Il film "Non c’è altra scelta" (titolo internazionale "No Other Choice", regia di Park Chan-wook) parte da una premessa semplice e inquietante: un uomo, Man-su, perde il lavoro e scopre che non sta perdendo solo uno stipendio, ma status, identità e riconoscimento sociale. La storia (adattata dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake) vira presto nella satira nera, ma il nucleo resta realistico: quando il lavoro è la misura del valore umano, la disoccupazione diventa una vergogna pubblica e una crisi personale. il film segue la discesa del protagonista, intrappolato in una competizione feroce per “rientrare” nel mercato del lavoro, in una società che sembra concedere valore solo a chi produce, guadagna e resiste. In un sistema che misura il valore delle persone attraverso la performance, fermarsi non è contemplato. Non c’è altra scelta: non perché alternative non esistano, ma perché culturalmente non sono considerate accettabili.
La società della performance: diventare qualcuno a ogni costo
Il film diventa così una metafora efficace della società della performance, in cui il successo economico e professionale è percepito come l’unica forma legittima di realizzazione. Lavorare di più, sacrificare tempo e salute, “tenere duro” diventano virtù sociali. Al contrario, rallentare o fallire equivalgono a un’esclusione simbolica.
Questa pressione non riguarda solo il mondo del lavoro, ma attraversa l’intero percorso di vita. Già all’università, molti studenti vivono l’idea di dover “diventare qualcuno” come un obbligo permanente: voti, competizione, curriculum, aspettative familiari. Il risultato è un clima di stress costante che anticipa, e in parte normalizza, ciò che verrà dopo.
Dove si lavora troppo: quando l’eccesso diventa normalità
È una geografia ampia e trasversale quella dell’eccessivo lavoro, che attraversa economie emergenti e Paesi altamente sviluppati. In Paesi come Messico e Costa Rica, le settimane lavorative sono tra le più lunghe del mondo industrializzato: oltre 2.000 ore all’anno per lavoratore. Tradotto nella vita quotidiana, questo significa orari prolungati, straordinari frequenti e un equilibrio tra lavoro e vita privata spesso fragile.
Ancora più estremo è il quadro in alcune aree dell’Asia. Paesi come India, Bangladesh, Cambogia e Bhutan registrano alcune delle settimane lavorative medie più lunghe al mondo, spesso ben oltre le 48 ore. Qui la pressione economica, i bassi salari e la necessità di accumulare quanto più reddito possibile spingono milioni di persone a superare i limiti considerati sicuri dalla medicina del lavoro. Le conseguenze sono note: affaticamento cronico, stress elevato, aumento degli infortuni e riduzione dell’aspettativa di vita in buona salute.
Ma la società della performance non è un fenomeno esclusivo delle economie in via di sviluppo. In Paesi come Giappone e Corea del Sud, le statistiche ufficiali mostrano medie settimanali apparentemente più contenute, intorno alle 40–43 ore. Dietro questi numeri, però, si nasconde spesso una realtà fatta di straordinari sistematici, non sempre registrati, e di una pressione culturale che premia la presenza continua, la disponibilità totale e la resistenza alla fatica.
In Giappone, il concetto di karōshi, ovvero la morte da superlavoro, è diventato il simbolo estremo di un modello che spinge corpo e mente oltre i limiti. In Corea del Sud, solo negli ultimi anni riforme legislative hanno cercato di arginare settimane lavorative che, di fatto, superavano regolarmente le 50 ore.
Il costo invisibile: salute mentale e salute fisica
Le conseguenze di questa pressione continua non sono astratte. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il burnout come un fenomeno legato allo stress lavorativo cronico non gestito, caratterizzato da esaurimento emotivo, distacco dal lavoro e riduzione dell’efficacia professionale.
Sul piano fisico, uno studio condotto dall’OMS insieme all’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha mostrato che al lavorare molte ore a settimana è associato a un aumento del rischio di ictus e malattie cardiovascolari. In altre parole, l’eccesso di lavoro non produce solo stanchezza, ma può anche accorciare la vita.
Ansia, insonnia, depressione e perdita di senso sono sempre più frequenti nei contesti ad alta pressione. È il paradosso della società performativa: più si chiede alle persone di essere produttive, meno si crea spazio per stare bene.
Chi prova a cambiare modello
Negli ultimi anni, alcuni Paesi hanno iniziato a mettere in discussione l’idea che lavorare di più significhi necessariamente lavorare meglio.
In Spagna, il governo ha promosso una riforma per ridurre l’orario settimanale legale a 37,5 ore senza tagli salariali, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita. La Scozia ha sperimentato nel settore pubblico la settimana di quattro giorni, registrando un calo dello stress e delle assenze. In Islanda, la riduzione dell’orario a 35–36 ore è diventata un caso di studio internazionale, mostrando che è possibile lavorare meno senza perdere produttività.
Anche misure come il diritto alla disconnessione, introdotto in Paesi come la Francia, nascono dalla stessa consapevolezza: il lavoro non dovrebbe occupare ogni spazio della vita.
Le esperienze di riduzione dell’orario e di tutela del tempo dimostrano che alternative esistono. La vera domanda, oggi, non è se sia possibile lavorare in modo diverso, ma se siamo disposti a rimettere in discussione l’idea che valiamo solo per quanto produciamo.
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