Dall'Eccezionalismo alla Competizione. La Transizione Strategica dell'Artico nello Scenario Geopolitico Globale

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  17 luglio 2025
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Abstract

L'articolo intende analizzare la crescente competizione che contraddistingue l'Artico. Questa regione, caratterizzata da una fondamentale importanza storica, nonché strategica, economica e ambientale, è oggi al centro dell'attenzione mediatica. Attraverso un approccio internazionale, si esamina la cooperazione dal punto di vista della governance e le sfide più attuali che hanno reso questo territorio così cruciale nell'attuale decennio. L'obiettivo è mostrare come l'Artico sia passato dall'essere un luogo di "eccezionale" multilateralismo a un teatro di competizione tra potenze. L'articolo propone una riflessione sulle possibili evoluzioni degli scenari internazionali alla luce delle nuove dinamiche di potere.

Introduzione

Negli ultimi dieci anni l’Artico è passato dall’essere percepito come un territorio remoto e inospitale a imporsi come una delle aree strategiche più rilevanti per il futuro dell’ordine internazionale. La “regione artica”, che comprende tutti i territori a nord del 60° parallelo (Einarsson, 2004), è diventata così il centro dell’attenzione mediatica. Già nel 1987, Mikhail Gorbachev, nel celebre discorso pronunciato a Murmansk, riconosceva la rilevanza strategica del territorio:

« […] L'Artico non è solo l'Oceano Artico, ma anche le estremità settentrionali di tre continenti: Europa, Asia e America. È il luogo dove le regioni Euroasiatiche, Nord Americane e dell'Asia-Pacifico si incontrano, dove le frontiere si avvicinano l'una all'altra e gli interessi degli Stati appartenenti a blocchi militari contrapposti e non allineati si incrociano. […] Che il Nord del globo, l'Artico, diventi una zona di pace. Che il Polo Nord sia un polo di pace. Suggeriamo che tutti gli Stati interessati avviino colloqui sulla limitazione e riduzione di attività militari nell'intero Nord, sia nell'emisfero Orientale che in quello Occidentale. » (Press Office of the USSR Embassy, 1988)

Allo stesso modo un report del SIPRI (Stockholm International Peace Institute) pubblicato l’anno successivo affermava che l’Artico non poteva più essere considerato uno spazio vuoto in cima al globo (“blank space at the top of the globe”) (Busby, 2022), poiché le dinamiche polari coinvolgono direttamente anche Paesi apparentemente lontani.

Il Cambiamento Climatico

Ciò che ha accresciuto la rilevanza strategica della questione è senza dubbio il cambiamento climatico. Il riscaldamento globale è un fenomeno ormai ampiamente riconosciuto, che si manifesta in modo particolarmente evidente ai poli. Lo scioglimento dei ghiacci innesca un meccanismo pericoloso: le superfici che emergono, come terra e acqua, sono più scure del ghiaccio e riflettono meno la luce solare. Di conseguenza, assorbono più calore, aumentando la temperatura e accelerando ulteriormente lo scioglimento. Questo processo, noto come “amplificazione polare”, fa sì che il riscaldamento globale abbia effetti molto più intensi nell’Artico rispetto al resto del pianeta. (Turton, 2021)

Sebbene possa sembrare una questione puramente ambientale, il cambiamento climatico costituisce una minaccia concreta alla stabilità del sistema internazionale. Le trasformazioni climatiche intaccano un fitto sistema di dipendenze su cui si regge il mondo come lo conosciamo: crisi ambientali si traducono in crisi alimentari, quindi crisi economiche, dunque crisi sociali…che si trasformano in crisi di sicurezza e politiche. Un rapporto commissionato dal Dipartimento della Difesa statunitense nel 2003, redatto da Peter Schwartz e Doug Randall, ha rappresentato uno dei primi tentativi istituzionali di inquadrare il cambiamento climatico come una minaccia alla sicurezza globale. Il documento ipotizza scenari in cui eventi climatici estremi, come siccità prolungate, innalzamento del livello del mare o variazioni nelle precipitazioni, possano agire come fattori destabilizzanti, accelerando crisi esistenti e generando nuovi conflitti tra Stati. (Schwartz, Randall, 2003)

