Il giornalismo indipendente nelle zone di conflitto: l’esperienza di Carolina Pedrazzi (Parte 1)

  Focus - Allegati
  30 ottobre 2025
  34 minuti, 55 secondi

Autrici

Giulia Casot - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Rosa Santa Serravalle - Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Sofia Spanò - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società



Abstract

L’importanza della disciplina del giornalismo è cresciuta e mutata nei secoli per soddisfare con i mezzi più opportuni secondo l’epoca l’incarico attribuitole dalle società civili: soddisfare il bisogno di conoscere i fatti e le loro cause per scegliere con consapevolezza se e come accettarne e integrarne le conseguenze nel proprio vivere quotidiano. Questo bisogno si è intensificato nel mondo contemporaneo soprattutto per effetto della globalizzazione, non migliorando, tuttavia, il livello di trasparenza, neutralità e indipendenza che devono contraddistinguere il lavoro del giornalista. Anzi, egli si trova spesso sottoposto a pressioni indebite da soggetti diversi e l’avvento dei social network ha minato ulteriormente l’autorevolezza del lavoro di inchiesta giornalistica, concedendo spazio e libertà di parola a chi esprime con forte convinzione opinioni anche prive di fondamento oggettivo. Un diritto, quello della libertà di espressione, da garantire a tutti, ma anche da bilanciare con l’esigenza di narrazioni veritiere, soprattutto se queste riguardano fatti accaduti in territori contraddistinti da conflitti armati e civili. In tali contesti, i giornalisti professionisti si trovano spesso ad affrontare non solo un senso di insicurezza e pericolo generale, ma anche ostacoli burocratici, istituzionali e talvolta pure l’ostilità della popolazione locale. La giornalista freelance Carolina Sophia Pedrazzi ha parlato delle esperienze maturate sul campo in Libano e Palestina, condividendo anche le ragioni che l’hanno spinta ad optare per il giornalismo indipendente. Attraverso i propri reportage, vuole garantire ai suoi interlocutori una comunicazione indipendente, caratterizzata da oggettività insieme ad una contraddistinta empatia.

Introduzione

Un secolo di guerre e profondi scontri politici porta alla luce il modo in cui l’informazione giornalistica può essere manipolata come strumento di disinformazione o propaganda. [...] La Società dell’informazione mette infine il giornalismo a confronto con una dimensione pervasiva della comunicazione. In un quadro di grandi difficoltà, ne risulta comunque un’inaspettata vitalità dei giornalismi [...].” (Treccani, 2014).

Umberto Eco usa queste parole per riconoscere le doti camaleontiche del giornalismo, capace di agire e reagire di fronte ai cambiamenti sociali di cui si fa portavoce. Eco si riferisce al giornalismo del “secolo breve” del Novecento, che ha saputo narrare fatti inimmaginabili ad una società che, prima ancora di essere “dell’informazione”, è una società di individui bisognosi di nuove chiavi di lettura per interpretare gli eventi atroci che ne hanno influenzato le dinamiche fino ad oggi.

In questi termini, la società contemporanea non si dissocia da quella di un secolo fa. La cronaca recente, soprattutto internazionale, è obbligata a rapportarsi quotidianamente con una realtà ricca di conflitti e accadimenti inattesi. In questo contesto, il lavoro di inchiesta giornalistica è tornato a ricoprire, forse più di ieri, un ruolo fondamentale nei territori in cui sono presenti conflitti civili e armati. Le guerre in corso in Ucraina (dal 2022) e in Israele (dal 2023), sono gli esempi più diffusi, specie in Occidente. Si dimenticano, tuttavia, degli altri conflitti in atto nel resto del mondo. Non si parla del conflitto del Sudan, iniziato nel 2023; delle tensioni recenti al confine tra Cambogia e Thailandia; delle ultime proteste giovanili in Bangladesh e in Nepal e degli infiniti attacchi degli esponenti dei cartelli del narcotraffico in Sud America.

A dispetto delle differenze culturali e geografiche, queste situazioni presentano due tratti comuni. In primis, esse sono il risultato di dinamiche socio-culturali complesse, stratificatesi negli anni, di cui non si può e né si deve offrire una narrazione semplicistica o faziosa.Inoltre, coinvolgono persone reali, cittadini comuni, vittime delle scelte di chi ha deciso di ignorare il valore dei loro diritti, se non anche delle loro vite.

A restituire dignità a questi individui e a questi fatti sono i professionisti che, con coraggio, si recano in zone ad alto rischio, mettendo in pericolo la propria incolumità, per osservare la situazione sul campo attraverso una lente – auspicabilmente – oggettiva e imparziale. Il loro compito è raccogliere informazioni e testimonianze necessarie ad attribuire credibilità alle narrazioni, poi condivise con chi non può o non vuole intraprendere lo stesso percorso.

Carolina Sophia Pedrazzi rientra in quella cerchia ristretta di persone che hanno deciso di fare del reportage nelle zone di conflitto la propria missione. Nata a Milano nel 2002, ha studiato a Sciences Po Paris e alla Columbia School of Journalism a New York, oltre che all’American University of Beirut, focalizzando il proprio lavoro giornalistico sui temi dell’immigrazione, della religione, nonché degli interventi militari stranieri in Medio Oriente e Nord Africa (Pedrazzi, 2025).

Durante l’intervista dello scorso 11 settembre 2025 ha parlato di come è arrivata a intraprendere questo percorso accademico e lavorativo ma anche personale; delle assonanze e differenze tra il giornalismo italiano e quello oltreoceano; dell’influenza dell’uso dei social network, delle esperienze che ha già vissuto sul campo in Libano e in Palestina e di come si sta preparando ad affrontare la partenza per lo Yemen. Tutto questo sempre in veste da giornalista indipendente, cioè di professionista slegata dai vincoli, ma anche dalle protezioni che può offrire la collaborazione con una redazione giornalistica. Tuttavia, ha deciso di non legarsi a nessuno per mantenere la propria libertà di raccontare le zone più complesse del mondo, tanto con gli strumenti del mestiere, adeguati per fornirne una descrizione oggettiva, quanto con l’empatia che contraddistingue la sua personalità. Solo così Pedrazzi ritiene di poter dare valore ai propri reportage giornalistici: rendendoli un veicolo di comprensione reciproca tra i suoi lettori e le persone e gli eventi narrati, per far crollare i muri dell’indifferenza e della xenofobia.

