Abstract
Il Discorso sullo Stato dell’Unione rappresenta uno strumento cardine dell’azione politica dell’Unione Europea, poiché definisce le priorità strategiche della Commissione e riflette il clima politico e geopolitico del continente.
L’edizione 2025, pronunciata dalla Presidente Ursula von der Leyen in un contesto segnato da guerre, tensioni economiche e sfide democratiche, evidenzia una crescente consapevolezza della necessità di un’Europa più autonoma e resiliente. Tra i temi centrali emergono la difesa comune, la sicurezza energetica, la competitività industriale e il rafforzamento della dimensione sociale dell’Unione, in risposta a un quadro internazionale dominato dall’incertezza e dal ritorno della logica dei blocchi.
L’articolo analizza l’evoluzione politica e istituzionale del discorso, le reazioni delle istituzioni europee e degli Stati membri e le implicazioni per il futuro della governance dell’UE, mettendo in luce la tensione tra ambizioni sovranazionali e vincoli nazionali che ancora limitano la piena affermazione di un’Unione politicamente coesa e strategicamente autonoma.
Autrice
Sara Boanini - Senior Researcher - Mondo Internazionale G.E.O. – Politics
Introduzione: Storia e rilevanza dello Stato dell'Unione
Lo scorso 10 settembre 2025, la Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha tenuto l’annuale Discorso sullo Stato dell’Unione. Un evento atteso e soprattutto discusso, sia per la complessa situazione geopolitica, a cui l’Europa rischia di non saper dare una risposta, che per la divisione interna al sistema comunitario, con un conflitto sempre più marcato tra le istituzioni europee e l’ombra di una mozione di censura votata dal Parlamento nei confronti della Commissione (BBC, 2025).
Le alte aspettative sono state accolte da un discorso deciso che proietta l’Unione Europea verso una dimensione di lotta e forza che storicamente non le appartiene, ma alla quale è costretta da un ordine internazionale basato sull’uso della forza, e che secondo la Presidente della Commissione non fa sconti a nessuno (Commissione Europea, 2025). Una prospettiva tanto atipica quanto necessaria, e riflessa nelle proposte sottolineate dalla Presidente, che rischia però di incrementare i disaccordi tra Stati Membri e la già presente frammentazione istituzionale, come dimostrato dalle contestazioni ricevute dai deputati in punti cruciali del discorso. Per comprendere in quale misura, tuttavia, l’appello di Von der Leyen si discosti effettivamente dai precedenti è necessario comprendere la rilevanza dello Stato dell’Unione nella definizione delle priorità politiche, economiche e sociali dell’Unione Europea e ripercorrerne brevemente la storia.
Il primo discorso sullo Stato dell’Unione viene effettuato nel 2010 dal Presidente della Commissione Barroso che pone l’accento sul bisogno di un’agenda ambiziosa per rafforzare l’unione economica, la modernizzazione dell’economia sociale di mercato e l’importanza dell’unità per creare un’Europa in grado di diventare un attore globale (Parlamento Europeo, 2024). L’iniziativa nasce come parte dell’Accordo quadro sulle relazioni tra il Parlamento Europeo e la Commissione Europea, in un periodo di rafforzamento dell’autorità della presidenza di quest’ultima, con l’obiettivo di esaminare i risultati ottenuti negli anni precedenti e definire gli obiettivi per quelli successivi (Parlamento Europeo, 2025). Una tradizione allineata a quella di molti altri Paesi, specialmente gli Stati Uniti, ma che nel caso dell’Unione Europea si trasforma in una preziosa occasione di confronto interistituzionale e trasparenza, oltre che in un elevato momento di interesse per l’opinione pubblica. L’origine dello Stato dell’Unione, infatti, lo posiziona nell’ambito dei rapporti tra Parlamento e Commissione, spesso turbolenti per le funzioni che esercitano e gli interessi che rappresentano (Parlamento Europeo, 2025). Mentre il Parlamento, unica istituzione comunitaria direttamente eletta, rappresenta gli interessi dei cittadini, la Commissione deve agire nell’interesse generale dell’Unione Europea. Di conseguenza, gli obiettivi spesso divergono. Infatti, la Commissione cerca di preservare la stabilità interna a livello europeo, garantendo il funzionamento del mercato unico e la stabilità economica e monetaria, oltre che la tutela dello Stato di diritto e l’incremento del proprio ruolo geopolitico. Il Parlamento, al contrario, tende a prediligere temi che incidono sulla vita quotidiana, come occupazione stabile, welfare e gestione delle migrazioni (EUR-Lex, 2018). Inoltre, il rapporto di dipendenza tra le due istituzioni è accresciuto dal fatto che l’azione legislativa del Parlamento dipende dall’iniziativa legislativa della Commissione, unico organo esecutivo comunitario, e dalla funzione di controllo esercitata dal Parlamento su quest’ultima, in grado di sfiduciare i commissari tramite una mozione di censura (EUR-Lex, 2018). Tra gli obiettivi dichiarati dall’Accordo quadro, in particolare, risultano proprio una cooperazione efficace e trasparente tramite riunioni frequenti e deliberazioni congiunte su specifiche tematiche, tra cui sussidiarietà e proporzionalità (EUR-Lex, 2018). Lo Stato dell’Unione, quindi, si pone innanzitutto come scambio di proposte e iniziative tra l’esecutivo e il legislativo, per definire congiuntamente le direttive che dovranno guidare l’azione dell’Unione Europea negli anni a venire, e solo secondariamente come comunicazione pubblica per i cittadini europei.
Relativamente al secondo aspetto, osservare l’evoluzione della retorica e dei principali messaggi trasmessi nel corso dei più recenti discorsi può rivelarsi uno strumento utile per comprendere il cambiamento del contesto europeo e del ruolo dell’Europa in quello internazionale.
