Netanyahu e la nuova strategia di difesa di Israele
Autore: Sebastiano Silvi - Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Area Difesa & Sicurezza
Introduzione
Sebbene l’attacco di Hamas del 7 ottobre del 2023 abbia scosso il mondo e l’opinione pubblica internazionale–rappresentando al tempo stesso anche uno dei fallimenti più eclatanti nella storia dell’intelligence israeliana–e nonostante vi si celino oscuri retroscena politici, esso ha rappresentato e rappresenta per Israele un evento doloroso, che ha minato le fiducia nell'efficacia della strategia di deterrenza di Israele contro un nemico di gran lunga inferiore, ma da cui ripartire per rafforzarsi ulteriormente.
Israele non dispone di un processo formale per l'elaborazione della propria strategia di difesa (The National Interest, 2025). In altre parole, non ha mai avuto una strategia di sicurezza nazionale approvata dalla leadership, scritta e resa pubblica. Piuttosto, essa va dedotta sia dalle dichiarazioni–a volte ambigue e discordanti tra loro– che dalle azioni già intraprese dai vertici politico-militari (INSS, 2026).
Tale assenza è dovuta, sostanzialmente, alla peculiare storia di Israele: un Paese che fin dalla nascita si è sempre fortemente basato sulle forze militari e di intelligence. Questo ha portato, in sostanza, al predominio assoluto della mentalità militare, in cui la visione politica, la diplomazia e altri strumenti non prettamente militari assumono un ruolo secondario nell’ottica di una più ampia strategia di sicurezza (ISPI, 2026). Sono, infatti, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) a rivestire un ruolo talmente centrale nella coscienza e nell’opinione pubblica israeliana, da essere quasi completamente identificate con la sicurezza nazionale, trascurando per questo le altre componenti di quest'ultima (come la legittimità internazionale e interna, nonché la resilienza sociale ed economica).
Occorre precisare, inoltre, che fino al 7 ottobre 2023, la strategia di difesa e sicurezza israeliana è rimasta pressoché intatta dalla fondazione dello Stato ebraico, avvenuta nel 1948, e dalla conseguente dottrina elaborata negli anni Cinquanta dal “padre” di Israele, David Ben-Gurion, basata su quattro pilastri: deterrenza, avviso tempestivo, difesa, vittoria schiacciante (JCFA, 2026). In breve, la forza militare israeliana avrebbe dovuto dissuadere ogni nemico, presunto o reale che sia; attivarsi tempestivamente per individuare qualsiasi fallimento della deterrenza e segnalare, di conseguenza, un possibile attacco imminente; difendersi e sconfiggere definitivamente la minaccia (JCFA, 2026). Si parlava, a tal proposito, di “falciatura dell’erba”: brevi e intense campagne militari, miranti a infliggere il massimo danno nel minor tempo possibile, evitando al contempo l’escalation e puntando comunque alla deterrenza. Per farlo, occorreva una serie di fattori, quali un esercito popolare basato sul servizio obbligatorio, supportato da un'ampia forza di riserva; la superiorità, dal punto di vista militare e di intelligence; il rapido spostamento dei combattimenti sul territorio nemico (necessitando, per questo, anche della supremazia aerea); lo sviluppo di soluzioni tecnologiche autoctone; la prevenzione della nuclearizzazione nemica e dell'accumulo delle forze; la resilienza del fronte interno (JCFA, 2026).
Il 7 ottobre 2023, sono venuti meno i princìpi cardine della politica di sicurezza nazionale, di difesa e della dottrina militare del Paese. Tra questi, ricordiamo:
- l'affidabilità della strategia di deterrenza militare di Israele– attraverso la minaccia di ritorsioni, o mediante attacchi preventivi–per dissuadere potenziali aggressioni e garantire, così, periodi di relativa tranquillità in termini di sicurezza;
- la capacità dell’apparato di intelligence di avvertire in anticipo dell’esistenza di minacce imminenti;
- la capacità dell'esercito israeliano di assicurarsi una vittoria rapida e definitiva contro qualsiasi aggressore regionale;
- la fattibilità dell'autosufficienza in materia di difesa;
- l'utilità, la fattibilità e la durata degli accordi politici per affrontare i rischi per la sicurezza.
A ciò occorre aggiungere altre due considerazioni. In primo luogo, il 7 ottobre 2023 ha rappresentato uno shock forse ancora più grande del 6 ottobre 1973, vale a dire l’inizio della Guerra del Kippur, quantomeno perché questa coinvolse degli Stati. Invece, gli eventi dell’autunno del 2023 hanno sorpreso non poco Israele, considerando il fatto che un attore non statale sia stato in grado di eseguire un attacco tanto devastante, risultando per questo, profondamente incomprensibile per i funzionari della Difesa e dell’intelligence. Questi credevano a torto (anche a causa di un'errata interpretazione proveniente dall'ufficio di Netanyahu), che fino a quel momento Hamas ed Hezbollah potessero essere contenuti e combattuti attraverso regole di ingaggio consolidate e che l'intelligence e la superiorità tecnologica fossero sufficienti a conferire al proprio Paese una capacità tale da individuare e prevenire un'escalation ancor prima che potesse diventare una minaccia reale.
