Il giornalismo indipendente nelle zone di conflitto: l’esperienza di Carolina Pedrazzi (Parte 2)

  Focus - Allegati
  31 ottobre 2025
  31 minuti, 33 secondi

La seconda parte dell'articolo "Il giornalismo indipendente nelle zone di conflitto: l’esperienza di Carolina Pedrazzi"


Autrici

Giulia Casot - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Rosa Santa Serravalle - Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Sofia Spanò - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

5. Difficoltà del mestiere, soprattutto da freelance

L’articolo 19 comma 2 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici chiede agli Stati di garantire a tutti il diritto alla libertà di espressione, che include la “libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni tipo, indipendentemente dalle frontiere, sia oralmente, per iscritto o a stampa, sotto forma d’arte o attraverso qualsiasi altro mezzo di comunicazione”.

Da quando le Nazioni Unite hanno riconosciuto la libertà di stampa e di informazione come un diritto umano fondamentale, l’approccio della comunità internazionale alla protezione dei giornalisti è profondamente cambiato. La disciplina del diritto internazionale che si occupa di tutelare questa categoria è il Diritto Internazionale Umanitario (DIU), che regola la condotta durante i conflitti attraverso l’Art.79 del Protocollo Addizionale I (1977) alle Convenzioni di Ginevra. Secondo tale articolo, i giornalisti che si trovano in zone di conflitto armato per svolgere il loro lavoro sono considerati a tutti gli effetti civili. Per questo motivo devono beneficiare della stessa protezione prevista dal Diritto Internazionale Umanitario per la popolazione civile, a condizione che non prendano parte diretta alle ostilità. Per agevolare il riconoscimento del loro status e garantire la tutela, i giornalisti possono munirsi di una carta d’identità speciale rilasciata dal proprio Stato, che certifichi la loro qualifica professionale.

Sul piano giuridico, il Diritto Internazionale Umanitario (DIU) dovrebbe garantire protezione ai civili e ai reporter, limitando l’uso della forza nei conflitti. Tuttavia, le debolezze principali del DIU sono cinque:

  1. Volontarietà – gli Stati rispettano le norme solo se vi aderiscono formalmente.
  2. Assenza di enforcement – manca un’autorità centrale in grado di imporre il rispetto.
  3. Scarsi meccanismi di risoluzione – non esiste un sistema completo per gestire le controversie tra Stati.
  4. Influenza delle grandi potenze – gli Stati più forti modellano le regole secondo i propri interessi.
  5. Squilibrio nel Consiglio di Sicurezza ONU – i cinque membri permanenti (USA, Cina, Russia, Francia, UK) hanno diritto di veto, bloccando anche risoluzioni sostenute dalla maggioranza.

Alla crescente rilevanza del ruolo si accompagna dunque un aumento del rischio professionale. L’attuale scenario geopolitico è segnato da un’evidente instabilità, di cui i conflitti in Ucraina e Palestina rappresentano soltanto gli esempi più recenti. Questi eventi si inseriscono in una più ampia fase storica, iniziata con il nuovo millennio, di profonde trasformazioni politiche, sociali e tecnologiche.

La testimonianza dei giornalisti diventa l’unica fonte capace di portare alla luce eventi destinati, altrimenti, a rimanere nell’ombra. Il ruolo chiave del giornalismo di guerra si è consolidato nel tempo con le nuove tecnologie, che ne hanno amplificato l’impatto e la portata mediatica. Questo processo ha influenzato le dinamiche politico-militari, rendendo i giornalisti figure scomode per i potenti, che da sempre hanno cercato di strumentalizzare il lavoro per controllare e manipolare il ciclo informativo.

Il ruolo del giornalista si è evoluto nel corso degli anni. Ad oggi i più noti soprattutto nel caso del giornalista di guerra vi sono 3 modelli di cui quello embedded, indipendente e freelance. Il modello embedded prevede che alcuni giornalisti, selezionati e formati dal Dipartimento della Difesa, possano accedere al cuore delle operazioni militari, a condizione di non divulgare informazioni sensibili. Gli indipendenti, invece, scelgono di muoversi liberamente, di mescolarsi alla popolazione locale e di lavorare senza il sostegno di un’istituzione. Questo li espone a maggiori rischi per la sicurezza personale e li obbliga a gestire autonomamente spostamenti e spese. A complicare il quadro contribuisce anche la percezione negativa che molti militari hanno nei loro confronti, spesso tradotta in ostacoli concreti, come il mancato accesso alle aree militarizzate, salvo possedere credenziali e referenze impeccabili. Tutto ciò riduce le opportunità di lavoro per questi reporter, limitando di fatto il diritto del pubblico a ricevere informazioni complete e attendibili.