Nel 2020 è stata proprio Ursula Von der Leyen, al suo primo Stato dell’Unione, a delineare un’Europa resiliente e solidale di fronte alla crisi pandemica, da cui sarebbe riemersa rafforzata. Un discorso storico con cui la Presidente ha lanciato importanti iniziative come il Next Generation EU, il Green Deal europeo e l’identità digitale europea (Commissione Europea, 2020). Con l’arrivo dei vaccini e la risoluzione parziale della pandemia, l’anno successivo l’attenzione si sposta sul futuro dell’Europa, volto al rafforzamento e alla preparazione di fronte alle crisi e ad un nuovo rilievo internazionale. In particolare viene creato l’HERA, l’autorità di preparazione e risposta alle crisi sanitarie, e vengono riproposte iniziative in ambito ambientale e tecnologico, come la proposta legislativa “Fit for 55” per ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e un aumento degli investimenti nei settori dei microchip e dell’intelligenza artificiale (Commissione Europea, 2021).
La narrativa inizia a cambiare, avvicinandosi progressivamente a quella attuale, a partire dal 2022, con l’inizio della guerra in Ucraina. Il toni sono più fermi e il messaggio di solidarietà incondizionata all’Ucraina è chiaro, accompagnato da misure concrete per liberarsi dalla dipendenza energetica russa, trovare fonti energetiche alternative e più verdi e difendere la democrazia e lo stato di diritto nell’Unione Europea e ai suoi confini (Commissione Europea, 2022). Nel 2023, dichiarato anno europeo delle competenze, viene inoltre introdotta l’idea di un’Europa al centro dello scenario globale, ma le cui complesse sfide interne le impediscono di contare davvero. Per questo motivo, si ritiene necessario rafforzare i partenariati con l’Africa e il Sud Globale, facendo leva sulla collaborazione economica per accrescere quella politica, e potenziare l’industria europea in un mondo sempre più multipolare, tramite la semplificazione dei processi burocratici e lo sviluppo di nuove competenze per i lavoratori (Commissione Europea, 2023). Nel 2024, invece, non si è tenuto il tradizionale discorso sullo Stato dell’Unione a causa di un periodo di transizione istituzionale riconducibile alle quinquennali elezioni del Parlamento europeo e alla conseguente formazione di una nuova Commissione, nonché l’inizio del secondo mandato di Ursula Von der Leyen (Europe Direct Lombardia, 2025).
Il discorso del 2025 appare come la reazione all'inasprimento delle condizioni degli anni precedenti: l’Europa si vede costretta a proteggere il proprio futuro in un contesto interno ed internazionale sempre più instabile, i cui attori sono apertamente ostili alla storia e ai valori comunitari. In questo modo le vecchie problematiche trovano terreno fertile in un’Unione nuovamente in crisi, lasciata sola ad affrontare le proprie dipendenze e la propria debolezza (Commissione Europea, 2025). Per questo motivo è possibile affermare che il discorso di Ursula Von der Leyen si differenzia dai precedenti più per portata storica e fermezza che per contenuti. Infatti, le analogie tematiche sono molteplici, a partire dal richiamo ad un’Europa forte e resiliente di fronte alle sfide, in grado di contare nello scenario internazionale ma dilaniata dalle divisioni interne, fino alla centralità del tema della guerra e alla chiara identificazione della Russia come nemico della sicurezza europea e dello stato di diritto (Politico, 2025).
A questo, nel 2025, si aggiungono la volontà di sviluppare una difesa comunitaria e la grave situazione umanitaria causata in Palestina da Israele. Di fronte a questi problemi si ripropongono soluzioni molto simili a quelle passate, come l’indipendenza energetica, la differenziazione dei partenariati, il rilancio del mercato unico e del Green Deal, e maggiori investimenti sulle competenze dei cittadini e dei lavoratori (Commissione Europea, 2025). Nonostante siano stati introdotti alcuni elementi di novità nel settore sociale e nella difesa, l’Europa sembra intrappolata in uno stallo: essa è sempre più ambiziosa, ma la mancanza di risorse e di unità non le permette di stare al passo con le riforme che dovrebbe attuare per realizzare i suoi obiettivi, costringendola a replicare le stesse dinamiche e riproporre le stesse soluzioni in un contesto sempre più spietato. La consapevolezza dell’effettiva impotenza europea si riflette nella domanda con cui la Presidente della Commissione inizia il suo appello ai deputati, “L’Europa è in grado di affrontare questa lotta?” (Commissione Europea, 2025), e quindi, avrà la forza di superare le proprie divisioni per raggiungere i propri obiettivi o si bloccherà nel litigio tra Stati membri e istituzioni?. Per prepararsi, Von der Leyen propone un rafforzamento delle forze europeiste e la ricerca di compromessi per arrivare ad accordi comuni. Tuttavia, i recenti atteggiamenti del Parlamento e degli Stati Membri sembrano sempre più indirizzarsi verso la seconda opzione (EUNews, 2025).
Il discorso sullo Stato dell’Unione 2025: Il ruolo internazionale dell’UE
Uno dei principali messaggi trasmessi da Von der Leyen nel suo discorso è che per rinascere più forte e unita l’Europa debba iniziare a mettere al primo posto sé stessa, contando sulle proprie risorse e puntando sulle proprie competenze. Non si tratterebbe di un nuovo protezionismo, bensì di un momento di riflessione e crescita interna, con un occhio di riguardo per la preservazione delle proprie relazioni esterne (Politico, 2025). Questo permetterebbe di trovare una stabilità interna tale da poter perseguire il suo obiettivo di occupare un ruolo internazionale di rilievo. È in quest’ottica che sono state proposte innovazioni ecologiche, tecnologiche e sociali in grado sia di incrementare i punti di forza che di affrontare i punti deboli dell’attuale sistema comunitario. A partire dallo sviluppo di nuovi meccanismi di finanziamento per il settore della difesa, che puntano ad esaltare le specificità dei singoli Stati membri, agli investimenti nel settore della ricerca, dello sviluppo di auto elettriche europee e della protezione delle condizioni lavorative, diventa evidente la volontà comunitaria di accrescere le proprie capacità, incrementando anche la cooperazione interna, prima di fare affidamento su attori esterni (Commissione Europea, 2025).
