Autrice: Laura Battaini - Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Area Difesa & Sicurezza
Le terre rare rappresentano un nodo strategico nelle catene di valore dei sistemi di difesa europei. La loro importanza, tuttavia, non risiede nella scarsità geologica bensì nel controllo del know-how: la Cina non solo estrae e raffina il 97% della produzione mondiale, ma controlla anche l'intera catena di lavorazione di magneti ad alta prestazione e componenti elettroniche critiche. Questo controllo strutturale genera una vulnerabilità europea che il framework teorico della "Weaponized Interdependence" aiuta a spiegare. Le restrizioni all’export introdotte da Pechino nell’aprile e nell’ottobre del 2025 prevedono la necessità di possedere la licenza per l'esportazione di terre rare, prodotti derivati e tecnologie di trasformazione; tali misure dimostrano la possibilità da parte del governo cinese di utilizzare tale controllo come uno strumento di coercizione geopolitica. L'articolo sostiene che la vulnerabilità europea non può essere risolta ricercando l’autonomia totale, ma richiede una strategia di resilienza multidimensionale basata su innovazione, riciclo e diversificazione geografica.
Le terre rare e il loro ruolo nel settore della difesa
Nel 2023, la Commissione Europea ha condotto uno studio sulle Materie Prime Critiche, includendo nella lista ufficiale ben 34 elementi, 17 di questi sono classificati come terre rare. Le terre rare sono elementi della tavola periodica che hanno un peso atomico compreso tra 57 e 71 (Commissione Europea, 2023), le cui proprietà ottiche e magnetiche le rendono indispensabili per le tecnologie avanzate (Li et al., 2023). La rarità non deriva dalla scarsità geologica, ma dalla complessità tecnica ed economica dell’estrazione e della separazione di questi elementi (Lombardini, 2023).
Nel settore della difesa le terre rare sono componenti critici in quanto aumentano e migliorano la performance, la resistenza e l’efficienza dei sistemi d’arma contemporanei. I magneti permanenti derivanti dalle terre rare alimentano motori ad alta prestazione, sistemi di guida per i missili, sensori radar, componenti elettronici di sistemi d’arma e apparati di telecomunicazione militare (Baskaran, G., & Schwartz, M., 2025). Il 98% di questi magneti è importato dalla Cina, tale dipendenza rende le terre rare degli elementi di sicurezza nazionale per l’Unione Europea (N. Hintermayer e A. Hmaidi, 2025).
La strategia cinese
La Cina detiene oggi un primato incontrastato all’interno del settore delle terre rare, controllando la quasi totalità della produzione mondiale; tale dominio è il risultato di un lungo processo storico e politico. Il giacimento di Bayan Obo scoperto nel 1927 diventa velocemente il più grande sito di estrazione del mondo. Pechino ha costruito progressivamente il controllo della filiera: nel 1978, sotto la politica di apertura di Deng Xiaoping, la produzione è cresciuta del 40% annuo (Cindy H., 2010). Le terre rare vengono classificate come un bene strategico per la sicurezza nazionale cinese e gli investitori vengono sottoposti a joint venture obbligatorie con la partecipazione statale per il trasferimento del know-how e l’accesso a finanziamenti agevolati. Sono inoltre incentivati appositi programmi tecnologici di investimento nella ricerca e nello sviluppo dei processi di trasformazione delle terre rare (Cindy H., 2010). Nel 2000, la chiusura della miniera statunitense di Mountain Pass, incapace di competere con i prezzi cinesi e penalizzata da ingenti sanzioni ambientali, ha consolidato il monopolio cinese rispetto alla produzione mondiale (Klinger, J.M., 2017).
A partire dal XXI secolo, la Cina ha avviato una serie di restrizioni e meccanismi di controllo dei prezzi, con lo scopo di rafforzare ulteriormente la sua posizione di leadership nel settore. Nel 2020, l’approvazione dell’Export Control Law ha permesso al governo cinese di introdurre ulteriori controlli sui beni definiti centrali per la sicurezza nazionale (Baruzzi S., 2020). Nel gennaio 2023, il Ministero del Commercio ha aggiornato la lista delle tecnologie soggette a restrizioni all’export, includendo le tecnologie necessarie all’estrazione e alla lavorazione delle terre rare, limitando così il know-how disponibile fuori dai confini cinesi (Prina Cerai A., 2023). Il 4 aprile 2025 la Cina ha introdotto ulteriori restrizioni su 7 terre rare pesanti e relativi prodotti, richiedendo licenze di export e dichiarazione di uso finale (Szczepański M., 2025). Il 9 ottobre 2025 sono state aggiunte restrizioni su altre 5 terre rare, tecnologie derivate e personale esperto e qualificato (Szczepański M., 2025). Il risultato è che in questo modo la posizione di leadership di Pechino non riguarda più solo le terre rare come materie prime, ma estende il suo controllo sull’intera filiera di produzione e trasformazione. In un contesto internazionale segnato da costanti conflitti regionali, tensioni commerciali e competizione tecnologica, il controllo sulle catene globali di valore, può essere utilizzato in una chiave di Weaponized Interdependence.