Diverso è il caso del giornalista freelance, una figura ormai diffusa e talvolta confusa con quella dell’indipendente. In realtà, la distinzione è cruciale. Il freelance è un lavoratore autonomo che opera sul mercato dell’informazione senza vincolarsi a una testata specifica. Non gode di uno stipendio fisso e la sua stabilità economica dipende dalla continuità e qualità degli incarichi ottenuti. Può collaborare con diversi media e trattare temi differenti, ma deve anche affrontare periodi di inattività.

Le misure di sicurezza adottate in risposta, pur dimostrando in più occasioni la loro efficacia, sono sicuramente suscettibili a miglioramenti. Il quadro normativo del DIU appare completo ed efficiente nella forma scritta e su un piano teorico, ma si rivela spesso inefficace al momento di agire e perseguire i responsabili Le principali ONG impegnate nella difesa dei giornalisti, tra cui il Committee to Protect Journalists (CPJ), la International Federation of Journalists (IFJ) e Reporter Sans Frontières (RSF), stanno lanciando appelli urgenti alla Comunità Internazionale affinché vengano adottate misure concrete per porre fine alle ritorsioni contro i giornalisti a livello globale. Ogni Stato deve assumersi la piena responsabilità, non solo nel garantire il rispetto delle normative internazionali, ma anche nell'implementare sanzioni mirate contro chi abusa del quadro giuridico per colpire i giornalisti (Ferrigno L., 2025 pt.II).

La giornalista Carolina racconta la sua esperienza diretta sul campo, in particolare riguardo una delle sue ultime missioni in Palestina e Cisgiordania: “[…] ogni volta che vado in Palestina devo, devo avere un telefono pulito, devo completamente eliminare le mie tracce da Internet perché i controlli alle frontiere dell'occupazione non sono molto gentili. Ecco, l'ultima volta che sono andata mi hanno tenuta sette ore, mi hanno interrogato per un'ora e mezza, mi hanno tenuto tipo in una stanza militare e non è niente, cioè sono qui, ve lo racconto con un sorriso sulla faccia. Per i palestinesi questo potrebbe tranquillamente significare non tornare a casa. Per cui dal punto di vista della sicurezza io devo sempre prepararmi molto a interrogatori, viaggiare con, per esempio, le memory card delle macchine fotografiche nascoste, eccetera, perché se ti ferma un soldato di turno e vuole guardarti il telefono, non importa se gli dici guarda che ho foto private, lui guarda. Quindi non è una cosa semplice, soprattutto in quanto freelance, perché non hai una redazione dietro che ti rappresenta. Però faccio parte del Overseas Press Club, che è una fondazione americana che protegge i giornalisti.”

Le restrizioni alla libertà di stampa sono ammesse soltanto se previste dalla legge, se perseguono uno scopo legittimo – come la tutela dei diritti e della reputazione altrui, la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico – e se risultano necessarie e proporzionate alle circostanze. La responsabilità di garantire questo diritto spetta allo Stato, ai tribunali, alle agenzie mediatiche, alle ONG e alla società civile, ma non sempre questi attori riescono a svolgere appieno il proprio compito. Lo dimostrano i dati poco incoraggianti del World Press Freedom Index, il rapporto annuale pubblicato da Reporter Sans Frontières (RSF) che misura il livello della libertà di stampa nel mondo. L’indice definisce la libertà di stampa come la possibilità, per i giornalisti, di selezionare, produrre e diffondere notizie di interesse pubblico senza subire interferenze politiche, economiche, legali o sociali e senza rischi per la loro sicurezza fisica o mentale. Ogni Paese riceve un punteggio da 0 a 100, dove 0 rappresenta il minimo grado di libertà e 100 il massimo, sulla base di cinque criteri principali: il contesto politico, il quadro legale, il contesto economico, quello socioculturale e le condizioni di sicurezza e tutela dei giornalisti.

La libertà di stampa è però sempre più minacciata dagli stessi governi: secondo il rapporto annuale di RSF (2024), l’indicatore politico dell’Indice di Libertà di Stampa ha registrato un calo medio globale di 7,6 punti. Inoltre, tre quarti dei 180 Paesi analizzati, i giornalisti denunciano campagne di propaganda e disinformazione promosse da politici, accompagnate da minacce legali volte a censurare il dissenso.

