Le sfide della famiglia reale giordana

  Focus - Allegati
  18 novembre 2021
  19 minuti, 16 secondi

Il Regno Hashemita di Giordania rappresenta uno degli attori più importanti del Medio Oriente, così come uno dei meno conosciuti. La relativa stabilità politica dello stato, che lo ha tenuto al riparo dalle conseguenze più nefaste dei problemi della regione, ha distolto l’attenzione degli analisti dal Paese. Tuttavia, numerosi sono gli elementi di instabilità in grado di minacciare la Giordania (e tutto il Medio Oriente). Dopo una breve introduzione di carattere storico, la ricerca prosegue illustrando i principali fattori in grado di destabilizzare il Regno: le dinamiche economiche, la politica interna, la questione dei rifugiati, il problema del terrorismo e il delicato ruolo della leadership Hashemita nella questione palestinese.

Sebbene il suo ruolo venga spesso sottovalutato, la famiglia reale della Giordania è uno degli attori più importanti nello scacchiere mediorientale. La rivendicata discendenza diretta con il Profeta Maometto e il ruolo tradizionale di sceriffi dei Luoghi Santi di La Mecca e Medina prima e di Gerusalemme in seguito fanno degli Hashemiti un interlocutore di prestigio sia per le potenze della regione che per quelle di tutto il mondo. A rafforzare tale ruolo è poi la delicata posizione geografica del Regno, incastonato tra regioni piuttosto instabili quali la Cisgiordania, la Siria e l’Iraq e tra potenze sempre più affermate quali Egitto, Israele e Arabia Saudita.

Il Regno Hashemita di Giordania nacque ufficialmente nel 1946 con il nome di Regno Haschemita di Transgiordania. A svolgere un ruolo determinante per il nuovo stato fu la Gran Bretagna, che ne garantì l’indipendenza dopo più di un ventennio di Mandato. Malgrado lo stato giordano sia una realtà piuttosto recente, la dinastia degli Hashemiti vanta origini millenarie che si intrecciano, come spesso succede presso le famiglie reali, con il patrimonio storico e religioso della regione. Gli stessi membri della dinastia, infatti, tracciano tra i propri capostipiti il bisnonno del Profeta Maometto. Fatto confermato da diversi storici è il legame speciale con le città di La Mecca e Medina, di cui gli Hashemiti sono stati sceriffi (ovvero custodi) tra il X e il XX secolo[1]. Nel XIX secolo i Saud, astro nascente della Penisola arabica e attuale casa regnante dell’Arabia Saudita, iniziarono una campagna di ostilità nei confronti degli Hashemiti che terminò negli anni Venti del secolo successivo con la conquista definitiva delle Città Sante. Agli Hashemiti non restò che espandersi a nord con il consenso delle potenze mandatarie. I loro esponenti ottennero le corone di Siria e Iraq (la prima per un anno solo, il 1920, la seconda dal 1921 al colpo di stato del 1958) e l’emirato di Transgiordania (1921), divenuto in seguito Regno di Giordania (dal 1946 ad oggi). La contiguità territoriale con la Palestina rese re Abd Allah I (1882-1951) uno degli interlocutori principali dei dirigenti sionisti, i quali, appresa la notizia della scadenza del mandato britannico sulla Palestina nel maggio 1948, ingaggiarono trattative con le potenze arabe della regione per scongiurare la guerra. Di tutti i leader arabi Abd Allah si dimostrò quello più pragmatico e incline al compromesso, cosa che lo spinse a scendere in guerra con riluttanza, riluttanza che fu premiata da Israele con il tacito consenso all’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est all’indomani della fine delle ostilità. Il nuovo assetto geopolitico permise agli Hashemiti di ottenere la custodia della Spianata delle Moschee, il terzo luogo più santo dell’Islam. Per il casato, che quasi trent’anni prima aveva perso La Mecca e Medina, questo fu senza dubbio un risultato importante. L’annessione della Cisgiordania sancì inoltre in maniera più forte il legame tra la famiglia reale e i territori lungo le sponde del fiume Giordano, da sempre il centro di una rete di rapporti commerciali e di parentela che univano le popolazioni delle regioni orientali del Mediterraneo. Nel 1967 la Guerra dei Sei Giorni pose fine anche al dominio su Gerusalemme e sulla Cisgiordania, conquistata e unificata alla parte Ovest della città nel primo caso e conquistata ma mai formalmente annessa nel secondo. Per la Giordania fu un trauma che portò a gravi problemi di stabilità politica: su re Hussein, succeduto ad Abd Allah nel 1952 dopo un breve interregno, si riversarono le speranze di una popolazione alle prese sia con il delicato problema dei rifugiati palestinesi che i postumi di una guerra che aveva separato all’improvviso numerosissime famiglie. Ritenuto incapace di fornire una soluzione al problema, nel 1970 Hussein fu oggetto di tentativo di colpo di stato da parte di formazioni palestinesi che nei campi profughi si erano sostituite all’autorità regia. I fatti del 1970, noti come “Settembre Nero”, segnarono una svolta nelle relazioni con Israele. Accettata implicitamente l’esistenza dello Stato Ebraico come un dato di fatto, la leadership hashemita condivideva ora con esso un nemico, le formazioni armate palestinesi. La linea scelta da Hussein, preoccupato per la stabilità interna del regno e allo stesso tempo intento a non suscitare l’ira degli alleati arabi, fu improntata verso il pragmatismo. Nel settembre 1973 egli si recò a Tel Aviv per avvertire il governo israeliano dell’imminenza di un attacco più tardi noto come Guerra dello Yom Kippur. Nel 1988 rinunciò formalmente al territorio della Cisgiordania, atto che spianò la strada al trattato di pace con Israele del 1994. Tale mossa era volta a rafforzare la sicurezza interna attraverso al cooperazione in chiave antiterroristica con Israele e ad accreditare gli Hashemiti quali partner di rilievo per gli Stati Uniti. La dinastia inoltre ottenne il riconoscimento israeliano del suo ruolo di custode dei Luoghi Santi di Gerusalemme, gestiti da quel momento in collaborazione con Israele.

