La Crisi Alimentare come Arma: L'Impasse Umanitaria nella Striscia di Gaza
Autore: Elena Tinelli – Junior Researcher, Mondo Internazionale G.E.O Area Difesa e Sicurezza
Abstract
La sicurezza alimentare è un diritto umano fondamentale. Tuttavia, nella Striscia di Gaza, la crisi alimentare è diventata un'arma di guerra a causa del blocco imposto da Israele e delle conseguenti restrizioni che limitano l'accesso al cibo e alle risorse essenziali. Questo studio intende analizzare le dinamiche di militarizzazione del cibo, evidenziando come l'accesso alle risorse alimentari venga strumentalizzato in contesti di conflitto. L’analisi intende concentrarsi sull'impatto delle restrizioni economiche e dei conflitti sul benessere della popolazione. Attualmente, infatti, la situazione è drammatica: il 96% della popolazione sta sperimentando alti livelli di insicurezza alimentare, conseguenza dei gravi danni alle infrastrutture alimentari e della compromissione dell’accesso all’acqua potabile che la guerra in corso ha portato (FAO, 2024).
1. Introduzione: il concetto di sicurezza alimentare e il quadro normativo internazionale sulla fame come strumento di guerra
La sicurezza alimentare rappresenta uno dei pilastri principali del benessere umano, tanto da essere profondamente radicata tra i diritti umani universali (Faraoni, 2023). La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 riconosce esplicitamente il cibo come un elemento essenziale per garantire il diritto a condurre una vita dignitosa, sancendo all’articolo 25 che “Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, alla casa, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari” (Articolo 25, Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo). Questo concetto è stato inoltre stabilito come obbligo legale all’articolo 11 del Patto Internazionale sui Diritti Economici Sociali e Culturali (ICESCR) del 1966, menzionando anche “il diritto fondamentale di ogni individuo alla libertà dalla fame” (Articolo 11, ICESCR).
Volendo esplorare il contenuto del concetto di sicurezza alimentare si può affermare che questo è complesso e multidimensionale poiché coinvolge una serie di fattori che vanno ben oltre la semplice disponibilità di cibo. Secondo la definizione fornita dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), con il termine sicurezza alimentare ci si riferisce alla possibilità di accedere fisicamente, socialmente ed economicamente a un quantitativo di cibo sufficiente, sicuro e nutriente in ogni momento (FAO, 1966). Da questa definizione si ricavano quelli che vengono considerati i quattro pilastri della sicurezza alimentare: disponibilità, accesso, utilizzo e stabilità:
- Partendo dalla componente della disponibilità questa si ricava dall’aggettivo “sufficiente” e fa riferimento alla quantità di cibo disponibile, sia questo prodotto internamente, importato o derivante da aiuti e sussidi internazionali.
- La mera disponibilità del cibo non è però sufficiente a garantire la sicurezza alimentare, occorre che le persone possano accedervi, per questo l’accesso fisico, sociale ed economico rappresenta il secondo pilastro del concetto che stiamo esplorando.
- La componente dell’utilizzo volge lo sguardo verso il concetto di “food safety” più che di “food security” riguardando la possibilità di consumare cibo nutriente e adeguato. In questo contesto, food safety diventa un fattore critico: non basta garantire la mera presenza di cibo, ma occorre assicurarsi che esso sia idoneo a soddisfare i bisogni nutrizionali e a prevenire malnutrizione o rischi per la salute, spesso trascurati nelle situazioni di emergenza e conflitto.
- Infine, dall’espressione “in ogni momento” si ricava l’ultimo pilastro, quello della stabilità: la sicurezza alimentare non riguarda infatti solo l’accesso immediato ma anche la stabilità nel lungo termine che può essere spesso messa in pericolo da guerre, crisi economiche, fluttuazioni dei prezzi e catastrofi naturali. (Alabrese, 2018).
Per opposizione a quanto appena illustrato è possibile dare una definizione di insicurezza alimentare che si verifica in assenza di condizioni che permettono un accesso adeguato e sicuro al cibo, esponendo le persone a rischi di malnutrizione e problemi di salute (Save the Children, 2022). Questo fenomeno è attualmente una delle sfide più gravi e urgenti che la comunità internazionale deve affrontare, in particolare a causa del crescente impatto di pandemie, conflitti armati e cambiamenti climatici, che destabilizzano le catene di approvvigionamento alimentare.