In secondo luogo, lo shock non ha riguardato solo i vertici politico-militari, ma ha visto e vede coinvolti tutti i cittadini israeliani. Difatti, l’attacco del 7 ottobre 2023 ha distrutto non solo la psiche di un’intera nazione, ma anche il senso di sicurezza personale e collettiva della sua popolazione, nonché la fiducia nei confronti della leadership. Ciò detto, per tentare di comprendere il nuovo approccio di Israele, occorre capire innanzitutto che si è alle prese con una nazione traumatizzata e che uno shock così devastante non può fare altro che tradursi in reazioni estreme, da parte dello Stato che lo vive. A tal proposito, secondo Eran Halperin, professore ordinario di psicologia presso la Hebrew University di Gerusalemme, che ha condotto uno studio comparativo sulle nazioni a seguito di traumi nazionali, servono almeno cinque anni affinché esse inizino a riprendersi, e, nel caso di Israele, quel conto alla rovescia è iniziato solo dopo il ritorno dell’ultimo ostaggio nel gennaio 2026 (ISPI, 2026).
Il nuovo approccio di Israele
Come detto, per decenni, la politica di sicurezza israeliana si è basata su una dottrina di deterrenza e contenimento, presupponendo che gli avversari, soprattutto quelli non statali, potessero essere gestiti in massima parte attraverso risposte calibrate (o meglio, mirate). Ciò è ancora più vero se si tiene conto del fatto che, fino al 7 ottobre, si riteneva che un nemico consapevole della potenza dell’esercito e dell’intelligence di Tel Aviv sarebbe stato dissuaso, evitando così lo scontro. Tuttavia, gli eventi hanno dimostrato come la deterrenza sia un concetto relativo: difatti, un nemico può essere dissuaso da una guerra su vasta scala con Israele, ma può comunque spingersi verso attacchi di portata più limitata, soprattutto se astenersi dal compierli danneggerebbe la propria reputazione e il proprio prestigio agli occhi degli alleati e interlocutori (INSS, 2026). Ed è ciò che è accaduto.
La nuova dottrina, emersa dopo i fatti cruenti del 7 ottobre 2023, richiede (e, anzi, impone), invece, un passaggio da una strategia reattiva a una proattiva. Il principio alla base è semplice: qualsiasi intenzione del nemico deve essere presa sul serio e non liquidata come mera retorica. Il passaggio presuppone, pertanto, lo smantellamento continuo delle capacità nemiche, man mano che queste emergono. In tal modo, qualsiasi minaccia alla sicurezza, all’integrità e all’esistenza dello Stato di Israele–sia essa reale, presunta, percepita, potenziale, vicina o lontana dai confini–deve essere contrastata con una risposta immediata e decisa, a prescindere dalle conseguenze, senza attendere che un attacco si concretizzi. Israele, infatti, non può permettersi lo sviluppo di minacce alla propria sicurezza in prossimità dei confini: nessun avversario deve poter emergere e/o riemergere come forza di governo o militare (Carnegie Middle East Center, 2026). Ciò si tramuta, inevitabilmente, in un atteggiamento attivo e altamente offensivo , per sfruttare la probabile superiorità tecnologica, militare e di intelligence. Come sottolineato dal Generale Eyal Fecht e dal Tenente Colonnello Itay Haiminis, entrambi membri dell'establishment militare israeliano:
"La guerra è tornata al centro della nostra vita nazionale e ha accelerato un processo di cambiamento nel ruolo della forza militare nella sicurezza nazionale di Israele. L'essenza di questo cambiamento è la transizione dal ruolo di forza difensiva locale, focalizzata sulla prima area di influenza, a quello di forza difensiva regionale, capace di azioni prolungate e continue in tutto il Medio Oriente[...]un assetto offensivo che mira a raggiungere obiettivi ambiziosi[...]la società israeliana[...]per molti decenni, fino al 7 ottobre 2023, ha goduto di un senso di normalità grazie all'assenza di lunghi periodi di guerra[...]dobbiamo riconoscere che vivere all'ombra della guerra e a fianco di essa è una caratteristica permanente delle relazioni internazionali, e che una vita del genere non è necessariamente una vita che non vale la pena di essere vissuta". (INSS, 2026)
Non è quindi un caso che Israele usi la sua potenza militare, non solo per prevenire le minacce, ma anche per imporre i propri interessi nella regione.
