Per molto tempo abbiamo immaginato la repressione come qualcosa di visibile: un arresto, una censura pubblica, una minaccia esplicita, una perquisizione. Oggi, invece, il controllo assume forme più silenziose. Può passare da uno smartphone violato, da una telecamera capace di identificare un volto, da un software che raccoglie dati, traccia spostamenti, ricostruisce relazioni. È in questo spazio, a metà tra innovazione e potere, che si colloca una delle questioni più urgenti del nostro tempo: che cosa succede quando le tecnologie digitali vengono usate contro chi difende i diritti umani?
Non si tratta di una riflessione astratta. Il 31 marzo 2026 l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha aperto una consultazione dedicata proprio alla protezione degli human rights defenders nell’era digitale. Il punto di partenza è chiaro: le tecnologie hanno trasformato il modo in cui attivisti, giornalisti, avvocati e membri della società civile documentano le violazioni, fanno advocacy e costruiscono reti di solidarietà. Ma hanno trasformato anche la natura delle minacce che subiscono, online e offline. Il digitale, insomma, non è più soltanto uno strumento di lavoro: è diventato anche uno spazio di vulnerabilità.
Qui emerge una contraddizione centrale. Gli strumenti digitali sono essenziali per rendere visibili gli abusi, raccogliere prove e mobilitare l’opinione pubblica. Eppure, gli stessi strumenti possono diventare mezzi di sorveglianza, intimidazione e controllo. Un telefono compromesso non espone solo chi lo usa: può mettere a rischio contatti, fonti, vittime, colleghi. Una piattaforma online non è soltanto un luogo di espressione: può trasformarsi in un archivio di relazioni e comportamenti, facilmente sfruttabile da chi vuole reprimere il dissenso. In questo senso, la tecnologia non è neutra quando opera dentro contesti segnati da forti squilibri di potere.
L’intelligenza artificiale rende questa trasformazione ancora più profonda. Nel marzo 2026, Volker Türk ha avvertito che gli strumenti basati sull’IA consentono sorveglianza e controllo “a una scala mai vista prima”. Il rischio, ha spiegato, è che il potere pubblico e quello privato finiscano per convergere, rafforzando modelli di controllo sempre più opachi. La questione, allora, non è soltanto cosa queste tecnologie siano in grado di fare, ma chi decide come usarle, con quali limiti e contro chi. Quando manca un quadro giuridico solido, la distanza tra sicurezza e abuso può ridursi rapidamente. La sorveglianza, del resto, non serve solo a raccogliere informazioni: serve anche a produrre paura. È questo uno dei suoi effetti più profondi. Se un’attivista teme che le sue comunicazioni siano monitorate, si esporrà di meno. Se un giornalista sospetta che il suo dispositivo sia stato infettato, cambierà tono, rete di contatti, linguaggio. Se un avvocato che difende vittime o dissidenti sa di poter essere tracciato, la sua vulnerabilità finisce per colpire anche chi cerca di proteggere. La repressione digitale agisce così in modo sottile ma efficace: non colpisce soltanto chi parla, ma restringe la possibilità stessa di parlare liberamente.
Le prove accumulate negli ultimi anni mostrano che questo scenario è tutt’altro che teorico. Dalle denunce ONU sull’uso di spyware contro giornalisti e difensori dei diritti alle più recenti rivelazioni sugli “Intellexa Leaks”, emerge un dato preciso: strumenti altamente invasivi continuano a essere impiegati contro membri della società civile in diversi contesti politici. Non siamo davanti a episodi isolati, ma a un ecosistema in cui la sorveglianza può essere acquistata, esportata e utilizzata ben oltre i casi formalmente giustificati dalla sicurezza nazionale. È anche per questo che la protezione dei diritti umani oggi passa inevitabilmente dal tema della governance tecnologica. In questo quadro, la responsabilità non ricade solo sugli Stati. Coinvolge anche le aziende che progettano, vendono o distribuiscono queste tecnologie. La consultazione dell’OHCHR richiama infatti anche il tema della due diligence e del ruolo delle imprese nei confronti dei rischi che i loro strumenti possono generare per i difensori dei diritti umani. Se una tecnologia nasce opaca, invasiva e difficilmente controllabile, il rischio di abuso non è un effetto collaterale marginale. È parte integrante del problema. Parlare di diritti umani nell’era digitale significa allora interrogarsi anche su un mercato che trae profitto dalla possibilità di osservare, profilare e controllare.
Anche il caso italiano mostra quanto la questione sia delicata. Con il Milleproroghe 2026 è stata prorogata fino al 31 dicembre 2027 la moratoria sull’installazione e sull’utilizzo di sistemi di riconoscimento facciale nei luoghi pubblici o aperti al pubblico. Amnesty International Italia e Hermes Center hanno accolto la misura come un argine importante, almeno temporaneo, in attesa di una disciplina organica più chiara. Il punto politico, però, resta evidente: prorogare una moratoria significa anche riconoscere che il diritto non ha ancora trovato un equilibrio soddisfacente tra innovazione, sicurezza e tutela delle libertà fondamentali. È qui che la domanda iniziale acquista tutto il suo peso: chi protegge chi difende? La risposta non può essere lasciata alla sola buona volontà delle piattaforme o a soluzioni emergenziali. Servono norme chiare, limiti rigorosi, controllo indipendente, trasparenza sugli strumenti impiegati e responsabilità reali per chi li produce e li utilizza. Ma serve soprattutto una consapevolezza politica: la protezione dei difensori dei diritti umani non è una questione di nicchia. È una misura della salute democratica di una società. Dove viene sorvegliato chi denuncia, dove viene intimidito chi documenta, dove viene tracciato chi difende, si restringe anche lo spazio di libertà di tutti gli altri.
In fondo, il problema non è soltanto tecnologico. È democratico. Una società che monitora chi la critica e controlla chi difende le libertà fondamentali non sta semplicemente adottando strumenti più sofisticati. Sta ridefinendo il rapporto tra cittadino e potere. E se questo rapporto continua a spostarsi verso opacità, automazione e sorveglianza, il rischio non è solo la compressione di alcuni diritti individuali: è l’indebolimento dello spazio pubblico stesso, cioè del luogo in cui una democrazia dovrebbe poter essere discussa, contestata e difesa.