La Governance dell’Artico

A differenza dell’Antartide, disciplinato dal Trattato Antartico del 1959, l’Artico non è regolato da uno specifico trattato internazionale. La gestione giuridica della regione dipende dalle sovranità costiere e si inserisce nel quadro più ampio della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) e di altri accordi specifici. (IBRU, 2023) Tra gli otto Stati che si affacciano sull'Artico, gli Stati Uniti non hanno ratificato l’UNCLOS, pur aderendo a molte delle sue disposizioni come diritto internazionale consuetudinario. (Kraska, Pedrozo, 2023) L’assenza di un quadro normativo unitario e vincolante lascia la regione esposta a interpretazioni divergenti in merito all’estensione delle piattaforme continentali, ai diritti di sfruttamento delle risorse naturali e alla regolamentazione delle rotte marittime, alimentando la competizione tra gli Stati.

La Convenzione UNCLOS stabilisce il quadro normativo per le attività marine, inclusi navigazione, pesca, tutela dell’ambiente marino e ricerca scientifica. Essa definisce inoltre i principi generali per la determinazione della ZEE (Zona Economica Esclusiva), che si estende fino a duecento miglia nautiche dalla linea di base costiera da cui si misurano le acque territoriali. All’interno di questa zona lo Stato costiero ha il diritto di sfruttare economicamente le risorse. Gli Stati Uniti, pur non avendo ratificato l’UNCLOS, determinano i propri diritti attraverso la definizione delle “extended continental shelf” (ECS) o “piattaforma continentale estesa” basandosi su criteri geofisici fissati dall’articolo 76 della Convenzione, senza però alcun obbligo giuridico formale di attenervisi. (Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, 1998) In questo contesto, la mancanza di un meccanismo vincolante e condiviso per dirimere le controversie ha portato a rivendicazioni sovrapposte e talvolta contrastanti. Il caso più noto è quello della dorsale di Lomonosov, una catena sottomarina contesa da Russia, Canada e Danimarca, che ne rivendicano la sovranità come naturale estensione del proprio margine continentale. Un altro esempio significativo è la disputa tra Stati Uniti e Canada sul Passaggio a Nord-Ovest (North-West Passage): Ottawa lo considera parte delle proprie acque interne, mentre Washington lo qualifica come stretto internazionale, aperto alla libera navigazione. (Borzi, 2021)

Tali divergenze interpretative riflettono non solo l’ambiguità di alcune disposizioni dell’UNCLOS, ma anche l’influenza crescente degli interessi legati al controllo delle rotte e delle risorse in un territorio dal potenziale economico e strategico in espansione.

Il Problema delle Risorse

Sebbene le risorse artiche fossero già oggetto di interesse, è stato il cambiamento climatico a renderne concretamente accessibile lo sfruttamento. Il progressivo arretramento della banchisa artica e il conseguente accesso a nuove rotte marittime e siti di estrazione hanno incrementato in modo significativo le stime delle risorse disponibili nella regione. Nel 2008 la United States Geological Survey (USGS) ha pubblicato una valutazione completa delle potenziali riserve di idrocarburi nell’intera area a nord del Circolo Polare Artico (USGS, 2008). Secondo il rapporto le risorse dell’Artico rappresentano circa il ventidue per cento delle risorse mondiali di petrolio e gas tecnicamente recuperabili non ancora scoperte: in particolare, il tredici percento di petrolio, il trenta percento di gas naturale e il venti percento di GNL. Particolarmente rilevante è il giacimento stimato nel Mare di Beaufort, che conterebbe circa centosettantotto miliardi di metri cubi di gas naturale e seicentosessantasette milioni di barili di petrolio greggio (Canada Energy Regulator, 2022). Quest’area, situata a Nord dell’Alaska (USA) e a Ovest del Canada, è oggetto di una storica controversia tra Washington e Ottawa, dovuta alla diversa modalità di delimitazione del confine marittimo. Il Canada propone un’estensione verso nord lungo il meridiano del confine terrestre esistente, mentre gli Stati Uniti seguono un approccio di equidistanza: tenendo conto della forma delle coste, lo specchio d’acqua viene diviso equamente tra i due Paesi. Questa divergenza interpretativa produce un’area contesa di circa ventunomila chilometri quadrati, dove entrambi gli Stati rivendicano diritti sovrani sulle risorse energetiche qui presenti. (Griffiths, 2010)