Per questo motivo, tanto l’esercito, quanto i servizi di intelligence hanno adottato anche un nuovo approccio nei confronti dei confini statali, i quali smettono di essere considerati come dei limiti territoriali, per diventare dei veri e propri fronti attivi. Ad esempio, l’attacco di Israele nel 2025, nel sud della Siria, per proteggere la comunità drusa – con attacchi contro le forze dell'esercito siriano e il quartier generale del Ministero della Difesa siriano–è un esempio concreto di questa politica proattiva.
Per di più, Israele non è più confinato entro i suoi confini politici, e anzi, istituisce zone cuscinetto (zone di sicurezza autoproclamate) nei diversi teatri di guerra (INSS, 2026). Tuttavia, a differenza di quanto affermato dal Generale Eyal Zamir –"Le Forze di Difesa Israeliane stanno implementando una nuova strategia di sicurezza: colpire il nemico e sconfiggerlo in modo decisivo [...] I militari proteggono i civili lungo i nostri confini. In territorio nemico creiamo zone demilitarizzate [...] Si tratta di un cambiamento strategico concettuale che si è tradotto in una serie di cambiamenti tattici." (INSS, 2026) - non sono mere zone smilitarizzate, ma prevedono la presenza dell’IDF: ciò è ricorrente nelle aree confinanti, quali la Siria (con la presenza, ad esempio, sul monte Hermon), il Libano meridionale, la Striscia di Gaza (DW, 2026).
A ciò si può aggiungere la visione di alcuni esponenti estremisti del governo Netanyahu, come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, secondo i quali anche gli insediamenti garantiscono la sicurezza, e che questi possono essere creati anche nelle zone cuscinetto. Il problema, tuttavia, non riguarda solo il diritto internazionale, ma riflette il fatto che tali insediamenti non fanno altro che estendere, nei fatti, la portata dei confini nazionali, che a loro volta, portano a all’espansione delle aree in cui secondo le parole di Eyal Zamir–”[...]i militari proteggono i civili[...]”.(INSS,2026)
A tal proposito, non è un caso che dopo l'attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva risposta militare di Israele a Gaza e in Cisgiordania, queste installazioni illegali in territorio palestinese si sono moltiplicate in modo esponenziale. Peace Now, organizzazione non governativa israeliana che si batte per la creazione di uno Stato palestinese, ha registrato 121 nuovi avamposti dall'ottobre 2023, pari al 40% dei 298 avamposti totali creati dal 1996 (Le Monde, 2026).

(Fonte: Le Monde)
Un ruolo centrale è poi dato dalle esercitazioni militari su larga scala. Come confermato da un alto funzionario dell’IDF, quella svoltasi nell'agosto del 2025 aveva il compito di valutare proprio la capacità di prontezza operativa in più ambiti e di tradurla in capacità operativa (JSS, 2025). In questo modo si vuole che le lezioni apprese a caro prezzo dal passato vengano non solo mantenute, ma trasformate e aggiornate sempre più in ottica di una politica di sicurezza sempre più solida e proattiva per il futuro.
Ma c’è di più. Negli anni precedenti al 7 ottobre 2023, Israele è stato quantomeno “moderato” nei confronti di Hamas, nel tentativo di raggiungere tre obiettivi strategici:
- consentirgli di governare la Striscia di Gaza, rafforzandolo e indebolendo per contro l’ANP del Presidente palestinese Mahmoud Abbas, evitando così la creazione di uno Stato palestinese che avrebbe portato alla famosa soluzione dei due Stati;
- limitare la capacità di Hamas di minacciare Israele;
- impedire che le condizioni a Gaza si deteriorassero al punto che la sua popolazione non avesse nulla da perdere lanciando un confronto violento su vasta scala con Israele: per fare questo, Tel Aviv ha acconsentito negli anni il trasferimento di milioni di dollari nella Striscia, soldi che puntualmente finivano nelle casse di Hamas (Mondo Internazionale APS, 2025)
Subito dopo il massacro, Israele ha, invece, preso diverse decisioni strategiche per quanto riguarda la guerra a Gaza. Di seguito, ne sono elencate alcune.