In questo contesto di crescente insicurezza alimentare, la weaponization del cibo rappresenta una delle dinamiche più critiche e devastanti. La militarizzazione del cibo rappresenta un fenomeno in cui l'accesso alle risorse alimentari viene utilizzato come strumento strategico in contesti di conflitto, guerre e tensioni politiche. In tali situazioni, il cibo diventa una vera e propria arma di controllo, manipolazione e coercizione. (Schmitt, 2022)
Diverse sono le fonti di diritto internazionale che riconoscono il diritto alla sicurezza alimentare, con una particolare attenzione a quelle categorie di persone più soggette a rischi, specialmente se coinvolte in un conflitto armato. (Rafaniello, 2024)
La protezione della popolazione civile dalla fame intesa come metodo di guerra è sancita dall’articolo 54 del Protocollo I delle Convenzioni di Ginevra relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali. Più precisamente l’articolo in questione sancisce il divieto di far soffrire ai civili la fame come strategia bellica e di attaccare o distruggere beni essenziali alla loro sopravvivenza come derrate alimentari, bestiame, riserve d’acqua e impianti di irrigazione. Tale tutela affonda le sue radici giuridiche anche nello Statuto della Corte Penale Internazionale del 1998 che definisce agli articoli 6,7 e 8 il crimine di genocidio e i crimini contro l’umanità e di guerra. In modo particolare, l’articolo 8 al paragrafo 2 ascrive ai crimini di guerra l’atto di “affamare intenzionalmente, come metodo di guerra, i civili, privandoli dei beni indispensabili alla loro sopravvivenza, compreso impedire volontariamente l’arrivo dei soccorsi come previsto dalle Convenzioni di Ginevra”. (Articolo 8, paragrafo 2, Statuto della Corte Penale Internazionale).
Un ulteriore tassello di questo quadro normativo è la risoluzione 2417 del 2018 del Consiglio di Sicurezza (CdS) dell’ONU. Alla base della risoluzione vi è la necessità di eliminare il persistente e mortale legame tra conflitti e fame. La risoluzione è infatti una condanna alla fame come strumento di guerra che può manifestarsi con impatti diretti che possono riguardare l’abbandono delle aree di pascolo o pesca, la distruzione di scorte di cibo, l’interruzione dei mercati alimentari e la riduzione dell’accesso alle forniture fondamentali per la preparazione del cibo come acqua e combustibile. Inoltre, la risoluzione chiarisce che usare la fame dei civili come strumento di guerra può costituire un crimine di guerra e richiede il rispetto del diritto internazionale umanitario nell’evitare di distruggere i mezzi necessari di produzione e distribuzione del cibo. Un altro aspetto cruciale evidenziato dal CdS è l'invito a non ostacolare l'accesso dei civili ai mezzi di sopravvivenza, compreso l'approvvigionamento e l'accesso agli aiuti umanitari necessari per affrontare l'insicurezza alimentare. La risoluzione esorta infine gli Stati a condurre indagini tempestive, imparziali ed efficaci nei casi in cui venga utilizzata la fame dei civili come metodo di guerra, incluso il rifiuto illegale di consentire l'assistenza umanitaria ai civili coinvolti in conflitti armati. Il merito di questa risoluzione è quello di aver irrobustito il quadro giuridico internazionale esistente attraverso una serie di inviti ed esortazioni rivolti alle Parti coinvolte, con l’obiettivo sia di prevenire gli atti che mirano a creare insicurezza alimentare, sia di condannarli. (Rafaniello, 2024). I concetti esplorati fino ad ora sono di grande rilevanza ed attualità, soprattutto in relazione ai conflitti odierni come la guerra a Gaza. Li dove l'accesso al cibo e agli aiuti umanitari sono fortemente limitati, i principi stabiliti dal diritto internazionale diventano cruciali per richiamare l'attenzione internazionale sulla necessità di proteggere le popolazioni vulnerabili e garantire loro accesso ai beni di prima necessità.
