Focus
Autore: Cecilia Di Fulvio (Senior Researcher Mondo Internazionale GEO - Economia)
Introduzione
Il Sudest asiatico è la regione in via di sviluppo (degli undici Paesi che la compongono, solamente Singapore e Brunei sono classificati come economie avanzate) che negli ultimi vent’anni ha meglio conciliato una forte crescita economica (tra il 4% e il 5% annuo) con una relativa stabilità della stessa. Nonostante la limitata estensione territoriale (4,5 milioni di km²), il Sudest asiatico presenta una concentrazione di risorse minerarie che lo rendono un polo commerciale attrattivo per i grandi mercati della regione quali la Cina, il Giappone e la Corea del Sud. La crisi energetica del 2022-2023 ha contribuito ad accrescere l’interesse europeo sulle potenzialità energetiche dei Paesi ASEAN. Infatti, nel dicembre 2022 l’Unione Europea ha lanciato il Dialogo Energetico con l’Associazione degli Stati del Sudest Asiatico con l’obiettivo – tra gli altri – di facilitare la cooperazione in materia di sicurezza energetica. Inoltre, il contesto internazionale attuale posiziona la regione nella forbice della competizione strategica tra Cina e Stati Uniti, che agisce come elemento destabilizzatore ma anche come potenziale strumento di leva negoziale per i Paesi emergenti del Sudest asiatico.
Allo stesso tempo, la crescita economica e demografica nella regione incrementerà significativamente la domanda interna di energia nei decenni a venire. Ciò comporterà un bilanciamento tra ambizioni commerciali ed esigenze di consumo interno. Tale circostanza complica anche la transizione energetica dei Paesi ASEAN, che dispongono di importanti riserve di materie prime critiche oltre che di ambienti favorevoli per l’utilizzo di fonti rinnovabili. A questo proposito, l’Indonesia (Paese più rilevante della regione a livello demografico ed energetico) e il Vietnam stanno beneficiando delle Just Energy Transition Partnership (JETP), piani di decarbonizzazione progressiva del settore energetico che tengono conto delle esigenze socioeconomiche della popolazione impiegata nel settore e non. Queste iniziative mettono in risalto una problematica comune a molti Paesi in via di sviluppo dotati di ingenti risorse minerarie: l’esigenza di bilanciare la transizione energetica con la domanda crescente e con la tutela della forza lavoro nei settori tradizionali. In questo caso, non si potrà trascurare l’esposizione ai rischi ambientali dovuti alla geografia della regione e alla crisi climatica. Il concetto di sicurezza energetica nel Sudest asiatico è complesso e legato a fattori di varia natura, che rendono incompleta la concezione classica basata sulla triade “disponibilità-accessibilità-sostenibilità”.
1. Quadro del settore energetico nel Sudest asiatico
Gli undici paesi che compongono il Sudest asiatico (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Timor Est e Vietnam) sono accomunati da alcune tendenze demografiche e caratteristiche geografiche, ma presentano forti discrepanze in termini di sviluppo socioeconomico, risorse energetiche e strategie nazionali ad esse relative.
La popolazione del Sudest asiatico è destinata a crescere significativamente nei prossimi decenni (raggiungendo gli ottocento milioni nel 2050), con ricadute importanti sulla domanda di energia interna. Lo sviluppo economico, in particolare il relativo impatto sul settore industriale e dei trasporti, e l’elettrificazione concorrono a questa tendenza. Si prevede infatti che il PIL della regione supererà i dieci trilioni di dollari nel 2050 (più del doppio degli attuali 4,13 trilioni) e che il fabbisogno energetico crescerà del 40% o del 50% entro il 2050 in base alle politiche di settore adottate dai singoli Stati (IEA, 2024). Ciò conferma la tendenza registrata negli ultimi due decenni, quando la rapida crescita economica è stata accompagnata da un raddoppiamento della domanda.
