Le conseguenze del 7 Ottobre 2023 sull'apparato militare e di intelligence di Tel Aviv

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  01 ottobre 2026
  14 minuti, 18 secondi

Autore: Sebastiano Silvi - Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Area Difesa & Sicurezza

In attesa di conoscere l’esito delle elezioni israeliane–in programma il prossimo 27 ottobre–e delle commemorazioni nel giorno del terzo anniversario dall’attacco di Hamas, è importante ricostruire le conseguenze che il 7 ottobre 2023 ha avuto sulle catene di comando dell’intelligence e delle forze armate di Tel Aviv.

Introduzione: nessuna commissione d'inchiesta statale

È notizia recente quella che ha visto contrapposti Netanyahu da una parte e l’IDF e l’intelligence dall’altra. Nonostante il Primo Ministro abbia affermato che gli alti ufficiali dell’IDF e della Difesa abbiano deliberatamente scelto di non svegliarlo poche ore prima dell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 perché "sapevano che [...] avrei immediatamente dato l'ordine di mettere in allerta l'intero esercito e avrei così impedito l'invasione” (Le Monde, 2026) e nonostante queste accuse vengano mosse, in realtà, già da diverso tempo, non è ancora stata istituita una commissione d’inchiesta ufficiale a tre anni dagli eventi di ottobre, per stabilire la verità e le responsabilità di quel giorno. Questo malgrado i cittadini israeliani attendano ancora di sapere, con certezza, attraverso un’indagine approfondita e indipendente, come sia stato possibile quello che è a tutti gli effetti il peggior fallimento in materia di sicurezza nella storia del Paese.

In Israele, ci sono state poche indagini, separate e parallele tra loro (Le Monde, 2025):

  • Una è stata quella del revisore dei conti, che ispeziona e verifica le politiche e le operazioni del governo. Tuttavia, essendo stata la carica ricoperta da Matanyahu Englman, un forte sostenitore di Netanyahu, l’indagine–che non sarebbe stata imparziale– si è arenata quasi subito;
  • Un’altra indagine, circoscritta all’attacco al kibbutz di Beeri, è stata quella dell’IDF, che ha affermato che la risposta era stata mal organizzata e troppo lenta.
  • Sempre l’esercito ha realizzato a febbraio 2025, attraverso una commissione militare, un rapporto di 19 pagine nel quale emerge il fallimento dell’IDF nel prevenire l’attacco e nell’assolvere alla “missione di proteggere i civili israeliani" (BBC, 2025)

Non solo. È notizia del 5 maggio 2025 il rifiuto del governo di Tel Aviv di istituire una Commissione d’Inchiesta statale, proposta dall’allora Procuratore Generale Gali Baharav-Miara (The Times of Israel, 2025), in quanto tale organismo, dotato di ampi poteri, sarebbe stato il più adatto ad affrontare le indagini in tempi rapidi e per evitare ulteriori danni d’immagine . Netanyahu, per contro, ha affermato che la Commissione sarà istituita, ma solo dopo la massiccia operazione militare a Gaza. Tuttavia, a distanza di tre anni, nulla è stato fatto in tal senso, nonostante le continue offensive nella Striscia. Il motivo è semplice: una Commissione d’Inchiesta statale –i cui membri sono nominati dal presidente della Corte Suprema– sfuggirebbe al controllo politico, mentre quella Speciale, proposta da “Bibi” e dal suo entourage avrebbe dei componenti nominati direttamente dalla Knesset (anche se, sulla questione, egli abbia affermato che ci sarebbe stato un bilanciamento “tra coalizione di governo e l’opposizione”). Inoltre, la coalizione di governo ritiene che indagare sugli eventi del 7 ottobre sia impossibile, nonché inopportuno, finché Israele è in guerra; oltretutto, il Presidente della Corte Suprema, Isaac Amit, non è considerato legittimo da molti membri della coalizione, il che solleva timori che qualsiasi commissione da lui nominata non godrebbe della fiducia di una parte significativa della popolazione (The Jerusalem Post, 2026). A criticare la linea seguita dal governo sono le famiglie delle vittime, che attendono invano di sapere la verità su quanto accaduto, nonché Baharav‑Miara, secondo la quale il piano proposto "dà priorità alle considerazioni politiche" rispetto ai principi di "indipendenza, imparzialità e professionalità" (Haaretz, 2025).