Conoscere la storia della dinastia Hashemita è la chiave di volta per comprendere a pieno il ruolo della Giordania sullo scacchiere mediorientale. La relativa stabilità politica che ha contraddistinto il Regno negli ultimi anni lo ha reso un partner importante per molti attori. Tale stabilità, per quanto apprezzabile, è tuttavia molto fragile: molte sono le sfide che la famiglia reale ha affrontato negli ultimi decenni, così come molte sono quelle che la attendono. La politica pragmatica intrapresa dai reali ha finora portato i suoi frutti: dalla nascita dello stato le redini del potere sono sempre rimaste saldamente in mano al casato degli Hashemiti, fatto più unico che raro considerate le turbolente vicende degli stati confinanti. Malgrado ciò, l’equilibrio di potere è minacciato da almeno cinque questioni: dinamiche economiche, politica interna, rifugiati, terrorismo e questione palestinese.

Economia

La relativa scarsità di risorse di cui la Giordania soffre fa sì che la sua economia dipenda in larga parte dalle importazioni. Tale mancanza comporta ovviamente diversi effetti sulla politica interna ed estera del Paese. La natura prevalentemente desertica del suo territorio rende l’approvvigionamento d’acqua una questione spinosa per la Giordania. La principale fonte idrica infatti è costituita dal fiume Giordano e dal suo affluente, il fiume Yarmuk. Poiché entrambi i fiumi passano per Israele prima di giungere in Giordania, lo sfruttamento delle loro acque è sempre stata una voce importante nelle relazioni tra i due stati sia prima che dopo l’accordo di pace[2]. Gli idrocarburi sono un’altra risorsa pressoché assente, con importanti ricadute sia sulla politica interna che sulla politica estera. Nel primo caso la mancanza di introiti derivante dalla loro vendita ha precluso alla dinastia Hashemita l’uso della strategia del “contratto sociale” tipica delle monarchie del Golfo. Tale dottrina si fonda su un patto implicito tra la Corona e i suoi sudditi secondo il quale la prima garantisce un certo grado di benessere grazie ai ricavi dell’industria petrolifera in cambio di un certo grado di consenso da parte dei secondi. Nel secondo caso la dipendenza del Regno dagli idrocarburi degli stati del Golfo ha spinto la Giordania a mantenere una politica di basso profilo nel corso delle varie crisi regionali per evitare contraccolpi diplomatici ed eventuali rincari o tagli delle forniture. Le monarchie del Golfo sono importanti anche per un’altra voce dell’economia: le rimesse. L’importanza delle rimesse per l’economia giordana è testimoniata da almeno due dati: l’afflusso pro capite di rimesse calcolato dalla Banca Mondiale, che vede la Giordania al secondo posto dopo il Libano, e l’incidenza delle rimesse sul PIL nazionale, che secondo la Banca Centrale di Giordania era intorno all’8% nel 2017[3]. Un ultimo importante elemento di fragilità nell’economia del Regno è costituito dalla sua dipendenza dagli aiuti esteri, in larga parte statunitensi. La relativa stabilità sul piano della politica interna e il pragmatismo in politica estera hanno garantito ad Amman una partnership speciale con gli Stati Uniti. Nel 2000 la Giordania è stato il primo Paese arabo a firmare un accordo di libero scambio con Washington[4]. L’amicizia con gli USA inoltre è premiata con cospicui trasferimenti di liquidità (la Giordania è il più grande destinatario di tali aiuti per gli USA), prestiti e investimenti nell’ambito del programma USAID[5].