Per quanto riguarda la regolazione dei mercati di energia elettrica, si rilevano importanti discrepanze tra i Paesi. Singapore e le Filippine hanno liberalizzato sia la generazione che il mercato all’ingrosso, mentre in Vietnam e Malesia solo alcuni segmenti del settore della generazione sono aperti alla concorrenza per il dispacciamento. Una quota significativa delle capacità è invece vincolata da PPA con le imprese statali secondo il modello dell’acquirente unico, che si applica all’intero settore in Indonesia e Thailandia.
In termini di mix energetico, l’aumento della domanda a livello regionale è stato finora soddisfatto principalmente dalla produzione e importazione di combustibili fossili, in particolare a base di petrolio (oltre il 30%, di cui il Vietnam è principale Paese produttore e consumatore), carbone (28% dei consumi, di cui il 90% viene prodotto in Indonesia) e gas naturale. Mentre la generazione di energia elettrica alimentata da carbone è cresciuta a ritmi secondi solo alla Cina e all’India nell’ultimo decennio, il surplus di gas – storicamente prodotto di esportazione indonesiano e malesiano sotto forma di GNL – è stato gradualmente eroso. I Paesi produttori della regione hanno significativamente incrementato la capacità di generazione di energia elettrica in termini assoluti. Tuttavia, la crescita demografica, l’urbanizzazione rapida e lo sviluppo industriale hanno comportato un aumento di domanda sproporzionato rispetto alle capacità interne, risultando in un incremento delle importazioni di energia del 150% negli ultimi vent’anni.
Inoltre, durante la crisi energetica del 2022-2023 dovuta all’aggressione russa dell’Ucraina, la dipendenza dalle importazioni ha comportato scarsità e forti aumenti dei prezzi del carbone e del gas. Nell’ottica di contenere i prezzi, i governi del Sudest asiatico hanno optato per la concessione di sussidi e tariffe incentivanti ai produttori. Tale scenario ha favorito la spinta – già in atto – verso lo sviluppo della generazione da fonti rinnovabili. Come anticipato, alcuni Paesi offrono condizioni geografiche favorevoli in tal senso: il Vietnam (con il 49% di generazione elettrica basata su fonti rinnovabili) e le Filippine (con il 22%) presentano il maggior grado di diversificazione tra energia idroelettrica (68% in Vietnam e 41% nelle Filippine), solare (rispettivamente 23% e 10%), eolica (10% e 5%), e geotermica (43% della capacità da rinnovabili nelle Filippine). L’idroelettrico è l’unica fonte rinnovabile che gioca un ruolo rilevante nel mix energetico degli altri Paesi. L’energia idroelettrica contribuisce al 76% dell’elettricità generata in Lao, che viene anche esportata in Thailandia e in Vietnam. In Indonesia e Malesia l’idroelettrico prevale tra le fonti rinnovabili, ma queste corrispondono attualmente soltanto al 18% della generazione totale di elettricità. Un altro settore in crescita lenta ma costante è quello della bioenergia: l’Indonesia, la Malesia, le Filippine, la Thailandia e il Vietnam hanno implementato delle politiche dirette a promuovere la produzione di carburanti di derivazione agricola quali il biodiesel e il bioetanolo. Seppure persistano delle difficoltà logistiche e questioni legate all’utilizzo della terra coltivata per scopi diversi dall’alimentazione, la presenza diffusa di piantagioni quali canna da zucchero, cassava, sorgo e olio di palma, nonché lo sviluppo industriale del settore, offrono opportunità di consumo ed esportazione significative. Infatti, la domanda di biocarburante prevista in Asia Pacifica nel 2030 è di circa duecentocinquanta milioni di litri annui, a fronte di una produzione di solo biocarburante per l’aviazione che secondo esperti di settore potrebbe superare i quattro miliardi di litri.
