Russia e Cina: un partenariato sempre più impari?

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  Luca Baldazzi
  26 maggio 2026
  5 minuti, 59 secondi

L’incontro tra Vladimir Putin e Xi Jinping a Pechino il 20 maggio scorso ha confermato ancora una volta la crescente centralità del rapporto sino-russo negli equilibri internazionali. Il vertice, avvenuto pochi giorni dopo la visita in Cina del presidente statunitense Donald Trump, ha assunto un significato che va oltre la dimensione bilaterale. Mosca e Pechino hanno infatti utilizzato l’occasione per riaffermare una visione comune dell’ordine internazionale, fondata sulla critica all’egemonia statunitense, sulla difesa della sovranità nazionale e sulla volontà di costruire un sistema globale più multipolare.

Durante i colloqui, i due leader hanno mostrato un fronte politico compatto nei confronti di Washington. In una dichiarazione congiunta, Russia e Cina hanno criticato il rischio di un ritorno alla “legge della giungla” nelle relazioni internazionali, accusando alcuni Stati di voler gestire unilateralmente gli affari globali e imporre i propri interessi al resto del mondo. Il riferimento agli Stati Uniti è apparso evidente, soprattutto alla luce delle critiche rivolte al progetto americano “Golden Dome”, un sistema di difesa missilistica da 175 miliardi di dollari, e visto l'esito dell’ultimo trattato sul controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia. Il messaggio politico del vertice è stato dunque chiaro: Russia e Cina intendono presentarsi come due potenze capaci di resistere alla pressione occidentale e di proporre un modello alternativo di governance globale. Xi Jinping ha sottolineato la solidità della relazione con Mosca, parlando di una fiducia politica e di un coordinamento strategico che avrebbero resistito a prove e difficoltà. Putin, da parte sua, ha insistito sulla volontà di portare avanti una politica estera “indipendente e sovrana” insieme alla Cina, descrivendo la cooperazione bilaterale come un fattore di stabilità internazionale. Tuttavia, dietro l’immagine di un partenariato sempre più solido, emergono anche asimmetrie e interessi non pienamente coincidenti. La guerra in Ucraina ha accelerato il riavvicinamento tra Mosca e Pechino, ma ha anche reso la Russia più dipendente dalla Cina. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, i Paesi occidentali hanno progressivamente ridotto i rapporti economici ed energetici con Mosca, costringendo il Cremlino a cercare nuovi mercati per compensare la perdita dell’Europa. In questo contesto, la Cina è diventata un partner indispensabile per l’economia russa, in particolare nel settore energetico. Proprio l’energia è stata uno dei temi centrali dell’incontro. Putin ha definito il settore energetico la “forza trainante” della cooperazione economica sino-russa, mentre Xi ha indicato la connettività energetica e delle risorse come una sorta di “zavorra” della relazione bilaterale. La Russia ha bisogno di consolidare nuovi canali di esportazione per gas e petrolio, mentre la Cina vede nelle forniture russe una possibile garanzia di sicurezza energetica, soprattutto in un contesto internazionale segnato da instabilità, competizione strategica e vulnerabilità delle rotte marittime.