- Definire gli obiettivi bellici primari di Israele: distruggere la capacità di combattimento di Hamas ed eliminare la sua capacità di governare la Striscia di Gaza, concentrandovi gli sforzi e sottoponendola ad attacchi continui e mantenendo nonostante ciò, la posizione su tutti gli altri fronti;
- L’offensiva su larga scala a Gaza, iniziata alla fine di ottobre 2023, si sarebbe concentrata inizialmente sulla parte settentrionale della Striscia, per poi coinvolgere, tra maggio e giugno 2024, anche la parte meridionale, con lo scopo di ottenere il controllo di Khan Yunis, Rafah e di altre zone ritenute da Netanyahu di importanza esistenziale;
- Il rilascio degli ostaggi israeliani presi da Hamas il 7 ottobre come obiettivo fondamentale della guerra, approccio che ha influenzato significativamente la natura dei combattimenti negli anni successivi. In primo luogo, poiché Hamas subordinava il rilascio degli ostaggi alla fine della guerra e al completo ritiro di Israele da Gaza, ribaltando uno degli obiettivi primari di Israele, ossia la rimozione del governo di Hamas da Gaza. Il ruolo di David Barnea, ex direttore del Mossad, è fondamentale per comprendere in tale ottica gli sviluppi successivi agli eventi dell’ottobre 2023. Dopo l’attacco, la sua posizione è stata chiara: chiunque vi abbia preso parte aveva firmato la propria condanna a morte. Tuttavia, l’urgenza della liberazione degli ostaggi si è scontrata più volte con i desiderata di Netanyahu, imponendo a Barnea di superare non poche difficoltà, dato che le direttive provengono dall’ufficio del Primo Ministro. Sostanzialmente, Barnea si è trovato a operare in condizioni estreme, dovendo affrontare ostacoli provenienti non solo dall’organizzazione palestinese, ma anche quelli all’interno dello stesso establishment israeliano. I negoziati per la liberazione degli ostaggi, hanno evidenziato una costante, insolita e inaspettata spaccatura tra Netanyahu e l’esercito da un lato, e Barnea con una cerchia ristretta di generali dall’altra. Infatti, tutte le trattative (la maggior parte delle quali si è svolta in Qatar, paese che funge da anni da mediatore tra Israele e Hamas) si sono concluse con un nulla di fatto. Già a novembre 2023 il Primo Ministro israeliano aveva rifiutato la proposta, caldeggiata anche dal Mossad, di un cessate il fuoco in cambio del rilascio di alcuni ostaggi: secondo Netanyahu non ci poteva essere un cessate il fuoco, senza prima il ritorno dei rapiti (The Guardian, 2023). Nel marzo 2024, Barnea ritenne possibile un accordo con Hamas: 40 ostaggi in cambio del ritorno dei civili palestinesi nel nord di Gaza. Netanyahu lo respinse, ritenendolo troppo debole (Anadolu Ajansi, 2024). Anche i successivi tentativi negoziali sono stati bloccati, poiché accettare le condizioni di Hamas avrebbe significato, secondo Netanyahu, la fine del conflitto: una direzione non percorribile. Il conflitto è restato quindi in stallo: Hamas pretendeva il cessate il fuoco e il ritiro completo dell’IDF dalla Striscia di Gaza; Israele da parte sua, rifiutava tale posizione, volendo prima il rilascio dei cittadini (l’ultimo ostaggio, ormai deceduto, è stato consegnato il 26 gennaio 2026) e poi la distruzione dell’organizzazione palestinese: solo allora, il conflitto si sarebbe considerato concluso;
- Determinazione israeliana di evitare ulteriori perdite. Per farlo, è stato deciso di schierare mezzi corazzati pesanti e mantenere una distanza considerevole dal nemico, utilizzando la potenza di fuoco di carri armati e dell’artiglieria, oltre al supporto aereo e dei droni;
- Rimandare la decisione sine die, che nella pratica consiste sostanzialmente nel non decidere, circa la fine delle operazioni militari a Gaza. L’Establishment di Netanyahu ha, infatti, espressamente evidenziato la volontà di evitare qualsiasi discussione su una "strategia di uscita" per il ritiro dalla Striscia. Il fatto che Hamas abbia sciolto, a luglio 2026, il Comitato d’emergenza (ovvero l’organismo di governo nella Striscia), non è stato considerato sufficiente da Tel Aviv, che vede nella mossa una possibilità di rafforzamento del gruppo.
Per concludere, stando alle parole dell’ex maggior Generale Yiftah Ron Tal: "Netanyahu sta cambiando la strategia di sicurezza che ha prevalso dai tempi di Ben-Gurion. Sta dicendo: combatto continuamente. Non aspetto di vedere se qualcuno intende distruggermi o meno. Non permetto a nessuno intorno a me di sviluppare capacità che potrebbero, in qualche modo, essere usate contro di noi."(INSS, 2026).
Inizialmente, come visto, la guerra veniva considerata come uno strumento per eliminare una minaccia concreta e immediata; tuttavia, se il pericolo è perpetuo e se–secondo il governo di Tel Aviv–l'allerta precoce e la deterrenza hanno fallito ed sono destinate a fallire, allora, secondo la nuova strategia, lo stato di guerra diventa necessariamente permanente.