Politica interna

Pur essendo considerata un baluardo di stabilità politica in una regione turbolenta e non certo povera di stati falliti, la leadership giordana ha spesso a che fare con delicate questioni di politica interna. Le tre principali dinamiche in grado di intaccare l’ordine pubblico sono tre: povertà e disoccupazione, mancata democratizzazione e faide all’interno della famiglia reale. Nel corso dell’ultimo decennio le proteste contro le cattive condizioni di vita della popolazione e la mancata democratizzazione dello stato sono venute a fondersi, come nel corso delle Primavere arabe e ancora negli anni tra il 2016 e il 2020[6]. Povertà e disoccupazione sono in assoluto l’emergenza più importante. Secondo i dati dell’UNICEF, il tasso di povertà assoluta in Giordania è in aumento, essendo passato dal 14,4% del 2010 al 15,7% del 2018. Altrettanto preoccupanti sono i dati relativi alla disoccupazione giovanile, soprattutto in un contesto dove l’età media è di 23,8 anni[7]. La Banca Mondiale sostiene che nel 2019 il tasso di disoccupazione della popolazione dai 15 ai 24 anni fosse del 37,28%, il dato più alto dal 1994[8]. A complicare un situazione già piuttosto delicata è stata la pandemia di COVID-19 che, secondo alcuni dati, avrebbe portato il tasso di disoccupazione generale intorno al 25% e di disoccupazione giovanile intorno al 50%[9]. Come già accennato, negli ultimi anni i cittadini giordani sono scesi in piazza anche per chiedere riforme politiche. Sebbene in teoria la Giordania sia una monarchia costituzionale, il potere rimane saldamente nelle mani del re, che nomina il Primo Ministro e controlla il parlamento. Le libertà di espressione e associazione sono piuttosto limitate[10]. Nel giugno del 2021 il re Abd Allah II ha annunciato la creazione di una commissione di 92 membri con lo scopo di riformare il sistema politico del Regno e trasformarlo nell’arco di un decennio in una democrazia compiuta, ma la notizia è stata accolta con scetticismo dalle voci più critiche[11]. In ultima istanza, le dispute in seno al clan Hashemita, seppur spesso taciute, sono un fattore da tenere sotto controllo. L’episodio più noto è quello relativo all’arresto, nell’aprile del 2021, del principe Hamza bin Hussein con l’accusa di tramare contro il re. I risentimenti tra i due risalgono alla morte di re Hussein, sopraggiunta nel 1999. Sebbene all’epoca il principe della corona designato a diventare re fosse proprio bin Hussein, la scelta cadde all’ultimo minuto su Abd Allah data la giovane età del fratellastro. I due principi sono infatti figli di due mogli diverse, rispettivamente della principessa Muna (da cui il re aveva divorziato nel 1972) nel caso di Abd Allah e della potente regina Noor nel caso di Hamza. Come se non bastasse, sebbene il titolo di principe della corona fosse rimasto ad Hamza probabilmente per rispettare le originarie volontà di re Hussein, Abd Allah glielo tolse nel 2004 per darlo a suo figlio Hussein, creando ulteriore risentimento tra i membri del clan vicini alla regina Noor[12]. Pur non essendo del tutto chiare le dinamiche dei fatti di aprile, esse dimostrano che la famiglia Hashemita è tutt’altro che unita e che non sono da escludere eventuali altri colpi di mano in futuro.

