A cura di Giordana Bonacci - Junior Researcher
Nel cuore del Nord Africa si nasconde una delle questioni geopolitiche più delicate e irrisolte del continente: il futuro del Sahara Occidentale. Una vicenda lunga e tormentata, le cui radici affondano in un passato remoto, ma che continua a incidere in modo significativo sugli equilibri politici e diplomatici del presente. La questione rappresenta uno dei processi di decolonizzazione incompiuti più longevi del sistema internazionale contemporaneo ed è spesso definita come l’ultima colonia dell’Africa. Situato lungo la costa atlantica dell’Africa nord-occidentale, questo territorio, con una superficie di circa 266 mila km² (Zupi, 2021), è stato per quasi un secolo sotto il dominio coloniale spagnolo, fino al ritiro di Madrid nel 1975. Da allora, il Sahara Occidentale è rimasto privo di una soluzione definitiva sul proprio status giuridico e politico, nonostante il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite come territorio non autonomo. Al centro di questa vicenda si colloca il popolo saharawi (Bevilacqua, 2023), storicamente legato al territorio e protagonista di un percorso di autodeterminazione che, nel corso degli anni Settanta, si è tradotto nella nascita di un movimento di liberazione nazionale, il Fronte Polisario. Il conflitto si è progressivamente inserito in una più ampia dinamica regionale, assumendo i contorni di una contrapposizione geopolitica tra il Marocco, che rivendica la sovranità sul territorio, e l’Algeria, sostenitrice del Polisario e attore chiave nel sostegno diplomatico e logistico alla causa saharawi.

Mappa del Sahara Occidentale secondo il Marocco. Fonte: https://www.theguardian.com/world/2025/nov/12/google-maps-border-western-sahara-morocco

Mappa del Sahara Occidentale come territorio distinto dal Marocco. Fonte: https://www.theguardian.com/world/2025/nov/12/google-maps-border-western-sahara-morocco
Inquadramento storico
Al fine di comprendere le origini di questa situazione di stallo, è necessario ripercorrere le principali tappe storiche che hanno segnato il Sahara Occidentale a partire dal periodo coloniale. Le radici della questione risalgono al periodo della penetrazione coloniale europea in Africa nord-occidentale, formalizzata alla fine del XIX secolo con la spartizione coloniale del continente. In seguito alla Conferenza di Berlino del 1884-1885, la Spagna avviò un progressivo controllo sulla fascia costiera compresa tra Capo Bojador e Capo Blanco, dando origine all’entità amministrativa del Sahara Spagnolo (Sahara Marathon). La presenza coloniale spagnola in questa area si protrasse fino al 1975; tuttavia, il dominio esercitato da Madrid rimase a lungo limitato e prevalentemente amministrativo, senza una piena integrazione del territorio né un controllo capillare delle popolazioni locali, organizzate in tribù nomadi e seminomadi, conosciute collettivamente come popolo saharawi (Nova Lectio). Tali comunità, pur mantenendo una forte autonomia, manifestavano nei momenti di necessità una coesione collettiva, esprimendo una coscienza condivisa di appartenenza a un unico insieme, con origini comuni (Sahara Marathon). La composizione etnica della popolazione saharawi riflette una fusione storica tra elementi berberi e arabi, in particolare delle tribù arabe Ma’qil (Regione Emilia-Romagna, Assemblea legislativa), contribuendo a definire l’identità culturale del gruppo. Gli abitanti condividono inoltre la stessa lingua, l’hassanya, e professano la religione islamica, che rappresenta un ulteriore elemento di coesione sociale e culturale (Sahara Marathon). Fu soltanto in particolare durante il periodo della dittatura di Francisco Franco (El Orden Mundial), che la scoperta di ingenti giacimenti di fosfati nella regione di Bu Craa, nonché la prospettiva di ulteriori risorse energetiche, determinò una rinnovata attenzione verso il territorio e incentivò un più consistente impegno economico e infrastrutturale da parte dello Stato spagnolo (Sahara Marathon). Tale rinnovato interesse del regime franchista per il Sahara Occidentale ebbe tuttavia breve durata. Nel corso degli anni Sessanta, l’amministrazione coloniale spagnola tentò, infatti, di mantenere il controllo su un territorio la cui decolonizzazione era ormai sollecitata delle Nazione Unite e nel quale le tensioni con la popolazione locale risultavano in costante aumento (El Orden Mundial). Proprio in tale periodo, il nazionalismo saharawi iniziò a