Un’altra categoria di risorse particolarmente rilevante per la transizione energetica è quella delle materie prime critiche. Infatti, lo sviluppo delle tecnologie di energia pulita ne richiede ingenti quantità per produrre turbine eoliche, veicoli elettrici, sistemi di stoccaggio delle batterie, smart grids (sistemi integrati di reti elettriche e di comunicazione) e semiconduttori. Alcuni Paesi ASEAN ne dispongono in proporzioni tali da costituire un anello fondamentale delle catene del valore internazionali. In particolare, l’Indonesia possiede il 22% delle riserve di nichel mondiali, il 16% di quelle di stagno e il 4% di quelle di bauxite, mentre si trova il Vietnam il 18% della bauxite e delle terre rare. Anche il Myanmar, le Filippine e la Malesia possiedono giacimenti di minerali critici, rispettivamente il 18% delle terre rare e il 14% dello stagno, il 5% del nichel, e il 2% dello stagno. Complessivamente, la regione contiene il 46% delle riserve di nichel mondiali, il 42% dello stagno, il 22,7% della bauxite e il 20% delle terre rare.
Figura 1, Fonte: US Geological Survey 2022, in ASEAN-IGF Minerals Cooperation 2023
Le scarse capacità di raffinazione dell’industria regionale rendono il Sudest asiatico dipendente da attori esterni al blocco, in primis la Cina. Nondimeno, la ricchezza mineraria e la rilevanza geoeconomica dei Paesi ASEAN li posiziona al centro della corsa globale per assicurarsi le catene del valore della transizione energetica e dell’industria tecnologica
2. Opportunità e pressioni: politiche, cooperazione, competizione
L’alta disponibilità di minerali critici favorisce sia lo sviluppo dell’industria delle energie rinnovabili a livello regionale che la cooperazione economica con attori esterni interessati alla diversificazione dell’approvvigionamento.
Riguardo il primo punto, i principali Paesi ASEAN hanno introdotto delle strategie nazionali volte all’attrazione di capitale per lo sviluppo infrastrutturale del settore. I tre maggiori Paesi che mirano alla neutralità carbonica entro il 2050 sono la Malesia, la Thailandia e il Vietnam, che si pongono come obiettivo di produrre rispettivamente il 40% entro il 2035, il 35% entro il 2036 e il 47% entro il 2030 dell’energia elettrica tramite fonti rinnovabili. A questo proposito, la Malesia ha presentato nell’ottobre 2023 la Hydrogen Economy & Technology Roadmap (HETR), che pianifica lo sviluppo nazionale dell’idrogeno verde nel medio e lungo periodo. Inoltre, nel luglio 2024 è stato adottato il Corporate Renewable Energy Supply Scheme (CRESS), che permette alle imprese di stipulare accordi di fornitura diretta con generatori di energia rinnovabile. Questa parziale liberalizzazione è volta a favorire gli investimenti nel settore, considerando la tenuta finanziaria relativamente solida del sistema elettrico nazionale. Tuttavia, la limitazione delle quote di investimento estere al 49% è un ostacolo in tal senso. Data la limitata liberalizzazione, gli interventi a favore delle rinnovabili in Thailandia si focalizzano principalmente sulle tariffe incentivanti (Feed-In Tariffs) per impianti senza costo combustibile (solare a terra, solare con accumulo, eolico, biogas da reflui/rifiuti), con PPA senza obblighi di capacità garantita o con obblighi parziali di capacità programmata secondo tecnologia e taglia. Il Vietnam ha adottato politiche simili ad entrambi i Paesi, con focus sull’emergente settore dell’energia solare. Inoltre, ha introdotto un programma di PPA diretti, permettendo la conclusione di accordi tra i produttori e gli acquirenti corporate per favorire la bancabilità dei progetti. La strategia vietnamita ha avuto successo nell’attirare ingenti somme di capitale, approfittando della volontà di multinazionali tecnologiche quali Apple, Samsung e Intel di spostare parte della produzione fuori dalla Cina. A partire dal 2017, sono stati sviluppati 173 progetti di energia solare ed eolica nel quadro di contratti a lungo termine (20 anni) beneficianti di Feed-In Tariffs, di cui 75 finanziati da investitori stranieri, rendendo il Vietnam il primo Paese della regione per capacità di generazione da rinnovabili.