Tenendo conto della mappa mondiale pubblicata da RSF, l’Italia viene associata al colore arancio chiaro, insieme (tra tutti) agli USA, Brasile, Argentina, Polonia, Grecia. Il colore arancio chiaro viene designato come avente una situazione problematica in termini di libertà di stampa.

Il rischio, tuttavia, non proviene soltanto dalle istituzioni politiche. Anche le organizzazioni criminali possono esercitare forti pressioni sui giornalisti, nel tentativo di impedire che vengano denunciate le loro attività illegali. Sotto il peso di tali minacce, molti professionisti scelgono la strada dell'auto censura: una vera e propria forma di censura autoimposta, in cui il giornalista limita volontariamente la diffusione di determinate informazioni, spesso per salvaguardare la propria sicurezza o quella di altri.

Carolina, continua: “Secondo degli standard internazionali il giornalista non dovrebbe mai essere un target e purtroppo ovviamente non è così, per cui questo porta tanti giornalisti a compromettere la loro, diciamo, onestà intellettuale entrando in certi posti perché, se sa che entra in un Paese e verrà preso di mira in quanto giornalista, allora magari si introduce come turista. […] Quindi c'è questo problema etico. Però poi ti chiedi, è più importante che esca la notizia e quindi (che) entri il giornalista anche se va sotto copertura?”.

A volte, è necessario autocensurarsi, per la propria incolumità e per proteggere la notizia. La giornalista racconta, come riportato nella sezione precedente, quanto sia difficile rispettare i valori e l’etica nell’essere giornalista, in contesti difficili, come ad esempio in Egitto, dove la libertà di stampa è fortemente limitata. Molti giornalisti presenti sul campo entrano con un visto turistico o celano la propria identità appunto per condividere la notizia con il resto del mondo, proteggendo contemporaneamente la propria vita. “[…] è più importante essere onesti dal primo giorno? Non lo so. Cioè, per esempio, in Egitto è pieno di giornalisti formidabili, egiziani e non, che, se ammettessero che la loro professione è proprio il giornalismo e utilizzassero il loro vero nome negli articoli che scrivono, finirebbero subito in prigione nelle prigioni di Al-Sisi”(Pedrazzi, 2025).

Questo, insieme agli innumerevoli ostacoli che un giornalista freelance deve affrontare, per mantenere alti i propri valori e soprattutto per assicurare la diffusione della notizia senza censura. “Quindi non è una cosa semplice, soprattutto in quanto freelance, perché non hai una redazione dietro che ti rappresenta. Però faccio parte del Overseas Press Club, che è una fondazione americana che protegge i giornalisti”. Al di là della sicurezza fisica, molti limiti che il freelance deve affrontare sono anche finanziari. Ad esempio, come riportato dalla stessa giornalista, in Italia, a differenza degli USA, il giornalismo autonomo viene pagato poco, sminuendo quello che è il lavoro psico-fisico del/la giornalista.

Prima di intraprendere un incarico, è essenziale ottenere le credenziali stampa. I freelance, in particolare, dovrebbero procurarsi una lettera ufficiale dall'agenzia con cui collaborano in quel momento, per attestare la loro affiliazione. La Federazione Internazionale dei Giornalisti (FIJ) emette una tessera stampa riconosciuta a livello internazionale e disponibile in diverse lingue, tra cui arabo e dialetti africani. Si consiglia inoltre di portare con sé fotocopie multiple di documenti essenziali, come il passaporto, le credenziali stampa e le lettere di accreditamento, insieme a fototessera aggiuntive, per facilitare l'accesso alle zone di conflitto.

Nel giornalismo di guerra, inoltre, ogni missione richiede la compilazione di un risk assessment form, documento operativo che valuta la sicurezza del paese di destinazione e guida la pianificazione. Include dati di viaggio, itinerario, contatti, obiettivi della missione e profili dei partecipanti, poiché nazionalità, genere, etnia o religione possono incidere sul livello di rischio. Vengono analizzati anche i pericoli del contesto – governi repressivi, gruppi armati, criminalità, rapimenti o emergenze sanitarie – e i rischi per collaboratori locali come traduttori o guide. La valutazione non si limita alla fase iniziale, ma accompagna l’intera missione.