Tuttavia, pur concentrandosi sul suo futuro, l’Unione non può ignorare quello che le accade intorno e che determina necessariamente il suo ritmo e le sue modalità di crescita. Per questo, anche se diretto verso l’interno, Von der Leyen ha dedicato una grande parte del suo discorso agli altri attori internazionali, spesso descrivendoli come propulsori stessi dell’azione comunitaria, in quanto essi costringono l’Unione a prendere una posizione (ISPI, 2025). Un esempio lampante è la situazione tra Russia e Ucraina, centrali nella narrazione europea a partire dal 2022, la cui importanza per lo sviluppo della solidarietà è sempre più evidente. L’idea di un’Europa internamente forte e in grado di imporsi tra le altre potenze nasce proprio per la necessità di contrastare la minaccia valoriale e militare che rappresenta la Russia, dipinta come il più grande nemico di un’Unione basata sul diritto e la pace (ISPI, 2025).
È stato Putin a dare inizio ad un nuovo ordine globale basato sull’uso della forza bruta (Center for New American Security, 2025) e a mettere a repentaglio la sicurezza europea in modo comparabile al primo dopoguerra, con la minaccia di un ampliamento del conflitto sempre dietro l’angolo. L’Ucraina, vittima di un mondo in cui i valori europei non valgono più, diventa l’Europa tutta e la lotta per la sua sopravvivenza una lotta per la preservazione stessa del progetto comunitario (European Policy Centre, 2025). Lo dimostra la volontà della Commissione di raccontare durante il discorso la storia di Sasha, ragazzo ucraino rapito dalle forze militari russe e costretto ad adottare una nuova identità lontano dalla sua famiglia (Commissione Europea, 2025). Una scelta atta a mostrare gli orrori e gli effetti meno visibili della guerra, ma anche come mezzo di astrazione del conflitto in corso: non solo la battaglia di un Paese contro l’invasione, ma anche una battaglia tra bene e male, tra la protezione dei diritti umani da un lato, e l’utilizzo della violenza indiscriminata dall’altro (Wilfried Martens Centre for European Studies, 2025).
Per fare fronte ad un contesto internazionale ormai irrimediabilmente corrotto dall’uso della forza, in quanto secondo Von der Leyen tutte le potenze continueranno a comportarsi come in guerra anche alla fine di quest’ultima, non basta più basarsi solo sulla NATO, ma occorre che l’Unione si prenda le proprie responsabilità per per decidere liberamente il proprio destino (Commissione Europea, 2025). Nella lotta all’espansionismo russo, perciò, le proposte sono innumerevoli e mettono al centro la protezione dei confini dell’Unione come baluardo della sua stessa difesa. Si inizia dall’inasprimento delle pene già esistenti, con l’annuncio del diciannovesimo pacchetto di sanzioni alla Russia e dell’intenzione di attingere ai guadagni provenienti dai beni russi bloccati per finanziare i prestiti di riparazione all’Ucraina, in modo da far pagare indirettamente alla Russia i danni da lei stessa causati (Consiglio Europeo, 2025). Viene poi ribadita la necessità di sviluppare un’autonomia strategica in ambito energetico, estirpando la dipendenza dai combustibili fossili russi tramite la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e la produzione comunitaria di fonti energetiche più verdi (Reuters, 2025). In questa iniziativa rientra anche lo smantellamento della flotta ombra russa, l’insieme di navi cisterna che operano ai limiti della legalità per trasportare petrolio e altri derivati russi. Il loro obiettivo è di aggirare le sanzioni imposte da Unione Europea e Stati Uniti, coinvolgendo Paesi non interessati dalle sanzioni quali l’India, la Cina, la Turchia e i Paesi africani (Osservatorio Russia, 2025). Queste petroliere agiscono generalmente al di fuori dei canali ufficiali, interferendo con il tracciamento o operando trasferimenti ship-to-ship che permettono di trasportare il greggio tra più imbarcazioni per confondere l’origine del carico. Le navi che partecipano a questa iniziativa hanno spesso più di vent’anni di servizio, sono intestate a società di comodo in Paesi con minore trasparenza e non utilizzano i grandi assicuratori occidentali, per impedire alle autorità europee di risalire facilmente alla loro origine. Per l’Unione Europea questo rappresenta una minaccia perché rischia di vanificare il suo principale strumento di ritorsione, oltre a legittimare gli Stati Membri critici nei confronti delle sanzioni, dimostrando come queste danneggiano più gli interessi economici europei che quelli russi (Osservatorio Russia, 2025).
In parallelo a queste misure coercitive, sono stati proposti nuovi strumenti politici ed economici a sostegno dell’Ucraina, atti a rafforzarne le difese e a proteggerne la sovranità. Sempre per salvaguardare i principi e i valori comunitari, si prevede un nuovo vertice della coalizione per i bambini ucraini rapiti dalle forze armate russe, con l’obiettivo di contrastare l’utilizzo dei civili come mezzi di guerra e garantire il rispetto dei diritti dell’uomo e dei minori (Commissione Europea, 2025).