Rifugiati

Una delle più drammatiche conseguenze degli eventi che si sono consumati nei Paesi confinanti è l’enorme numero di rifugiati che oggi vivono in Giordania. Sebbene le Nazioni Unite abbiano istituito dei registri per quantificare questo segmento della popolazione, i numeri esatti sono sconosciuti perché centinaia di migliaia di rifugiati non sono registrati. Ciò che è sicuro, tuttavia, è che la Giordania è ai primi posti al mondo per numero di rifugiati. La comunità più numerosa è quella palestinese, arrivata a più riprese a partire dal 1948 e che oggi conta circa 2,2 milioni di unità registrate presso l’UNRWA[13]. I siriani, arrivati a partire dall’inizio della guerra civile del 2011, sono ufficialmente circa 658.000, ma numerose stime suggeriscono che essi siano in realtà 1,3 milioni poiché una larga fetta di questa popolazione non è ufficialmente registrata[14]. Si tratta di numeri enormi se si tiene in considerazione che la popolazione del Paese è di circa 11 milioni di persone[15]. Altre importanti comunità di rifugiati sono quelle irachena, yemenita e libanese. I legami storici con la Palestina e il fatto che circa metà della popolazione giordana ha origini palestinesi ha fatto sì che buona parte dei rifugiati di questa comunità sia stata naturalizzata. Ad oggi si stima che il 18% dei palestinesi viva in 10 campi profughi allestiti dalle Nazioni Unite[16]. Ben più complicata è la situazione dei siriani, che non hanno ricevuto la cittadinanza giordana e ai quali non sono stati erogati sufficienti permessi di lavorare. A rendere il quadro ancora più drammatico è il fatto che la metà di questa popolazione sia composta da bambini e circa la stessa percentuale da donne[17], categorie fragili soggette di frequente a violenza sessuale e di genere, matrimonio precoce e prostituzione forzata[18]. Infine, due problemi cronici sono la difficoltà di sfamare tutti i profughi, che provoca spesso la morte dei più fragili, e il mantenimento della sicurezza nei campi profughi, compito oneroso affidato alle forze dell’ordine giordane. Quasi inutile a dirsi, la questione dei rifugiati comporta notevoli questioni economiche e di sicurezza allo stato, il cui eventuale collasso comporterebbe una crisi umanitaria senza precedenti. Per questo motivo all’indomani del disastroso ritiro di Washington e dei suoi alleati dall’Afghanistan la leadership Hashemita ha dichiarato che non garantirà lo status di rifugiati ad eventuali profughi dall’Asia Centrale, garantendo soltanto il diritto di transito a 2.500 persone dirette negli Stati Uniti[19].

Terrorismo

La Giordania è uno degli stati maggiormente affetti dal problema del terrorismo nonostante il numero relativamente basso di attentati registrati sul suo territorio. Il fenomeno affonda le proprie radici negli anni dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan, allorché gruppi di foreign fighters musulmani sostenuti dagli Stati Uniti si riversarono nel Paese per combattere la jihad contro l’Armata Rossa. Tra questi vi era Abu Musab al-Zarqawi, cittadino giordano in seguito diventato famoso per essere uno tra i più spietati esponenti di al-Qaeda in Iraq[20]. Quando negli i combattenti tornarono a casa portarono con sé un enorme bagaglio di conoscenze in ambito di guerriglia e una visione dell’Islam fortemente ostile a tutti i non musulmani. La sottovalutazione di questo fenomeno da parte dei governi permise loro di gettare le fondamenta di organizzazioni terroristiche i cui frutti più maturi sono oggi al-Qaeda e l’ISIS[21]. Le dottrine fondamentaliste infatti hanno trovato terreno fertile tra giovani delle fasce più povere della popolazione e tra i rifugiati, comunità, quest’ultima, esposta anche al fenomeno di infiltrazioni terroristiche. Nel Paese sono presenti numerose cellule di al-Qaeda e dell’ISIS. Come già accennato, giordano era Abu Musab al-Zarqawi, attivo in Iraq fino alla sua uccisione nel 2006. Circa dieci anni dopo numerosi foreign fighters sono andati a combattere per l’ISIS in Siria e in Iraq. Secondo uno studio la Giordania è il quinto stato al mondo per provenienza dei foreign fighters con 2.000 casi ufficiali e circa 2.500 non ufficiali. Se invece si conta il numero di combattenti per milione di abitanti, il Paese sale al terzo posto (303 foreign fighters)[22]. Per contrastare il fenomeno la famiglia Hashemita si è unita fin dalla prima ora alla coalizione a guida USA impegnata nella lotta al terrorismo. I contributi della Giordania alla coalizione riguardano in primis la sfera dell’intelligence ma anche quella militare. Per quanto riguarda il primo caso sono noti i contatti stretti tra i servizi segreti, il mukhabarat, e la CIA. In diverse occasioni i giordani hanno fornito agli alleati importanti informazioni che hanno portato alla cattura o all’uccisione di terroristi importanti come lo stesso al-Zarqawi[23]. La Giordania inoltre è stata per lungo tempo un hub importante per le operazioni di extraordinary rendition. Tali operazioni prevedevano l’arresto di terroristi o sospetti tali e il trasferimento coatto nelle prigioni di Paesi come lo stesso Regno Hashemita dove sarebbero stati sottoposti ad interrogatori sotto tortura[24]. Quanto all’ambito militare, la Giordania ha contribuito alle operazioni antiterrorismo in Siria e Iraq conducendo attacchi aerei in territori controllati da organizzazioni terroristiche e ha messo a disposizione la base aerea “Principe Hassan” ai velivoli militari della coalizione impegnati al fronte[25].