[…] se sei da sola, se sei freelance vuol dire saper gestire frontiere. Passaporti, avere contatti in tutte le città in cui vai, accettare che, se hai un itinerario, l'itinerario potrebbe completamente non essere quello nel momento in cui arrivi, perché nessuno è lì per aspettare te. Ognuno ha la propria vita […] Viaggiare leggeri è molto importante. Se un giornalista vuole fare il giornalista di guerra dovrebbe assolutamente fare uno di quei corsi di HEFAT training, […] ti insegnano un po' a sapere cosa fare se rimani in delle situazioni di ostaggio. Ecco per cui questo logisticamente è importante” (Pedrazzi, 2025).

Per preparare i reporter, molte testate adottano il programma Hostile Environment and First Aid Training (HEFAT), corsi di 4-5 giorni che insegnano nozioni mediche di base e gestione delle emergenze, da ripetere ogni 2-3 anni. Per i giornalisti a contratto la formazione è quasi sempre garantita, spesso richiesta dalle assicurazioni. Diversa la situazione dei freelance, che devono pagare di tasca propria: pochi possono permetterselo e molti partono senza preparazione, mossi non da incoscienza ma dalla necessità di lavorare e farsi un nome. Le zone più pericolose diventano così occasioni di visibilità, a costo della propria sicurezza. Per colmare questa lacuna, alcune associazioni no-profit, come RISC (Reporters Instructed in Saving Colleagues), offrono corsi gratuiti di formazione (Ferrigno L., 2025 pt.II). Oppure da alcune associazioni, che decidono di sponsorizzarti, come è stato il caso di Carolina.

Il casco e il giubbotto antiproiettile con la scritta “press” sono diventati il simbolo dei reporter di guerra, ma più in generale rientrano nei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) fondamentali per la sicurezza dei giornalisti anche in scenari di disastri naturali. Organizzazioni come il CPJ forniscono linee guida sul loro uso: occorre conoscerli, controllarne sempre l’integrità e scegliere colori appropriati. In particolare, il blu è raccomandato perché percepito come neutrale e civile, a differenza dei colori militari che possono aumentare i rischi. Durante gli spostamenti è fondamentale identificarsi chiaramente come giornalisti (Ferrigno L., 2025 pt.II). Tuttavia, questi segni devono poter essere rimossi facilmente, poiché non sempre rappresentano una garanzia di sicurezza. In determinati contesti, infatti, possono trasformarsi in un serio pericolo. In Israele, ad esempio, diversi cecchini dell’IDF sono stati accusati di aver deliberatamente colpito reporter per impedirgli di documentare le operazioni militari. Durante manifestazioni particolarmente violente, invece, i giornalisti possono diventare il bersaglio della rabbia dei manifestanti, che non esitano ad aggredire con pietre o mazze. Allo stesso modo, in alcune zone dell’Africa subsahariana, ribelli e gruppi terroristici prendono di mira i reporter per rapirli e chiedere un riscatto (Ferrigno L., 2025 pt.II).

L’impossibilità di documentare durante i conflitti, dovuta alle restrizioni imposte dai governi, gli ultimi conflitti hanno visto la nascita di un altro tipo di giornalista, il cosiddetto ‘citizen journalist’, il giornalismo dei cittadini. Si tratta di persone comuni che utilizzano i propri dispositivi mobili per condividere notizie, foto e video direttamente dall’interno delle zone nel conflitto. Questo fenomeno ha accelerato la democratizzazione dell’informazione e ha indubbiamente aumentato la quantità di notizie disponibili, ma ha anche sollevato dubbi e preoccupazioni circa la veridicità di queste ultime.

“[…] E poi con i social media c'è da dire che senza quelli non sapremmo niente di quello che sta succedendo a Gaza, per esempio, perché i giornalisti internazionali non possono entrare, (e) i giornalisti palestinesi stanno venendo uccisi ogni settimana. E quindi i social media sono una maniera che i civili palestinesi riescono a comunicare quello che sta succedendo […]”(Pedrazzi, 2025).