1. La vocazione al giornalismo: la scelta indipendente e il richiamo dei territori di conflitto

Si definisce “giornalista” la persona che “per professione, scrive per i giornali, e chi collabora, come redattore, alla compilazione di un giornale” (Treccani), ma pure chi “si occupa del servizio d’informazione di una radio o di una rete televisiva” (Internazionale). L’ufficialità di questa definizione appare più legata alla modalità di resa di un’informazione che all’attività di sua raccolta e diffusione. Se quest’ultima, infatti, comprende più ampiamente anche le tecniche di copiatura amanuense praticate prima dell’invenzione della stampa nel Quattrocento, il giornalismo in senso più stretto si sviluppa due secoli dopo nella città portuale di Anversa, che per prima conosce il periodico, sostituto del sistema dei fogli occasionali. Il giornale quotidiano, invece, aspetterà altri cento anni prima di diffondersi dalla Gran Bretagna e fino al 1830 per diventare un’industria grazie alla “penny press” americana, cioè alla vendita del giornale al costo ridotto di un penny invece che sei. Nel Novecento, poi, il giornalista assume la nuova importante funzione di garante delle libertà di stampa e dell’informazione, sancite anche in numerose carte costituzionali, tra cui la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo francese del 1789 e il Libel Act britannico del 1792 (Eco, 2014).

Pedrazzi non sa con precisione quale ragione l’abbia spinta a voler ricoprire questo ruolo così delicato, ha semplicemente seguito una chiamata sentita fin da bambina. Poi “studiando l'industria del giornalismo e come il giornalismo sia in gran parte responsabile di come i fatti si sviluppano, anche in geopolitica, insomma dell'impatto dei media” è diventata consapevole che parlare di giornalismo significa parlare “di come le persone dipendano dai giornali, dalle notizie per avere un'idea del mondo intorno a sé” (Pedrazzi, 2025).

Non sa dire nemmeno perché ha scelto di concentrarsi sul reportage e l’inchiesta giornalistica nelle zone di guerra. Come spiega lei stessa, “il giornalismo e il ruolo dell’inviato di guerra nascono a metà Ottocento, grazie alle infermiere inglesi che si trovavano in Crimea durante la guerra e inviavano report su quanto accadeva” (Pedrazzi, 2025). In effetti, durante la guerra di Crimea che si svolse dal 1853 al 1856 per la prima volta non solo i membri dell’esercito vennero inviati al fronte. Si unì alla spedizione anche il giornalista irlandese William Russell, inviato dal quotidiano britannico Times per raccontare le operazioni e le dinamiche belliche attraverso una lente distaccata, lontana dalla retorica e dei rimaneggiamenti tipici della stampa degli organi ufficiali (Rotondi, 2018). Un primo modo per soddisfare la richiesta di un giornalismo più imparziale e indipendente dalla macchina pubblica statale.

Pedrazzi ha sempre considerato il giornalista di guerra alla stregua di un eroe, salvo poi ridimensionare parzialmente questa credenza, perché “cercare il giornalismo di guerra come esperienza auto-validante è ciò che di più sbagliato si possa fare” (Pedrazzi, 2025). La giovane professionista ha un’idea chiara di cosa non deve essere il giornalismo in territori di conflitto e critica chi lo strumentalizza per aumentare la propria visibilità lavorativa o personale: “in inglese esiste il termine ‘Parachute Journalism’, ‘giornalismo paracadutista’. Lo si usa per riferirsi ai corrispondenti che, per il semplice fatto di ricoprire questo ruolo, si recano in realtà di cui non conoscono nulla, dall’Ucraina vanno a Taiwan, poi si spostano in Venezuela, da qui arrivano in Palestina e diventano tuttologi. Chi li legge o ascolta si fida, perché ha visto la loro faccia in Ucraina, saprà che ciò che dicono è perfettamente accurato, anche se proviene dall’altra parte del mondo. Questo senso di arrivismo, di dover coprire tutto quanto accade in un mondo così grande, non è naturale. Questo è il ruolo degli esperti di geopolitica, non necessariamente dei giornalisti” (Pedrazzi, 2025).

Per Pedrazzi, il giornalismo di guerra richiede ben più della capacità di saper narrare i fatti. Nel tempo, con pazienza, ha sviluppato un proprio mantra, una regola che applica ogni volta che si prepara ad affrontare una nuova esperienza sul campo per dare un dare un senso al proprio lavoro: “bisogna diventare il più umili possibili di fronte alle realtà che le persone vittime di un conflitto soffrono tutti i giorni. Bisogna affrontare un lungo processo di decostruzione del pensiero, smontarlo e smontare le proprie idee sul mondo prima di iniziare a sentirsi un po’ autorizzati o almeno orientati al contatto con le persone di cui si vuole parlare, senza farlo in modo voyeuristico, seguendo idee preimpostate. Ritengo sbagliato l’approccio novecentesco del giornalista che si sposta senza attaccamento né consapevolezza profonda del luogo in cui va e di cui parla. Il giornalista deve conoscere a fondo una realtà, averci vissuto, prima di poter iniziare a cimentarsi nel suo racconto, altrimenti il primo blogger di viaggi che racconta cosa vede diventa giornalista” (Pedrazzi, 2025). È quello che ha cercato di non diventare lei durante il suo primo viaggio in Palestina, durato due mesi: “non mi sono nemmeno permessa di scrivere qualcosa, non ci ho nemmeno pensato” (Pedrazzi, 2025).