concretizzarsi attraverso le prime mobilitazioni organizzate. L’Harakat Tahrir, letteralmente Movimento di Liberazione, guidato da Mohamed Sidi Brahim Bassiri, rivendicava riforme politiche e il riconoscimento dei diritti della popolazione locale, rappresentando il primo embrione del successivo Movimento di Liberazione Nazionale Saharawi (El Orden Mundial). Il nascente sentimento nazionalista culminò nell’Intifada di Zemla del 17 giugno 1970 (El Orden Mundial), quando, nel quartiere popolare di Zemla a Laayoune scoppiarono scontri durante le celebrazioni ufficiali dedicate alla Lealtà alla madrepatria spagnola, organizzate dalle istituzioni coloniali per mostrare alla comunità internazionale un presunto consenso della popolazione saharawi nei confronti dell’amministrazione spagnola (El Orden Mundial). In risposta, Bassiri promosse una contro-manifestazione, che rappresentò una delle prime espressioni collettive di protesta saharawi volte a rivendicare il diritto all’autodeterminazione (Sahara Marathon). La rivolta fu repressa con l’intervento delle forze armate, provocando vittime, feriti e numerosi arresti; tra questi vi fu lo stesso Bassiri, che scomparve dopo la detenzione in circostanze mai chiarite, divenendo il primo martire del nazionalismo saharawi. Sebbene la rivolta fosse soffocata, essa non riuscì a spegnere la volontà di autodeterminazione della popolazione locale. Nei tre anni successivi, il movimento indipendentista si strutturò in forma più organica, anche approfittando della crisi del regime spagnolo. Nel 1973, nella città mauritana di Zuérate, un gruppo eterogeno composto da studenti (Beretta, 2024), lavoratori, militari e rifugiati saharawi fondò il Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, o Fronte Polisario, sotto la leadership del giovane studente appartenente al Partito comunista, El Ouali Mustapha Sayed (Indelicato, 2022). L’organizzazione adottò la lotta armata come strumento principale per contrastare il dominio coloniale e, successivamente, l’occupazione del territorio da parte di Spagna, Mauritania e Marocco, ponendosi l’obiettivo di affermare l’indipendenza del Sahara Occidentale e l’autodeterminazione del popolo saharawi (Beretta, 2024). Il Fronte Polisario si configura principalmente come un movimento di liberazione nazionale, il cui scopo prioritario è la liberazione e l’indipendenza del Sahara Occidentale. In tale prospettiva, esso non può essere ricondotto a una specifica ideologia o appartenenza politica, ma si presenta piuttosto come un contenitore unitario capace di riunire orientamenti e sensibilità politiche differenti attorno a un unico obiettivo nazionale: la liberazione dei territori occupati della Repubblica Araba Saharawi Democratica attraverso tutti i mezzi di lotta considerati legittimi, inclusa la resistenza armata (El Frente Polisario). Dopo circa un secolo di dominio coloniale spagnolo, nel 1965 l’Organizzazione delle Nazioni Unite rivolse per la prima volta un formale sollecito all’amministrazione coloniale affinché avviasse il processo di decolonizzazione del Sahara Occidentale, mediante l’adozione della Risoluzione 2072 (XX). Tra il 1965 e il 1973, altre sei risoluzioni ribadirono la necessità della liberazione del territorio e sollecitarono la Spagna a predisporre, sotto l’egida delle Nazioni Unite, lo svolgimento di un referendum volto a consentire alla popolazione locale l’esercizio libero del diritto all’autodeterminazione (Sahara Marathon). Nel 1974, il governo spagnolo dichiarò la propria disponibilità ad avviare il processo di decolonizzazione, impegnandosi a organizzare, con il coordinamento delle Nazioni Unite, un referendum di autodeterminazione volto a definire lo status futuro del territorio. Tale orientamento suscitò l’immediata reazione del Marocco, guidato dal re Hassan II, che respinse l’ipotesi referendaria e avanzò rivendicazioni sovrane sul Sahara Occidentale, presto affiancate da analoghe pretese da parte della Mauritania. Il progressivo deterioramento del quadro diplomatico regionale e l’intensificarsi delle pressioni politiche indussero la Spagna a riconsiderare la propria posizione. Il 14 novembre 1975, una data cardine nella vicenda storica dei Saharawi, gli Accordi di Madrid disposero il ritiro della Spagna e la spartizione del territorio tra Marocco e Mauritania. L’accordo fu accettato anche da delegati delle tribù saharawi, ma escludeva completamente il coinvolgimento del Fronte Polisario (Grasso, 2022).