Figura 2, Fonte: Financial Times, 2025
Tuttavia, il governo vietnamita ha recentemente capovolto la tendenza, annunciando l’interruzione delle tariffe incentivanti e mettendo così a rischio la stabilità della fornitura energetica per il settore manifatturiero. Questo avvenimento segnala l’importanza di pianificare l’eliminazione graduale dei sussidi in modo da evitare tagli improvvisi che influiscono negativamente sulla fiducia degli investitori. In termini di cooperazione internazionale, il Vietnam beneficia della Just Energy Transition Partnership (JETP) avviata a fine 2022 nel contesto della Southeast Asia Energy Transition Partnership (ETP), attraverso cui un gruppo di Paesi donatori (l’IPG, formato da UE, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Canada, Danimarca, e Norvegia) e la Glasgow Financial Alliance for Net Zero (GFANZ), mira a mobilitare quindici miliardi e mezzo di dollari in finanziamenti pubblici e privati diretti a ridurre l’utilizzo del carbone nella generazione di energia elettrica, sviluppare le rinnovabili ed infrastrutture energetiche più efficienti, garantire la sicurezza energetica nazionale anche in senso di accessibilità, e compensare la perdita di posti di lavoro nel settore minerario con nuove possibilità di impiego. Per raggiungere questi obiettivi, la Banca Mondiale stima che siano necessari centoquattordici miliardi di dollari fino al 2040.
- Anche l’Indonesia, primo esportatore di carbone e quarta potenza demografica mondiale, sta beneficiando della propria JETP, che include gli stessi partner di cui sopra ed è stata lanciata nel 2022 nell’ambito del più ampio JET Program che mira ad azzerare le emissioni del settore energetico. La Partnership, con obiettivi generali simili al Vietnam, ha lo scopo di mobilizzare venti miliardi entro cinque anni, che come già visto per il Vietnam costituisce solo una frazione del capitale necessario per decarbonizzare il settore in maniera sostenibile dal punto di vista socioeconomico (stimato ad oltre duecento miliardi di dollari). Se dal punto di vista tecnico la decarbonizzazione è facilitata dalla frammentazione del sistema energetico dovuta alla geografia insulare, d’altro canto le principali raffinerie di minerali critici nel Paese sono alimentate da carbone. Ad oggi, solamente il 6% dei venti miliardi previsti è stato sborsato, in forte ritardo rispetto ai tempi previsti. Seppure non comporti un danno irreparabile alle JETP, il ritiro da parte degli Stati Uniti dei tre miliardi previsti (in totale per le JETP di Indonesia, Vietnam e Sudafrica) nel marzo scorso impatta negativamente la valenza politico-strategica della Partnership. Il ripiegamento statunitense sugli impegni internazionali volti alla transizione energetica, unito alla politica commerciale trumpiana, ha catalizzato le spinte cinesi verso la ricchezza mineraria del Sudest asiatico, già manifeste tra il 2023 e il 2024 quando le imprese del Dragone hanno siglato accordi per un ammontare di 64 miliardi di dollari con il quasi-monopolista indonesiano Perusahaan Listrik Negara (Ghosal, 2025). Inoltre, la Cina ha acquisito la maggior parte delle miniere indonesiane di nichel. Questa tendenza non riguarda solamente i minerali necessari alla transizione energetica, ma anche quelli rilevanti per altri settori strategici quale la difesa: due aspiranti acquirenti cinesi, “sotto copertura” di imprese locali dal momento che Hanoi ha precedentemente impedito acquisizioni cinesi in settori di interesse nazionale, hanno espresso interesse in una miniera e raffineria di tungsteno in Vietnam. In seguito, una delegazione di diplomatici statunitensi ed europei ha ripetutamente visitato il complesso, dimostrando di volerne impedire il controllo cinese. Questo episodio è emblematico del ruolo che le risorse del Sudest asiatico giocano nella competizione geoeconomica.