Sa, invece, per quali ragioni non ha voluto instaurare collaborazioni fisse di lungo corso con redazioni giornalistiche né in Italia né all’estero, nemmeno negli Stati Uniti dove tra agosto 2024 e maggio 2025 ha frequentato il master della Columbia Journalism School. L’ha frenata in particolare la presa di coscienza rispetto all’esistenza di un’ideologia preimpostata del racconto all’interno delle numerose testate a cui ha inizialmente inviato i propri articoli: “molto spesso nelle redazioni c'è un'idea preimpostata sulle modalità di narrazione di un certo fatto, penso lo si veda soprattutto quando si parla di mondo arabo, di mondo musulmano. Per esempio il New York Times ha avuto un ruolo immenso nel determinare la geopolitica, prese di posizione ideologiche e di consenso in America, che poi impattano il resto del mondo. Per via di scelte personali legate al ruolo e alle prese di posizioni editoriali di molti magazine e riviste, dal New York Times al Wall Street Journal o Repubblica in Italia, semplicemente non mi son sentita a mio agio all’idea di entrare in certi posti” (Pedrazzi, 2025).

Pedrazzi ha quindi scelto di crescere come giornalista freelance, cioè come professionista slegata “da contratti esclusivi con società, centri organizzati, case editrici o ditte, [che] svolge la sua attività in modo libero e indipendente” (Treccani). Così da restare libera di scegliere sia con quali soggetti, testate tradizionali, riviste, siti web, blog settoriali, instaurare collaborazioni anche simultanee, sia soprattutto quali temi e argomenti approfondire, quali fonti usare e quale stile narrativo prediligere. Insieme a questi vantaggi e alla possibilità di diversificare i canali di introito, in un settore lavorativo generalmente connotato da forti incertezze economiche soprattutto a inizio carriera, il giornalista freelance deve, però, anche fare i conti con le difficoltà legate alla gestione autonoma del proprio lavoro. Oltre a possedere una spiccata capacità organizzativa e di autogestione e conoscere in modo approfondito gli strumenti di informazione digitali, questo tipo di professionista deve sapere rispondere rapidamente e con contenuti di alta qualità alle richieste oggi sempre più numerose provenienti dalle redazioni medesime, che di fronte a minori disponibilità di budget e alla necessità di soddisfare la richiesta di informazioni aggiornate in tempo reale rivolte loro dalla società contemporanea dei mass media sono costrette a rivolgersi ai giornalisti freelance. Peraltro, una costrizione positiva per questa categoria professionale, che può aiutare a sciogliere l’automatismo indebito tra qualità dei contenuti e collaborazione contrattuale fissa, riconoscendo anche al lavoro indipendente una sfera autonoma di rilievo (AIGI, 2025).

Nell’esperienza di Pedrazzi, “il freelance è la maniera iniziale per esercitarsi a fare giornalismo. All'inizio sembra una necessità. Un giornalista deve buttarsi senza avere paura di prendere qualche porta in faccia, di inviare dozzine e dozzine di mail che verranno ignorate. Qualcuno poi risponde e si inizia a farsi notare”. Soprattutto, però, per la giovane professionista lavorare da freelance rappresenta il modo per garantire la propria indipendenza e quindi la neutralità e affidabilità del suo lavoro: “penso che sia l'unica maniera adesso per me, ora a inizio carriera ma comunque già autrice di molti articoli, per non sentirmi ipocrita. Non si tratta di giudicare gli altri, ognuno sviluppa la propria carriera e so che ci sono giornalisti incredibili in tutte le redazioni del mondo. Però da giornalista indipendente sento di avere una mia voce che potrebbe non arrivare nella stessa modalità se fossi sottoposta a degli scrutini ideologici, ad esempio entrando a far parte di redazioni italiane come Repubblica o il Corriere della Sera” (Pedrazzi, 2025).

Questa consapevolezza è il risultato soprattutto di due esperienze personali. In primis, “mi sono resa conto già dai miei primi viaggi in Palestina e dall’esperienza di volontariato svolta nei campi per i rifugiati in Grecia che chi non ha la fortuna di viaggiare, che ho invece avuto io, può informarsi quanto vuole attraverso i giornali, i video, e reperire una vastità di informazioni attraverso Internet. [...] poi riscontra come i propri scritti vengono interpretati o ricevuti dal pubblico” (Pedrazzi, 2025).

L’altro momento che l’ha segnata è stato il periodo di studio trascorso alla Columbia Journalism School, dove ha sperimentato anche le differenze tra giornalismo oltreoceano ed europeo. Gli Stati Uniti, infatti, vantano una lunga tradizione giornalistica che fin dall’Ottocento ha sfruttato a proprio vantaggio l’approccio libertario nordamericano per sperimentare nuovi meccanismi mediatici, capaci poi di influenzare la professione nel Vecchio Continente. Sono stati gli americani a chiedersi per primi se il giornalismo dovesse seguire una linea narrativa imparziale piuttosto che adottarne una più avvincente, sempre fedele ai fatti, più simile a quella conosciuta oggi. Questa strada sarà preferita anche a causa della diffusione dell’uso del telegrafo, che impose a suo tempo l’uso di un numero ridotto di caratteri utilizzati, quindi di utilizzare poche parole tanto accattivanti quanto capaci di donare i dettagli fondamentali di un accaduto. Così nasce la regola delle cinque “W”, dall’inglese “who”, “what”, “where”, “when”, “why” (Eco, 2014).