Il post colonialismo
L’occupazione militare marocchina determinò l’inizio del conflitto armato, provocando l’esodo di una parte consistente della popolazione saharawi: decine di migliaia di rifugiati (Regione Emilia-Romagna, Assemblea legislativa) furono costretti a rifugiarsi nel sud- ovest dell’Algeria, in prossimità di Tindouf, dove tuttora permangono campi profughi (Sahara Marathon). Nel contesto istituzionale promosso dal Consiglio Nazionale Saharawi, il Polisario operò non solo militarmente, ma anche sul piano politico (Indelicato, 2022): il 28 febbraio 1976 venne proclamata la Repubblica Araba Democratica dei Saharawi (RASD), come entità statale libera, indipendente e sovrana. Il nuovo soggetto politico adottò un ordinamento nazionale di ispirazione democratica araba, con un orientamento unionista e progressista e con l’Islam quale riferimento religioso. Nel 1975, il Marocco promosse la Marcia Verde, conosciuta anche come Operazione Fath (Grasso, 2022), una mobilitazione civile con 350.000 partecipanti (Grasso, 2022), finalizzata a rafforzare le proprie rivendicazioni territoriali, che contribuì all’inizio di una strategia di insediamento demografico volta a modificare la composizione della popolazione locale e a indebolire l’identità saharawi. Il 25 agosto 1979, la Mauritania sottoscrisse un accordo di pace con il Fronte Polisario, impegnandosi a rinunciare alle proprie rivendicazioni sul Sahara Occidentale e procedere al ritiro dalle aree precedentemente occupate (Indelicato, 2022). Il Marocco non riconobbe l’accordo di pace, interpretandolo come un potenziale fattore di alterazione degli equilibri territoriali esistenti. Di conseguenza, le autorità di Rabat adottarono una strategia volta a prevenire qualsiasi avanzamento del Fronte Polisario, procedendo al dispiegamento delle forze armate marocchine nelle aree progressivamente evacuate dall’esercito mauritano, così da consolidare il controllo sul territorio e limitare le possibilità di espansione dell’avversario (Indelicato, 2022). Il sovrano marocchino avviò un processo volto a cancellare l’identità saharawi, caratterizzato da reiterate violazioni dei diritti umani e da una campagna di delegittimazione nei confronti del Fronte Polisario. Parallelamente, fu adottata una politica di insediamento demografico volta a rimodellare la composizione della popolazione del Sahara Occidentale in senso favorevole alla monarchia. (Sahara Marathon). Il conflitto con il Marocco si protrasse per diversi anni, nel corso dei quali le forze armate di Rabat riuscirono a esercitare il controllo su circa due terzi del territorio del Sahara Occidentale. Il Fronte Polisario, al contrario, rimase confinato a poco meno di un terzo della regione (Indelicato, 2022). Nel periodo compreso tra il 1982 e il 1987, il Marocco realizzò il “Muro di Berm”, una lunga barriera di terra di circa 2.700 km, disposta parallelamente alla costa e disseminata di mine, che determinò la divisione del Sahara Occidentale. Attraverso questa struttura Rabat consolidò il proprio controllo sulla parte occidentale del territorio, lasciando la zona orientale alla RASD, suscitando forti critiche a livello internazionale (Grasso, 2022).