2. La geografia di Gaza: il blocco ermetico e i suoi valichi
Da decenni la striscia di Gaza si trova ad affrontare sfide economiche e umanitarie tra cui la questione della sicurezza alimentare, influenzata dalla sua chiusura ermetica, in entrata e in uscita, di questo territorio. Il blocco ha avuto inizio nel 2007, quando Hamas ha preso il controllo - della striscia. Questo blocco ha portato Gaza a essere descritta in molteplici occasioni come una “prigione a cielo aperto” (IWR, 2022). A tal proposito, in un articolo su Al Jazeera, Haidar Eid, docente all’università Al Aqsa di Gaza, raccontava “il blocco letale imposto su di noi per aver eletto Hamas ha trasformato Gaza non solo in una prigione a cielo aperto, ma in un campo di concentramento. In questo luogo un tempo bello due milioni di persone – la metà di loro ha meno di quindici anni – cercano disperatamente di sopravvivere senza rifornimenti sicuri di acqua, cibo, elettricità e medicine, in una chiara violazione del diritto internazionale umanitario e delle convenzioni di Ginevra” (Internazionale, 2022). Più che costituire una punizione per Hamas il blocco costituisce quindi una punizione collettiva in violazione dei diritti umani e del diritto internazionale (Amnesty, 2010).
Il blocco esercitato su Gaza è navale, aereo e terrestre. Il blocco navale imposto da Israele crea una zona di esclusione marittima al largo della costa di Gaza, oltre la quale le imbarcazioni palestinesi non possono navigare. I limiti oscillano tra le 3 e le 12 miglia nautiche dalla costa, ma il confine marittimo, fu fin dall’introduzione del blocco, modificato in base alle considerazioni sulla sicurezza da parte di Israele. Il blocco navale rappresenta la causa di un forte isolamento economico, impedendo l’accesso di merci e persone via mare, di limitazione agli aiuti umanitari e di mancato accesso alle risorse marine compromettendo una delle principali fonti di sostentamento (Leofrigio, 2017). Il blocco aereo invece impedisce ai residenti di Gaza di utilizzare il trasporto aereo per lasciare la Striscia: l’unico aeroporto locale, quello di Yasser Arafat, inaugurato nel 1998 come parte degli accordi di Oslo è stato gravemente danneggiato durante la seconda Intifada del 2001 ed è da allora inutilizzabile (Venturini, 2009). L’unico modo per far circolare merci e persone da e verso la Striscia di Gaza è quindi attraverso il passaggio tra i valichi. I valichi della Striscia di Gaza rappresentano un punto nevralgico per il movimento di persone e merci, ma sono soggetti a rigide restrizioni che limitano severamente la libertà di spostamento della popolazione palestinese (Roy, 2016).
Carta di Laura Canali, Grande Gaza, il progetto che inquieta l’Egitto di Antonella Caruso in Guerra Grande in Terrasanta - n°10 - 2023, Limes
I valichi di Gaza sono sette e sono tutti sotto il controllo di Israele ad eccezione di quello di Rafah, che è gestito dall’Egitto. Il valico di Rafah, essendo l’unico che collega Gaza con l’Egitto, rappresenta un collegamento vitale tra la Palestina e il mondo arabo. Prima di ottobre 2023 le restrizioni non erano estremamente rigide, ma erano presenti diverse limitazioni al numero e alle categorie di persone autorizzate a viaggiare (Gisha, 2013). Il valico di Beit Hanoun, anche conosciuto come valico di Erez, si trova a nord della striscia di Gaza ed è sotto il pieno controllo israeliano. È l’unico valico che permette ai palestinesi di recarsi nella Cisgiordania senza passare per l’Egitto o la Giordania. Entrare e uscire da Beit Hanoun è notoriamente difficile: senza il permesso di Israele e senza essere stati sottoposti a lunghi controlli di sicurezza il passaggio è impossibile (Al Mezan Center for Human Rights, 2013). Il terzo e ultimo valico che è rimasto operativo anche in seguito alla presa di potere di Hamas del 2007 è il valico di Karem Abu Salem o Karem Shalom, all’incrocio tra i confini di Gaza, Egitto e Israele ed è usato per motivi di carattere commerciale, essendo l’unico valico in cui le merci possono essere esportate fuori dal territorio. Tra i valichi chiusi in seguito alla presa di potere di Hamas menzioniamo al-Muntar (Karni), chiuso dal 2011 e dedicato al trasporto di merci tra Gaza e Israele e punto di accesso per i coloni Israeliani agli insediamenti a Gaza prima del 2005. Il valico di al-Awdah (Sufa) che non è più operativo dal 2008 ed è situato a est di Rafah. Rappresentava il punto di transito per i materiali di costruzione. Il valico di al-Shujaiah (Nahal Ouz) venne chiuso nel 2010 e serviva per trasportare carburante attraverso tubi sotterranei. Il valico di al-Karara (Kissufim) è ’ stato chiuso nel 2005 e oggi è usato solo per l’ingresso di carri armati e veicoli militari israeliani per le operazioni militari messe in atto all’interno della Striscia di Gaza. (Humaid, 2022).