A peggiorare la situazione del Primo Ministro, concorre un’inchiesta pubblicata a settembre 2026 da due giornalisti di Ha’aretz, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, che riscrive la verità di quanto accaduto in quelle ore concitate e nei giorni precedenti, inchiodando Benjamin Netanyahu alle sue responsabilità. Secondo la ricostruzione, infatti, il Presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed al Nahyan–a cui si aggiunge Abbas Kamel, l’allora capo dell’intelligence egiziana– telefonò al premier israeliano circa dieci giorni prima dell’attacco per avvertirlo che Hamas stava preparando un’operazione su vasta scala (Haaretz, 2026). Netanyahu, stando al resoconto, lo rassicurò e decise di non informare né l’esercito né i servizi segreti (ISPI, 2026). Il caso “Jericho Wall” inchioda ancora Netanyahu e il suo establishment. Infatti, nonostante quest'ultimi abbiano bollato il massacro come “fallimento dell’intelligence”, è emerso, invece, come il Mossad avesse informato Tel Aviv delle volontà di Hamas, con un documento–nome in codice “Jericho Wall” –proveniente direttamente dall’organizzazione palestinese (RSI, 2023). Nel testo venivano specificate, in modo assolutamente dettagliato, i modi in cui l’attacco sarebbe avvenuto (e che poi si sono dimostrate puntuali e affidabili). Erano definite le modalità per sopraffare l'apparato di sicurezza israeliano e per attaccare città e basi militari, attraverso l'uso di droni e razzi per eliminare i sistemi di difesa.

Tutti questi eventi non fanno altro che evidenziare il continuo rimbalzo di responsabilità tra il governo di “Bibi” e il mondo della Difesa e dei servizi segreti.

In ogni caso, il sesto governo Netanyahu è ormai agli sgoccioli senza che per questo si sia trovata una soluzione, ed è alquanto improbabile che una commissione venga istituita prima di allora (The Jerusalem Post, 2026). Eppure, se perderà le elezioni, il Primo Ministro potrebbe dover fare i conti proprio con ciò che da tre anni continua a rinviare.

In tutta la vicenda, preme evidenziare, in pochissimi si sono assunti la responsabilità. Non certamente, come visto, Netanyahu e la sua stretta cerchia di collaboratori e sostenitori.

Le dimissioni e i licenziamenti

Indipendentemente dalle responsabilità, assunte o imputate, il 7 ottobre 2023 ha avuto conseguenze immediate sulle catene di comando delle forze armate e dell'intelligence, che occorre prendere in esame. L'esercito e i servizi segreti israeliani sono stati scossi da una lunga ondata di dimissioni di alto profilo tra militari e addetti alla sicurezza, con diversi ufficiali di alto rango che hanno lasciato l'incarico, ammettendo le proprie colpe e l'incapacità di prevedere l'attacco. Altri, invece, sono stati licenziati da parte dell’esecutivo.

Non è sfuggito alle proprie responsabilità Ronen Bar, l’ex Direttore dello Shin Bet (il servizio segreto responsabile della sicurezza interna) che, in una missiva indirizzata ai membri dell'agenzia, ha affermato che "in quanto capo dell'organizzazione, la responsabilità è mia" (BBC, 2025) e che se avesse agito diversamente negli anni e nei giorni precedenti l’attacco, il massacro sarebbe stato impedito.