L’azione dell’Onu: dalla guerra alla tregua
Dopo un prolungato periodo di ostilità armate, nel 1990 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò un piano di pace, che portò, nel 1991, al raggiungimento di un’intesa tra Marocco e Fronte Polisario per l’organizzazione di un referendum di autodeterminazione. Tale consultazione avrebbe dovuto consentire alla popolazione saharawi di scegliere tra l’indipendenza e l’integrazione nel Marocco (El Orden Mundial). Nel settembre dello stesso anno, a seguito della dichiarazione del cessate il fuoco, venne istituita la Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO), incaricata di predisporre lo svolgimento della consultazione, inizialmente fissata per gennaio 1992 (Regione Emilia- Romagna, Assemblea Legislativa). Tuttavia, l’organizzazione del referendum è rimasta sospesa nel tempo, ostacolata dalla mancanza di consenso politico e dall’assenza delle necessarie garanzie di sicurezza richieste per il suo svolgimento (Indelicato, 2022). Nel tentativo di superare la persistente fase di stallo, nel 2003 fu avanzata una nuova proposta di soluzione, preparata dall’inviato speciale dell’ONU James Barker III (Simonelli, 2025). Il piano contemplava la dissoluzione della Repubblica Araba Sahrawi Democratica e la sua sostituzione con un’Autorità per il Sahara Occidentale incaricata di garantire un regime di autonomia del territorio sotto sovranità marocchina durante un periodo transitorio di cinque anni, al termine del quale sarebbe stato indetto un referendum (Pannocchia, Turi, 2015). L’assenza di un’effettiva attuazione dell’Autorità prevista ha determinato il rinvio indefinito del referendum. In questo contesto il Marocco promosse una proposta di autonomia rafforzata per il Sahara Occidentale, da esercitarsi nel quadro dell’unità statale marocchina. Di contro, il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria, non ha mai riconosciuto alcuna legittimità a soluzioni diverse dalla piena indipendenza del territorio (Pannocchia, Turi, 2015). Con la Risoluzione 1754 del 2007, il Consiglio di Sicurezza stabilì il quadro di riferimento per l’azione diplomatica delle Nazioni Unite, incoraggiando il Marocco a presentare iniziative ritenute affidabili e invitando le parti a intraprendere un dialogo privo di precondizioni. L’obiettivo dichiarato era il raggiungimento di una soluzione politica stabile e reciprocamente accettata, che tenesse conto del diritto all’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale (Zupi, 2021).
La dimensione regionale e internazionale del conflitto sahariano
La questione del Sahara Occidentale non si esaurisce in una contrapposizione bilaterale tra Marocco e Fronte Polisario, ma si inserisce in una rete complessa di interessi regionali e internazionali. Stati confinati, potenze globali e organizzazioni multilaterali hanno assunto nel tempo posizioni differenziate, spesso contraddittorie, influenzate da considerazioni ideologiche, strategiche, economiche e di sicurezza. L’assenza di un consenso condiviso, tanto a livello regionale quanto internazionale, ha contribuito a prolungare il conflitto e a indebolire i meccanismi di mediazione, in particolare quelli fondati sul principio di autodeterminazione.
- Algeria
In virtù della propria storia di guerra d’indipendenza e del ruolo svolto nel promuovere l’autodeterminazione RASD, motivata tanto da convinzioni ideologiche quanto da considerazioni di tipo strategico. Il controllo del Sahara occidentale da parte del Polisario avrebbe garantito ad Algeri accesso diretto all’Atlantico e rotte più agevoli verso l’Africa occidentale, confinando il Marocco nell’angolo nordoccidentale del continente (Simonelli, 2025). Sul piano operativo, l’Algeria ha fornito al Polisario armi, infrastrutture di comunicazione e soprattutto i campi profughi di Tindouf, che oggi ospitano oltre 200.000 rifugiati saharawi. Pur mantenendo formalmente una posizione di non belligeranza, l’unico episodio di coinvolgimento diretto delle truppe algerine nel conflitto resta la Battaglia di Amgala del 1976, che causò perdite da entrambe le parti (Zupi, 2021).
- Libia
In una fase iniziale del conflitto, anche la Libia di Muʿammar Gheddafi fornì un sostegno al Fronte Polisario, sebbene in modo discontinuo e privo di una strategia coerente nel lungo periodo (Zupi, 2021). Tale appoggio si inseriva nella più ampia visione panafricana e anti-imperialista del regime libico, piuttosto che in una politica strutturata sulla questione sahariana. Con il progressivo isolamento internazionale della Libia e, successivamente, con il collasso dello Stato libico dopo il 2011, il suo ruolo nella disputa del Sahara Occidentale si è progressivamente ridimensionato fino a divenire marginale (Gunnellini, 2014).
- Unione Africana
A livello continentale, l’Unione Africana ha adottato una posizione istituzionale chiara a favore del diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi, riconoscendo la RASD come Stato sovrano e sostenendo le iniziative delle Nazioni Unite volte all’organizzazione di un referendum. Nel 2015, l’Ufficio legale dell’UA ha inoltre confermato l’illegalità dell’occupazione marocchina e di tutte le attività economiche condotte nei territori occupati. Il rientro del Marocco nell’Unione Africana nel 2017, nonostante le obiezioni di Algeria e Sudafrica, è stato interpretato in modo ambivalente: da un lato come un tentativo di Rabat di rafforzare la propria influenza politica ed economica nel continente, dall’altro come un’opportunità per favorire un suo allineamento alle posizioni ufficiali dell’UA in materia di autodeterminazione (Zupi, 2021).