3. La genesi dell’insicurezza alimentare: Gaza prima del 7 ottobre 2023
La striscia di Gaza fu sede del primo governo palestinese creato nel 1948 dalla Lega Araba. Il territorio fu oggetto di occupazione da parte dell’Egitto nel 1959, di Israele nel 1967 e tornò sotto il controllo dell’Autorità Palestinese in seguito agli accordi di Oslo del 1994, ad accezione di un quinto del territorio che rimaneva occupato da basi ed insediamenti israeliane (Khalidi, 2020). Per ragioni di sicurezza Israele iniziò ad attuare fin dal 1989 una serie di restrizioni ai movimenti dei residenti palestinesi e negli anni a cavallo tra il 1994-1996 la striscia venne circondata con una barriera, che venne in gran parte distrutta con l’intifada del 2000 (B’Tselem, 2006). A seguito di questo accadimento Israele chiuse l’aeroporto internazionale e impose diverse restrizioni commerciali, attuando poi una chiusura completa degli accessi a Gaza.
Il disimpegno israeliano cominciato nel 2005 allentò la stretta su Gaza e un accordo israelo-palestinese prevedeva la riapertura del valico di Rafah (Leofrigio, 2017). Tuttavia, nel 2006 le elezioni vennero vinte da Hamas, movimento estremista che rifiutava di aderire ai precedenti accordi di Oslo. Conseguentemente un forte blocco economico venne imposto da Israele sulla striscia di Gaza e diversi aiuti internazionali non umanitari vennero sospesi (Khalidi, 2020). Gaza, che guidata da Hamas aveva preso le distanze dall’Autorità Palestinese di Rāmallāh venne stretta in un vero blocco, terrestre, aereo e navale, con forti restrizioni ai movimenti personali, riduzioni delle forniture energetiche, bando di beni a doppio uso e di generi alimentari. Questo blocco limitò esponenzialmente la circolazione di generi alimentari e agricoli: le importazioni vennero limitate a un elenco di quindici articoli di base, impedendo l’importazione di materie prime e sospendendo il codice doganale per tutte le merci dirette a Gaza, creando delle drammatiche conseguenze umanitarie (Lipkind, 2024).
Le restrizioni sulle importazioni preclusero l’accesso a Gaza da parte di diversi prodotti alimentari, fertilizzanti agricoli e materiali essenziali per lo sviluppo delle infrastrutture come il cemento. I controlli sugli articoli a doppio uso devastarono le infrastrutture elettriche esacerbando l’insicurezza alimentare, rendendo inaffidabile la refrigerazione degli alimenti. Lo stesso accadde con i materiali idrici e correlati all’igiene: quasi un terzo delle famiglie di Gaza non era collegato ai sistemi igienico-sanitari e l’unica falda acquifera venne riempita di acqua di mare e liquami rendendola inadatta al consumo umano (Lipkind, 2024). La mancanza di un accesso sicuro ad acque pulite rappresentava la principale causa di mortalità infantile e di insicurezza alimentare. Anche le restrizioni sull’accesso alle acque marine erano causa di diversi problemi di insicurezza alimentare considerato che mantenendo Israele il controllo sulle acque al largo di Gaza i cittadini Palestinesi erano costretti a pescare in acque poco profonde, piene di liquami contribuendo alla pesca eccessiva prodotti ittici contaminati.
