Autore: Francesco Borgese - Membro del Comitato Scientifico ed Accademico
Chi lavora nell’analisi di intelligence conosce bene la differenza tra un evento isolato e un pattern. La guerra ibrida russa contro le democrazie occidentali non è un fenomeno nuovo, né tantomeno un’invenzione della propaganda atlantista, come sostiene sistematicamente la narrazione del Cremlino. È una dottrina operativa che affonda le radici nella tradizione sovietica delle aktivnye meropriyatiya (“misure attive”), riadattata alle tecnologie digitali e alla frammentazione informativa del ventunesimo secolo.
La tesi di fondo è semplice e, per chi opera nel settore, tutt’altro che sorprendente: la Russia non ha mai smesso di considerare l’influenza sui processi elettorali occidentali uno strumento di politica estera a basso costo e alto rendimento. Cambiano i mezzi — dai finanziamenti in contanti trasportati in valigette diplomatiche alle reti di bot su TikTok — ma l’obiettivo strategico resta identico: erodere la coesione delle democrazie liberali, indebolire le alleanze transatlantiche, legittimare narrazioni funzionali agli interessi del Cremlino.
Genealogia di un’ingerenza: dal Comintern ai server farm di San Pietroburgo
Per comprendere la logica delle operazioni ibride contemporanee, è indispensabile partire dal caso più documentato e meno controverso della storia dell’influenza sovietica in Europa occidentale: il finanziamento del Partito Comunista Italiano da parte del PCUS.
Le rivelazioni emerse dall’archivio Mitrokhin — le note manoscritte dell’archivista del KGB Vasilij Mitrokhin, portate a Londra dopo la sua defezione nel 1992 — hanno documentato in modo sistematico un flusso di risorse dal PCUS al PCI proseguito dagli anni Venti fino alla fine degli anni Settanta. Un’analisi comparativa della documentazione sovietica declassificata mostra come nessun partito comunista al di fuori del blocco sovietico sia dipeso dai finanziamenti di Mosca quanto il PCI, che ha ricevuto ingenti somme di denaro e ha mantenuto una forte dipendenza da questi fondi fino ai primi anni Ottanta.
Il quadro è confermato anche dalle fonti italiane. Le indagini parlamentari successive alla pubblicazione dell’archivio Mitrokhin hanno riportato, tra le schede informative trasmesse ai vertici istituzionali italiani, riferimenti circostanziati ai rapporti tra PCI e PCUS, incluso — un dettaglio che ha del clamoroso per chiunque studi le dinamiche di elite capture — un presunto piano del KGB per compromettere lo stesso Enrico Berlinguer, segretario generale del partito, evidentemente ritenuto a Mosca troppo autonomo nella sua linea politica (il celebre “strappo” con l’URSS del 1981 dopo l’imposizione della legge marziale in Polonia). Le stesse fonti parlamentari hanno indicato Armando Cossutta come “contatto confidenziale della residenza del KGB di Roma”, impegnato a preservare la relazione privilegiata tra i due partiti anche quando la dirigenza del PCI tentava di allentarla.
Non fu un caso isolato limitato all’Italia: secondo la ricostruzione storica, l’erogazione di finanziamenti sovietici toccò anche altre formazioni politiche italiane minori tra gli anni Sessanta e Settanta, e riguardò contesti geografici limitrofi come San Marino. Questo dato è cruciale per lo scenario contemporaneo: dimostra che la strategia russa di influenza politica non ha mai puntato esclusivamente sul “partito principale” di un sistema politico, ma ha sempre lavorato secondo una logica di portfolio, distribuendo risorse su più attori per massimizzare la resilienza della rete di influenza anche in caso di scoperta o disconoscimento pubblico.
La testimonianza di Gianni Cervetti, l’ex responsabile finanziario del PCI incaricato da Berlinguer proprio di sganciare il partito dall’orbita finanziaria sovietica, resta forse il documento più prezioso
per chi voglia capire dall’interno la logica di queste operazioni: un processo di affrancamento lento, doloroso, gestito “nelle forme caute e cifrate” richieste dalla delicatezza della materia — a dimostrazione che persino i beneficiari diretti percepivano l’anomalia strutturale di quella dipendenza.
Perché questo caso è rilevante oggi.
