subekti, ha dichiarato che il progetto richiederebbe molto tempo e costerebbe di soldi in quanto i tubi per il sistema sarebbero posizionati da 20 a 30 metri sottoterra. Inoltre, con le fondamenta degli edifici che occupano già spazio sottoterra, l'installazione dei tubi sarebbe difficile. (Wijaya, 2018).
Conclusioni
Questa analisi ha illustrato le attuali crisi, di cui la mano dell’uomo è direttamente responsabile, che flagellano la città di Giacarta e le misure che finora sono state adottate per combatterle. L’approccio adottato dal governo di Giacarta tuttavia non sembra, ad oggi, aver dato i frutti sperati per far fronte ai numerosi problemi della megalopoli asiatica.
Il piano NCICD per esempio non sembra essere sufficiente a preservare lo status quo di Giacarta e l’ipotesi di trasferire nel Borneo la capitale suscita più di qualche perplessità dal momento che la maggior parte della popolazione non è disponibile a trasferirsi a migliaia di km di distanza. Al di là delle misure che sta attuando il governo locale, Giacarta non può risolvere da sola il problema delle inondazioni e della “land subsidence”. La città dovrà collaborare anche con le aree circostanti per poter combattere entrambe le criticità. Per scongiurare il più possibile il pericolo delle inondazioni e garantire la ricarica delle falde acquifere la città dovrebbe favorire il ripristino delle infrastrutture naturali nelle aree a ovest di Giava. Inoltre, per cercare di ridurre la raccolta di acque sotterranee, il governo dovrà regolamentare l’estrazione di acqua e trovare un compromesso con le società idriche per fornire infrastrutture a case e edifici. L’insieme di queste soluzioni potrebbe far rientrare l’emergenza idrica in cui imperversa Giacarta (World Resources Institute, 2017).
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