Un esempio recente è la guerra di Gaza, esplode dopo l’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023: l’ultimo capitolo di un conflitto che dura da decenni e che rimane estremamente complesso. Il giornalismo internazionale, nel trattarlo, ha spesso commesso errori significativi, riducendo la realtà a narrazioni semplificate e adattandola alle mode comunicative del momento, sacrificando così una comprensione più articolata e multidimensionale. Questa dinamica riflette ciò che viene definito network warfare, una forma di guerra in cui la tecnologia sostituisce i tradizionali sistemi di informazione e combattimento, coinvolgendo tanto le forze armate quanto la società civile. Il giornalismo tradizionale si trova così a muoversi in un flusso ininterrotto di informazioni che non segue più uno schema verticale – dalla stampa ai cittadini – ma orizzontale, da persona a persona, di telefono in telefono, grazie alla diffusione capillare dei dispositivi mobili. I giornalisti non si limitano a testimoniare ciò che accade: hanno il compito di interpretare gli eventi, contestualizzarli e spiegare le dinamiche di combattimento alla luce del profilo degli attori coinvolti. I citizen journalist, al contrario, non possiedono questa preparazione professionale e si espongono facilmente a pericoli, entrando a loro volta nella lista degli obiettivi degli Stati autoritari. Questi ultimi, infatti, impiegano reparti armati e tecnologie sofisticate per individuare, sorvegliare e reprimere le voci dissidenti, che proprio attraverso i social cercano di denunciare abusi e ingiustizie subite dai governi.

Il conflitto ha colpito duramente anche la stampa: i giornalisti di Gaza rappresentano il 73% delle morti globali nel 2023 e oltre il 50% nel 2024. Secondo RSF (2024), molte di queste morti sono esecuzioni mirate, non semplici vittime collaterali. Ancora, nel CPJ (Committee to Protect Journalists) dataset, da gennaio 2025 risultano 55 giornalisti morti a livello globale di cui 40 solo in Israele e nei territori occupati della Palestina.

Il numero di giornalisti detenuti nel mondo ha raggiunto un nuovo record con circa 550 incarcerati nel 2024, superando i 533 del 2022. Molti sono vittime di detenzioni arbitrarie rese possibili da leggi anti-media vaghe e strumentalizzate come misure di sicurezza. Secondo il CPJ e il 2024 Round-Up di RSF, i principali carcerieri sono Cina, Israele, Russia, Myanmar e Bielorussia. La Cina guida la classifica con 124 arresti (11 a Hong Kong). Israele è entrato nella classifica dopo il 7 ottobre 2023 e nel 2024 conta 41 giornalisti detenuti, di cui 37 palestinesi: più del doppio rispetto all’anno precedente (Ferrigno L., 2025 pt.II). La Russia, infine, occupa il terzo posto con 40 giornalisti incarcerati, seguita dal Myanmar con 35, per lo più processati da tribunali militari con accuse di terrorismo, notizie false o sovversione dopo il colpo di Stato del 2021 (Ferrigno L., 2025 pt.II).

Il giornalista appare dunque come un bersaglio da eliminare. Questo succede soprattutto per i giornalisti locali che decidono di esporsi senza celare la propria professione. Alcuni di loro riescono a far arrivare la propria voce anche fuori i confini nazionali, altri invece hanno bisogno di una penna esterna per riuscirci. E’ proprio quello che Carolina ha fatto e sta cercando di fare.


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. Il giornalismo nell’era digitale

Un tempo legato a giornali e riviste, il giornalismo oggi ha cambiato profondamente forma: la raccolta e diffusione delle notizie avviene in tempo reale, con aggiornamenti continui e senza orari fissi di pubblicazione. Ne risulta un’informazione dinamica e interattiva, che deve rispondere immediatamente alle richieste del pubblico. Lo stile di scrittura assume un ruolo centrale: titoli brevi e incisivi sono indispensabili per catturare l’attenzione di chi scorre rapidamente una home page o lo schermo del telefono. La lettura, infatti, non è più attenta e lineare, ma frammentata e guidata dall’impatto immediato dei contenuti. La distanza emotiva tra le parti si è ridotta, e i conflitti non sono più una realtà distante, relegata a poche righe di giornale, ma fanno parte del nostro vissuto quotidiano. Il merito (o demerito?) è soprattutto del progresso tecnologico. Dal giornale alla radio, dalla radio alla televisione, dalla televisione ai social media. Da secoli questo compito gravoso è nelle mani dei giornalisti di guerra (Ferrigno L., 2025 pt.I).

Anche il rapporto tra giornalista e pubblico si è trasformato: non più unidirezionale, ma bidirezionale, con gli utenti che partecipano attivamente tramite commenti, condivisioni e reazioni sui social. La società diventa così narratrice di sé stessa, creando trend e orientando le scelte editoriali. In questo nuovo scenario, il lettore si trasforma in prosumer, consumatore e al tempo stesso produttore di contenuti. Le notizie che appaiono in prima linea sulle tendenze si basano su un algoritmo strettamente personale che impedisce la visibilità di altre notizie.