Ad aggravare la situazione contribuì la Israel Defense Force che per via considerazioni attinenti alla sicurezza della popolazione nel sud di Israele ritagliò una zona cuscinetto di mille chilometri dal territorio di Gaza, sottraendo il 29% dei suoi territori agricoli (Lipkind, 2024). Le terre agricole di questa zona, che comprende gran parte delle aree fertili lungo il confine, erano utilizzate per colture di cereali, ortaggi e alberi da frutta, ma sono diventate in gran parte impraticabili e inaccessibili. Inoltre, l’operazione piombo fuso del 2009 danneggiò il 17% dei terreni coltivati di Gaza, sia con la demolizione che con la contaminazione chimica nelle aree agricole (Amnesty, 2009). Inoltre, durante un altro scoppio di violenza tra Israele e Hamas, l’esercito israeliano uccise quasi 2.000 bovini, privando la popolazione del consumo di carne e latticini (Lipkind 2024). Un tentativo di forzare il blocco navale venne portato avanti nel 2010 attraverso l’operazione Freedom Flotilla, un’operazione umanitaria salpata dalla Turchia al fine di trasportare prodotti alimentari e medicinali. Israele rispose con un intervento armato facendo una strage di civili e violando il diritto internazionale umanitario (Annoni, 2011).
Dati alla mano, secondo l'UNRWA prima del blocco del 2007 circa il 34% della popolazione di Gaza era considerata insicura dal punto di vista alimentare (UNRWA, 2024). Nonostante le difficoltà economiche, la maggior parte della popolazione aveva accesso a beni di base, grazie agli aiuti internazionali e alla possibilità di commercio con Israele ed Egitto. Con il blocco imposto da Israele le condizioni si deteriorarono rapidamente e in poco tempo la percentuale di individui insicuri alimentarmente raggiunse il 61%. (UNRWA, 2014). Uno studio condotto dal World Food Program descrive in questi anni una netta riduzione della spesa familiare destinata ai generi alimentari: nel 2011 il reddito familiare medio destinato all’acquisto di generi alimentari era paragonabile a quello di Stati sottosviluppati come la Somalia (WFP, 2023). Inoltre, secondo la Palestinian Food Industry Association (PFIA) 16 delle 32 aziende operative nel settore alimentare di Gaza chiusero completamente licenziando tutti i dipendenti. Le restanti fabbriche cominciarono a operare al 30% della loro capacità produttiva.
Queste crisi furono causate da una combinazione di fattori: la limitata disponibilità di materie prime a causa delle restrizioni all’importazione, il congelamento delle esportazioni che ha impedito a molte aziende di esportare in Cisgiordania e nei mercati regionali e la contrazione della domanda locale a causa della riduzione del potere d’acquisto dei consumatori. Anche il settore agricolo è stato vittima di una forte battuta d’arresto che ha negativamente contribuito ad ampliare il problema dell’insicurezza alimentare. L'accesso limitato a cibo nutriente ha creato un'ondata di complicazioni mediche legate alla malnutrizione, che comprendono l’arresto della crescita, carenze di micronutrienti e malattie croniche. Il blocco israeliano che ha soffocato l’attività economica, interrotto le reti di distribuzione alimentare e peggiorato la povertà e vulnerabilità tra i residenti di Gaza, rappresenta quindi la prima causa dell’insicurezza alimentare palestinese (FAO, 2024) tanto che il Relatore speciale sui diritti umani nei Territori palestinesi aveva previsto che causa della presenza di queste condizioni Gaza sarebbe diventata invivibile entro il 2020 (ONU, 2018). L'urgente necessità di affrontare questioni complesse a Gaza, come l'inadeguatezza del 95% dell'acqua dei pozzi comunali di Gaza al consumo umano e il problema dell'insicurezza alimentare, era stata evidenziata anche prima dello scoppio dell'attuale guerra (ONU, 2018).