Ma il primo a rassegnare le dimissioni, il 22 aprile 2024, è stato il Generale Aharon Haliva, capo dell’AMAN (l’intelligence militare). Stando a quanto riportato dai media israeliani, ha riconosciuto il fallimento militare nel prevenire l’attacco nel sud di Israele compiuto da Hamas quel giorno. Il Generale aveva già descritto gli eventi del 7 ottobre come “un fallimento dell’intelligence militare” (The Guardian, 2024). Ribadendo la responsabilità che gli competeva quel giorno, nella sua lettera di dimissioni ha evidenziato che "la direzione dell'intelligence sotto il mio comando non è stata all'altezza del compito che ci era stato affidato” ed ha chiesto l'istituzione di una commissione d'inchiesta statale per “indagare in modo approfondito, completo e critico su tutti i fattori e le circostanze che hanno portato ai tragici eventi” (The Guardian, 2024). L'annuncio di Haliva ha aperto la strada a ulteriori ripercussioni–sotto forma di dimissioni e licenziamenti–nel settore della Difesa dell’intelligence.

Il 9 giugno 2024 è stata la volta del Generale Avi Rosenfeld (MEMO, 2024), responsabile della Striscia di Gaza, dimessosi a causa degli errori che hanno portato all'offensiva del gruppo terroristico Hamas del 7 ottobre. In una lettera ha precisato che quel giorno ha fallito “nella missione della mia vita, ovvero proteggere le comunità di confine di Gaza", dichiarandosi, altresì, disponibile a “partecipare alle indagini e a trarre insegnamenti da quanto accaduto, a fare tutto il possibile affinché ciò che è successo il 7 ottobre non si ripeta in futuro" (The Times of Israel, 2024).

Il 12 settembre 2024, il comandante dell'unità 8200 (la più grande unità di raccolta informazioni dell'esercito israeliano), Yossi Sariel, ha informato l’allora Capo di Stato Maggiore dell’IDF, Herzi Halevi, della sua decisione di dimettersi a seguito del fallimento dell'attentato del 7 ottobre (The Guardian, 2024).

Il 21 gennaio 2025, il tenente Generale Herzi Halevi alla guida dell’IDF (la più alta carica militare israeliana), ha rassegnato le proprie dimissioni (avvenute il 6 marzo successivo), assieme al Generale Yaron Finkelman, comandante del Comando Meridionale delle Forze di Difesa Israeliane, ammettendo le proprie responsabilità e colpe nel non essere riusciti a proteggere i cittadini israeliani (The Guardian, 2025). La decisione di Halevi–che prima di dimettersi ha portato a termine le indagini interne dell’IDF sugli eventi del 7 ottobre 2023– tra l'altro, è stata accolta positivamente dal leader dell’opposizione, Yair Lapid, invitando Netanyahu a fare altrettanto (The Guardian, 2025)

Il 26 marzo 2025, Il comandante della Brigata Nord della Divisione di Gaza, il Colonnello Haim Cohen, ha comunicato ufficialmente ai suoi superiori le sue dimissioni dall'esercito.

In un comunicato, Cohen scrive di assumersi la responsabilità dei fallimenti della Brigata durante l'offensiva di Hamas. (The Times of Israel, 2025)

L'attacco di Hamas nell’autunno del 2023 ha avuto, pertanto, sotto questi aspetti, effetti a lungo termine sulla catena di comando della sicurezza israeliana (Reuters, 2025).

Il 23 novembre 2025, il capo dell'esercito, Eyal Zamir, ha annunciato che, a seguito dell’indagine svolta da una commissione militare d’inchiesta da lui istituita, sono stati licenziati dai loro incarichi e congedati dal servizio di riserva (misura applicata per il Maggior Generale Oded Basiuk, che dirigeva la direzione delle operazioni il 7 ottobre 2023, e i già citati Finkelman, Sariel, Haliva, Rosenfeld) diversi alti comandanti per l'incapacità dell'esercito di "proteggere i civili dello Stato di Israele" (The Times of Israel, 2025). Tra questi, il Generale “G.” ("Gimmel"), che il 7 ottobre 2023 era a capo della divisione operativa della dell'intelligence militare; e il Tenente Colonnello “A.” ("Aleph"), ufficiale dell'intelligence della divisione di Gaza, il quale aveva liquidato come "completamente immaginarie" le avvisaglie riguardo all'imminente attacco (The Times of Israel, 2026). Entrambi gli ufficiali rimangono anonimi a causa della delicatezza delle loro posizioni.