Per Pedrazzi, l’esperienza di studio negli Stati Uniti rappresenta un punto di svolta, perché decide di non seguire il tracciato tipico previsto per gli studenti di giornalismo in questa parte di mondo: “Ho frequentato la Columbia Journalism School, scoprendo l'industria del giornalismo americano, diversa da quella italiana. Il master è molto improntato allo sviluppo immediato di una carriera lavorativa e, una volta concluso, è previsto lo svolgimento di un tirocinio in una delle decine di redazioni con le quali la Columbia, in questo caso, ha stipulato delle collaborazioni. Se non prendi questa direzione, ti fanno sentire sbagliato” (Pedrazzi, 2025).

Le riflessioni che ha condiviso durante l’intervista non costituiscono certo una critica gratuita ai colleghi stabilmente legati alle redazioni tradizionali, di cui anzi riconosce sia i meriti, sia la difficoltà di sottostare ai precisi meccanismi dell’industria. Tra tutte, ricorda la prassi per cui non è il giornalista, ma l’editore a scegliere il titolo dell’articolo da pubblicare, rischiando, anche non intenzionalmente, di travisare tanto il contenuto, quanto l’opinione dell’autore. Di fatto, si tratta di una prassi promozionale giustificata da ragioni commerciali: l’editore è considerato l’esperto incaricato di massimizzare le vendite di un prodotto, in questo caso editoriale, identificandolo con parole precise e accattivanti, che stimolino la curiosità del lettore e lo spingano all’acquisto (Mbaye, 2022). La denominazione di un prodotto non è una scelta imparziale, perché deve rispecchiare i valori del brand e comunicarne una certa immagine. Nel caso della produzione giornalistica, questo può portare ad articoli, inchieste e reportage identificati da titoli non sempre in linea con il loro contenuto, dimostrando che “il giornalismo non è mai veramente neutro, è sempre un'arma. Io spero, attraverso il mio giornalismo indipendente, di fare arrivare delle voci traviate da prese di posizione antecedenti al reportage stesso” (Pedrazzi, 2025).

Al contempo, le esperienze che ha vissuto sul campo hanno fatto realizzare a questa giovane professionista che la funzione del giornalismo non si limita solo a “dare voce a chi non ne ha”. Anzi, Pedrazzi riconosce chiaramente che le persone di cui parla hanno già una voce, chiara e forte, “ma purtroppo esistono egemonie, piramidi di potere, un’industria molto consapevole di ciò che fa, che ignorano le voci esterne”. Se ne è accorta in particolare quando ha cominciato a scrivere di Palestina, inviando i suoi articoli a testate italiane come Domani Editoriale e Repubblica Internazionale, già prima dell’attacco sferrato da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, quando quel territorio oggetto di lunghe discussioni è tornato al centro dell’attenzione della comunità internazionale: “spesso gli editori mi rispondevano dicendomi che la Palestina in quel momento non era importante. Lo è diventata improvvisamente dopo il 7 ottobre, ma la voce che i palestinesi usano da sempre per urlare i problemi affrontati esisteva già prima. Le redazioni hanno idee diverse sui contenuti news-worthy, importanti, capaci di creare cambiamento”.

Pedrazzi condivide questo obiettivo, ma non i mezzi usati dalle redazioni tradizionali per raggiungerlo: “per me la strategia più importante, la migliore, la più efficace, è trovare i punti in comune tra esseri umani nei diversi angoli del mondo. Un commento che i miei editori mi fanno spesso è che inserisco troppi dettagli umani, emotivi. Ma l’empatia cresce fornendo esempi di situazioni familiari, di vita quotidiana, di normalità, che persone distanti tra loro centinaia di chilometri vivono sulla stessa pelle e possono comprendere e condividere, a dispetto delle differenze tra realtà locali. Le persone che vivono in Palestina lavorano come noi, vanno in università come noi, hanno famiglie come noi. Si sceglie sempre di rappresentare la tragedia o la vittima, ma è importante parlare delle numerose altre dimensioni di quotidianità, di vita mondana” (Pedrazzi, 2025).

Il ruolo del giornalista, per lei, non si limita quindi alla narrazione oggettiva di fatti ed eventi, delle loro cause e conseguenze. Al contrario, Pedrazzi crede nel’uso del giornalismo come strumento di sensibilizzazione e collante tra popoli diversi, tramite cui creare una comunità internazionale sempre più coesa, in cui la distanza geografica perde importanza e valore: “io cerco di rendere vicini ai miei lettori temi universali come l’amore, la maternità, l’amare la propria casa. Quando mi chiedono ‘che lavoro fai?’, io rispondo banalmente ‘la giornalista’. Poi se mi incalzano aggiungo che sì, sono stata in Palestina, e mi sento dire che per lui o lei sarebbe troppo difficile, non ne capisce nulla, non se ne occupa, senza che io abbia sfiorato gli aspetti politici legati al territorio, basta aver detto ‘Palestina’. Qui sta il problema: credere che il mondo lì sia completamente diverso, una realtà irraggiungibile. Invece no. Con i miei articoli spero di riuscire a far accendere il lumino dell’empatia, della coscienza e della consapevolezza su quanto accade al di là del mare” (Pedrazzi, 2025).

2. Il ruolo del giornalismo indipendente

Per Pedrazzi il giornalismo indipendente è molto più di una scelta professionale, è una scelta per la libertà di espressione, un principio etico. Questa vocazione è radicata in una profonda sfiducia verso la retorica dell’oggettività. La neutralità, secondo la giornalista, è un concetto fallace, definendo il giornalismo come “sempre un’arma”, uno strumento che inevitabilmente veicola una prospettiva.

Questa visione si allinea alla critica sociologica del giornalismo al concetto di neutralità. Il sociologo Michael Schudson osserva come l'oggettività non sia solo un imperativo etico ma funzioni anche come una "convenzione professionale" storicamente sorta come strumento necessario per permettere alle testate di gestire le pressioni del mercato, gli interessi degli inserzionisti e le diverse fazioni politiche tra i lettori. (Schudson, 2003). Di conseguenza, l'adesione rigida a ideali di oggettività e imparzialità può diventare problematica. Numerosi studi evidenziano come tale prassi non solo mascheri le scelte editoriali e le influenze strutturali, ma rischi di fungere da ideologia che perpetua lo status quo e le narrative dominanti (Gonzalez, 2004).