Secondariamente, l’azione europea si concentra sul rafforzamento dei propri confini, per evitare un ulteriore ampliamento del conflitto. In questo contesto, la collaborazione con i Paesi vicini e l’allargamento dell’Unione si prefigurano come veri strumenti di politica estera. È stato concesso più spazio, innanzitutto, alla proposta proveniente dai Paesi Baltici di costruire un muro di droni, un sistema tecnologico e operativo multilivello che mira a contrastare le minacce provenienti da diversi strumenti di guerra ibrida (Politico, 2025). Esso prevede di raccogliere diverse tecnologie in grado di creare un sistema di difesa dei confini europei basato non solo su droni automatizzati e sistemi di contromisura, bensì anche su sorveglianza autonoma con l’intelligenza artificiale e reti di sensori multilivello, collegati a un comando centrale che ne garantisca l’interoperabilità (National Defense Magazine, 2025).
Allo stesso modo, l’allargamento dell’Unione verso i Balcani e la Georgia viene rivisitato in chiave strategica, come metodo per accrescere il numero di alleati europei, in un momento di profonda solitudine valoriale e politica (BST Europe, 2025). Questo permetterebbe anche di rinnovare la propria influenza in quei territori politicamente ed economicamente instabili, bersaglio prediletto per il controllo delle potenze illiberali (Geopolitical Monitor, 2025).
A questa tendenza si ricollega anche l’aumento delle spese militari europee: Con il Piano Readiness 2030 e lo strumento finanziario SAFE, l’UE mira a mobilitare complessivamente circa 800 miliardi di euro per investimenti nel settore della difesa entro il 2030, con uno stimolo economico in prestiti agli Stati Membri pari a oltre 150 miliardi di euro, e una struttura simile a quella implementata per il Next Generation EU (Commissione Europea, 2025). Un motivo di vanto per la Commissione di Von der Leyen, che nei primi mesi della sua seconda presidenza è riuscita ad avanzare l’obiettivo di creare una difesa comune che l’Unione ha perseguito fin dalle sue origini, e che le garantirebbe maggiore indipendenza e rilevanza internazionale. Oltre allo sviluppo dell’autonomia strategica, i nuovi investimenti europei si inseriscono perfettamente nella narrazione di un’Europa ormai sola e in guerra contro le potenze illiberali. La fragilità europea nel nuovo ordine internazionale, in base a questa logica, può essere contrastata incrementando la sua capacità di azione militare per difendere sé stessa e i suoi vicini, creando maggiore cooperazione tra gli attori che prendono parte a tale processo, e dando all’Unione le sembianze di una potenza in grado di garantire sicurezza ai propri alleati (Wilfried Martens Centre for European Studies, 2025). Tuttavia, utilizzando la difesa come panacea dei problemi comunitari si corre il rischio di ignorare le cause strutturali che hanno reso necessarie simili misure. Puntando principalmente sulla difesa per rafforzare il proprio ruolo, l’Unione rischia di dotarsi di un grande impianto militare che è però incapace di usare in quanto dilaniata internamente dagli scontri dei suoi membri e dal divario tecnologico ed economico che la separa dai suoi concorrenti internazionali (ISPI, 2025). Non bastano, quindi, le risorse, ma sono necessarie la volontà e la capacità di agire per cambiare le cose.
L’Unione tra due crisi: Palestina e Stati Uniti
Quanto mostrato in precedenza con il conflitto tra Russia e Ucraina, diventa ancora più evidente nella reazione europea alla situazione che Israele sta operando a Gaza e nel resto della Palestina a partire dal 7 ottobre. La Presidente della Commissione ha descritto tale situazione come un’atrocità e ha fermamente ribadito la sua contrarietà all’utilizzo della carestia come arma da guerra (Commissione Europea, 2025). Von der Leyen ha poi proposto misure concrete per minare gli sforzi bellici israeliani, come una parziale revisione degli Accordi di Associazione con Israele, sanzioni contro ministri estremisti e coloni violenti, dazi fino al 37% sulle importazioni e la sospensione di circa 20 miliardi di fondi europei (The Guardian, 2025). Tutte le proposte sono state confermate lo scorso 17 settembre, quando la Commissione ha confermano l’intenzione di agire concretamente per porre fine alla tragedia umanitaria (EuNews, 2025), incoraggiata dalla richiesta del Paramento Europeo di riconoscere la Palestina (EuroNews, 2025) e dal più recente rapporto della Commissione Internazionale d’Inchiesta dell’ONU, che difinisce le azioni di Israele in Palestina come atti di genocidio (OHCHR, 2025). Inoltre, è stato messo in rilievo il ruolo dell’Europa come più grande donatore di aiuti umanitari al mondo e la sua contribuzione annuale alla Palestina pari a 170 milioni di euro, oltre alle 4900 tonnellate di aiuti salvavita consegnati tramite la creazione di ponti-aereo (Commissione Europea, 2025). Tuttavia, nonostante questi contributi non possano essere considerati indifferenti, il loro effetto viene reso tale dalla difficoltà dell’Unione di passare dalle parole ai fatti. Delle misure proposte dalla Commissione per indebolire Israele solo la sospensione dei fondi europei è direttamente applicabile, mentre tutte le altre dovranno affrontare un voto a maggioranza qualificata al Consiglio e l’unanimità nel caso delle sanzioni, passaggi che la stessa Von der Leyen descrive come tutt’altro che scontati (ISPI, 2025). La scelta di optare per una sospensione parziale dell’accordo con Israele, vanificandone il potenziale, è dovuta anche ad un tentativo di evitare l’unanimità, che in questo caso si sarebbe rivelata fatale. È possibile affermare, quindi, che è la struttura stessa dell’Unione, e i rapporti di forza tra le sue istituzioni, a limitarne la capacità di azione. In un simile contesto, anche la presenza di risorse e della volontà di agire è oscurata dalla strutturale incapacità comunitaria all’azione (ISPI, 2025).