Questione palestinese

Per la dinastia Hashemita la Palestina è sia un fardello che un importante asset diplomatico. Il fatto che almeno metà della popolazione del Paese abbia origine palestinese infatti impone al casato un costante coinvolgimento nelle questioni al di là del Giordano. Nonostante la perdita dei territori della Cisgiordania nel 1967 e la rinuncia ufficiale del 1988, sono in molti a pensare che questo legame sia impossibile da dissolvere. All’indomani della Guerra dei Sei giorni il generale israeliano Yigal Allon propose una restituzione parziale dei territori della Cisgiordania (a rimanere escluse sarebbero state in primis Gerusalemme Est e diverse zone considerate strategicamente importanti) in cambio di un accordo di pace[26]. Nei primi anni Duemila il Ministro del Turismo israeliano Binyamin Elon si fece portavoce di un’iniziativa secondo la quale Israele avrebbe annesso la Cisgiordania e la Giordania avrebbe assorbito, grazie a speciali fondi garantiti dalla comunità internazionale, i palestinesi della regione in un processo che l’avrebbe portata a cambiare il nome dello stato in Palestina. A pochi anni di distanza dal Piano Allon anche lo stesso re Hussein aveva elaborato una propria iniziativa fondata sullo scambio di terre in funzione di una pace con Israele[27]. L’iniziativa tuttavia venne subito bocciata dal Capo del Governo Golda Meir poiché prevedeva la cessione israeliana di Gerusalemme Est, che sarebbe diventata la capitale del distretto cisgiordano del nuovo stato Hashemita, il “Regno Arabo Unito”[28]. L’iniziativa fu boicottata anche dalle fazioni palestinesi, che volevano la nascita di uno stato palestinese indipendente. Sebbene ad Amman quest’opzione venga ancora presa in considerazione[29], nel corso del tempo gli interessi della casa Hashemita si sono concentrati su altre dinamiche, portandola ad abbracciare la soluzione a due stati. La questione dei rifugiati infatti pesa sempre di più sulle casse del Regno, e la nascita di uno stato indipendente al di là del Giordano è vista come una possibilità di liberarsi di buona parte dei profughi palestinesi. Israele poi è un partner imprescindibile in almeno due ambiti: l’acqua e la lotta al terrorismo. Per questi motivi gli sforzi della diplomazia giordana si sono concentrati sulla salvaguardia della soluzione a due stati e sul mantenimento di buoni rapporti con Israele. Il legame con la Cisgiordania tuttavia è anche un importante asset nelle mani degli Hashemiti. Esso infatti garantisce loro un ruolo di primo piano in qualsiasi iniziativa volta ad affrontare la questione palestinese. Questo ruolo ha garantito infatti il ritorno alla gestione, anche se congiunta con Israele, della Spianata delle Moschee, motivo di grande prestigio per la Corona soprattutto dopo aver perso la custodia di La Mecca e Medina.

Aristotelicamente parlando, i fattori sopra elencati rendono la Giordania un Paese instabile in potenza. L’abilità della famiglia Hashemita di destreggiarsi tra le sfide interne ed esterne tuttavia ha di fatto garantito un certo grado di stabilità. Come si può facilmente dedurre, tale equilibrio richiede un costante sforzo per poter funzionare poiché non poggia su fondamenta solide. Questo equilibrio inoltre deve molto agli sforzi delle potenze straniere, e soprattutto agli Stati Uniti. Per questo motivo sarà interessante capire quale ruolo Washington vuole dare alla Giordania nel quadro del suo disimpegno dalla regione.