Un evento, dunque, non diventa notizia per la sua esistenza oggettiva, ma perché viene scelto e narrato con l'intento di informare. Questa selezione è sempre più influenzata da pressioni esterne e dalle logiche di mercato, come la corsa ai click e al sensazionalismo.

Questa consapevolezza ha portato Pedrazzi a scegliere la carriera da freelance per potersi allontanare e non dipendere dalle prese di posizioni editoriali e ideologiche delle redazioni, contrastando il meccanismo sistemico di selezione delle notizie noto come gatekeeping. La sua esperienza sul campo ha confermato questa necessità.

Mi sono resa conto di quanto effettivamente, se non si ha la fortuna che ho avuto io di viaggiare, ci si può informare quanto si vuole attraverso i giornali, i video, tutta la vastità di informazioni che abbiamo attraverso Internet, ma molto spesso nelle redazioni c'è un'idea preimpostata su come una certa cosa verrà narrata” (Pedrazzi, 2025).

Un esempio di questa dinamica viene riportato da Pedrazzi: prima del 7 ottobre le sue proposte di reportage in Palestina venivano respinte perché il tema non era considerato importante in quel momento. Quando la situazione è cambiata in modo drammatico, la Palestina è diventata improvvisamente importante.

Per darvi un esempio [...] prima del 7 ottobre, io ero già stata in Palestina, e mandavo costantemente a tantissime pubblicazioni italiane i miei pitch di giornalismo. Molto spesso gli editor mi hanno risposto "Grazie per la proposta, ma in questo momento la Palestina non è importante". Poi è successo il 7 ottobre, e improvvisamente è diventata importante (Pedrazzi, 2025).

Eventi catastrofici come l’attacco del 7 ottobre fungono da trigger events, i quali soddisfano criteri di notiziabilità come la tempestività (timeliness) e l'imprevisto (unexpectedness), ponendo immediatamente un argomento al vertice dell'agenda mediatica (Hodkinson, 2024). La notizia viene scelta per il suo impatto e la sua risonanza commerciale, non per l'importanza che riveste quotidianamente per le comunità coinvolte.

L'evoluzione del panorama digitale ha inoltre trasformato il meccanismo del gatekeeping tradizionale. Secondo Axel Bruns (2018), nell'era digitale l'attenzione si sposta dal gatekeeping umano operato dagli editor al concetto di gatewatching, che riconosce il ruolo preminente delle piattaforme e degli algoritmi. In questo contesto, il criterio primario di notiziabilità si allontana da una logica di rilevanza intrinseca per tendere verso una logica di popolarità.

Il giornalismo indipendente permette di mantenere l’integrità e di non sottostare a dinamiche di potere che decidono cosa è degno di nota e cosa no. Tali dinamiche sono state analizzate nel Modello di Propaganda di Herman e Chomsky, che descrive i meccanismi attraverso cui il sistema mediatico filtra e modella le informazioni a favore degli interessi dominanti, influenzando la scelta delle notizie (Herman & Chomsky, 1988). Un’implicazione diretta di questo meccanismo è il bias strutturale nei confronti di conflitti complessi. Studi sulla copertura mediatica del conflitto israelo-palestinese hanno dimostrato come i media occidentali tendano verso l’ahistoricity (mancanza di contesto storico) e la decontestualizzazione, rendendo difficile per il lettore comprendere le cause profonde del conflitto (Matar, 2025).

La conseguenza diretta di questa dinamica di selezione delle notizie è una limitazione di libertà di espressione del reporter. Il lavoro da giornalista freelance diventa in questo senso un atto di resistenza per “dare una piattaforma a chi non viene ascoltato, a voci che l'industria mediatica e giornalistica consapevolmente ignora".

In quanto giornalista indipendente io sento di avere una mia voce che forse non arriverebbe nella stessa modalità se fossi sottoposta a degli scrutini ideologici” (Pedrazzi, 2025)

In Italia, questo problema è amplificato dal fatto che sono spesso gli editor a decidere i titoli degli articoli, limitando il lavoro e l’intento del reporter. La missione del freelance è quindi restituire verità alle storie impedendo che vengano distorte dalle agende editoriali:

io spero attraverso il mio giornalismo indipendente di far arrivare delle voci che sono state traviate da delle prese di posizione antecedenti al reportage stesso” (Pedrazzi, 2025).


3. Esperienze sul campo

Il lavoro sul campo di Pedrazzi va oltre la mera documentazione dei fatti, è infatti un profondo processo di immersione e apprendimento. La giornalista critica l'approccio del “parachute Journalism”, dove i corrispondenti si spostano da un posto all’altro per periodi di tempo limitati senza conoscere a fondo la realtà che stanno coprendo, producendo storie superficiali e decontestualizzate che tendono a promuovere versioni stereotipate ed etnocentriche degli eventi (The International Journalism Handbook).

La giornalista sostiene che il reporter debba recarsi in un luogo per “imparare e non insegnare”, sottolineando come sia fondamentale comprendere una realtà prima di scrivere a riguardo. Questo approccio richiede un'immersione profonda nelle comunità locali, processo che richiede tempo per "smontare tutti i castelli mentali preimpostati". La sua prima esperienza in Palestina ne è la prova, dove ha trascorso due mesi senza scrivere.

Questa metodologia si allinea ai principi dello Slow Journalism (Giornalismo Lento), emerso come risposta al ciclo frenetico delle notizie e incentrato sulla profondità, la verifica e l'analisi. Questo approccio giornalistico favorisce lo sviluppo di relazioni strette con i soggetti, aumentando conseguentemente il coinvolgimento emotivo. L'immersione prolungata e la decostruzione delle proprie premesse mentali sono fondamentali per superare l'estraneazione culturale e contrastare l'ahistoricity tipica del reportage di crisi tradizionale (Fiveable, 2024).