Guerra permanente
Quella che era stata interpretata come una reazione immediata da parte di uno Stato traumatizzato, destinata comunque ad avere una fine, si è rivelata una realtà ben più duratura. Siria, Libano, Iran, Striscia di Gaza, Yemen: su tutti questi fronti, aver sostituito la deterrenza con lo smantellamento continuo del nemico ha portato a quella che è a tutti gli effetti una guerra permanente nel Medio Oriente, senza una fine evidente quantomeno nel breve-medio periodo (Chatham House, 2026).
Ignorando i costi in termini di risorse economiche e vite umane, Netanyahu e il suo establishment non prevedono per il momento alternative diplomatiche a quelle militari. Tale strategia potrebbe anche portare a dei successi concreti, considerando la forza e la portata delle operazioni militari e di intelligence di Israele, capaci di infliggere gravi danni ai suoi nemici (come nel caso della decapitazione dei vertici di Hamas ed Hezbollah). Ma potrebbe, altresì, avere dei risvolti estremamente negativi. Difatti, la dottrina di Netanyahu non sta garantendo la sicurezza dello Stato; al contrario, sta intrappolando Israele in un ciclo di logoramento che indebolisce le proprie forze armate, ha un impatto economico notevole, deteriora la reputazione agli occhi di una parte della comunità internazionale, come affermato da Fabio Andre lascia il Paese ”senza una valida strategia per il giorno dopo” (The Times of Israel, 2026).
Ed è proprio l'assenza di una visione concreta e coerente per il periodo post-bellico, nella Striscia di Gaza e negli altri scenari, ad essere imputata al governo di Tel Aviv dall'opinione pubblica, dai cittadini e dagli osservatori. Questo è ancora più vero se si considera che Israele non ha, a dispetto degli obiettivi dichiarati, vinto la guerra : un parametro sulla base del quale si può determinare la forza di uno Stato. Infatti, come visto, dopo il 7 ottobre 2023, il Paese si è impegnato in diversi scenari, senza ottenere per questo una vittoria netta, in quella che è a tutti gli effetti la guerra più lunga della storia dello Stato ebraico.
Il massacro di ottobre ha evidenziato la vulnerabilità di Israele di fronte a un attacco coordinato e meticolosamente pianificato da Hamas, un’entità substatale ibrida dalle componenti sia militari sia civili. Allo stesso tempo, l'eliminazione dei suoi vertici (e di quelli di Hezbollah) ha avuto un impatto certamente importante, ma comunque in misura parziale: nonostante i ripetuti raid, la natura mutevole e decentrata di questi gruppi ne ha impedito lo sradicamento. Secondo alcuni osservatori, infatti, sebbene Hamas si sia indebolito, non deve essere considerato sconfitto: "Hamas ha subito numerose battute d'arresto militari, ma ha ancora la capacità di riorganizzarsi[...]" ha dichiarato Marina Miron, ricercatrice presso il Dipartimento di Studi sulla Guerra del King's College di Londra (DW, 2025). Basti pensare che, nel solo periodo tra ottobre 2023 e il 2025, sono stati tra i 10.000 e i 15.000 i nuovi combattenti reclutati nella Striscia (DW, 2025). Probabilmente, senza una catena di comando come nel periodo pre-7 ottobre 2023, il gruppo ha perso la capacità di governare il territorio. Eppure, è ancora in grado di porre in essere una guerriglia incessante, capace di causare danni tra le fila israeliane. L’Operazione Gideon's Chariots (“i carri di Gedeone") ne è un esempio. Lanciata nel maggio 2025, l’offensiva non aveva portato agli obiettivi promessi: liberare 50 ostaggi (di cui 20 ritenuti, allora, ancora vivi); conquistare la Striscia di Gaza e trasferirne la popolazione civile verso il sud; sconfiggere Hamas e impedirgli di prendere il controllo degli aiuti umanitari (The Times of Israel, 2025).
Sul piano regionale, inoltre, Tel Aviv non è riuscito né a rovesciare la Repubblica Islamica in Iran né a frenarne le ambizioni nucleari. In poche parole, non è riuscito, a dispetto degli obiettivi e gli attacchi, ad annientare l’Asse della Resistenza e gli altri nemici del Paese.
In tutti questi scenari, si ripete il medesimo ciclo: una drammatica dichiarazione di azione decisiva, seguita da un'estensione della missione, risultati inconcludenti, il tutto senza una soluzione, preparando il terreno per un'altra offensiva.
L’idea, infatti, di poter determinare gli esiti di una vasta area, quale quella mediorientale, basandosi solo sulla forza militare unilaterale e su una guerra permanente dagli esiti incerti , è un grave errore di valutazione. Questa strategia, secondo gli osservatori, non può essere sostenibile a lungo termine e, non solo perché non sono state predisposte valide alternative. Stando alle stime incluse nel rapporto di Nir Goldberg pubblicato su Zman Yisrael, infatti, il costo delle guerre di Israele nella Striscia di Gaza, in Libano, in Siria e in Iran dal 7 ottobre 2023 ha raggiunto quasi 700 miliardi di shekel, circa 205 miliardi di dollari (Anadolu Ajansi, 2026).