Il modello PCI-PCUS insegna tre lezioni che restano valide: primo, l’influenza russa funziona meglio quando si innesta su affinità ideologiche preesistenti, non quando le crea ex novo; secondo, il denaro non compra necessariamente l’obbedienza totale (il PCI mantenne comunque significativi margini di autonomia, come dimostra proprio lo strappo del 1981); terzo, la dipendenza finanziaria da un potere straniero crea comunque vulnerabilità strutturali di lungo periodo, utilizzabili come leva anche decenni dopo, come dimostrano gli usi politici del “caso Cossutta” nella polemica pubblica italiana degli anni Duemila.
Il salto di scala: le elezioni presidenziali statunitensi del 2016
Se il caso PCI rappresenta il paradigma “analogico” dell’influenza sovietica, l’ingerenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016 segna il passaggio all’era digitale della active measure. La comunità di intelligence statunitense — CIA, FBI, NSA, riunite nella valutazione congiunta pubblicata a gennaio 2017 — attribuì con “alta fiducia” al governo russo, e personalmente al presidente Vladimir Putin, l’ordine di condurre una campagna di influenza volta a danneggiare la candidatura di Hillary Clinton e favorire quella di Donald Trump.
Gli strumenti impiegati in quell’occasione costituiscono di fatto il prototipo operativo replicato, con varianti, in tutte le campagne successive: l’Internet Research Agency di San Pietroburgo, la fabbrica di troll legata all’oligarca Evgenij Prigožin, produsse contenuti polarizzanti su Facebook, Twitter e Instagram rivolti sia all’elettorato repubblicano sia a quello afroamericano e progressista, con l’obiettivo non tanto di far vincere un candidato specifico quanto di massimizzare la sfiducia reciproca tra le fazioni dell’elettorato americano. In parallelo, l’unità di intelligence militare GRU condusse l’hacking dei server del Comitato Nazionale Democratico e della campagna di John Podesta, con la successiva pubblicazione mirata dei materiali sottratti attraverso WikiLeaks, calibrata per massimizzare il danno mediatico nei momenti politicamente più sensibili della campagna.
Il ciclo si è ripetuto, con adattamenti tattici, nelle elezioni del 2020 e del 2024: minore capacità di hackeraggio diretto (le difese si erano nel frattempo rafforzate), ma investimento crescente in operazioni di information laundering — la diffusione di narrazioni attraverso siti apparentemente indipendenti, poi amplificate da media di stato come RT e Sputnik, infine riprese da attori politici occidentali ignari o compiacenti dell’origine della fonte.
Il caso AfD: dal jet privato ai finanziamenti opachi
Il rapporto tra Alternative für Deutschland e la Russia costituisce forse il dossier più corposo, tra quelli oggi disponibili, sulla persistenza del modello sovietico di finanziamento e cooptazione applicato alla destra radicale europea contemporanea.
Il primo caso accertato risale al 2017: nel febbraio di quell’anno una delegazione di tre esponenti dell’AfD volò a Mosca a bordo di un jet privato pagato dal governo russo, un episodio confermato dal quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung. Due dei partecipanti, l’eurodeputato Marcus Pretzell e il dirigente Julian Flak, ammisero che il costo del volo — stimato in circa 25.000 euro — era stato coperto da Mosca, mentre l’allora leader del partito Frauke Petry scelse il silenzio. All’epoca si trattò della prima prova documentata di un pagamento diretto e rilevante del governo russo a favore del partito, con implicazioni legali per la mancata dichiarazione del finanziamento agli organi parlamentari competenti.
Il caso più recente e sistemico riguarda però la rete legata a Viktor Medvedchuk, il politico ucraino filorussoe leader del disciolto Blocco dell’Opposizione ucraino. Le inchieste condotte da Spiegel
insieme al quotidiano ceco Deník N hanno ricostruito come dalla rete di Medvedchuk siano transitate centinaia di migliaia di euro verso politici europei in almeno sei paesi UE — Germania, Francia, Polonia, Belgio, Paesi Bassi e Ungheria — attraverso il canale della piattaforma di disinformazione “Voice of Europe”. Nel mirino delle indagini sono finiti in particolare Maximilian Krah e Petr Bystron, tra i volti di punta della campagna dell’AfD per le elezioni europee del 2024, sospettati di aver ricevuto fondi illeciti in cambio della promozione di narrazioni filo-Cremlino attraverso interviste alla piattaforma finanziata da Mosca.