4. L’impatto della guerra in corso sulla sicurezza alimentare
La guerra in corso da ormai un anno, non ha fatto altro che aggravare la già drammatica crisi umanitaria nella striscia di Gaza. Fattore scatenante di questa situazione è stato l’avvio dell’operazione “Alluvione Al-Aqsa” annunciata da Hamas il 7 ottobre 2023, che ha portato il gabinetto di guerra israeliano a dichiarare lo Stato di Guerra. Nel corso della notte a cavallo tra il 7 e l’8 ottobre scorsi, il Gabinetto di Sicurezza israeliano votò per un’azione volta alla “distruzione delle capacità militari e governative di Hamas” (ISPI, 2023). In poco tempo la Israel Electric Corporation, principale fornitore di energie della striscia di Gaza interruppe la fornitura di energia elettrica. Il 9 ottobre Gallant, ministro della difesa israeliano, annunciò il blocco totale della striscia di Gaza: l’assedio ebbe inizio, mentre elettricità, cibo e carburante non vennero più fatti entrare nella striscia. Nel giro di qualche settimana venne annunciata l’invasione di terra israeliana e - le IDF, bloccando la Salah al-Din Road, ostruirono un’arteria stradale importante che collega il nord con il sud di Gaza. La prima apertura del valico di Rafah avvenne il 2 novembre, in seguito a un negoziato con gli Stati Uniti e il Qatar, permettendo l’esodo di 450 persone (ISPI, 2023).
L’accesso all’acqua potabile, da sempre una risorsa scarsa nella striscia di Gaza, cominciò a risultare compromessa a causa del danneggiamento o del blocco da parte di Israele del 50% di pozzi, strutture idriche o impianti di desalinizzazione (BBC, 2024). La disponibilità di acqua potabile venne ridotta a una media di 2, litri al giorno per persona, rispetto ai 15 litri indicati dall’OMS (OMS, 2010). Il bilancio dei morti cominciò a salire e la preoccupazione e lo sgomento a livello internazionale cominciarono a crescere. La Human Rights Watch, nel dicembre 2023 dichiarò che “il governo israeliano sta usando la fame dei civili come metodo di guerra nella striscia di Gaza occupata” definendolo un crimine di guerra. La HRW aggiungeva che Israele stava impedendo la consegna di cibo, acqua e carburante così come l’assistenza umanitaria, radendo al suolo le aree agricole e privando la popolazione civile di “oggetti indispensabili alla loro sopravvivenza” (HRW, 2023).
Fin dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 infatti i ministri israeliani di Difesa, Sicurezza Nazionale ed Energia, rispettivamente Gallant, Ben-Gvir e Katz non hanno mai fatto mistero della loro volontà di portare avanti una politica basata sulla privazione di cibo, acqua e carburante per i civili di Gaza (ISPI, 2023). Inoltre, altri funzionari israeliani dichiararono pubblicamente che gli aiuti umanitari a Gaza non sarebbero arrivati se non in cambio del rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas (ISPI, 2023). Omar Shakir, direttore di Israele e Palestina al Human Rights Watch, espresse il suo disappunto sulla catastrofe umanitaria in corso con le seguenti parole: "Per oltre due mesi, Israele ha privato la popolazione di Gaza di cibo e acqua, una politica stimolata o sostenuta da alti funzionari israeliani e che riflette l'intento di far morire di fame i civili come metodo di guerra" (Omar Shakir, Human Rights Watch, 2023). Negli stessi giorni il World Food Program avvertì della possibilità immediata di carestia, ponendo in evidenza come Gaza fosse completamente priva di scorte alimentari e di acqua. A queste dichiarazioni ne seguirono altre che segnalavano un alto rischio di carestia e gravi livelli di fame per consistenti percentuali della popolazione civile (WFP, 2023).
