Nella religione classica antica, in particolare greca e romana, il concetto di limen, ovvero la soglia, era alla base di molte pratiche rituali e non riguardava solo il luogo fisico e architettonico, la soglia della casa o dei palazzi sacri che separava l’interno dall’esterno e lo spazio sacro da quello profano: attraversare un limen significava andare incontro a trasformazioni ontologiche da uno stato ad un altro, era un momento di passaggio. Sulle soglie ad esempio si svolgevano riti per accogliere i neonati in casa o per sospingere i defunti verso l’oltretomba; la soglia è il luogo prescelto per le statuette di Lari e Penati (i protettori delle case); in spazi liminali avevano inizio alcuni riti misterici e molti sacrifici erano inaugurati su una soglia.
L’antropologo Victor Turner (1969) scrive che “le entità liminali non sono né qui né là; si trovano a metà tra le posizioni assegnate e ordinate dalla legge, dalla consuetudine, dalla convenzione e dal cerimoniale”. Durante la fase liminale, le categorie sociali sono sospese o rovesciate, e la persona liminare non è più ciò che è ma non è ancora ciò che sarà.
Secondo il vocabolario Treccani, la definizione di “confine” è: «Limite di un territorio, di un terreno» oppure «limite di una regione geografica o di uno stato» o ancora, nel senso concreto, «pietra, sbarra, steccato o altro che segna il confine di un terreno». L’etimologia della parola ci dice che questa viene dall’unione di -finis, cioè “limite”, e con-, cioè cum, ovvero “insieme”, a suggerire una linea di demarcazione tra cose differenti che si incontrano.
Nel suo libro Attraversare i confini, alle definizioni da dizionario della parola “confine” il giornalista e fotografo Valerio Nicolosi decide di aggiungere due dettagli: il confine è una linea lungo la quale corrono sì una separazione e una discontinuità, ma «forse anche un’ingiustizia». Secondo lui, il confine è, e appena fuori dalle nostre società europee diventa sempre più, «qualcosa che prima o poi porterà alla violazione dei diritti umani, in un modo o nell’altro».
La copertina e l’ultima riga del libro si richiamano a vicenda per creare la cornice di significato entro cui si muovono le storie che l’autore racconta, diventando inevitabilmente anche la cornice ideologica e la lente con cui il tema del confine, inteso come confine geopolitico tra stati, viene analizzato. L’oggetto del racconto sono coloro che tra i confini cercano di muoversi con tutti i mezzi possibili e che quella definizione antropologica di Turner sembra descrivere molto bene: esseri umani sulle soglie, le no man’s land o buffer zone tra stati, dove le norme giuridiche sono sospese, e per i quali, poiché privi del prestigioso documento rosso borgogna (così Nicolosi parla del passaporto), «non c’è solo una sbarra e un poliziotto a controllare, ma un sistema securitario fatto di muri, termoscanner, filo spinato e droni che pattugliano ogni centimetro».
Nicolosi è esperto di rotte migratorie: è stato sui confini della rotta balcanica, ha prestato soccorso sulle navi delle ONG nel Mediterraneo, ha conosciuto da vicino il confine ucraino e ha passato diversi anni al di qua e al di là del muro della Striscia di Gaza e di tutti i confini interni ed arbitrari che delimitano le diverse zone nei “leopardati” territori della Cisgiordania occupata da coloni israeliani. Proprio questi quattro luoghi scandiscono i capitoli del saggio, e in essi si ripercorrono e si intrecciano la Storia di ciascuno luogo, le decisioni e le vicende geopolitiche che li hanno fatti nascere, e le storie delle persone che li vivono e attraversano, o che almeno ci provano.
Con rotta balcanica si intende il percorso – che come sottolinea l’autore non è mai unico e fisso ma si adatta in continuazione ai cambiamenti, alle chiusure e alle politiche, perché «la disperazione è più forte della burocrazia» – che dal Medio-oriente e da alcuni paesi dell’Asia porta all’Europa partendo dalla Turchia attraverso Grecia, Serbia, Bosnia, Croazia, Slovenia e Ungheria. Qui, per esempio, ha luogo quello che i migranti chiamano the game, “la lotteria”, cioè il pericolosissimo percorso tra la frontiera croata, slovena e italiana che passa da un territorio ancora pesantemente minato.
Il Mediterraneo è una frontiera naturale ed è la via presa da coloro che per raggiungere l’Europa si imbarcano dalle violente, torturatrici, sanguinose coste della Libia, dove avvengono alcune delle peggiori atrocità perpetrate da trafficanti di esseri umani finanziati anche dall’Italia per svolgere esattamente questo lavoro: le pagine del saggio raccontano che, di fronte al rischio di tornare in Libia, la scelta è piuttosto la morte volontaria in mare.
Il capitolo sull’Ucraina accoglie una riflessione storica sulla “cortina di ferro”, quella vecchia dei tempi dell’URSS e quella nuova che riguarda i paesi NATO. Inevitabile, nel contesto del libro, un paragone tra l’efficienza della gestione dei flussi migratori di ucraini dall’inizio dell’invasione russa e invece le condizioni descritte nei capitoli precedenti.
Infine, da conoscitore dell’area, il tema del confine tocca anche la terra della Palestina e lo stato di Israele, con le loro linee di demarcazione diversamente articolate: un muro vero e proprio ed un assedio effettivo che cingono la Striscia di Gaza ad ovest; una sterminata e disseminata rete di checkpoint amministrati dall’arbitrio dei soldati israeliani e di deviazioni delle strade a seconda del colore della targa ad est.
Il modo in cui le migrazioni vengono narrate è molto cambiato nei decenni: le persone migranti sono diventate lo strumento di uno spostamento nei discorsi sulla sicurezza, contro di loro si inizia a fare campagna, una campagna che si è fatta fortemente allarmista in primo luogo nelle parole. Il libro porta un esempio di questo, semplice e particolarmente simbolico: le navi delle ONG sono state a lungo definite gli angeli del mare, erano “semplicemente” eroi buoni. Nel 2017 le stesse navi sono definite dal vicepresidente della camera Luigi Di Maio i taxi del mare. Il cambio di passo è evidente.
Ora che da mesi l’Italia sta cercando di esternalizzare le frontiere in un paese terzo quale l’Albania, cioè costruisce CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) in un paese fuori dall’Unione Europea e in cui per questo si possono eludere le normative europee; ora che è passata poco più di una settimana dal primo Remigration Summit dove le ultradestre europee si sono riunite per parlare di “remigrazione”, ovvero un progetto di espulsione di massa degli stranieri ritenuti non assimilabili, crediamo che leggere di migrazione e soprattutto delle frontiere attuali e così vicine a noi attraverso le parole di chi le ha viste da vicino, ne ha ascoltato le voci e le ha raccontate ci sembra essere di vitale importanza, per un ritrovato senso di umanità.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2025