L’approccio immersivo di Pedrazzi, guidato dall’umiltà, si focalizza sulla quotidianità e sulla documentazione della vita oltre le crisi e le tragedie. La sua metodologia si pone in netto contrasto con la disumanizzazione tipica dei media, che spesso rappresentano le persone in aree di conflitto solamente come vittime e oggetti di tragedie, creando così una distanza che porta a incomprensioni e disinteresse da parte del lettore. La sua missione è proprio quella di umanizzare la narrazione per abbattere i muri di pregiudizio che spesso separano il pubblico dalla realtà.

Questa critica alla deumanizzazione trova uneco potente nel lavoro dello scrittore palestinese Mohammed El-Kurd, che la descrive come un fenomeno "implicito, eppure molto più pernicioso e istituzionalizzato" nei media e nella politica occidentale, evidenziando come la rappresentazione distorta o incompleta di un gruppo sociale non solo ne giustifichi l'esclusione o il danno, ma mini anche la capacità di empatia del pubblico (El-Kurd, 2024).

Pedrazzi ha inoltre raccontato come la sola parola “Palestina” spesso spinga le persone a credere sia un mondo irraggiungibile e “troppo difficile”. Il racconto di vita quotidiana diventa così uno strumento per creare empatia e vicinanza al lettore: invece di rappresentare solo la tragedia o la vittima, cerca di mostrare come chi vive in zone di conflitto abbia una vita mondana con lavori, università, famiglie e amici come chiunque altro. Questa strategia narrativa si concentra sulla ricerca di temi universali in grado di "far accendere la lampadina dell'empatia, della coscienza e della consapevolezza".

penso che la strategia migliore e più efficace sia trovare i punti in comune in tutti gli angoli del mondo tra esseri umani [...] si sceglie sempre di rappresentare o la tragedia o la vittima, invece è importante dimostrare che ci sono tantissime altre dimensioni di quotidianità, di vita mondana” (Pedrazzi, 2025).

Concentrandosi sulla vita quotidiana, Pedrazzi riprende la critica di Lilie Chouliaraki (2006), la quale evidenzia come la rappresentazione delle vittime come "semplici indifesi" pone il pubblico nella posizione di "spettatore privilegiato che può offrire pietà, ma non è costretto a condividere la responsabilità per la situazione della vittima". Il giornalismo di Pedrazzi, invece, mira a ripristinare l'agency dei soggetti attraverso la narrazione della quotidianità, documentando la vita mondana oltre la crisi.

Il suo metodo si avvicina ai principi del Giornalismo Costruttivo (Constructive Journalism), che si propone di offrire "un quadro più completo del mondo, non solo il conflitto, la crisi e le cattive notizie, ma anche il contesto, la complessità e le possibili soluzioni" (Haagerup, 2013). Il Giornalismo Costruttivo mira a fornire un quadro più completo delle situazioni includendo contesto, complessità e possibili soluzioni, in netta opposizione al sensazionalismo. Umanizzando la narrativa, si sposta il focus emotivo dalla pietà, che crea distanza, al riconoscimento, che implica vicinanza e potenziale responsabilità socio-politica, un prerequisito psicologico per l'attivazione della coscienza civile (Bonn Institute).

E se questo è un modo per far accendere la lampadina dell'empatia, della coscienza e della consapevolezza di quello che succede al di là del mare, allora io cerco di utilizzarlo nei miei articoli” (Pedrazzi, 2025).

Il profondo impegno etico e l'immersione richiesti dal reportage di crisi impongono un costo psicologico ed emotivo significativo. Pedrazzi dice di non avere una “risposta pratica” su come gestisce le conseguenze del suo lavoro, ma descrive il forte impatto che le esperienze sul campo hanno sulla sua vita. Il lavoro del reporter in aree di crisi richiede un notevole lavoro emotivo (Emotional Labour), definito da Arlie Hochschild (1983) come la gestione dei sentimenti per mantenere un'apparenza esteriore di distacco, spesso per aderire alla norma di oggettività.

Le conseguenze emotive descritte da Pedrazzi, come le "crisi esistenziali" e la sensazione di "vivere contemporaneamente in due posti diversi" trovano riscontro nella Compassion Fatigue (CF) o Secondary Traumatic Stress (STS), una forma di stress traumatico derivante dall'esposizione costante e indiretta alla sofferenza delle vittime. Charles Figley (1995) collega la CF al "coinvolgimento empatico" e all'impotenza provata di fronte all'incapacità di cambiare l'esito della sofferenza, portando a una rottura della propria visione del mondo.

La vita di prima magari sembra meno entusiasmante, meno colorata, perché l'intensità delle cose che hai vissuto in zone di conflitto vanno un po' a banalizzare la vita ‘normale’ che avevi prima” (Pedrazzi, 2025).

La giornalista racconta di provare un senso di colpa dovuto alla consapevolezza del proprio privilegio di poter entrare e uscire da situazioni “con la comodità di essere da questa parte del mondo", a differenza di chi vive in quei luoghi. Questo sintomo è noto come Survivor's Guilt (Senso di Colpa del Sopravvissuto), elemento centrale della dissonanza provata, poiché il reporter si sente fortunato e colpevole di non poter alleviare la sofferenza che ha testimoniato in prima persona (Bistas & Grewal, 2023). Affinché il giornalismo etico e approfondito possa essere sostenibile, è fondamentale riconoscere non solo la necessità di autonomia editoriale per i giornalisti freelance, ma anche i costi psicologici del giornalismo che rifiuta il distacco per abbracciare l'empatia.