In aggiunta al soffocante blocco, gli attacchi aerei dell’esercito israeliano causarono danni estesi e la distruzione di oggetti necessari alla sopravvivenza dei civili. Panifici e mulini per cereali vennero distrutti, così come diverse infrastrutture agricole. Il settore agricolo venne raso al suolo dalla mancanza d’acqua e carburante e dai continui e ripetuti bombardamenti. A maggio 2024 risultava che il 57% dei terreni agricoli era stato distrutto o danneggiato (FAO, 2024). La stima sulla perdita del bestiame si aggirava invece intorno al 70%, numericamente analoga alla perdita della flotta peschereccia (FAO, 2024). Stando agli ultimi report della FAO, l’intero territorio è classificato in emergenza, secondo il “Integrated Food Security Phase Classification” (IPC). In questa classificazione si distinguono 5 livelli di insicurezza alimentare in cui 1 rappresenta il livello più basso e 5 il livello più emergenziale (Integrated Food Security, Phase Classification 2024). Attualmente, il 95% della popolazione nella Striscia di Gaza sta affrontando livelli di insicurezza alimentare acuta (IPC-3). Di questi il 29% è in stato di emergenza (IPC-4) e il 15% sperimenta livelli catastrofici di insicurezza alimentare (IPC-5). Nelle condizioni attuali, quasi mezzo milione di persone rischia di morire di fame (FAO, 2024).
Studi recenti dimostrano che diverse famiglie hanno dovuto barattare i propri vestiti per comprare del cibo e che molti individui si sono trovati a vendere la spazzatura per ricavare qualcosa per guadagnarsi da mangiare. I quattro pilastri della sicurezza alimentare hanno perso completamente le loro fragili e precarie fondamenta: la disponibilità di cibo è stata ridotta a livelli miserabili dalla distruzione di infrastrutture, serre, fattorie, panetterie, mulini, campi agricoli e dalla mancanza di aiuti umanitari. Le ostilità hanno impedito un facile accesso fisico alle poche scorte di cibo. Anche dal punto di vista economico, come sottolineato in precedenza, accedere al cibo è diventato estremamente complesso a causa dei crescenti livelli di povertà e del combinato aumento dei prezzi. L’adeguatezza del cibo presenta dei caratteri allarmanti: la dieta non è varia, si consumano principalmente cereali portando a seri problemi di malnutrizione soprattutto per i bambini e le donne in gravidanza. Un quantitativo considerevole di persone si trova inoltre a nutrirsi con avanzi trovati nella spazzatura o con alimenti crudi o non edibili. La distruzione delle infrastrutture produttive agricole ha portato anche a far crollare il pilastro della sostenibilità: manca ogni possibile prospettiva di una nutrizione sana e sicura nel breve così come nel lungo periodo ((FAO, 2024).
5. La risposta della comunità internazionale: la richiesta dell’apertura dei valichi
Fin dall’inizio di questa catastrofe umanitaria sono state molte le voci che si sono unite per chiedere a Israele l’apertura dei valichi per il passaggio degli aiuti umanitari. A partire dalla Corte Internazionale di Giustizia che aveva ordinato “misure immediate ed efficaci” per proteggere la popolazione palestinese di Gaza dal rischio di genocidio (Ordinanza CIG, 26 gennaio 2024), fino ad arrivare alla FAO che appellandosi al diritto umanitaria internazionale aveva chiesto “l’accesso sicuro per gli aiuti umanitari e l’assistenza a Gaza” (FAO, 2024). Allo stesso modo l’Unione Europea aveva prodotto un comunicato stampa (Comunicato stampa 14/03/2024 ) in cui esortava Israele e l’Egitto ad aprire i valichi di Rafah, Kerem Shalom, Karmi ed Erez (De Girolamo, 2024) così come i governi di diversi Paesi tra cui Canada, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Giappone, Svezia, Australia, Corea del Sud e Italia si sono appellati al ministro degli Esteri Israeliano Katz per esortarlo a “consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nella striscia di Gaza, attraverso tutti i valichi pertinenti, compreso quello di Rafah” (ANSA, 2024). Con lo stesso fine è stata prodotta la Risoluzione 2720 del Cds che oltre a richiedere la fornitura di carburante cibo e forniture mediche chiedeva l’apertura di tutti i valichi di frontiera per il passaggio degli aiuti umanitari.