Il punto più delicato resta però il progetto Power of Siberia 2, il gasdotto che dovrebbe trasportare gas russo dalla Siberia occidentale alla Cina passando per la Mongolia. Il progetto, discusso da anni, avrebbe una lunghezza prevista di circa 2.600 chilometri e una capacità stimata di 50 miliardi di metri cubi all’anno. Si tratterebbe quindi di un’infrastruttura di enorme valore strategico, quasi paragonabile per capacità al Nord Stream 1, che prima della crisi energetica e della guerra in Ucraina rappresentava uno dei principali canali di esportazione del gas russo verso l’Europa. Per Mosca, Power of Siberia 2 avrebbe una funzione essenziale: trasformare in esportazioni verso l’Asia una parte del gas che in passato era destinato al mercato europeo. In questo senso, il progetto rappresenterebbe un tassello fondamentale del cosiddetto “pivot to Asia” russo, reso ancora più urgente dalle sanzioni occidentali e dal crollo dei flussi energetici verso l’Europa. La Russia non cerca soltanto nuovi clienti, ma anche entrate stabili per Gazprom e per l’intero settore industriale collegato alla costruzione di infrastrutture energetiche. Per la Cina, invece, il gasdotto avrebbe un valore diverso. Pechino non si trova nella stessa situazione di urgenza della Russia. Al contrario, può negoziare da una posizione di forza. Il gas russo via pipeline potrebbe contribuire a diversificare le fonti di approvvigionamento cinesi e ridurre la dipendenza dal gas naturale liquefatto trasportato via mare, spesso esposto a rischi geopolitici lungo passaggi strategici come lo Stretto di Hormuz o lo Stretto di Malacca. Tuttavia, proprio perché la Cina dispone di alternative, non ha la necessità di accettare rapidamente le condizioni russe. Il vertice di Pechino ha confermato questa dinamica. Nonostante le dichiarazioni positive, non è stato raggiunto un accordo definitivo su Power of Siberia 2. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha parlato di una “comprensione di base” sui principali parametri del progetto, inclusi il percorso e le modalità di costruzione, ma ha ammesso che non esiste ancora una tempistica chiara. Secondo diversi analisti, il vero nodo resta commerciale, ossia il prezzo del gas. La Russia avrebbe bisogno di condizioni sufficientemente vantaggiose per giustificare i costi dell’infrastruttura, mentre la Cina punta a ottenere prezzi scontati, approfittando della debolezza negoziale di Mosca. Questa situazione mostra il limite principale del partenariato sino-russo: la relazione è sempre più stretta, ma non necessariamente paritaria. La Russia offre risorse energetiche, sostegno diplomatico e convergenza anti-occidentale; la Cina offre mercato, copertura politica e accesso economico. Tuttavia, Pechino ha maggiore margine di manovra, in quanto puuò rafforzare il legame con Mosca senza trasformarlo in un’alleanza formale e senza assumersi costi eccessivi. La Cina beneficia della debolezza russa, ma evita di dipendere troppo da un fornitore politicamente esposto e internazionalmente sanzionato. Il significato geopolitico del vertice sta quindi in questa doppia dimensione. Da un lato, Russia e Cina appaiono più vicine che mai nel contestare l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti; dall’altro, il mancato accordo sul gasdotto dimostra che la cooperazione tra le due potenze rimane guidata da calcoli pragmatici e da interessi nazionali distinti. L’immagine di unità proiettata a Pechino è reale sul piano politico, ma più complessa sul piano economico.

Per l’Europa, questo sviluppo è particolarmente rilevante. La Russia cerca di compensare la perdita del mercato europeo orientandosi verso la Cina, ma Power of Siberia 2 non può sostituire pienamente il ruolo che l’Europa aveva avuto per decenni come principale acquirente dell’energia russa. Anche se il progetto venisse realizzato, esso consoliderebbe il riequilibrio energetico russo verso est, ma a condizioni probabilmente meno favorevoli rispetto al passato. Mosca potrebbe ridurre la propria vulnerabilità immediata, ma al prezzo di una dipendenza crescente da Pechino. In definitiva, il vertice Xi-Putin ha confermato la profondità del rapporto tra Cina e Russia, ma anche le sue contraddizioni. La retorica della multipolarità e della sovranità condivisa serve a entrambi i leader per rafforzare la propria posizione contro l’Occidente. Tuttavia, nel concreto, la guerra in Ucraina ha trasformato la Russia in un partner più debole, bisognoso di sbocchi economici e di sostegno politico. La Cina, invece, può permettersi di attendere, negoziare e ottenere condizioni vantaggiose. A Pechino, Putin ha trovato un alleato politico importante, ma non ancora l’accordo energetico di cui Mosca avrebbe bisogno.

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