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L'uomo più solo al mondo: simbolo di un massacro che non si è mai fermato

A volte la solitudine non è una scelta ma una necessità

Pensare di vivere soli per il resto della vita è un concetto inconcepibile per gran parte della società moderna. L’uomo tenta fin dall’alba dei tempi di raggrupparsi, di vivere in comunità ed entrare a far parte di un qualcosa di più grande. Ma cosa succede se la tua comunità, quella in cui sei nato e cresciuto, quella in cui hai messo radici, ti viene portata via dagli stessi uomini che dicono di lottare per il progresso? Questa è la realtà in cui si sono ritrovate a vivere molte tribù indigene del Sudamerica a causa della continua invasione dei loro territori da parte di uomini spinti dalla sete di guadagno.

In molte aree sudamericane come il Brasile, le terre sono ancora abitate da moltissime tribù indigene, di cui un centinaio completamente isolate dalla civiltà, spesso vittime dei minatori e dei taglialegna. Recentemente, ha fatto il giro del mondo la notizia della morte dell’uomo più solo al mondo, unico superstite dei Tanaru, una tribù indigena dell’Amazzonia. La sua comunità era stata massacrata negli anni 90 dagli allevatori che volevano estendere i loro pascoli, e da allora, l’uomo ha vissuto in fuga e in completa solitudine per più di 26 anni. Una volta rimasto solo aveva quindi rifiutato ogni contatto con la civiltà, nonostante i vari tentativi dei giornalisti e dei locali di stabilire un contatto.

Conosciuto anche come Uomo della Buca, l’indigeno ha sempre utilizzato delle buche per difendersi dalle aggressioni, all’interno delle quali piazzava trappole con spuntoni acuminati. La sua non è stata solo una scelta, è stata una necessità. La necessità di vivere una vita secondo tradizioni, culture e modi di vivere che la società oggi non accetta più. L’Uomo, come molti altri sopravvissuti allo sterminio, era stato monitorato, nel corso degli anni, da diversi enti per la protezione degli indigeni. Più volte era stato notato e filmato a sua insaputa ma, oltre a ciò, gli operatori erano certi della sua presenza su territorio grazie alle buche che trovavano nella zona. Per l’ente che lo monitorava, la sua morte rappresenta la fine del genocidio messo in atto nei confronti di un intero popolo. La sua vita e il suo modo di vivere sono diventati simbolo delle crudeltà e delle violenze che la popolazione indigena ha dovuto subire, nel nome della colonizzazione e del profitto e che tutt’oggi, spesso, non vengono raccontate.

In base alla risoluzione 96 delle Nazioni Unite, che definisce il termine genocidio come un crimine di diritto internazionale, il massacro degli indigeni avrebbe le caratteristiche per rientrare nella definizione. Varie organizzazioni e movimenti come il London Human Rights Charity Survival International hanno, infatti, definito ciò che è accaduto alle popolazioni indigene sudamericane un vero e proprio genocidio segreto, un fenomeno che, dal 1492, anno della scoperta dell’America, non si è mai veramente fermato. Dal momento in cui i primi coloni misero piede in Nord America, la caccia sistematica ed estensiva agli indiani e al loro sostentamento di base, ha portato all’estinzione di intere comunità. Inizialmente messe in atto dai coloni, poi dai vari governi con una sorta di assimilazione forzata atta a cancellare il tessuto sociale e la cultura delle tribù indiane, le cacce all’uomo sono state per secoli coperte da leggi come la PL 490, una proposta di legge voluta da Bolsonaro e approvata dalla Commissione Costituzione e Giustizia della Camera dei Deputati brasiliana. Quest’ultima cela e giustifica dietro la necessità di realizzare centrali idroelettriche e strade nei territori degli indigeni, processi di espulsione di quest’ultimi dalle loro terre. 

In Amazzonia vivono ancora circa cento popoli indios isolati che hanno come unico obiettivo quello di continuare a vivere in pace in una terra che gli appartiene da secoli. Ad accompagnare le morti sistematiche dei popoli indigeni e i processi di espulsione dalle loro terre, si aggiunge quindi la deforestazione dell’Amazzonia che non risulta essere soltanto un ecocidio, ossia la distruzione consapevole di un ambiente, ma anche l’ennesimo attentato alla loro vita. In più un aspetto essenziale di questo massacro è l’impossibilità degli indigeni di difendersi dalle malattie, anche quelle più innocue, della società. Le loro difese immunitarie, infatti, essendo diverse dalle nostre, non sono in grado di combattere nemmeno semplici influenze.

Immaginate di vivere con la vostra famiglia, con i vostri amici, seguendo tradizioni millenarie senza danneggiare nessuno. Immaginate anche di perdere tutto questo in un secondo. L’uomo della buca non è stato il primo ne sarà l’ultimo esempio di un fenomeno che ha privato e sta privando parte del mondo della sua storia e delle sue radici culturali. La mediatizzazione di questa vicenda può però portare alla luce pratiche inumane su popolazioni che da secoli non chiedono altro se non vivere in pace nella loro terra.


Fonti consultate per il presente articolo:

https://www.marx21.it/internazionale/il-genocidio-americano-degli-indiani-fatti-storici-e-prove-reali/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/06/27/amazzonia-attacco-mortale-ad-ambiente-e-indios-lecocidio-della-foresta-e-il-genocidio-dei-suoi-popoli-iniziato-500-anni-fa/6243149/

https://www.savetheplanet.green/pl-490-ovvero-la-legge-con-cui-il-brasile-vuole-distruggere-lamazzonia-e-le-comunita-indigene

Immagine: https://www.shutterstock.com/it/image-photo/ilheus-bahia-brazil-february-1-2012-1572826618

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  • L'Autore

    Chiara Giovannoni

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Temi Diritti Umani


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DirittiUmani Amazzonia Sud America

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