Qualche timido accenno di risposta positiva da parte di Israele è arrivato nell’aprile scorso, dopo l’attacco mortale al convoglio della World Central Kitchen, a cui è seguita una telefonata tra Netanyahu e Biden che ha portato all’approvazione dell’apertura del porto israeliano di Ashood e del valico di Erez per il trasferimento degli aiuti umanitari (BBC, 2024). A maggio anche il valico di Kerem Shalom venne aperto per lasciar passare dei camion provenienti dall’Egitto con aiuti umanitari donati dalla Comunità Internazionale. Tuttavia, la strada da percorrere per garantire un accesso stabile e sicuro agli aiuti umanitari è ancora lunga e tortuosa. Il World Food Program ha avvertito di recente, più precisamente in data 14 ottobre 2024, che dal primo ottobre nessun aiuto alimentare è riuscito a entrare e che l’escalation di violenza a Gaza sta avendo un impatto disastroso sulla sicurezza alimentare. Nell’ultimo report pubblicato si legge che i centri di distribuzione alimentare sono stati costretti a chiudere a causa di attacchi aerei e operazioni militari. Antoine Renard Direttore del WFP spiega “Ci impegniamo a consegnare cibo salvavita ogni giorno nonostante le crescenti sfide. Tuttavia, senza un accesso sicuro e duraturo è praticamente impossibile raggiungere le persone che hanno bisogno” (UNIRIC, 2024). A queste parole ha aggiunto una descrizione della gravità del sistema alimentare di Gaza, spiegando che il rischio di carestia è reale e chiedendo un’apertura di un numero maggiore di valichi per un lasso di tempo tale da permettere l’ingresso sicuro degli aiuti. Nelle ultime ore gli Stati Uniti, si sono uniti alle richieste formulate dagli altri Stati e organi internazionali concernenti l’apertura dei varchi per il passaggio degli aiuti umanitari. Il segretario di Stato statunitense Blinken -ed il suo collega alla Difesa Austin, hanno inviato una lettera a Israele, spiegando che il supporto militare verrà condizionato ai quantitativi di aiuti umanitari che arriveranno nella Striscia di Gaza nei prossimi 30 giorni (Limes, 2024).
6. Conclusione
Nonostante le numerose richieste internazionali per l’apertura dei valichi di Gaza, la situazione rimane oggi estremamente critica. Mentre Israele ha mostrato segnali di apertura temporanea in risposta alla pressione internazionale, come nell’aprile e maggio del 2024, la strada per un accesso costante e sicuro agli aiuti umanitari è ancora lunga. Le ultime dichiarazioni del WFP e di altri attori internazionali sottolineano la gravità della situazione, in cui il rischio di carestia è concreto e il sistema alimentare è al collasso. Le recenti pressioni da parte degli Stati Uniti, che hanno legato il supporto militare alla quantità di aiuti che entreranno a Gaza nei prossimi 30 giorni, dimostrano che il contesto geopolitico è sempre più complesso. Tuttavia, l’accesso agli aiuti umanitari rimane una priorità fondamentale per evitare ulteriori tragedie umanitarie, richiedendo un impegno coordinato da parte della comunità internazionale per garantire aperture stabili e sicure. Oltre a facilitare il passaggio di beni essenziali come cibo, medicine e carburante, è indispensabile che tali aperture siano accompagnate da misure di sicurezza che proteggano sia le operazioni di consegna degli aiuti, sia i civili coinvolti. Le azioni internazionali dovranno dunque essere mirate non solo ad affrontare l'emergenza immediata, ma anche a promuovere una stabilizzazione a lungo termine della regione, affrontando le radici del conflitto e cercando soluzioni sostenibili che impediscano il ripetersi di crisi simili in futuro. Il rispetto del diritto internazionale umanitario è un altro elemento cruciale in questo contesto. La violazione dei principi del diritto umanitario internazionale non solo aggrava la crisi umanitaria, ma rappresenta una sfida per l'ordine giuridico internazionale. Il blocco prolungato di Gaza e le limitazioni al passaggio degli aiuti umanitari sollevano preoccupazioni riguardo al rispetto di queste norme, con appelli da parte di diverse istituzioni, come la Corte Internazionale di Giustizia, che hanno esortato alla protezione delle vite e dei diritti fondamentali dei civili.
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FONTI
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