- Alla luce del contesto internazionale attuale, l’Unione Europea sta lavorando per concludere accordi di libero scambio con diversi Paesi ASEAN nell’ottica di diversificare le fonti di approvvigionamento di materie prime critiche. L’accordo di libero scambio recentemente siglato con l’Indonesia prevede, tra le altre cose, l’eliminazione dei dazi sui “beni ecologici” e la facilitazione degli investimenti UE nelle rinnovabili e nei veicoli elettrici, mentre sono ripresi ad inizio 2025 i negoziati con la Malesia. L’Unione punta anche ad accordi con la Thailandia e le Filippine, mentre sono meno recenti (rispettivamente del 2019 e del 2020) l’accordo di libero scambio con Singapore e quello con il Vietnam che ha ridotto i dazi del 99%. Come anticipato, i due blocchi hanno avviato un dialogo sull’energia nel dicembre 2022, con il duplice obiettivo di migliorare la sicurezza energetica reciproca e offrire cooperazione allo sviluppo di settore tramite il più ampio ‘Global Gateway’.
3. Fattori di rischio
Nonostante gran parte dei Paesi ASEAN siano più stabili dal punto di vista macroeconomico rispetto a regioni in via di sviluppo ricche di minerali critici dell’Africa subsahariana e dell’America Latina, il Sudest asiatico non è esente da fattori di rischio, convenzionali e non. Le recenti tensioni sul confine tra la Thailandia e la Cambogia hanno riacceso l’attenzione sulla disputa territoriale latente tra i due Paesi, ma i problemi di sicurezza persistenti nella regione sono legati alla guerra civile in Myanmar, alle ostilità a bassa intensità tra la Cina e le Filippine nel Mare cinese meridionale, e in minor misura alle istanze separatiste della Papua Occidentale in Indonesia. Il conflitto interno al Myanmar (che come già visto contiene ingenti giacimenti di terre rare e stagno) ha bloccato gli investimenti nel Paese da parte delle banche multilaterali di sviluppo negli ultimi quattro anni, ma il settore energetico nella regione è complessivamente interessato soprattutto da altre categorie di rischi.
In primo luogo, le fonti rinnovabili risultano sottoutilizzate rispetto alle risorse disponibili perché investire in questo settore presenta dei rischi finanziari, economici e operativi non trascurabili: l’Indonesia, la Cambogia, le Filippine e (come già visto) il Vietnam, sono i Paesi in cui le problematiche relative al finanziamento e alla bancabilità dei progetti sono più gravi. I costi tecnologici tendono ad essere alti rispetto alla liquidità prevista, in particolare per quanto riguarda l’energia solare ed eolica. Infatti, le potenzialità del Vietnam nell’eolico sono attualmente poco sviluppate. Ciò è dovuto alla geografia della regione, che spesso impedisce la costruzione di impianti su larga scala, e al basso livello di integrazione delle catene del valore. Come anticipato, la regione si affida principalmente a Paesi esterni per processare le materie prime necessarie allo sviluppo di sistemi rinnovabili. Inoltre, i rischi di cambio sono piuttosto alti in gran parte dei Paesi (in particolare in Laos e Cambogia) a causa di basse riserve valutarie e dipendenza da flussi esteri, e i PPA sono spesso prezzati in valuta locale con componenti infrastrutturali in valute internazionali. Inoltre, i Paesi in via di sviluppo produttori di combustibili fossili come l’Indonesia e il Vietnam presentano un certo grado di instabilità nelle politiche energetiche, dal momento che il carbone e il petrolio restano alternative più economiche per sostenere gli alti tassi di crescita economica perseguiti. Di conseguenza, il costo del capitale per gli investimenti nelle rinnovabili si aggira tra il 9% e il 12%, richiedendo una tolleranza del rischio piuttosto alta da parte degli investitori.