La reazione della politica tedesca a quell’epoca fu durissima: l’esponente dei Verdi Omid Nouripour definì l’episodio la prima prova concreta che l’AfD fungesse da “lungo braccio di Putin nel parlamento tedesco”. È una definizione che, con il senno di poi, appare per certi versi profetica: nel 2025 l’intelligence interna tedesca (BfV) ha classificato l’intero partito come “sicuramente di estrema destra”, aprendo la strada a strumenti di sorveglianza più incisivi, in un contesto in cui i legami con Mosca — insieme ad altri fattori — restano uno dei nodi controversi del dibattito pubblico tedesco.
Il pattern comune ai tre casi
PCI, elezioni USA e AfD condividono una logica identica pur collocandosi in epoche e contesti tecnologici radicalmente diversi: individuare attori politici già ideologicamente allineati (per ragioni proprie, non indotte da Mosca) su temi strategici per il Cremlino — antiatlantismo, scetticismo verso l’integrazione europea, ostilità alle sanzioni, narrazione “pacifista” funzionale al disimpegno occidentale — e fornire loro risorse, visibilità o copertura mediatica in cambio di un allineamento discorsivo che il Cremlino non potrebbe altrimenti ottenere direttamente. È un modello a basso costo di implementazione e ad altissima deniability: anche quando le prove emergono, come nei casi qui descritti, il meccanismo del “utile idiota” consente ai beneficiari di rivendicare la genuinità delle proprie posizioni, rendendo politicamente costoso e spesso inconcludente ogni tentativo di sanzione.
Il salto di qualità: la guerra ibrida del 2026
Chi osserva il continente europeo nel corso del 2026 non può non notare un’accelerazione qualitativa e quantitativa dell’attivismo ibrido attribuito a Mosca, che ha ormai superato la sola dimensione dell’influenza elettorale per abbracciare sabotaggio fisico, guerra psicologica e destabilizzazione infrastrutturale. Nel corso del 2026 l’Europa ha affrontato un’escalation concreta e misurabile fatta di droni silenziosi, sabotaggi industriali, interferenze elettroniche e pressioni diplomatiche, un fenomeno che le cancellerie occidentali faticano a contenere con una risposta collettiva davvero efficace.
Il mese di agosto 2026 offre da solo un campionario quasi completo delle tecniche impiegate. All’aeroporto di Lipsia, in Germania, un attacco con droni è andato molto vicino a provocare un disastro aereo, ed è stato attribuito alla Russia da numerose agenzie di intelligence internazionali, sebbene il governo tedesco non abbia ancora formalizzato un’accusa ufficiale; a Berlino è stata inoltre resa nota l’esistenza di un vecchio deposito di armi verosimilmente utilizzato da Mosca per compiere omicidi in territorio tedesco, mentre a Colleferro, alle porte di Roma, le autorità indagano sull’esplosione di una fabbrica di munizioni destinate anche all’Ucraina, valutando l’ipotesi di un sabotaggio russo pur in presenza di un atteggiamento più cauto da parte del governo italiano.
Il quadro geografico dell’escalation è ampio e non riguarda solo la Germania: tra agosto e il primo settembre 2026 si sono verificate incursioni e sospetti sabotaggi russi anche in Polonia, Romania, Estonia e Lettonia, mentre secondo il Centro di ricerca del Congresso statunitense, tra il 2018 e il 2025 gli atti di sospetto sabotaggio riconducibili alla Russia in Europa sono stati decine e decine, toccando praticamente tutti i Paesi del continente, Italia compresa. A ciò si aggiungono episodi ulteriori come il lancio di tre ordigni contro un’azienda produttrice di droni e sistemi di comunicazione per le forze armate tedesche a Monaco di Baviera nella notte tra il 3 e il 4 settembre 2026, con il fermo di due sospetti di origine bulgara, mentre secondo lo Spiegel i due sospettati
dell’attacco di Lipsia sarebbero agenti “usa e getta” reclutati per una singola operazione dai servizi segreti russi.