- Unione Europea
Sul piano internazionale, l’Unione Europea non è mai riuscita ad adottare una posizione univoca sulla questione del Sahara Occidentale, principalmente a causa delle profonde divisioni interne tra gli Stati membri. Alcuni Paesi, come la Francia, hanno storicamente sostenuto le posizioni marocchine, mentre altri, tra cui la Svezia, si sono opposti a qualsiasi forma di annessione dei territori saharawi, richiamando il principio di autodeterminazione. Questa mancanza di coerenza ha progressivamente relegato l’UE a un ruolo secondario nel conflitto, soprattutto se confrontata con il suo coinvolgimento in altre crisi prolungate nella regione. Parallelamente, l’Unione, e in particolare la Spagna, ha attribuito al Marocco un ruolo sempre più centrale nella gestione dei flussi migratori irregolari, rafforzando un partenariato strategico nell’ambito della Politica europea di vicinato, anche a costo di compromettere la propria credibilità come attore neutrale (Zupi, 2021).
- Stati Uniti
L’alleanza tra il Marocco e gli Stati Uniti rappresenta da lungo tempo uno dei pilastri della politica estera di Rabat. Tale rapporto si è ulteriormente intensificato dopo il 2001, nel contesto della cooperazione antiterrorismo, fino a culminare nel riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale nel 2020, nell’ambito degli Accordi di Abramo. Questa decisione ha segnato una svolta significativa nella dimensione internazionale del conflitto, rafforzando la posizione marocchina e alterando gli equilibri diplomatici a sfavore del Fronte Polisario (Zupi, 2021).
- Russia
La Russia ha mantenuto un approccio più cauto ed equilibrato rispetto ad altri attori internazionali, cercando di conciliare i propri interessi con entrambe le parti in conflitto. Pur sostenendo l’Algeria nel promuovere un ruolo centrale dell’Unione Africana nella gestione della crisi, Mosca ha evitato di assumere una posizione apertamente schierata, preservando così la propria capacità di interlocuzione sia con Algeri sia con Rabat (Zupi, 2021).
- Cina
Infine, la Cina ha adottato un approccio improntato alla prudenza e alla realpolitik, evitando un coinvolgimento diretto nella disputa sul Sahara Occidentale. Pur mantenendo una posizione formale di neutralità, Pechino ha rafforzato progressivamente i legami economici con il Marocco, contribuendo indirettamente a rafforzarne la posizione. L’esclusione del Fronte Polisario dai vertici Cina-Africa del 2015, 2018 e 2020 ha ulteriormente accentuato la marginalizzazione saharawi sul piano internazionale, favorendo di fatto la narrativa dell’integrità territoriale marocchina (Zupi, 2021).
Una vittoria diplomatica per Rabat alle Nazioni Unite?
Con il voto espresso il 31 ottobre 2025, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha segnato un passaggio rilevante nella gestione internazionale dalla questione del Sahara Occidentale. La Risoluzione 2797/2025, approvata senza opposizioni e con quattro astensioni, conferma il rinnovo della missione MINURSO, ma soprattutto ridefinisce il perimetro del processo politico. A differenza delle precedenti decisioni, il Consiglio individua nel progetto marocchino di autonomia regionale sotto la sovranità di Rabat l’unica base considerata praticabile per una soluzione negoziata del conflitto, consolidando così il vantaggio diplomatico del Marocco in sede ONU (Simonelli, 2025). In tale occasione, l’Algeria, attore direttamente interessato dal dossier, ha deciso di non prendere parte alla votazione. La scelta è stata motivata dalla mancata inclusione del Fronte Polisario nel processo negoziale e dalla percezione che il testo della risoluzione si discosti dall’impostazione tradizionalmente adottata dalle Nazioni Unite in materia di decolonizzazione. Tuttavia, al di là delle riserve espresse da Algeri, l’esito del voto conferma il rafforzamento della posizione marocchina e rappresenta un significativo successo della sua strategia diplomatica (Simonelli, 2025).