I sistemi energetici del Sudest asiatico sono anche interessati da rischi climatici potenzialmente dirompenti (IEA, 2023). Le precipitazioni pesanti e le alluvioni, comuni a tutti i Paesi ASEAN ad esclusione di Singapore, costituiscono un pericolo per l’estrazione mineraria: le miniere di carbone, nichel e rame nelle aree a rischio hanno già dovuto sospendere le operazioni a causa di danni alle infrastrutture. Il settore idroelettrico è invece maggiormente a rischio in caso di alta variabilità stagionale delle precipitazioni: i Paesi sul bacino del Mekong, che saranno i più interessati da questa problematica in caso di innalzamento delle temperature, includono anche il Vietnam e il Laos, in cui l’idroelettrico è parte fondamentale del mix energetico. L’aumento di intensità dei cicloni tropicali unito all’innalzamento del livello del mare interessa principalmente le infrastrutture energetiche in Vietnam, Thailandia, Indonesia e nelle Filippine, dal momento che le principali centrali termoelettriche, a carbone e petrolio dei quattro Paesi si trovano sulla costa. Inoltre, secondo la IEA oltre il 40% delle turbine eoliche e il 20% dei grid nella regione sono esposti al rischio dei cicloni. I sistemi di generazione solare e a gas, oltre che le reti elettriche, sono esposti anche alle ondate di calore estreme, che ne diminuiscono le performance e ne danneggiano i materiali. Nonostante la regione presenti dei picchi di temperature alti, questo rischio è meno imminente degli altri.
Conclusione
La sicurezza energetica nel Sudest asiatico si colloca al crocevia tra esigenze di crescita economica, transizione e competizione geopolitica. La regione, grazie alla sua ricchezza di risorse fossili e minerali critici, oltre che a condizioni geografiche favorevoli allo sviluppo delle rinnovabili, rappresenta un nodo essenziale delle catene globali del valore. Tuttavia, la rapida crescita della domanda interna – trainata da industrializzazione, urbanizzazione e crescita demografica – rischia di assorbire gran parte delle capacità di generazione, limitando il potenziale di esportazione e complicando la decarbonizzazione dei sistemi. Le esperienze di Vietnam e Indonesia mostrano come i partenariati internazionali quali i JETP possano sostenere gli sforzi iniziali per la transizione, il cui successo nel lungo periodo dipende dalla coerenza regolatoria interna e dalla costanza degli investimenti.
L’interesse crescente dell’Unione Europea e della Cina verso la regione testimonia la sua centralità strategica, ma il consolidamento della presenza cinese nella raffinazione e negli investimenti minerari riduce lo spazio di manovra dei Paesi ASEAN. Ciò nonostante, le spinte occidentali verso la diversificazione possono trovare ancora spazio nella regione. La scelta dell’Indonesia di concludere un accordo con l’UE e ricevere ingenti investimenti cinesi allo stesso tempo indica una postura di “hedging”, ovvero di flessibilità strategica nel contesto internazionale. In parallelo, fattori di rischio tradizionali e non tradizionali impattano l’attrattività della regione per gli investitori: dall’instabilità geopolitica latente alla discontinuità delle politiche energetiche, fino alla vulnerabilità ai cambiamenti climatici, che in alcuni casi minaccia direttamente le infrastrutture.
Il Sudest asiatico si trova quindi in una condizione peculiare: relativamente più stabile rispetto ad altre regioni in via di sviluppo, ma al tempo stesso esposto a pressioni esterne e interne che lo posizionano in un equilibrio fragile. La sfida per i governi sarà conciliare le esigenze immediate di sicurezza energetica e crescita con obiettivi di lungo periodo legati alla sostenibilità e all’indipendenza strategica. Il rischio che l’abbondanza di risorse si trasformi da strumento per lo sviluppo a fattore di vulnerabilità, come già accade in altre regioni ricche di minerali, è reale. Un elemento a favore del Sudest asiatico è la sua crescente centralità quale hub di innovazione e sviluppo tecnologico, evidente nel caso di Singapore che fronteggia la sua forte esposizione ai rischi ambientali con opere di ingegneria avanzata. Resta da vedere se i Paesi emergenti della regione riusciranno a catalizzarne il potenziale, eventualmente anche attraverso il rafforzamento della cooperazione regionale in materia.
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