I social media in questo ultimo periodo stanno svolgendo un ruolo importante soprattutto per la diffusione di quello che sta succedendo in Medio Oriente, nel conflitto israeliano-palestinese. Questo ha portato a creare un algoritmo incentrato solo su una ristretta area geografica, ‘oscurando’ quello che sta succedendo altrove, come, riporta Carolina, in Sudan “dove la crisi umanitaria e la guerra è di una scala decine di volte più grande e non sappiamo quasi niente. Eppure, i social media ci sono, ci sono persone che postano, per cui anche lì l'ostacolo è l'algoritmo di cosa possiamo vedere intenzionalmente, di cosa invece è occultato”. Quindi, i social media benché rappresentino opportunità di diffusione di notizie, dall’altra sono perlopiù limitanti e contribuiscono a creare delle echo chamber, delle bolle informative, che amplificano visioni del mondo a volte distorte e compromettenti. Così, come afferma la giornalista Carolina, “(ndr i social media rappresentano) sicuramente (un’) opportunità, perché l'obiettivo del giornalista è che le cose che scrive, le cose che pubblica, vengano lette da tante persone, non per fama, ma perché, […] ci tiene che il mondo ne venga a conoscenza”. Dall’altra parte, i social possono diventare anche il principale strumento che oscura il tuo lavoro, surclassato da chi riesce a catturare l’attenzione di più utenti. Carolina continua che, così facendo “tutti possono diventare giornalisti e tutti stanno diventando giornalisti. E questo è il problema. Basta avere adesso un microfono, una telecamera e essere appariscente sui social media. Quando vai in certi posti e sembri l'esperto massimo del paese, quando in realtà ci sono persone (ndr. esperte) in certe regioni e vengono completamente scavalcati da chi ha una piattaforma, un’audience più grande. E questo è proprio sbagliato”.

Una grande problematica è l’utilizzo, da parte di governi, gruppi criminali e paramilitari, del cosiddetto news bombing: tattica di guerra dell’informazione che mira a saturare gli spazi mediatici inondandoli di notizie spesso false o manipolate, con l'obiettivo di diffondere la disinformazione e rendere difficile, se non impossibile, l’individuazione delle informazioni autentiche. Grazie al flusso continuo di dati che l’era digitale offre, il news bombing trova terreno fertile per agire (Ferrigno L., 2025 pt.I). Il caos informativo può avere diversi scopi: distogliere l’attenzione del pubblico da notizie scomode o operazioni militari, concentrandola su eventi secondari spesso costruiti ad hoc, oppure diffondere narrazioni utili a un gruppo o governo, manipolando la realtà a fini politici o militari. Per contrastare il fenomeno del news bombing è necessario un approccio duplice: da un lato, i giornalisti devono utilizzare strumenti tecnologici come l’analisi dei metadati, il fact-checking e la geolocalizzazione delle immagini per verificare rapidamente le fonti; dall’altro, è fondamentale promuovere l’educazione mediatica del pubblico, insegnando a riconoscere e segnalare le fake news.

In questo scenario, il lavoro dei giornalisti locali diventa cruciale. Nel contesto di Gaza, ad esempio, molti cittadini comuni dotati di smartphone con connessione internet sono diventati testimoni e narratori degli eventi, dando vita a uno dei modelli di citizen journalism più influenti della storia recente. Attraverso le fotocamere dei loro telefoni documentano crimini contro l’umanità, offrendo uno sguardo diretto su una realtà che altrimenti resterebbe nascosta. Colpisce in particolare la giovane età di questi nuovi reporter: hanno tra i 9 e i 26 anni, in linea con l’età media della popolazione (19 anni, tra le più basse al mondo).