Di questi:
- 71,2 miliardi di dollari in spese per la difesa, 9,6 miliardi di dollari in risarcimento dei danni e 16,7 miliardi di dollari in spese civili;
- 26 miliardi di dollari in armi, munizioni e attrezzature militari fornite dagli Stati Uniti;
- 51,9 miliardi di dollari tra ottobre 2023 e la fine del 2025, a cui si aggiungono 58,6 miliardi di dollari per il solo 2026, che riguardano le compensazioni per le perdite relative all’economia israeliana.
Solamente la campagna militare contro l'Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha comportato un costo aggiuntivo di 12 miliardi di dollari per Israele (Arab News, 2026). A questi dati vanno aggiunte, poi, ulteriori considerazioni. In primo luogo, il governo di Tel Aviv a fine marzo 2026 ha rilevato che il bilancio del Ministero della Difesa è più che raddoppiato da ottobre 2023 (contraendo, per questo, ingenti prestiti sui mercati internazionali) (Arab News, 2026).
. Ciò ha comportato (e comporta) un calo della spesa sociale pubblica e degli investimenti nei servizi pubblici. In secondo luogo, vi è un altro costo, quello che riguarda la crescita economica, su cui impatta negativamente la continua mobilitazione di migliaia di riservisti–che rappresentato dalla fondazione di Israele la componente fondamentale dell’IDF– dall'ottobre 2023, i quali non possono contribuire allo sforzo economico: una vera e propria crisi di manodopera (Arab News, 2026).
A peggiorare la situazione vi è, inoltre, la volontà di Netanyahu di trasformare Israele in una “super-Sparta”, ovvero in un’economia autosufficiente ( autarchica) nel settore delle armi:
"dovremo sviluppare la capacità di produrre armi qui in quantità, per tutti i tipi di armamenti [...]diventeremo Atene e una super-Sparta. Non abbiamo scelta, almeno nei prossimi anni." (Times of Israel, 2026)
Con queste parole, il Primo Ministro ha avvertito Israele (e il mondo) di una nuova strategia che ben si integra con quella della guerra permanente, che porterebbe il Paese ad adottare un'economia autarchica per quanto attiene la produzione di armi, poiché i recenti sviluppi hanno portato a pressioni e restrizioni internazionali che minacciano l'accesso del Paese al commercio globale e alle importazioni. Ciò mira a soddisfare le esigenze militari con la produzione interna, senza considerare per questo l'impatto economico, a causa dell’aumento permanente (anch'esso dichiarato) del bilancio della difesa che andrebbe più che a raddoppiare rispetto al periodo prebellico, anche in caso di fine della guerra. Per questo motivo–e per quelli elencati precedentemente–si può dire che Tel Aviv andrebbe a istituire una vera e propria economia di guerra.
Ancora prima del citato annuncio di Netanyahu, addirittura nei mesi successivi all'attacco del 7 ottobre 2023, il settore delle tecnologie per la difesa ha subìto una rapida riorganizzazione, passando da 160 a più di 300 start-up legate alla difesa (The Jerusalem Post, 2026), molte delle quali sono state fondate da riservisti e professionisti del settore tecnologico (provenienti dall’ambiente militare); altre, invece, sono nate a seguito dell’applicazione e della riconversione delle tecnologie civili a scopo militare.
Gli ambiti in cui si sono concentrati gli sforzi sono diversi: intelligenza artificiale e apprendimento automatico; robotica sul campo di battaglia; tecnologie anti-drone; sicurezza informatica.
Il piano di Netanyahu di gettare Israele in una guerra permanente, non implica solo problemi economici, ma anche quelli sociali. Secondo un’indagine condotta dall’Institute for National Security Studies (INSS) di Tel Aviv nell’aprile 2026, emerge come (INSS, 2026)
- per quanto riguarda l’Iran, mentre nelle fasi iniziali della campagna il 69% stimava che il regime degli ayatollah avrebbe subìto danni significativi, ad aprile il 31% riteneva che ciò fosse accaduto; in riferimento ai danni al programma nucleare di Teheran, se inizialmente il 62,5% stimava che avrebbe subìto danni significativi, questa percentuale è scesa al 30,5% ad aprile. La soddisfazione per i risultati militari conseguiti in Iran è bassa, attestandosi al 37%, mentre la soddisfazione per i risultati politici è ancora più bassa, pari solo al 23%.
- per quanto riguarda il Libano, il 69% è favorevole alla continuazione della campagna contro Hezbollah a prescindere dagli sviluppi in Iran, sebbene il 62% stimi che nemmeno l'attuale campagna in Libano garantirà una pace duratura in termini di sicurezza.