Questa lettura trova conferma anche a livello istituzionale europeo: l’Unione europea considera intensificate le attività ibride attribuite alla Russia, che comprendono sabotaggi, attacchi informatici, manipolazione dell’informazione, interferenze nei processi democratici e azioni contro le infrastrutture critiche, con l’elemento distintivo dato dall’ambiguità delle operazioni, mantenute deliberatamente sotto la soglia di un attacco armato riconoscibile come tale.
Perché questo conta per l’analisi elettorale
Il dato del 2026 non va letto come un fenomeno separato dall’ingerenza elettorale, ma come il suo contesto abilitante. La dottrina ibrida russa integra sistematicamente strumenti cinetici (sabotaggi, droni, omicidi mirati), cibernetici (jamming GPS, attacchi alle infrastrutture digitali) e cognitivi (disinformazione, microtargeting elettorale) in un’unica architettura operativa, con l’obiettivo dichiarato — secondo le analisi delle Nazioni Unite riportate dalla stampa italiana — di sfumare i confini tra pace e guerra, seminare dubbi nella popolazione ed erodere l’ordine internazionale, attraverso una pressione costante che unisce cyberattacchi, disinformazione, interferenze politiche e pressioni economiche.
Il precedente più istruttivo per capire come questi strumenti possano convergere direttamente sull’esito di un’elezione europea è quello rumeno del dicembre 2024, che merita un approfondimento specifico prima di arrivare al caso italiano.
Il precedente rumeno: quando l’ingerenza ribalta un risultato elettorale
Il 6 dicembre 2024 la Corte Costituzionale rumena ha annullato il primo turno delle elezioni presidenziali, in un precedente storico assoluto nell’Unione Europea. Il candidato ultranazionalista filorusso Călin Georgescu, praticamente sconosciuto fino a poche settimane prima del voto — accreditato di appena l’1% dei consensi in un sondaggio dell’ottobre 2024 — aveva vinto a sorpresa il primo turno con il 23% dei voti, davanti alla candidata centrista europeista Elena Lasconi.
Le indagini dell’intelligence rumena, in seguito declassificate, hanno ricostruito una campagna di interferenza su vasta scala: una rete coordinata avrebbe utilizzato in particolare TikTok per amplificare la candidatura di Georgescu attraverso circa 25.000 account, come parte di una strategia russa più ampia volta a destabilizzare i governi allineati all’Occidente, in particolare quelli favorevoli al sostegno dell’Ucraina. Le agenzie di sicurezza rumene hanno inoltre rilevato oltre 85.000 tentativi di attacco informatico contro le infrastrutture elettorali del paese nel periodo pre-elettorale. Particolarmente significativo, dal punto di vista della tracciabilità finanziaria dell’operazione, è il dato relativo a un singolo account che avrebbe versato 381.000 euro in un mese a utenti impegnati nella promozione della candidatura di Georgescu.
Il caso rumeno rappresenta per gli analisti europei un punto di svolta dottrinale: per la prima volta un’istituzione democratica dell’UE ha riconosciuto, attraverso un atto giudiziario formale, che un’ingerenza straniera condotta prevalentemente attraverso un social network può alterare in modo determinante l’esito di un’elezione nazionale, anche in assenza di manomissioni dirette del voto fisico. È un precedente che ridefinisce lo standard di prova richiesto e che verosimilmente informerà anche le valutazioni degli organi di sicurezza italiani in vista del 2027.
Il rischio Italia 2027: una valutazione delle vulnerabilità
A differenza di quanto avvenuto in passato, quando l’establishment politico italiano ha spesso minimizzato pubblicamente il tema dell’influenza russa, nel settembre 2026 è arrivato un segnale di allarme esplicito e diretto dai vertici della Farnesina. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso preoccupazione per una possibile ingerenza russa nelle elezioni politiche italiane previste per
il 2027, sollecitando interventi anticipati per prevenire tentativi di condizionamento del processo elettorale e sottolineando come la minaccia riguardi l’insieme dell’Unione Europea, affermando di non poter escludere tentativi della Federazione Russa di interferire nella vita democratica dei paesi UE attraverso un’attività finalizzata a influenzare la volontà popolare.