Tuttavia, la competizione alle risorse dell’Artico non riguarda esclusivamente gli idrocarburi fossili. Il progresso tecnologico e la transizione energetica hanno reso indispensabili i materiali necessari per la produzione di tecnologie avanzate. L’Unione Europea ha recentemente individuato trentaquattro materie prime critiche, di cui diciassette classificate come “strategiche” (Regolamento UE 2024/1252), mentre il Dipartimento dell’Energia statunitense ha elaborato un elenco simile per i fabbisogni energetici americani. (U.S. Department of Energy, 2023) Tra queste risorse figurano alluminio, cobalto, rame, fluoro, gallio, litio, magnesio, grafite naturale, nichel, platino, silicio e Terre Rare, un gruppo di diciassette elementi indispensabili per la produzione di tecnologie strategiche.

La crescente domanda globale di tali risorse ha reso indispensabile diversificare le filiere produttive, ancora oggi fortemente dipendenti dalla Cina. (Prina Cerai, 2025) In questo quadro, l’Artico emerge come un potenziale bacino di approvvigionamento alternativo. Le recenti pressioni statunitensi sulla Groenlandia si inseriscono proprio in tale contesto, spinte dall’esigenza di garantire approvvigionamenti indipendenti da Pechino.

Nonostante le crescenti ambizioni economiche, diverse politiche ambientali hanno messo un freno all’accanimento indiscriminato sulle risorse della regione. Nel 2016 l’amministrazione Obama ha dichiarato una moratoria a tempo indefinito sulle trivellazioni petrolifere e di gas in vaste aree del Mare di Chukchi e del Mare di Beaufort (DiCristopher, 2016). Nel 2022, dieci Paesi tra cui Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia e Cina hanno firmato un accordo internazionale che vieta la pesca commerciale nell’Oceano Artico Centrale per almeno sedici anni o fino all’adozione di adeguate normative scientifiche sufficienti a garantire la sostenibilità dell’attività. (Central Arctic Ocean Fisheries Agreement, 2022). Anche il Consiglio Artico, pur non disponendo di poteri vincolanti, ha promosso linee guida per uno sviluppo sostenibile sotto il profilo ambientale, sociale ed economico (Arctic Council, 1998).

Il Consiglio Artico

Nel 1996, con la Dichiarazione di Ottawa, venne istituito il Consiglio Artico (“Arctic Council”), un forum di cooperazione intergovernativa volto a promuovere il dialogo tra gli Stati che si affacciano sull’Artico. Il Consiglio conta otto Paesi membri permanenti: Canada, Danimarca (incluso il territorio autonomo della Groenlandia), Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti e Svezia. A questi si affiancano sei organizzazioni rappresentative dei popoli indigeni e sette Paesi membri osservatori permanenti: Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Italia, Singapore e Svizzera. (Dichiarazione di Ottawa, 1996)

L’obiettivo principale del Consiglio è promuovere la gestione sostenibile dell’Artico, con particolare attenzione a temi ambientali, scientifici ed economici. Non rientrano invece nelle competenze del Consiglio le questioni di sicurezza e difesa. Questo aspetto assume oggi una rilevanza ancora maggiore: con l’ingresso della Finlandia (2023) e della Svezia (2024) nella NATO, la Russia è attualmente l’unico Stato membro del Consiglio a non far parte dell’Alleanza Atlantica.

La presidenza del Consiglio Artico è a rotazione biennale tra gli Stati membri, seguendo un ordine prestabilito. La Russia ha detenuto la presidenza dal 2021 al 2023, ma le attività del forum sono state formalmente sospese dai Paesi occidentali nel 2022, in seguito all’invasione dell’Ucraina. Questa sospensione ha di fatto determinato un arresto dei principali meccanismi di cooperazione multilaterale, e rappresenta tutt’oggi una grande criticità nella governance della regione: la vulnerabilità degli strumenti di dialogo politico a crisi esterne.