- per quanto riguarda la fiducia del pubblico nell’IDF, essa rimane elevata (78%), mentre è bassa quella nei confronti del governo (30%).
- Per quanto riguarda Netanyahu, solo il 32% dell'opinione pubblica esprime un'elevata fiducia nel Primo Ministro.
Ciononostante, come sottolineato da Amos Harel nell'articolo “Can Israel End Its Forever Wars? The Netanyahu Doctrine Could Outlast Netanyahu” pubblicato dal Foreign Affairs il 2 settembre 2026 la stragrande maggioranza degli ebrei israeliani non si fida dei palestinesi né, del resto, dei vicini arabi in generale; temono la prospettiva di uno Stato palestinese e concordano sul fatto che Israele dovrebbe adottare un approccio più offensivo per contrastare le minacce. Eppure, questo non significa appoggiare necessariamente le scelte politiche di Netanyahu.
Ma il dato che più dovrebbe far riflettere l’establishment di Tel Aviv è quello relativo proprio alla percezione della sicurezza in Israele, strettamente correlata ad una dottrina militare. In particolare, solo il 29% ritiene buona la situazione della sicurezza nazionale, mentre il 35% la giudica cattiva e il 35% la giudica moderata. Sono percentuali che si acuiscono ancora di più, il 34% della popolazione ebraica valuta la situazione della sicurezza nazionale come buona o molto buona, rispetto a solo l'8% della popolazione araba (INSS, 2026). D'altro canto, il 59% della popolazione araba giudica la situazione cattiva o molto cattiva, rispetto al 29% della popolazione ebraica (INSS, 2026).
Sono tutte percentuali che diventano ulteriormente sfavorevoli al governo di Tel Aviv se si guardano i dati raccolti a luglio 2026. Ad esempio, il 56% degli intervistati ritiene che le decisioni prese dalla leadership politica non si basino principalmente su considerazioni di sicurezza; e solo il 7% ritiene che un'altra campagna contro l'Iran porterebbe allo smantellamento totale del programma nucleare, mentre un altro 22% crede che lo smantellamento del programma avverrebbe in gran parte. (INSS, 2026)
Tutti questi dati rafforzano l'idea circolante tra l'opinione pubblica (la stessa che nutre un crescente risentimento nei confronti dell'incapacità, o meglio della mancanza di volontà,dell'attuale governo di definire e realizzare una soluzione definitiva per il periodo post-bellico) che la dottrina di sicurezza invocata da Netanyahu non stia, in realtà, garantendo la sicurezza di Israele, quanto più serva ad accrescere il proprio consenso.

Come si evince dal grafico, permane un netto divario tra la fiducia relativamente elevata nelle forze di sicurezza e la scarsa fiducia nella leadership politica.
(Fonte: INSS)
Conclusione: cosa rappresenta la guerra permanente per Netanyahu?
Nonostante l’establishment di Tel Aviv presenti la guerra permanente come una strategia di deterrenza e di sicurezza dello Stato ebraico (che normalizza, di fatto, il conflitto), si tratta, in realtà, di uno strumento politico che serve a garantire la “sopravvivenza politica” di Netanyahu e del suo entourage. Per il Primo Ministro, in altre parole, essa fornisce una copertura rispetto alla sua responsabilità politica. Questo perché– le “rivoluzioni” all’interno dell’IDF e dei servizi segreti ne sono una prova–finché la nazione si trova in uno stato di massima e perenne allerta, tutte le altre questioni centrali nel dibattito pubblico israeliano (accuse di corruzione nei confronti di “Bibi”, problemi economici e sociali, necessità di una strategia di uscita sostenibile da tutti i teatri di guerra e le vere responsabilità dietro il fallimento del 7 ottobre 2023) vengono rinviate sine die.
Non c’è un piano per porre fine alla guerra, ma paradossalmente c’è un progetto per non porvi mai fine: un’uscita (anche diplomatica) viene vista dall’establishment politico al potere come una debolezza, non come possibilità per giungere a una vittoria. (Time, 2025) D’altronde, se la chiarezza impone e implica una scelta, l’ambiguità lascia aperte tutte le opzioni.
In poche parole, facendo della guerra permanente il fulcro del suo mandato, il Primo ministro si assicura di rimanere l'unico garante della sicurezza di Israele (Stato che, come visto, stando ai fatti e alle percezioni dell'opinione pubblica, sta mettendo in pericolo), di restare al potere, nonché di scongiurare il carcere per le accuse di corruzione che gli vengono mosse (The Guardian, 2025).
In ogni caso, resta da capire se la dottrina di sicurezza costruita da Netanyahu sarà in grado di sopravvivere a Netanyahu stesso, anche dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026. Il futuro governo si limiterà a raccoglierne l'eredità, garantendone la continuità, oppure inaugurerà una fase di discontinuità, nel tentativo di invertire una tendenza divenuta sempre più grave per Israele?