Il ministro ha inoltre richiamato esplicitamente un precedente già noto agli analisti, quello del referendum catalano, sostenendo che vi sia sempre stata un’azione russa volta a condizionare la volontà dei cittadini attraverso fake news e immagini non rispondenti al vero, un fenomeno che non è escluso possa ripetersi anche in vista delle prossime scadenze elettorali italiane, con Mosca pronta a utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per indebolire la posizione dell’Unione Europea. Nello stesso contesto, secondo la ricostruzione giornalistica, non è mancato un riferimento alla figura del generale Roberto Vannacci, fondatore del movimento Futuro Nazionale, descritto da alcuni osservatori internazionali — tra cui il Financial Times — con toni allarmati riguardo ai suoi rapporti con ambienti vicini a Mosca.
Questa dichiarazione, proveniente da un esponente di governo e non da un think tank indipendente, segna un salto di consapevolezza istituzionale significativo rispetto al passato, e va letta in relazione al deterioramento generale delle relazioni tra Italia e Russia registrato nell’estate 2026, aggravato dalla vicenda Lipsia e dalle polemiche sulla nomina di un consulente ucraino al ministero della Difesa italiano, che ha suscitato reazioni negative da Mosca.
Le vulnerabilità strutturali italiane
Un’analisi di rischio seria non può limitarsi a registrare le dichiarazioni ufficiali, ma deve individuare i fattori strutturali che rendono l’Italia un bersaglio comparativamente più permeabile rispetto ad altri partner europei. Su questo, le analisi del think tank ECFR restano un punto di riferimento imprescindibile, per quanto risalgano a qualche anno fa: l’ambiente politico italiano rimane un terreno fertile per l’influenza russa, come dimostra il fatto che i leader di quattro dei cinque maggiori partiti rappresentati in Parlamento non hanno esitato, in vari momenti, a esprimere posizioni favorevoli a Mosca o a fare appello a una “pace” che nei fatti implicherebbe una riduzione del sostegno militare all’Ucraina, nonostante l’impatto della guerra russa in Ucraina sulla politica estera italiana e il permanere di solidi legami economici tra Roma e Mosca.
A ciò si aggiunge un fattore strutturale di lungo periodo, individuato già dai lavori parlamentari del COPASIR relativi al ciclo elettorale 2022: la minaccia ibrida russa continua a manifestarsi attraverso i domini informativo, politico-diplomatico, cibernetico ed economico, anche attraverso la leva energetica, con aspetti del fenomeno che sono divenuti ancora più problematici dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Le rilevazioni dell’ECFR basate sui dati di Constella Intelligence avevano peraltro già individuato, in occasione delle elezioni politiche del 2022, un picco anomalo di attività di disinformazione online concentrato attorno a sei narrazioni chiave — energia, guerra russa contro l’Ucraina, sanzioni, vaccini, euro e migrazione — con uno spostamento progressivo dell’attenzione verso i temi delle sanzioni e dell’energia rispetto ai cicli elettorali precedenti.
Le stesse audizioni parlamentari dell’epoca avevano già inquadrato correttamente la dimensione strutturale, e non episodica, del fenomeno: l’ingerenza straniera in altri paesi si è manifestata soprattutto in fase di campagna elettorale, con Russia e Cina impegnate in un’azione continuativa che ha dato vita a una vera e propria macchina della disinformazione. Vale la pena notare che l’allora presidente del COPASIR individuava proprio nella prima forza politica di governo, per posizionamento atlantista, il principale bersaglio potenziale dell’ostilità russa — un’osservazione che getta luce sulla natura non ideologicamente univoca, ma strategicamente calcolata, delle priorità di Mosca: non tanto sostenere “la destra” o “la sinistra” in quanto tali, quanto colpire selettivamente chi more risolutamente si oppone agli interessi del Cremlino, indipendentemente dalla collocazione sull’asse sinistra-destra.
Sintetizzando gli elementi raccolti, è possibile individuare almeno cinque vettori di rischio specifici che un’analisi predittiva dovrebbe monitorare in vista delle elezioni politiche italiane del 2027: Primo, la saturazione delle piattaforme di short video. Il precedente rumeno dimostra come TikTok rappresenti oggi il vettore più efficiente per operazioni di microtargeting a basso costo e alta capacità di occultamento dell’origine, un rischio che gli organismi di sicurezza italiani ed europei dovranno affrontare con strumenti di trasparenza algoritmica ancora largamente insufficienti.