Weaponized Interdependence: Il framework teorico
Il concetto di “Weaponized interdependence” elaborato da Farrell e Newman (2019) fornisce il quadro teorico per comprendere al meglio il potere strutturale cinese. Secondo gli autori, le reti economiche globali non sono dei sistemi neutri e simmetrici, ma strutture gerarchiche all’interno delle quali, certi nodi occupano posizioni di controllo strutturale. Gli stati che governano questi nodi centrali hanno una leva coercitiva che prescinde dalla forza militare o dal potere negoziale tradizionale, e che viene esercitata direttamente sull’infrastruttura dell’interdipendenza. Farrell e Newman distinguono due meccanismi di coercizione: il “panopticon effect” e il "choke point effect". Il panopticon effect consente agli stati con controllo sui nodi centrali di raccogliere intelligence massiva sui flussi che transitano attraverso le loro infrastrutture. Lo stato ha visibilità completa su transazioni, comunicazioni e comportamenti di attori terzi; la superiorità informativa derivante dal controllo strutturale costituisce uno strumento di coercizione, indipendentemente dall'uso effettivo dei dati raccolti.
Il choke point effect, invece, descrive la capacità di uno stato di condizionare, limitare o negare selettivamente l’accesso di attori terzi a determinate risorse. La coercizione non richiede necessariamente l’effettiva interruzione del flusso: è sufficiente la capacità credibile di attivare tale interruzione in modo arbitrario. Nel caso delle terre rare, i choke point non sono i giacimenti minerari, ma le capacità di estrazione, raffinazione, lavorazione e trasformazione in prodotto ad alto valore aggiunto. La posta in gioco non è la scarsità della risorsa in sé, ma il controllo discrezionale sul punto di passaggio obbligato che la materia deve attraversare per divenire prodotto ad alto valore aggiunto. Questo controllo è concentrato quasi totalmente nel territorio cinese.
L’impatto sul settore della difesa europea
L’interconnessione delle catene produttive europee con fornitori cinesi di terre rare è profonda. Un’analisi della Banca Centrale Europea ha evidenziato che l’80% delle grandi aziende europee si trovano a non più di tre passaggi di filiera da un fornitore cinese di terre rare (Szczepański M., 2025). Questa prossimità espone le industrie a rischi concreti. Nel comparto della difesa, tale vulnerabilità si traduce in una dipendenza diretta da componenti strategici: i magneti permanenti derivati dalle terre rare sono elementi critici per il funzionamento di motori ad alte prestazioni, sensori di sistemi d’arma di caccia o missili, laser, e componenti elettroniche per i sistemi di guida e controllo (N. Hintermayer e A. Hmaidi, 2025).
Il caso più citato a sostegno di questa lettura risale al 2010, quando la collisione tra un peschereccio cinese e due unità della guardia costiera giapponese nelle acque contese delle isole Senkaku/Diaoyu innescò una crisi diplomatica bilaterale, a cui seguì quella che la stampa internazionale ha descritto come una sospensione informale delle esportazioni cinesi di terre rare verso il Giappone. L’episodio è tuttora invocato come caso di scuola del choke point effect, ma la sua reale entità resta oggetto di dibattito accademico: un’analisi dei dati doganali di UN COMTRADE (Evenett e Fritz, 2023), non trova evidenza di una riduzione mirata delle esportazioni verso il Giappone nel periodo in questione, a differenza di quanto osservato per l’Australia nello stesso decennio, mettendo in discussione la ricostruzione più diffusa dell’episodio. Resta il fatto che, indipendentemente dalla sua reale entità, la percezione di una minaccia credibile fu sufficiente a produrre conseguenze politiche concrete: già nel novembre 2010 la trading company Sojitz siglò un accordo quadro con l’australiana Lynas Rare Earths, seguito nel marzo 2011 da un investimento di 250 milioni di dollari realizzato insieme alla Japan Oil, Gas and Metals National Corporation (oggi JOGMEC) con il sostegno del Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria giapponese, che garantì al Giappone diritti di fornitura prioritaria per un volume pari a circa il 30% della domanda nazionale di terre rare (Sojitz Corporation, 2026). Il fronte più recente della strategia di diversificazione giapponese si è aperto il 12 gennaio 2026, quando la nave Chikyu è salpata da Shimizu per la prima missione sperimentale al mondo di estrazione di "fanghi ricchi di terre rare" a 6.000 metri di profondità presso l'isola di Minamitori, dove nel 2018 erano state stimate riserve per circa 16 milioni di tonnellate. Il progetto, finanziato con circa 250 milioni di dollari dal 2018, punta a neodimio, disprosio e terbio, elementi per cui il Giappone dipende quasi interamente dalla Cina, ma è ancora in fase di test, non di produzione, e resta contestato da comunità scientifiche e organizzazioni ambientaliste per il rischio di danno irreversibile agli ecosistemi marini (Cahill, 2026).