Contenuto dell’informazione
1 Confermata: Confermato da altre fonti indipendenti; logico in sé; coerente con altre informazioni sull’argomento.
2 Presumibilmente vera: Non confermato; logico in sé; consistente con altre informazioni sull’argomento.
3 Forse vera: Non confermato; ragionevolmente logico in sé; concorda con alcune altre informazioni sull’argomento.
4 Incerta: Non confermato; possibile ma non logico in sé; non ci sono altre informazioni sull’argomento.
5 Improbabile: Non confermato; non logico in sé; contraddetto da altre informazioni sul soggetto.
6 Non giudicabile: Non esiste alcuna base per valutare la validità dell’informazione.
Affidabilità della fonte
A Affidabile: Nessun dubbio di autenticità, affidabilità o competenza; ha una storia di completa affidabilità.
B Normalmente affidabile: Piccoli dubbi di autenticità, affidabilità, o competenza, tuttavia ha una storia di informazioni valide nella maggior parte dei casi.
C Abbastanza affidabile: Dubbio di autenticità, affidabilità o competenza; tuttavia, in passato ha fornito informazioni valide.
D Normalmente non affidabile: Dubbio significativo sull'autenticità, affidabilità o competenza, tuttavia in passato ha fornito informazioni valide.
E Inaffidabile: Mancanza di autenticità, affidabilità e competenza; storia di informazioni non valide.
F Non giudicabile: Non esiste alcuna base per valutare l’affidabilità della fonte.
- AFP, “Israel’s permanent state of war comes with economic, social costs”, Arab News, giugno 2026. (C-1)
- Amori S., Ucar M. N., “Israeli premier rejects Mossad chief's positive nod to hostage swap, Gaza cease-fire deal with mediators”, Anadolu Ajansi, marzo 2024. (C-1)
- Andre F., “The Perpetual War Trap: Netanyahu’s Gamble With Israel’s Future”, The Times of Israel, luglio 2026. (B-1)
- Avcioglu M., “Cost of Israel’s wars since Oct. 7 nears $205B: Report”, Anadolu Ajansi, giugno 2026. (C-1)
- Borger J., “Netanyahu’s ‘super-Sparta’ vision braces Israel for isolated economic future”, The Guardian, settembre 2025. (B-1)
- Breteau P., “Israeli settlement in the West Bank has accelerated since October 7, 2023”, Le Monde, settembre 2025. (B-1)
- Brown J. N., “Israel’s Forever Wars”, Carnegie Middle East Center, marzo 2026. (A-1)
- DW reports, “How strong is Hamas two years after October 7 attacks?”, DW, maggio 2025. (B-1)
- Etzion E., “Israel’s New Defense Doctrine Is Shortsighted and Dangerous”, ISPI, aprile 2026 (A-1).
- Fabian E., “Operation ‘Gideon’s Chariots’ comes to a close, with promised goals unfulfilled”, The Times of Israel, agosto 2025. (B-1)
- Feldman S. “Israel’s Defense Strategy, Two Years After October 7”, The National Interest, ottobre 2025. (B-1)
- Halabi E., “As Israel renews attacks, Hamas shifts to guerrilla warfare and decentralized rule”, Yedioth Ahronoth, marzo 2025. (B-1)
- Heimann A., “Gaza War: Challenges for the Continuation of the Fighting”, INSS, gennaio 2024. (B-1)
- INSS, “Findings of the National Security Survey: July 2026”, luglio 2026, https://www.inss.org.il/publication/inss-survey-july-2026/ (B-1)
- Kuperwasser Y., “The Changes Required in Israel’s Security Concept Following the Failures of October 7”, JCFA, giugno 2026. (B-1)
- Lappin Y., “The IDF’s Learning Curve Following October 7 and Its Global Implications”, JSS, settembre 2025. (B-1)
- Michaelson R., “Netanyahu rejected ceasefire-for-hostages deal in Gaza, sources say”, The Guardian, novembre 2023.(B-1)
- Schaer C., Albam O., “Why is Israel's military presence growing in Syria?”, DW, agosto 2026. (B-1)
- Shelah O., “The New Security Strategy" – Flawed Logic and a Threat to National Security, INSS, agosto 2026. (B-1)
- Silvi S., “7 ottobre 2023: il fallimento israeliano”, Mondo Internazionale APS, luglio 2025. (B-1)
- Svetlova K., “Israel’s perpetual mobilization: The limits of Netanyahu’s ‘Super-Sparta’ model”, Chatham House, aprile 2026. (A-1)
Immagine in copertina: Netanyahu il 29 settembre 2025 nella Casa Bianca (Foto ufficiale della Casa Bianca di Daniel Torok)
Riproduzione riservata®