4. Etica e responsabilità del giornalista

La funzione del giornalismo richiede il possesso di capacità e qualità sia personali sia professionali, per condurla garantendo la qualità e correttezza delle informazioni, ma pure il rispetto delle opinioni e delle sensibilità altrui. Due esigenze che a volte rischiano di trovarsi in contrapposizione e che possono assumere forme variabili in base ai soggetti con cui il giornalista si rapporta, soprattutto se lavora da freelance, libero da quei vincoli imposti dalle redazioni che nei casi più delicati possono agire anche da scudo protettivo. In ogni caso, qualunque professionista deve seguire poche determinate regole etiche durante lo svolgimento della propria attività. Pedrazzi si dimostra ben consapevole di ciò, a dispetto della giovane età, ed è molto critica riguardo al livello di scrupolo che il giornalista deve auto-imporsi durante la ricerca delle fonti migliori, più affidabili per i propri articoli. Solo così il pubblico può distinguere il lavoro del professionista da quello generalista di opinionisti e influencer: “Penso che in un mondo democratico, pluralista, ciò che più conta è essere accountable [ottenere attribuzione di responsabilità, ndr]. Io devo poter prendere un qualsiasi articolo e, parola per parola, linea per linea, trovare le fonti, le risorse del perché è stata detta questa cosa in questa maniera” (Pedrazzi, 2025).

La giornalista si sta riferendo al fact checking, cioè a quella tecnica di controllo minuzioso dei fatti già conosciuta nell’universo giornalistico americano e diffusasi nel resto del mondo in particolare dopo la diffusione dell’uso dei social network come strumento di informazione. La stessa Pedrazzi l’ha scoperto negli Stati Uniti, prima alla Columbia Journalism School, poi iniziando a collaborare con alcune redazioni locali come The Nation: “il lavoro è durato più di sette mesi. Un mese intero è servito soltanto ai miei editors, i fact checkers per The Nation. Tutti i giorni chiamavano le persone che avevo contattato, ri-ascoltavano le interviste, controllavano la geolocalizzazione dei posti in cui ero stata, praticamente rifacevano tutto il reporting per assicurarsi che il fact checking fosse accurato” (Pedrazzi, 2025). Dalla prospettiva di un lettore italiano, può apparire una modalità di controllo fin troppo puntigliosa. In Italia, infatti, benché conosciuta, non è applicata in modo così strutturale né viscerale, forse anche a causa di un approccio lavorativo diverso tra l’Italia e l’Europa e il Nord America. Qui, dinamiche storiche e culturali di vecchia data e di stampo tendenzialmente individualista hanno favorito la tendenza a valorizzare maggiormente gli sforzi del singolo rispetto a quelli della comunità, anche nel mondo professionale (Pedrazzi, 2025). Pedrazzi apprezza l’uso del fact checking, lo considera “l’unica maniera affinché il giornalismo continui a funzionare come deve, cioè a informare una popolazione con fatti veri”.

Non per questo ritiene che lo stile narrativo debba essere relegato a un piano di importanza minore. Riconosce, infatti, riconosce che l’indipendenza di un giornalista si misura anche nello spazio di libertà lasciatogli nell’uso di parole e toni più o meno colorati e di uno stile comunicativo più distaccato o più emotivo. Ciò che importa, per la giovane giornalista, è che ogni professionista si assicuri di raccogliere in modo sistematico le proprie fonti, non importa se sotto forma di tabelle Excel, cartelle salvate in cloud drive o revisioni peer-to-peer [tra pari, ndr], per essere pronto a spiegare e giustificare una narrazione o un’opinione, quindi per potersi dimostrare accountable (Pedrazzi, 2025).

Il rapporto con i colleghi può giocare un ruolo importante in questa affermazione di credibilità e serietà. Pedrazzi non è particolarmente convinta dell’utilità di far svolgere un lavoro di reportage a due o più giornalisti in contemporanea, lo ritiene piuttosto uno spreco di risorse. Riconosce, però, che lavorando in coppia, magari in parallelo su aspetti specifici e differenti di un medesimo dossier, si è allo stesso tempo controllori e controllati. Il reportage può beneficiare di questa dinamica, se tra i professionisti si crea una sinergia efficace, che spinge entrambi ad essere meticolosi nella ricerca e raccolta delle fonti per garantire l’accountability sia dei singoli, sia del lavoro nel suo insieme. Collaborare può anche aiutare a capire quali temi sono rilevanti ai fini dell’informazione giornalistica e quali andrebbero lasciati a spazi più adeguati. Può altresì tornare utile per evitare esagerazioni narrative e mantenere uno stile, sì personale, ma rispettoso della realtà dei fatti, senza trasformare il racconto in una fiction per ottenere più lettori, soprattutto sui media digitali. “Se uno fa il giornalista di guerra, i fatti sono abbastanza colorati senza dover aggiungere altro. Il giornalista non deve raccontare la sua storia, deve raccontare quello che vede. Il suo incarico è prendere le parole che gli sono state date, è un’enorme responsabilità non esagerare su cose non accadute sul campo” (Pedrazzi, 2025).