Nonostante la sospensione, Mosca ha continuato a perseguire i propri obiettivi nella regione. L’Artico costituisce un pilastro fondamentale della proiezione di potenza russa, sia per il suo valore economico e militare, sia perché circa il cinquantatré per cento delle coste artiche complessive ricade sotto la giurisdizione della Federazione Russa. (The Arctic Institute, 2022) In questo quadro, la Cina si è rivelata un partner strategico importante per la Russia, definendosi ufficialmente “Stato vicino all’Artico” (“near-Arctic State”) (China’s Arctic Policy, 2018). Pechino ha mostrato particolare interesse nello sviluppo di infrastrutture logistiche ed energetiche, tra cui la costruzione di un nuovo gasdotto che collegherebbe direttamente la Siberia alla Cina (gasdotto Power of Siberia), passando per la Mongolia. Tale progetto si inserisce nella più ampia iniziativa della Polar Silk Road, estensione artica della Belt and Road Initiative, consolidando un’alleanza energetica sino-russa in chiave anti-occidentale (Santoro, 2020).

Tuttavia, le preoccupazioni in seno al Consiglio Artico non si limitano alle questioni commerciali ed energetiche: il deterioramento delle relazioni internazionali rischia di trasformare quella che per decenni è stata considerata una zona di cooperazione in un possibile teatro di competizione globale.

La Rimilitarizzazione

Dopo la fine della Guerra Fredda, l’Artico è stato descritto come una zona relativamente immune alle logiche di conflitto che hanno segnato altre aree del sistema internazionale. Questa eccezionalità si è incrinata progressivamente a partire dal 2007, quando la Federazione Russa ha dato inizio a un programma di riarmo e consolidamento militare nel Grande Nord. Il punto di svolta simbolico è rappresentato dalla spedizione “Arktika 2007”, guidata da Artur Chilingarov, con cui Mosca ha posizionato una bandiera sul fondale del Polo Nord, rivendicando emblematicamente la propria influenza sull’area. (Devyatkin, 2018)

Il cuore di questa strategia è rappresentato dalla Flotta del Nord, la componente più importante della Marina russa, stanziata nella penisola di Kola. La posizione della penisola rappresenta una porta tra l’Artico e il Nord Atlantico, pertanto le sue vaste risorse militari lo rendono centrale per scopi difensivi e potenzialmente offensivi. (Bermudez, Conley, Melino, 2020) A fianco del potenziamento delle capacità sottomarine, tra cui i sottomarini lanciamissili balistici di classe Borey-A e quelli d’attacco di classe Yasen-M, (Lugano, 2025) Mosca ha investito nella modernizzazione delle infrastrutture militari lungo la costa artica: basi aeree, radar di sorveglianza (Sopka-2 e Rezonans-N), sistemi missilistici anti-aerei (S-400) e anti-nave (Bastion-P), rafforzando così il proprio dispositivo A2/AD (Anti-Access/Area-Denial) nella regione. (Bewer, Hersman, Simon, 2021) In parallelo, la Russia ha costruito la più vasta flotta di rompighiaccio al mondo, ora composta da oltre quaranta unità, di cui otto a propulsione nucleare: i quattro della classe Project 22220 (Arktika, Sibir, Ural e Yakutiya) e le più antiche Taymyr, Vaygach, Yamal e 50 Let Pobedy. (European Business Magazine, 2025). La flotta diesel-elettrica conta invece oltre trenta mezzi, usati sia per scopi commerciali che dual-use. Infine, a rafforzare il legame strategico sino-russo, la Cina conta già due rompighiaccio attivi (Xue Long e Xue Long 2) e prevede di vararne un terzo entro il 2025. (Xie, 2023)