La situazione è ulteriormente aggravata dal disimpegno di uno storico alleato europeo: Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno reso chiara la volontà di pensare solamente allo sviluppo del proprio potere, considerando il sostegno, soprattutto militare, all’Europa e alla NATO come un peso eccessivo (BBC, 2025). Questa tendenza è evidente non solo nell’avvicinamento di Trump a leader autoritari come Putin e Netanyahu, ma anche nella guerra commerciale intrapresa con la maggior parte delle altre potenze, compresa l’Unione Europea (BBC, 2025). In una delle parti più contestate di tutto il suo discorso, la Presidente della Commissione ha difeso l’accordo commerciale raggiunto con gli Stati Uniti, affermando che fosse l’unica soluzione per preservare le relazioni transatlantiche in un periodo di instabilità internazionale (Commissione Europea, 2025). In particolare, l’accordo prevede un tetto massimo di tariffe all’esportazione di prodotti europei pari al 15%, con alcune esenzioni per settori chiave, come quello aeromobile, e prodotti tra cui sughero e farmaci generici (Politico, 2025). Nonostante l’Europa sia così riuscita ad ottenere condizioni ben più favorevoli rispetto a quelle di altri Paesi, come il 50% di dazi imposti ad India e Brasile (NBC News, 2025), sono stati in molti a criticare i risultati delle trattative, descrivendoli come una resa incondizionata dell’Unione a richieste svantaggiose per i suoi stessi interessi. Dai partiti politici del Parlamento europeo, che accusano la Presidente di allearsi con gli stessi attori che vogliono distruggere l’Europa o di proteggere solamente il proprio profitto (EuroNews, 2025), alle organizzazioni settoriali, per cui settori fondamentali come quello dell’agricoltura non sono stati adeguatamente protetti (Coop News, 2025), fino a Mario Draghi, che vede l’accordo come concluso in gran parte alle condizioni statunitensi e suscettibile ad aggravare le dipendenze e vulnerabilità europee (Il Sole 24 ORE, 2025).
Sono state proposte diverse soluzioni per fare fronte a questi problemi interni ed internazionali, basate principalmente sulla differenziazione dell’approvvigionamento di energia e materie prime fondamentali, per ridurre la dipendenza europea, e la conclusione di nuovi accordi commerciali, come quelli in corso con il Mercosur, l’Indonesia, l’India, la Malesia e il Sud Africa (Commissione Europea, 2025). Inoltre, Von der Leyen promette di “rompere le catene dell’unanimità”, ampliando l’applicazione della maggioranza qualificata e sostenendo il potere di proposta del Parlamento (Commissione Europea, 2025). Affinché questo accada, però, è necessario che tutti gli attori operanti all’interno dell’Unione, sia Stati Membri che istituzioni, si assumano le proprie responsabilità e siano pronti a fare delle concessioni, dando priorità all’unità interna.
Un’Europa sociale e competitiva: le nuove proposte della Commissione
“Il mondo vuole scegliere l’Europa” afferma Von der Leyen (Commissione Europea, 2025), e l’Europa deve essere pronta ad essere all’altezza delle aspettative. Questo il mantra che ha caratterizzato la sezione del discorso dedicata alle innovazioni tecnologiche ed economiche. Anche in questo caso, l’Europa è chiamata a concentrarsi innanzitutto su sé stessa, attuando tutte le riforme necessarie per completare il mercato unico, ridurre le proprie dipendenze, supportare le sue attività economiche e raggiungere gli obiettivi in ambito economico, sociale e digitale. Ancora una volta, la responsabilità verso i propri valori e gli alleati internazionali vengono visti come strumenti di propulsione all’azione.
Sulla base di numerose consultazioni strategiche con rappresentanti di settori industriali chiave, e del report pubblicato lo scorso anno da Mario Draghi, la cosiddetta “Agenda Draghi” composta da 170 proposte per ridare slancio alla competitività europea (Commissione Europea, 2024), la Presidente della Commissione ha annunciato la creazione della “bussola per la competitività”. Uno strumento che, proprio come l’oggetto che rappresenta, vuole guidare l’Unione Europea a realizzare nei prossimi anni tre fondamentali obiettivi: la riduzione delle dipendenze eccessive, la chiusura del divario in materia di innovazione e un aumento della decarbonizzazione e della competitività europea (Commissione Europea, 2025). Affinché questo accada, la bussola prevede cinque passaggi intermedi, ad iniziare dal completamento del mercato unico e dalla semplificazione della burocrazia per le aziende europee, fino ad un aumento dei finanziamenti e della cooperazione, e una maggiore enfasi sugli aspetti sociali della propria economia di mercato (Commissione Europea, 2025).