Secondo, la persistenza di sacche di consenso filo-russo trasversali allo spettro politico italiano, che offrono terreno fertile per operazioni di amplificazione di narrazioni già esistenti, secondo la logica del “utile idiota” già osservata nel caso PCI e nel caso AfD, senza necessità di costruire consenso da zero.
Terzo, la vulnerabilità infrastrutturale fisica, resa evidente dal caso Colleferro e dalla lunga sequenza di sabotaggi ad aziende della difesa e della logistica ucraina in giro per l’Europa: un attacco ibrido in fase preelettorale contro infrastrutture energetiche o industriali italiane avrebbe l’effetto combinato di destabilizzazione pratica e propaganda del caos, amplificabile mediaticamente in chiave elettorale.
Quarto, il rischio di normalizzazione psicologica del fenomeno, esplicitamente segnalato dagli osservatori italiani più attenti: il pericolo maggiore non è tanto un singolo attacco clamoroso quanto l’assuefazione dell’opinione pubblica a convivere con droni, sabotaggi e interferenze come se fossero eventi ordinari, un esito che rappresenterebbe di per sé una vittoria psicologica per Mosca senza il bisogno di sparare un colpo convenzionale.
Quinto, la finestra temporale, poiché le elezioni politiche italiane del 2027 cadranno in un momento storico in cui il conflitto ucraino, la ricostruzione degli assetti di sicurezza europei e la tenuta della coesione atlantica saranno con ogni probabilità ancora questioni aperte: uno scenario che offre a Mosca un incentivo strategico enorme a influenzare l’esito del voto in una delle principali economie e potenze militari della NATO in Europa meridionale.
Alla luce di questo quadro, un’agenda minima di early warning dovrebbe includere: il monitoraggio strutturato e continuativo — non solo nei tre mesi precedenti il voto — delle reti di amplificazione sui social network a maggiore penetrazione tra gli elettori più giovani; la tracciabilità dei flussi finanziari verso fondazioni, media digitali e influencer politici con pattern di crescita anomali; una cooperazione rafforzata con le autorità rumene, tedesche e moldave, che dispongono ormai di un know-how investigativo specifico su queste tipologie di operazioni; infine, una trasparenza pubblica tempestiva sulle evidenze raccolte, che rappresenta — come dimostra proprio il caso rumeno — lo strumento più efficace per neutralizzare l’effetto destabilizzante di un’ingerenza scoperta troppo tardi.
Conclusione
L’analisi storica smentisce in modo netto qualunque lettura dell’ingerenza russa come fenomeno legato esclusivamente all’era di Internet o alla presidenza Putin. Da Mosca, per un secolo, si è sempre cercato di influenzare gli equilibri politici occidentali attraverso il finanziamento di attori interni allineati, adattando gli strumenti alle tecnologie disponibili ma mantenendo intatta la logica strategica di fondo. Ciò che è cambiato radicalmente, nel 2026, è la scala, la velocità e l’integrazione multi-dominio di queste operazioni, ormai capaci di combinare sabotaggio fisico, guerra cibernetica e manipolazione cognitiva in un’unica campagna coordinata.
Per l’Italia, che si avvia verso un ciclo elettorale nel 2027 in un contesto geopolitico ancora segnato dal conflitto in Ucraina, il rischio non è teorico: è stato esplicitamente riconosciuto dal governo in carica, si innesta su vulnerabilità strutturali di lungo corso già documentate dagli osservatori indipendenti, e trova nel precedente rumeno un modello operativo replicabile con relativa facilità.
La sfida per la comunità di intelligence e per le istituzioni democratiche italiane sarà quella di anticipare, piuttosto che semplicemente reagire a, un fenomeno che per definizione lavora nell’ombra della plausible deniability — e che, storicamente, ha sempre premiato chi lo ha sottovalutato.
Fonti principali: archivi Mitrokhin e relativi atti parlamentari (Camera dei Deputati, Senato della Repubblica); Journal of Cold War Studies; ricostruzioni giornalistiche di Der Spiegel, Deník N, Il Post, SkyTG24, ANSA/European Pravda; policy brief ECFR “Democratic Defence”; documentazione dell’intelligence rumena (SIE, SRI, STS) relativa alle elezioni presidenziali 2024; dichiarazioni pubbliche del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, settembre 2026.