Conclusioni
La questione del Sahara Occidentale rappresenta uno dei nodi più emblematici e persistenti della decolonizzazione incompiuta nel sistema internazionale contemporaneo. A distanza di quasi cinquant’anni dal ritiro della Spagna, il territorio continua a essere privo di uno status giuridico definitivo, mentre il popolo saharawi resta escluso dall’esercizio effettivo del diritto all’autodeterminazione, formalmente riconosciuto dalle Nazioni Unite ma sistematicamente rinviato nella pratica. Questa contraddizione strutturale evidenzia il divario crescente tra i principi fondanti dell’ordine giuridico internazionale e le dinamiche geopolitiche che ne condizionano l’applicazione. Il fallimento del processo referendario, originariamente concepito come strumento cardine per la risoluzione del conflitto, ha progressivamente svuotato di significato il ruolo delle Nazioni Unite, trasformando la MINURSO da missione di accompagnamento verso l’autodeterminazione a meccanismo di gestione dello status quo. In questo contesto, la pace è stata concepita prevalentemente come assenza di guerra aperta, piuttosto che come costruzione di una soluzione giusta e duratura. Il cessate il fuoco del 1991, pur avendo posto fine alle ostilità armate su larga scala, non ha affrontato le cause profonde del conflitto, contribuendo invece a congelare una situazione di occupazione contestata e di precarietà permanente per la popolazione saharawi. La dimensione regionale e internazionale del conflitto ha ulteriormente complicato il percorso verso una soluzione condivisa. Il Sahara Occidentale è divenuto uno spazio di competizione geopolitica, in cui interessi strategici, economici e di sicurezza hanno progressivamente prevalso sulle istanze di autodeterminazione. Il sostegno del Marocco da parte di attori chiave come gli Stati Uniti e, in misura diversa, di alcuni Stati membri dell’Unione Europea, ha rafforzato la posizione di Rabat sul piano diplomatico, mentre il Fronte Polisario e la RASD hanno subito una crescente marginalizzazione, sia nei processi negoziali sia nei principali consessi internazionali. Parallelamente, il ruolo dell’Algeria, pur centrale, è stato spesso interpretato più in chiave di rivalità regionale che come espressione di un sostegno disinteressato alla causa saharawi, alimentando ulteriormente la polarizzazione del conflitto. In questo quadro si inserisce la Risoluzione 2797/2025 del Consiglio di Sicurezza, che segna una svolta significativa nel linguaggio e nell’approccio delle Nazioni Unite. L’individuazione del piano marocchino di autonomia come unica base negoziale considerata praticabile riflette un orientamento sempre più pragmatico, volto a privilegiare la stabilità regionale e la gestione degli equilibri politici rispetto alla piena attuazione del principio di autodeterminazione. Se da un lato tale scelta può essere letta come un tentativo di superare l’impasse diplomatica, dall’altro essa solleva interrogativi profondi sulla coerenza e sulla credibilità dell’azione multilaterale, soprattutto in relazione ai processi di decolonizzazione ancora aperti. Il rischio, in assenza di un processo realmente inclusivo e rappresentativo, è che la questione sahariana venga definitivamente ricondotta a un problema di governance territoriale, piuttosto che affrontata come una controversia di natura coloniale e giuridica. In tal modo, le aspirazioni del popolo saharawi rischiano di essere ulteriormente marginalizzate, ridotte a variabile secondaria in un contesto dominato da logiche di potenza e da compromessi diplomatici asimmetrici. Le condizioni di vita nei campi profughi di Tindouf, la repressione nei territori occupati e la frustrazione di intere generazioni cresciute senza una prospettiva politica concreta rappresentano le conseguenze più evidenti di questo stallo prolungato. In ultima analisi, il Sahara Occidentale continua a costituire una sfida aperta non solo per la stabilità del Nord Africa, ma anche per la tenuta del sistema multilaterale e per la credibilità delle istituzioni internazionali. La sua irrisolutezza mette in discussione la capacità della comunità internazionale di dare attuazione ai principi che essa stessa proclama, primo fra tutti quello dell’autodeterminazione dei popoli. Senza un rinnovato impegno politico che sappia coniugare legalità internazionale, inclusione delle parti e riconoscimento delle istanze saharawi, il conflitto rischia di rimanere una ferita aperta, destinata a riprodurre instabilità, frustrazione e ingiustizia ben oltre i confini del Sahara Occidentale.
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