In particolare, i primi due aspetti si inseriscono perfettamente nelle finalità a lungo termine della nuova Unione delineata da Von der Leyen, garantendo maggiore autonomia, affidabilità e attrattività. Secondo uno studio del Fondo Monetario Internazionale citato dalla stessa Von der Leyen, infatti, le barriere interne al mercato unico sarebbero equivalenti ad un dazio del 45% sulle merci e ad un dazio di oltre il 110% sui servizi, sottolineando indirettamente come i limiti interni possano danneggiare gli interessi europei più degli accordi esterni (FMI, 2024). Per questo, nei prossimi anni, numerose azioni verranno intraprese per abbattere le cosiddette “Terribili 10”, le barriere che ancora impediscono il raggiungimento di un vero mercato unico, e per semplificare la crescita industriale comunitaria (Il Sole 24 Ore, 2025). Tali misure si concentreranno soprattutto sull’armonizzazione delle pratiche commerciali e del diritto azionario tra gli Stati Membri, in modo da creare un “ventottesimo regime” che riunisca tutti quelli nazionali e consenta alle aziende di non dover differenziare le proprie politiche in base al Paese in cui ha sede (La Repubblica, 2025). Questo comporta un intervento della Commissione per incoraggiare l’applicazione di regole comuni, nominando un rappresentante di per il mercato unico e organizzando incontri politici di alto livello della Task Force per l’applicazione del mercato unico, e l’implementazione di misure concrete affinché questo accada. Si prevede, soprattutto, un aggiornamento della legislazione in materia di gestione di prodotti obsoleti e smaltimento, conformità dei prodotti, sorveglianza della conformità, e standardizzazione, oltre che un adeguamento delle normative relative al riconoscimento delle qualificazioni professionali e delle regolamentazioni nazionali su servizi (Commissione Europea, 2025). Di rilievo sono anche i nuovi pacchetti di semplificazione, sei misure omnicomprensive per alleviare il carico della burocrazia comunitaria. Questi mirano a ridurre la complessità in settori eccessivamente regolamentati, tra cui la sostenibilità, l’agricoltura, le piccole e medie imprese, la difesa e le norme di etichettatura dei prodotti chimici (Commissione Europea, 2025). Inoltre, la Commissione ha chiesto ai suoi dipartimenti di eliminare tutte le proposte legislative non approvate nel corso di più di due anni, per semplificare il proprio lavoro di revisione e concentrarsi sulle priorità attuali, ed è prevista un’ulteriore semplificazione della normativa sul distacco dei lavoratori, coloro che vengono inviati dalla propria azienda per svolgere un periodo di lavoro all’estero, facilitano il loro accesso in altri Stati Membri (Politico, 2025). Non solo, secondo la Commissione, questo permetterebbe di risparmiare oltre 8 miliardi di euro all’anno, ma renderebbe l’Europa un luogo più attraente per le attività commerciali, eliminando gli svantaggi competitivi che oggi la contraddistinguono rispetto a mercati meno regolamentati (Politico, 2025).
Alcuni gruppi politici, però, vedono in questa nuova tendenza europea un pericolo di eccessiva deregolamentazione, sull’onda delle simili politiche statunitensi. Se è vero, infatti, che l’eccessiva regolamentazione scoraggia l’investimento dei mercati, dall’altro non bisogna rischiare di eliminare il fattore regolativo che garantisce affidabilità e qualità dei prodotti europei (Politico, 2025). René Repasi, parlamentare tedesco nel gruppo dei Socialisti e Democratici, sintetizza questo concetto con l’apprensione che la semplificazione non sia intrinsecamente scorretta, in quanto più volte richiesta dagli stessi rappresentanti aziendali a livello comunitario, ma che essa stia accadendo troppo velocemente. Secondo la sua visione, eliminare bruscamente alcuni elementi del complesso sistema legislativo europeo senza valutarne adeguatamente in anticipo le conseguenze potrebbe portare a più danni che benefici (Politico, 2025).
Lo stesso ragionamento è applicato anche negli ambiti dell’ecologia e dell’innovazione. La prima viene declinata prevalentemente in ambito imprenditoriale, con proposte come il Clean Industrial Deal e l’Affordable Energy Action Plan, che prevedono di ridurre almeno del 30% le emissioni industriali e di risparmiare al contempo sui costi energetici (Commissione Europea, 2025). Secondo la Commissione, si potrebbero così risparmiare fino a 45 miliardi di euro annualmente, per un totale di 260 miliardi fino al 2040, oltre a ridurre drasticamente la dipendenza energetica ed aumentare l’efficienza delle aziende europee (Commissione Europea, 2025). La seconda, invece, presenta diversi elementi di novità che si basano sull’incremento dell’attrattività di ricerca e sviluppo europeo. Sfruttando le restrizioni imposte in questi settori da altri Paesi, come gli Stati Uniti, l’Unione vuole mostrarsi come un ambiente aperto e accogliente, capace di diventare il nuovo centro dell’innovazione mondiale. A questo fine, la Commissione ha proposto il programma “Choose Europe” che prevede lo stanziamento di 500 milioni di euro per offrire ai ricercatori contratti più stabili e ambienti di qualità e libertà accademica, con un aumento significativo anche dei fondi a disposizione del programma Horizon Europe, che inserisce la ricerca a tutti gli effetti nel più ampio quadro della competitività (Commissione Europea, 2025). Allo stesso modo, la strategia per le start-up e le scale-up, mira a facilitarne il finanziamento e l’accesso a network e servizi, con la volontà di attrarre e mantenere in Europa i talenti più promettenti (BST Europe, 2025).
Nonostante queste iniziative favoriscano sicuramente gli obiettivi a lungo termine dell’Unione e si allineino perfettamente con il crescente bisogno di autonomia strategica, non mancano i commenti diretti al repentino cambiamento di atteggiamento da parte della Commissione e all’effettiva implementazione efficace delle proposte. Sono i ricercatori stessi, infatti, a criticare l’inserimento della ricerca in una logica competitiva, con il rischio di aumentare ulteriormente il peso burocratico sulla ricerca, diminuendo i salari (Sifted, 2025). Allo stesso modo, è Mario Draghi a sferrare le critiche più dure nei confronti dell’azione comunitaria, affermando che i cittadini europei sono ormai delusi dalla strutturale incapacità dell’Unione di dare realizzazione alle proprie promesse e sostenendo che le prime riforme debbano essere implementate nel giro di pochi mesi, non anni (Il Sole 24 Ore, 2025).