Ogni cambiamento porta nuove sfide. L’accesso a fonti multiple ha arricchito l’informazione, ma reso il lavoro del giornalista più complesso: oggi, tra fonti geo-localizzabili e disponibili in tempo reale, occorre distinguere tra dati affidabili e contenuti fuorvianti. Strumenti come l’analisi forense delle immagini, la verifica dei metadati e il tracciamento geo-localizzato sono essenziali per garantire accuratezza. Piattaforme digitali e algoritmi influenzano opinioni e percezioni. In questo contesto, l’analisi delle fonti aperte (OSINT) sta diventando sempre più cruciale in un mondo connesso e complesso. La metodologia OSINT consiste nella raccolta, nell’elaborazione e nella messa in relazione di informazioni estratte da fonti aperte o di pubblico accesso, al fine di conseguire una conoscenza approfondita – o intelligence – su un tema od un obiettivo specifico (Pastor-Galindo et al. 2020). Essa viene utilizzata da governi, forze dell’ordine o servizi di intelligence, aziende private, nonché nell’ambito dell’investigazione contro i crimini informatici (Pastor-Galindo 2020; Hassan e Hijazi 2018; Hassan 2019). Un’area nella quale l’OSINT si dimostra potenzialmente promettente sarebbe proprio quella delle fake news. Tuttavia, come afferma la stessa giornalista “non tutti hanno i mezzi per setacciare quello che è giusto, cioè quello che è vero e quello che è falso. [...] Uno deve cercare di non diffondere un'immagine se non ha la certezza della sua provenienza”.

Diversi reporter di guerra italiani hanno lanciato l’allarme riguardo il ruolo dei social, sottolineando il rischio di una rappresentazione mediatica superficiale, che riduce la vicenda ad uno scontro tra buoni e cattivi, dividendo le parti coinvolte in modo acritico e negando spazio a un’analisi più sfumata. Molti giornalisti che hanno lavorato sul campo vengono sempre più spesso messi da parte per lasciare spazio a “giornalisti da talk show”. Individui privi di esperienza diretta, a cui viene permesso di rilasciare dichiarazioni di fronte a milioni di telespettatori, rischiando di danneggiare il ciclo informativo (Ferrigno L., 2025 pt.I).

Secondo il Digital News Report 2024, in Italia il livello di fiducia generale nelle notizie rimane basso, attestandosi al 34%, valore che colloca il Paese al 31° posto su 47 mercati analizzati. Questa fiducia è diminuita rispetto ai picchi raggiunti durante la pandemia di Coronavirus. Tra i marchi più affidabili emergono quelli percepiti come meno di parte: ANSA si conferma al primo posto con il 75%, seguita da SkyTG24 (69%) e Il Sole 24 Ore (67%). Al contrario, i brand con un chiaro orientamento partitico tendono a godere di una fiducia inferiore. Anche l’uso dei social media per accedere alle notizie sta calando. Facebook, pur restando il network più utilizzato, scende al 37%, seguito da WhatsApp al 25% e YouTube al 20%. TikTok raggiunge il 10% della popolazione italiana; sebbene non siano disponibili dati specifici sulla percezione della disinformazione su questa piattaforma nel Paese, il trend rientra nei dati globali che evidenziano crescenti preoccupazioni rispetto ai contenuti social.

I social media continuano a svolgere un ruolo centrale nell’accesso, nella ricerca, nella condivisione e nella fruizione delle notizie, ma il loro impatto è in rapida evoluzione, portando con sé sia opportunità che rischi significativi per editori e società. Tuttavia, la preoccupazione per la disinformazione e la manipolazione online è in crescita, soprattutto in vista di eventi elettorali e con l’avanzamento dell’intelligenza artificiale. Come riportato dal Report 2024, negli ultimi dodici mesi, circa sei persone su dieci (59%) si dicono preoccupate riguardo a cosa sia reale o falso sulle piattaforme digitali, con valori più elevati in paesi con elezioni recenti, come il Sudafrica (81%) e gli Stati Uniti (72%), e a livello regionale particolarmente alto in Africa (75%). I temi che generano maggiore apprensione includono la politica (36%), il Coronavirus (30%), l’economia e il costo della vita (28%), il conflitto Israele-Palestina (27%) e la guerra in Ucraina (24%).
La difficoltà di distinguere tra contenuti attendibili e affidabili varia tra le piattaforme: TikTok è quella con il punteggio più alto, con oltre un quarto degli utenti (27%) che ammette di avere problemi a riconoscere notizie affidabili, spesso a causa di voci infondate, cospirazioni o deep fake. Anche su X (ex Twitter), una quota significativa di utenti (24%) trova complicato selezionare fonti attendibili. Nonostante ciò, circa la metà degli intervistati su ciascun network si dice fiduciosa nella propria capacità di discernere contenuti veri da falsi, anche se questa percezione non sempre corrisponde alla realtà.