[1] Clifford Edmund Bosworth, “The New Islamic Dynasties: A chronological and genealogical manual”, Edinburgh University Press, Edinburgh, 1996, pp. 210-212 (online version).

[2] Climate-diplomacy.org, “Jordan and Israel: Tensions and Water Cooperation in the Middle-East”, (https://climate-diplomacy.org/case-studies/jordan-and-israel-tensions-and-water-cooperation-middle-east, ultima consultazione 01/11/2021).

[3] Jordan Strategy Forum, “Jordanian Expatriates in the Gulf. Who Remits, How much & Why?”, July 2018, p. 8.

[4] U.S. Department of State, “U.S. Relation with Jordan”, 30 December 2020.

[5] Congressional Research Service, “Jordan: Background and U.S. Relations”, 15 July 2021, pp. 14-16.

[6] Yasmina Abouzzohour, “Heavy lies the crown: The survival of Arab monarchies, 10 years after the Arab Spring”, Brookings, 9 March 2021.

[7] Worldometers.info “Population of Jordan (2020 and historical)”, (https://www.worldometers.info/world-population/jordan-population/#:~:text=Jordan%202020%20population%20is%20estimated,298%20people%20per%20mi2), ultima consultazione 01/11/2021).

[8] The World Bank, “Unemployment, youth total (% of labor force ages 15-24) – Jordan”, 15 June 2021.

[9] World Food Program, “Jordan – Country Brief”, August 2021.

[10] Human Rights Watch, “Jordan – Events of 2019”, 2019-2020.

[11] Osama al Sharif, “King appoints new commission for political reform in Jordan”, Al-Monitor, 17 June 2021.

[12] BBC News, “Jordan’s royal rift: A family feud erupts – but who’s actually involved?”, 7 April 2021.

[13] UNRWA, “Protection in Jordan”, March 2018.

[14] Acaps.org, “Jordan Syrian Refugees”, (https://www.acaps.org/country/jordan/crisis/syrian-refugees, ultima consultazione 01/11/2021).

[15] Jordan Department of Statistics Website (http://dosweb.dos.gov.jo/ar/, ultima consultazione 01/11/2021).

[16] UNRWA, “Where we work – Jordan”(https://www.unrwa.org/where-we-work/jordan, ultima consultazione 01/11/2021).

[17] World Food Program USA, “10 facts About the Syrian Refugee Crisis in Jordan”, 29 October 2021.

[18] The Sexual and Gender Based Violence Sub Working Group in Jordan, “Sexual and Gender Based Violence – Refugees in Jordan”, June 2015.

[19] Raed Omari, “Jordan will only be transit point for Afghan evacuees on their way to US”, Arab News, 25 August 2021.

[20] Mary Anne Weaver, “The Short, Violent Life of Abu Musab al-Zarqawi”, The Atlantic, July/August 2006.

[21] Amber Atteridge, “Foreign Fighters Post Conflict: Assessing the Impact of Arab Afghans and Syrian-Iraqi Foreign Fighters on Global Security”, IDC Herzliya – International Institute for Counter-Terrorism, Spring 2016, pp. 9-18.

[22] Efraim Benmelech, Esteban K. Flor, “What Explains the Flow of Foreign Fighters to ISIS?”, Terrorism and Political Violence 32 (7), May 2017, pp. 23, 26.

[23] Shane Harris, “The Mouse that Roars”, Foreign Policy, 12 September 2014.

[24] The Guardian, “Extraordinary rendition: a backstory”, 31 August 2011.

[25] Kathleen J. McInnis, “Coalition Contributions to Countering the Islamic State”, Congressional Research Service, 24 August 2016, p. 9.

[26] Laura Canali, “Il Piano Allon e la restituzione del Sinai”, Limes 9/14, 6 ottobre 2014.

[27] “King Hussein’s Plan for a Federation – 15 March 1972”, via Economic Cooperation Foundation (https://ecf.org.il/media_items/976, ultima consultazione 01/11/2021).

[28] “Statement to the Knesset by Prime Minister Meir - 16 March 1972” via Israel Ministry of Foreign Affairs (https://www.mfa.gov.il/mfa/foreignpolicy/mfadocuments/yearbook1/pages/37%20statement%20to%20the%20knesset%20by%20prime%20minister%20meir.aspx, ultima consultazione 01/11/2021).

[29] Hasan Ismaik, “Unite Jordan and Palestine – Again”, Foreign Policy, 15 October 2021.

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