La crescente assertività della Russia nella regione artica ha spinto la NATO a rafforzare la propria strategia attraverso un’ampia gamma di misure operative. Un segnale chiave di questa volontà è stata la riattivazione, nel 2018, della Seconda Flotta della Marina statunitense, responsabile dell’Atlantico Settentrionale. Parallelamente, l’Alleanza ha intensificato il pattugliamento del GIUK Gap, lo spazio strategico tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, attraverso una presenza navale e aerea costante. (Generoso, 2018) In particolare, la base aerea di Keflavik, in Islanda, è tornata ad ospitare rotazioni di aerei da pattugliamento marittimo e missioni NATO di Air Policing, tra cui le operazioni Northern Lightning III svolte dall’Aeronautica Militare Italiana nel 2022. (D’Aniello, 2022) Allo stesso modo la Norvegia è diventata un punto nodale per le esercitazioni militari alleate, soprattutto nelle aree di Trondheim, Tromsø e Bodø, che ospitano assetti terrestri e navali in grado di operare in ambienti artici. A partire dal 2018, queste attività sono state integrate in una più ampia serie di esercitazioni multinazionali: nel 2018 l’operazione Trident Juncture ha coinvolto oltre cinquantamila soldati e simulato un conflitto su larga scala vicino al confine russo; tra il 2022 e il 2024 l’operazione Cold Response (poi rinominata Nordic Response) ha visto la partecipazione di oltre ventimila truppe per testare la capacità NATO di condurre operazioni ad alta intensità in condizioni metereologiche estreme. (Forsvaret, 2024) A completare il quadro della crescente competizione nell’Artico si inserisce l’Arctic Security Forces Roundtable (ASFR), un forum militare avviato nel 2010 che riunisce le forze armate di Stati Uniti, Canada, Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia, volto a rafforzare l’interoperabilità e la condivisione delle capacità operative nel territorio. (U.S. European Command Public Affairs, 2024) Tuttavia, tra gli Stati dell’Alleanza Atlantica e l’asse sino-russo rimane un’evidente asimmetria logistica, in particolare sul piano delle infrastrutture di navigazione polare con finalità anche militari. Gli Stati NATO possono contare circa 41 rompighiaccio a propulsione diesel-elettrica destinati a usi civili, quindi commerciali, scientifici o logistici. Ciò nonostante, il sessantacinque per cento ha oltrepassato la durata operativa stimata e solo uno di questi, operato dalla Norvegia (NoCGV Svalbard), presenta anche capacità operative militari. (Odgaard, Walton, 2025)

La Fine dell’Eccezionalismo Artico?

La dottrina “eccezionalismo artico” si basa sull’idea che gli Stati avrebbero potuto mettere da parte le loro rivalità per cooperare su questioni comuni, prime fra tutte la gestione ambientale e la sostenibilità dello sviluppo (Lackenbauer, Whitney, Dean, 2020). Tuttavia, negli ultimi anni, le premesse di quel progetto appaiono sempre più fragili. Le ambizioni territoriali e la crescente rilevanza economica e strategica dell’Artico hanno eroso progressivamente l’idea di uno spazio cooperativo “eccezionale”.

In particolare, la crescente presenza della Cina e il rafforzamento dell’asse Mosca-Pechino pongono nuove sfide agli equilibri globali. Pechino ha inserito l’Artico nella propria strategia commerciale, esplicitando l’intenzione di ritagliarsi un ruolo di primo piano in un’area finora prerogativa delle potenze artiche. Come sottolinea Elizabeth Buchanan, “il tempo dell’eccezionalismo artico si è concluso. Stiamo assistendo a una progressiva normalizzazione dell’Artico come teatro di rivalità strategiche, esattamente come nel resto del mondo”. (Buchanan, 2023)

Il deterioramento delle relazioni internazionali e la crescente centralità strategica della regione Artica rendono plausibile la nascita di un nuovo paradigma, sostituendosi all’eccezionalismo che ha tanto contraddistinto questo luogo non più così remoto. In questo nuovo scenario la cooperazione multilaterale sopravvive, ma all’interno di un teatro di crescente competizione. Tuttavia, resta aperta la possibilità di evitare che diventi un nuovo epicentro di conflitto, attraverso un cambio di rotta delle strategie di governance multilaterale.

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