Sui social media, dunque, chi sono i nuovi attori più efficaci ad emergere, guidando il dibattito pubblico su temi cruciali? L’attenzione del pubblico è diventata una risorsa scarsa, contesa da una moltitudine di media (Webster, 2014), una vera e propria moneta di scambio della contemporaneità. È con questo ed altri cambiamenti fondamentali che si deve confrontare il giornalismo, che diventa sempre più integrato in un sistema dominato dalle piattaforme digitali (Quattrociocchi W., et al. 2025).

“ […] adesso ci sono i social media che cambiano completamente la grammatica del giornalismo. Però questo non vuol dire che dobbiamo arrenderci all'informazione” (Pedrazzi, 2025).

Conclusione

Si apre oggi una sfida cruciale per il futuro del giornalismo. In un panorama in cui la verità rischia di essere piegata a logiche editoriali polarizzate, all’inseguimento di like e visualizzazioni, e dove il pubblico tende a credere solo a ciò che conferma le proprie convinzioni, occorre chiedersi: il giornalista deve limitarsi al ruolo di semplice fact-checker, o assumere una funzione più ampia e proattiva? E, se sì, quale dovrebbe essere questa funzione?

La storia dimostra che la professione giornalistica ha sempre saputo adattarsi ai mutamenti sociali, agli sconvolgimenti politici e alle innovazioni tecnologiche, mantenendo però un obiettivo immutato: rendere visibile l’impatto reale delle guerre e dei conflitti, in termini umani, politici ed economici. È per questo che i giornalisti sono considerati pilastri di ogni società democratica: essi incarnano valori fondamentali come la libertà di stampa, la libertà di espressione e il diritto all’informazione dei cittadini, che restano i destinatari ultimi del loro lavoro.

Nell’attuale scenario globale, segnato da una drammatica escalation di violenze e da guerre sempre più distruttive, la protezione dei giornalisti non può più essere vista come un’opzione, ma come un dovere imprescindibile e una necessità strutturale.

Secondo la visione di Pedrazzi, il giornalismo, soprattutto quello di conflitto, non può limitarsi dunque a una narrazione distaccata e preconfezionata, ma deve partire dall’umiltà davanti alle realtà vissute ogni giorno dalle vittime. Raccontare un conflitto significa prima attraversare un processo di “deconstruction of thought”, cioè smontare le proprie idee e i propri schemi interpretativi, fino a sentirsi in qualche modo autorizzati – non formalmente, ma umanamente – a parlare di quelle persone senza atteggiamenti voyeuristici o prospettive esterne e stereotipate. Il vero giornalismo di conflitto nasce quando si impara a vivere in empatia e amore con le persone di cui si scrive, superando l’approccio novecentesco del reporter che si muove tra luoghi sconosciuti senza legami profondi con ciò che osserva.

Il giornalista deve essere, coraggioso, pur senza essere imprudente: deve sapere che andrà incontro a realtà difficili e imparare a gestire panico e situazioni delicate, cercando sempre di essere trasparente, anche quando non è possibile operare con le condizioni ideali, come ad esempio l’ottenimento di visti giornalistici. Per poter raccontare un contesto, il giornalista deve conoscerlo e viverlo, altrimenti rischia di ridursi a un semplice “viaggiatore che racconta quello che vede”. Raccontare significa riportare fedelmente i fatti, senza esagerazioni: l’esagerazione può attirare click e lettori, ma a quel punto diventa fiction, e i conflitti reali sono già abbastanza drammatici senza bisogno di aggiungere altro. Il compito del giornalista non è scrivere la propria storia, ma farsi carico della responsabilità di trasmettere le parole e le esperienze degli altri, senza manipolarle. In questo senso, è fondamentale anche dare spazio ai giornalisti locali, che hanno una conoscenza diretta e insostituibile dei fatti.

Guardando al futuro, Pedrazzi sottolinea l’incertezza su come evolverà il giornalismo, che un tempo godeva di una tutela e di una sacralità maggiore. Oggi, la morte o il rapimento di un giornalista non mobilitano più la stessa attenzione globale, come testimoniano gli ultimi eventi. Nonostante ciò, la missione del giornalismo deve rimanere immutata: raccontare i fatti nella maniera più veritiera possibile, ma sempre in modo umano, evitando di trasformare persone e contesti in oggetti lontani o alieni. La disumanizzazione del racconto ha spesso alimentato incomprensioni tra civiltà; per questo il giornalista deve ricordare di essere, prima di tutto, un essere umano che parla di altri esseri umani.



Bibliografia e fonti

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