Per completare le misure della bussola, infine, l’Unione ha proposto misure in ambito sociale con l’obiettivo di rafforzare la dimensione umana e sostenibile del proprio mercato. Dalle riforme nel settore abitativo, con la costruzione di nuovi luoghi affinché tutti in Europa possano godere del “diritto all’abitare”, fino allo sviluppo di condizioni lavorative più giuste, la volontà alla base è quella di migliorare il benessere dei cittadini e dei lavoratori europei, sia per migliorare la loro competitività che per dare concreta attuazione al sistema valoriale europeo (Commissione Europea, 2025).
Tuttavia, anche in ambito sociale e produttivo, sono molte le categorie che non hanno ricevuto risposta alle loro esigenze, ad iniziare dagli agricoltori che vedono con preoccupazione l’inserimento della Politica Agricola Comune nei Piani di Partenariato Nazionali e Regionali nel nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, con il rischio di una riduzione di fondi e una riduzione della sua rilevanza dovuta all’accorpamento di diverse aree produttive (Coop News, 2025). Anche ai giovani europei e alle loro preoccupazioni in un turbolento periodo storico non viene data attenzione, tralasciando questioni a loro cruciali come il preoccupante incremento di dispersione scolastico, la disoccupazione giovanile e la salute mentale. Sono infine le politiche di coesione, prima pilastro portante delle riforme europee, ad essere messe da parte, con una sola menzione da parte di Von der Leyen relativa alla possibilità per gli Stati Membri di riassegnare i fondi alle nuove priorità strategiche. Nonostante le ambiziose proposte della Commissione, il malcontento interno resta evidente: molte categorie sentono trascurate le proprie esigenze, mentre l’Europa sembra guardare più al mondo che a sé stessa, sollevando un dubbio centrale: Se il mondo vuole scegliere l’Europa, riuscirà l’Europa prima a scegliere se stessa?.
Reazioni e conseguenze: Riuscirà l’Europa divisa a dimostrarsi all’altezza?
Come stabilito dalla procedura, alla conclusione dell’intervento di Von der Leyen hanno avuto inizio gli interventi dei principali partiti politici europei, particolarmente critici nei confronti dell’operato della Commissione.
A fornire un iniziale supporto alle proposte della Presidente è proprio il suo partito, il Partito Popolare Europeo (PPE), uno degli unici a difendere l’accordo commerciale con gli Stati Uniti, definendolo migliore di una guerra commerciale, e a sostenere la riduzione dell’unanimità in questioni relative agli affari esteri, per mostrare un’Europa più unita a livello internazionale. Il leader del PPE Max Weber ha, inoltre, colto l’occasione per puntare apertamente il dito contro i colleghi socialdemocratici, affermando che la loro attitudine negativa di fronte a qualsiasi compromesso sia la causa dell’immobilità dell'Unione (EuroNews, 2025). A respingere le accuse è García Pérez, leader del gruppo dei Socialisti e Democratici, S&D, che vede invece nei suoi avversari politici il motivo per cui le riforme di Von der Leyen si riveleranno inefficaci. Una forte critica è poi rivolta all’accordo commerciale, chiedendo alla Presidente della Commissione che fine avesse fatto l’Europa che tanto vuole proteggere durante la stretta di mano con Donald Trump, e sollecitando quest’ultima a mettere al primo posto gli interessi dei cittadini europei (EuroNews, 2025). Nello stesso tono, anche se dal lato diverso della scacchiera politica, sono gli interventi dei Presidenti dei gruppi Renew Europe e dei Patrioti per L’Europa (PfE), Hayer e Bardella. Mentre il primo mette in luce la percepita debolezza dell’Unione Europea, contro Trump, Putin, la Cina e la crisi climatica, chiedendo un rafforzamento della sovranità europea e dei poteri di Parlamento e Commissione, il secondo mette in guardia Von der Leyen sulla disgregazione degli interessi a livello comunitario, domandandole se voglia davvero proteggere gli interessi europei o solo quelli tedeschi (EuroNews, 2025). Anche i Verdi, rappresentati dal co-Presidente Bas Eickhout, concentrano il proprio contributo sul vassallaggio comunitario agli Stati Uniti, sottolineando che l’Unione sta ancora “giocando a scacchi in un incontro di pugilato” (EuroNews, 2025) e che se non intende cambiare il suo metodo d’azione sarà nuovamente condannata all’irrilevanza internazionale. Per questo, l’Europa deve iniziare a considerarsi come un potere politico, e non più solo un mercato (EuroNews, 2025). Al contrario, il gruppo dei Conservatori e Riformisti (ECR), guidati dal leader Procaccini, si mostra più in linea con le priorità delineate da Von der Leyen, appoggiando cautamente l’accordo con Trump e ribadendo l’importanza della protezione dei valori europei (EuroNews, 2025). Alle critiche rivolte nei suoi confronti, la Presidente della Commissione ha voluto nuovamente lanciare un appello all’unità, chiedendo maggiore cooperazione tra le due istituzioni per rafforzare la democrazia europea non solamente con i dibattiti, ma anche con l’attuazione delle decisioni (EuroNews, 2025).
Tuttavia, i temi su cui i partiti politici europei sono d’accordo tra loro sembrano effettivamente pochi, nonché quelli di maggiore consenso. Oltre al bisogno di rafforzare l’immagine comunitaria, della riduzione dell’unanimità, dell’incremento delle sanzioni contro la Russia e della riduzione della dipendenza dagli Stati Uniti, la capacità dell’Unione Europea di trovare compromessi sembra estremamente limitata.