Riguardo all’approccio europeo, il Critical Raw Material Act (Commissione europea 2024/1252) stabilisce target ambiziosi: ridurre la quota di materie prime critiche importate da un singolo fornitore extra UE al 65% entro il 2030, accompagnato da target specifici per estrazione (10%), trasformazione (40%) e riciclo (25%) interni all'UE (Commissione Europea 2024/1252). Il 3 dicembre 2025 la Commissione Europea ha adottato il RESourceEU Action Plan con lo scopo di accelerare e ampliare gli sforzi per l'approvvigionamento delle materie prime critiche destinate ai settori automotive, difesa, aerospazio e data center (Commissione Europea, comunicato stampa, 3 dicembre 2025). Il piano nello specifico prevede una riduzione dell'importazione di terre rare da un singolo paese dal 95% al 42%, grazie a progetti strategici degli stati membri (Commissione Europea, 2025).
Tuttavia, lo sviluppo del know-how necessario e degli impianti per l’estrazione, la raffinazione e la lavorazione delle terre rare richiede capitali estremamente elevati e tempi di sviluppo pluriennali. Come analizzato in precedenza, il choke point risiede nelle competenze di trasformazione delle materie prime in magneti permanenti ad alte prestazioni così come nella miniaturizzazione dei componenti, non nei giacimenti minerali in sé di cui l’Unione possiede riserve verificate.
Estrarre di più o innovare meglio?
Spesso una delle soluzioni dibattute per raggiungere la sicurezza degli approvvigionamenti riguarda l’apertura di nuovi siti estrattivi in Europa, soprattutto nei paesi nordici quali Finlandia, Norvegia e Svezia (MAECI, 2024); ma tale soluzione presenta numerose limitazioni a livello temporale, economico, ambientale e sociale. Una strategia di lungo periodo deve considerare nuove strade per lo sviluppo e la resilienza, legate alla ricerca, all’innovazione e al riciclo.
Il riciclo di terre rare da prodotti end-of-life (batterie, componenti elettronici, sistemi di difesa dismessi) rappresenta un’importante leva strategica. Attualmente, a causa di costi di smantellamento elevati, volumi troppo bassi, e design sempre meno orientati alla divisione dei pezzi data la miniaturizzazione, il riciclo rimane a livello artigianale all’interno dell'UE, non riuscendo a compensare la domanda europea soprattutto nel settore della difesa e dell’alta tecnologia (Righetti E. et al., 2022). D’altra parte, il Giappone offre un termine di paragone concreto. Già nel 2012 Honda aveva sviluppato il primo processo al mondo di recupero delle terre rare dalle batterie dei veicoli ibridi, capace di estrarre oltre l'80% dei metalli con una purezza superiore al 99% (Honda Motor Co., 2013). Più di recente, nell'aprile 2026, Daikin, Hitachi, Shin-Etsu Chemical e Tokyo Eco Recycle hanno lanciato un'iniziativa congiunta per recuperare i magneti, sostenuta da circa 37,9 miliardi di yen (238 milioni di dollari) stanziati dal Ministero dell'Ambiente giapponese per il 2026, con piena operatività prevista dal 2027 (Nagase, 2026). Si tratta di volumi ancora contenuti rispetto alla domanda nazionale, ma il contrasto con la situazione europea resta netto: mentre in UE il riciclo delle terre rare rimane un'attività priva di una filiera industriale strutturata, in Giappone convivono un precedente industriale già collaudato e un finanziamento pubblico dedicato a scalarlo.
La dipendenza europea dalle terre rare cinesi è una vulnerabilità strutturale, l’obiettivo non deve essere il raggiungimento di un’autonomia totale: gli investimenti sarebbero economicamente insostenibili e i tempi di sviluppo incompatibili con l'urgenza della minaccia geopolitica. Una strategia realistica è la creazione di una resilienza multidimensionale: investimento simultaneo in riciclo, innovazione tecnologica, diversificazione geografica della trasformazione, e coordinamento strategico tra settore privato e pubblico. Solo attraverso questo approccio olistico l'UE può ridurre la sua vulnerabilità strutturale, consolidare le capacità interne di trasformazione, e mantenere un ruolo significativo nelle catene globali di valore. La competizione sino-europea si giocherà sulla capacità dell'Unione di sviluppare questa resilienza strutturale.
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BIBLIOGRAFIA
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