"Il 7 ottobre, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno fallito nella loro missione principale: proteggere i civili dello Stato di Israele [...] si tratta di un fallimento grave [...] relativo alle decisioni e alla condotta tenute alla vigilia dell'evento e durante lo stesso. Le lezioni di quel giorno [...] devono servirci da bussola per il futuro [...] Di conseguenza, dopo un'attenta valutazione, ho deciso di prendere provvedimenti personali nei confronti di alcuni ufficiali che erano in servizio il 7 ottobre [...]" ha dichiarato Zamir (The Times of Israel, 2025), evidenziando altresì l’incapacità di dare l’allarme sugli imminenti attacchi–nonostante le informazioni di cui disponeva l’esercito–nonché i processi decisionali carenti e un dispiegamento inadeguato delle forze militari.

Conclusioni

Le indagini della commissione istituita da Zamir si prefiggono anche un obiettivo più ampio: tentare di ricucire le ferite del Paese e ripristinare la fiducia dei cittadini e dell’opinione pubblica in generale, ) nei confronti dell’IDF e dell’intelligence.

Certamente, come sottolineato anche dall’analista Yossi Yehoshua, ciò non basta (UCEI, 2025). Occorre, infatti, un cambiamento radicale e strutturale nell’esercito e nell’intelligence, che riesca a invertire la tendenza rispetto a un’eccessiva fiducia nella tecnologia–che, nel caso preso in esame, ha dimostrato tutti i suoi limiti–e che sia affiancata, pertanto, nella raccolta e analisi delle informazioni, dall’HUMINT. Non solo: ogni valutazione deve essere certamente più flessibile e considerare anche gli scenari non convenzionali e improbabili (evitando, in questo modo, di sottovalutare il nemico). Inoltre, occorre rivedere la gestione della catena di comando, soprattutto nei momenti di crisi. Le decisioni devono, infatti, essere frutto del coordinamento tra IDF, Shin Bet e Mossad, evitando in tal modo che ogni organismo operi separatamente, senza una visione completa. (Pagine Ebraiche, 2025). Le informazioni non devono restare ferme alla periferia del sistema di raccolta ed analisi che supporta la capacità decisionale del governo, ma devono affluire verso i vertici della piramide ci comando e controllo.

In poche parole, Zamir dovrà segnare una netta cesura con il passato, affinché le lezioni apprese dal 7 ottobre 2023 siano messe effettivamente in atto e che gli errori che hanno reso possibile il massacro non si ripetano.

Non è poi escluso che i risultati della commissione–ovvero le dimissioni e i licenziamenti–spingeranno probabilmente gli stessi Israeliani (o parte di essi) a chiedere con maggiore insistenza un'inchiesta pubblica sui fallimenti in materia di sicurezza, che potrebbe coinvolgere il primo ministro e il suo establishment.

Tuttavia, come emerge dalla presente analisi, a differenza delle IDF e dell’intelligence, che sono usciti in certa misura stravolti dal 7 ottobre, nessun funzionario politico si è dimesso come conseguenza del massacro: ​​né Benjamin Netanyahu, né il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, né il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Nessuno di essi si è assunto la responsabilità nella serie di fallimenti strategici e operativi che hanno portato all'offensiva di Hamas, insistendo, invece, sul fatto che la questione della loro responsabilità debba essere affrontata solo dopo la guerra.

Finora, il Primo Ministro si è limitato a dire di essere profondamente dispiaciuto per quanto accaduto il 7 ottobre 2023, affermando che “la prima responsabilità del governo è proteggere i cittadini [...] i cittadini non sono stati protetti [...]” (The Times of Israel, 2024); di dover attendere la fine della guerra per istituire una commissione d'inchiesta (improbabile, soprattutto tenendo conto della nuova dottrina di Israele, che promuove uno stato di guerra permanente); e–nel corso di un'intervista nel 2024, dopo aver per la prima volta accennato a una certa e vaga responsabilità personale–di addossare le colpe all'esercito e ai servizi segreti (The Times of Israel, 2024).

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In copertina: Il Generale Eyal Zamir (crediti: Eytan2009)

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