Come già dimostrato anche in altre occasioni, però, l’occasione per unirsi potrebbe essere la conseguenza di eventi esterni all’Unione stessa. Il bisogno di proteggersi dalle sempre più frequenti violazioni russe dello spazio aereo europeo ha convinto anche gli Stati Membri più scettici ad incrementare le spese di difesa e a supportare i Paesi più esposti dell’Europa dell’est (Parlamento Europeo, 2025). A tale scopo, le forze alleate della NATO, tra cui diversi Stati europei, hanno lanciato la missione Sentinella Orientale con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente il confine con la Russia da attacchi di guerra ibrida, tra cui il rilevamento e l’eventuale abbattimento di droni (ABC News, 2025). Un altro esempio è rappresentato dalla solidarietà di alcuni leader europei nei confronti della Danimarca, che detiene attualmente la presidenza semestrale del Consiglio Europeo, e che tra l’1 e il 2 ottobre ha ospitato una riunione informale sulla difesa, in seguito alla chiusura di diversi aeroporti a causa di passaggi di droni non identificati nel suo spazio aereo (Reuters, 2025). Francia e Germania hanno agito in prima linea, inviando a Copenhagen personale militare e sistemi di aviazione, seguiti da Svezia, Polonia e Regno Unito che hanno contribuito con truppe e sistemi anti-drone, alla cui preparazione verrà coinvolta anche l’Ucraina in quanto attore con maggiore conoscenza degli strumenti russi. Nonostante la rapida risposta europea alle minacce russe, è lo stesso presidente danese ad esprimere la propria inquietudine per la necessità di un così alto livello di militarizzazione di un incontro informale del Consiglio, ribadendo il profondo senso di insicurezza in cui potrebbe sprofondare l’Europa senza un’adeguata preparazione (EUNews, 2025). Allo stesso tempo, questo dimostra ancora una volta la centralità dello sviluppo di una difesa europea, soprattutto in un periodo storico caratterizzato dalla centralità di attori illiberali. Mentre Putin ribadisce che “senza la Russia non può essere garantito un equilibrio globale” (Leggo, 2025) e afferma che gli europei farebbero meglio a preoccuparsi della propria sicurezza piuttosto che un muro di droni (Leggo, 2025), per la prima volta gli Stati Membri sono riusciti a superare il tabù dell’utilizzo degli asset russi congelati per finanziare nuovi strumenti di sostegno all’Ucraina, discutendo anche di un suo possibile accesso all’Unione (Consiglio Europeo, 2025).
Determinante per ristabilire la fiducia nell’UE come attore capace di agire internazionalmente e di preservare i propri interessi e valori sarà, però, anche la sua capacità di gestione del conflitto Israelo-Palestinese. In questa fase di definizione collettiva del futuro del Medio Oriente, infatti, l’Unione Europea deve agire come un attore unito e affidabile, in grado di proteggere i diritti del popolo palestinese, dalla cui sopravvivenza dipende anche la credibilità europea, e di saper mediare con le altre potenze per imporre anche le proprie condizioni nell’accordo di risoluzione. Se l’Europa vuole davvero riacquistare la fiducia dei suoi cittadini, che chiedono la difesa della pace e dei diritti umani, e presentarsi come terzo polo, alternativo sia a Stati Uniti che Cina, allora dovrà fare valere la soluzione a due Stati e fare pressione su Stati Uniti ed Israele per andare oltre la prima fase del piano di pace (BBC, 2025), superando il timore di opporsi al Presidente statunitense e proteggendo l’auto-determinazione del popolo palestinese. Il rischio, altrimenti, è che l’Europa non riesca a smarcarsi dagli Stati Uniti e a proporre una propria visione del mondo, come accaduto fino ad ora per l’Ucraina.
Conclusione: L’Europa di fronte a sé stessa tra ambizione comune e frammentazione politica
Il Discorso sullo Stato dell’Unione 2025 segna una svolta nella narrazione politica europea, ponendo l’Unione di fronte alla propria immagine riflessa in un mondo sempre più ostile e frammentato. Ursula von der Leyen ha scelto di parlare a un’Europa in guerra con se stessa, chiamata a ridefinire il proprio ruolo internazionale e la propria identità politica in un contesto di crisi multiple, dalla guerra in Ucraina al conflitto israelo-palestinese, dal disimpegno degli Stati Uniti alle tensioni interne tra Stati membri e istituzioni.
Nel corso dell’articolo si è mostrato come lo Stato dell’Unione 2025 rappresenti al tempo stesso una sintesi e un punto di rottura rispetto ai precedenti discorsi: la Presidente riprende i temi della resilienza, dell’autonomia strategica e della difesa comune, ma con una retorica di lotta che rivela la percezione di un’Europa costretta ad agire per sopravvivere. L’enfasi sulla difesa e sull’autonomia energetica testimonia la volontà di liberarsi dalle dipendenze esterne, mentre le proposte economiche e sociali, dalla “bussola per la competitività” alle riforme per un’Europa più sociale e digitale, intendono restituire coesione e capacità di azione a un sistema comunitario indebolito da lentezze procedurali e divisioni politiche.
Tuttavia, dietro la retorica dell’unità, emerge la persistente tensione tra ambizioni sovranazionali e vincoli nazionali, che continua a ostacolare la piena maturazione politica dell’Unione. Le difficoltà nel dare seguito concreto alle misure sulla Palestina, le contraddizioni dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti e le reazioni contrastanti dei gruppi parlamentari rivelano una fragilità strutturale che nessuna riforma potrà superare senza un rinnovato consenso politico e sociale.
In questo senso, lo Stato dell’Unione 2025 non è soltanto un esercizio di indirizzo politico, ma una prova di identità collettiva: l’Europa è chiamata a decidere se essere un attore globale autonomo o un insieme di Stati paralizzati dalle proprie divisioni. La sfida, oggi più che mai, non è solo esterna ma interna: costruire un’Unione capace di tradurre le proprie promesse in azione, di difendere i propri valori senza rinnegare sé stessa, e di scegliere, finalmente, che tipo di futuro vuole per sé e per i suoi cittadini.
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