Peraltro, il confine tra sostegno reciproco e sopraffazione può essere molto labile e Predazzi non risparmia critiche a chi sfrutta il lavoro altrui senza riconoscergli debitamente i meriti. Per lei l’importanza di questo tema acquista una dimensione ancor più rilevante quando il lavoro viene svolto da un inviato straniero all’estero, che vuole o deve affidarsi a colleghi e professionisti locali per poter condurre ricerche e interviste accurate: “se uno non è un giornalista del luogo, deve dare spazio a chi lo è. Una delle cose che detesto di più, lo ripeto, è il giornalista che arriva da fuori, sa tutto, poi torna a casa, chiude la porta e la sua vita continua come prima. Invece tutte le persone che gli o le hanno permesso di ottenere e scrivere quella storia continuano a vivere la vita di prima, con la guerra, l’occupazione militare alle porte” (Pedrazzi, 2025). Secondo la giornalista, questa situazione è oggi incentivata dall’uso dei social, per cui oggi “la celebrità sembra importare più dei fatti stessi. Se un giornalista è riuscito a recarsi in un certo luogo, perché il fixer ha ottenuto la disponibilità di altri a rilasciare interviste, tale giornalista deve assolutamente dire ‘Ho lavorato con lui’” (Pedrazzi, 2025). Sempre più spesso, infatti, per ragioni di utilità o di necessità, i giornalisti occidentali in zone di conflitto devono rivolgersi ai fixer, cioè a figure nate e cresciute o comunque esperte del luogo di interesse, quindi capaci di metterli in contatto con esponenti locali (Treccani, 2008). Per Pedrazzi si tratta di una semplice questione di riconoscimento della dignità del lavoratore; per lei è fondamentale far sapere ai propri lettori che dietro al suo lavoro c’è un apparato di persone disposte ad aiutare.

Se queste si trovano ad affrontare pericoli e situazioni di insicurezza nella loro vita quotidiana, non va comunque sottovalutata l’esigenza di sicurezza che anche l’inviato di guerra deve soddisfare per sé stesso e per il proprio pubblico. Pedrazzi racconta anche di dover sempre tenere nascoste le memory card delle macchine fotografiche, perché ai soldati non importa se queste contengono soltanto foto private.

In ogni caso, Pedrazzi cerca di non conservare tutto il proprio materiale solo su supporti fisici e utilizza anche piattaforme cloud, peraltro anch’esse non completamente al sicuro da rischi di spionaggio e sequestro. Lo ricorda menzionando l’inchiesta Paragon, dal nome dell’agenzia israeliana partner di trentacinque clienti governativi, anche in Stati democratici, che ha progettato lo spyware Graphite, una tecnologia di sorveglianza militare capace di penetrare le applicazioni di messaggistica anche criptate senza richiedere alcun click, con cui sono stati spiati illegalmente numerosi giornalisti e attivisti italiani (RaiNews, 2025). Anche durante il semestre trascorso negli Stati Uniti Pedrazzi si è trovata a vivere situazioni perlomeno scomode per effetto delle incertezze provocate dalle decisioni dell’amministrazione Trump sulla stabilità di persone che, come lei, si trovavano sul territorio nordamericano con un visto studentesco: “per le cose di cui mi occupo a livello giornalistico c’era tranquillamente il rischio di essere imbarcata su un aereo con un revoca del visto” (Pedrazzi, 2025).

Non esiste, quindi, un manuale di istruzioni completo che consenta ai giornalisti indipendenti, che non possono godere della protezione o quantomeno del supporto di una redazione, di garantire la sicurezza totale della propria persona e del proprio lavoro. Un espediente molto diffuso, che anche Pedrazzi ha usato, è quello di pubblicare sotto pseudonimo: “ho scritto un po’ di cose contro l’Egitto, contro le modalità con cui il regime di Al-Sisi sta traendo profitto da quanto accade a Gaza. Ho dovuto farlo con degli pseudonimi, degli alias, o in anonimo. Se voglio tornare in Egitto, probabilmente la prossima volta potrebbero trattenermi alla frontiera” (Pedrazzi, 2025).

Per fortuna, commenta la giornalista, finora non si è mai trovata nella difficile situazione di dover scegliere tra le protezione non tanto di sé, quanto delle proprie fonti e la pubblicazione di un’informazione importante. È sempre riuscita a nascondere l’identità delle persone che hanno chiesto di essere citate soltanto in forma anonima, al più rivelandola solo al proprio editore, sempre previo consenso dei diretti interessati. “Se si tratta di una questione di fact checking, quando il tuo pezzo diventa cruciale all’interno di un’inchiesta più ampia, puoi essere tenuto a dimostrare perché hai dato certe informazioni, se hai il contatto della tua fonte, la registrazione dell’intervista, eccetera. Va bene, ma non ho mai dovuto comprometterle né lo farei mai” (Pedrazzi, 2025). A tal riguardo, ha raccontato della sua esperienza lavorativa personale durante la preparazione del pezzo per The Nation, in cui ha approfondito il ruolo delle agenzie immobiliari americane e israeliane che da New York e dal New Jersey si occupano della vendita di proprietà site nelle colonie in Cisgiordania. Ha spiegato che queste società violano non solo il diritto internazionale, ma anche le leggi nazionali dei due Stati americani e in particolare gli Anti Discrimination Act lì in vigore, perché limitano l’accesso alla vendita soltanto agli ebrei. “Parlai con attiviste e attivisti ebrei pro Palestina che sono riusciti a infiltrarsi agli eventi di vendita e mi hanno chiesto di non condividere con nessuno le loro identità, altrimenti non avrebbero potuto continuare l’attività di infiltrati. La storia è stata comunque forte e c’erano altre fonti alternative. Altre persone hanno poi voluto condividere il loro nome e la storia non ha perso veridicità” (Pedrazzi, 2025).

Un’esigenza, quella di protezione dell’identità delle proprie fonti, di cui parla anche la giornalista di Chora Media Cecilia Sala, detenuta nel carcere iraniano di Evin senza conoscere i capi di accusa dal 19 dicembre 2024 all’8 gennaio 2025. Lo fa nell'intervista resa al giornalista de Il Post Eugenio Cau, durante cui racconta della pressione subita da parte di un regime debole ma paranoico, che tramite i suoi agenti l’ha stremata privandola del sonno e sottoponendola a ore di interrogatori estenuanti. Ciò nonostante, Sala non ha mai rivelato le fonti delicate israeliane e iraniane, che sul suo telefono sono protette in modo speciale, sotto un nome e un codice di sblocco specifico. Liberata e rientrata in Italia si è subito assicurata della loro condizione: stavano tutte bene, una di loro era fuggita dall’Iran (Sala, 2025).

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