Come Donald Trump è diventato il Presidente d’Europa

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  Eleonora Strano
  25 settembre 2025
  5 minuti, 16 secondi

Negli ultimi anni, Donald Trump ha ridefinito i rapporti transatlantici in modi che pochi avrebbero previsto. Tra le dichiarazioni più sorprendenti vi è quella in cui il presidente degli Stati Uniti si è autodefinito «presidente d’Europa», sostenendo che i leader europei lo considerino tale. Sebbene a Bruxelles la battuta abbia suscitato sorrisi e smentite, essa mette in luce una realtà inquietante: la crescente influenza esercitata da Trump sulle decisioni dell’UE, e la tendenza di molti leader europei a subire la sua pressione per salvaguardare l’alleanza con Washington.

Gli episodi che confermano questa dinamica sono numerosi. Al vertice NATO di giugno, Trump ha rivelato un messaggio del primo ministro olandese Mark Rutte, in cui quest’ultimo lo definiva daddy, un gesto che evidenzia il tentativo dei leader europei di compiacere il presidente statunitense per mantenerne l’attenzione sulla sicurezza del continente e sulla gestione del conflitto in Ucraina. Ma l’influenza di Trump non si è limitata a gesti simbolici: le sue pressioni hanno inciso su decisioni concrete, come l’accordo commerciale di Turnberry in Scozia, largamente favorevole agli Stati Uniti. Molti osservatori hanno interpretato la firma come una resa diplomatica, più che un negoziato paritario, segnando una fase di subalternità senza precedenti nella storia dell’Unione.

Un esempio emblematico riguarda la questione dell’Ungheria e il blocco imposto da Viktor Orbán all’adesione dell’Ucraina all’UE. Durante una visita a Washington, i vertici europei hanno chiesto a Trump di esercitare pressione politica su Orbán. Sebbene il premier ungherese non abbia modificato la sua posizione, il solo fatto che questa richiesta sia stata rivolta a un presidente USA conferma il suo ruolo di potere de facto e la tendenza dei Paesi membri a delegare a Washington la risoluzione di conflitti interni. Un diplomatico europeo ha sintetizzato la situazione definendo Trump non il presidente, ma il suo padrino, evidenziando la natura vincolante e quasi estorsiva della sua influenza.

Questo scenario segna un cambio di paradigma rispetto al passato. L’UE poteva fino a pochi anni fa vantare una posizione di forza commerciale e normativa, l’effetto Bruxelles, che le consentiva di influenzare comportamenti di imprese e governi esterni. La capacità dell’UE di imporre sanzioni e regolazioni alle grandi aziende, come Google o Apple, dimostrava una reale autonomia. Oggi, invece, la Commissione europea appare più prudente, delegando spesso agli Stati membri la gestione dei rapporti con Washington e riducendo la propria assertività nei confronti delle minacce economiche americane

Secondo Anthony Gardner, ex ambasciatore degli Stati Uniti presso l’UE, se in passato l’America auspicava un’Europa forte, oggi la strategia di Trump ha messo in luce i limiti della sovranità europea. La minaccia di dazi e ritorsioni economiche ha costretto i leader a piegarsi, dimostrando come la divisione interna dell’Unione renda il continente vulnerabile alle pressioni esterne. La firma dell’accordo di Turnberry ha confermato questa dinamica: la disparità di potere tra le parti era evidente e la trattativa ha assunto i contorni di una resa, più che di un negoziato.

Le ragioni di questa situazione sono molteplici. Alcuni attribuiscono la responsabilità alla Commissione europea, incaricata di negoziare in nome dei 27 Stati membri. Tuttavia, come sottolinea Gardner, il problema principale risiede nei governi nazionali, che hanno spinto per accettare le richieste statunitensi pur di evitare conflitti immediati. Questa mancanza di solidarietà tra gli Stati membri ha facilitato l’esercizio del potere di Trump, con conseguenze che potrebbero riverberarsi per anni sulla politica commerciale, regolatoria e strategica dell’UE.

Eppure, tra le difficoltà emergono anche segnali di consapevolezza e resilienza. I sondaggi indicano che la maggioranza dei cittadini europei desidera un’UE più forte e sovrana, e tende a criticare i leader nazionali piuttosto che l’istituzione stessa per le mancanze nella difesa degli interessi continentali. Alcune figure politiche, come l’ex premier italiano e presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, continuano a sottolineare l’urgenza di rafforzare l’integrazione politica e la capacità dell’UE di agire come soggetto protagonista nella scena internazionale.

Draghi, autore del cosiddetto Draghi Report, ha insistito affinché i leader europei non ignorino le raccomandazioni per una maggiore coesione e autonomia strategica. In diversi interventi pubblici, ha ricordato che l’UE deve smettere di essere spettatrice e assumere un ruolo centrale nelle decisioni globali, proteggendo i propri interessi e difendendo la propria sovranità. La sua posizione è un richiamo chiaro alla necessità di superare la logica di deferenza verso partner esterni, a vantaggio di un’azione più coerente e incisiva.

La sfida è dunque doppia: da un lato, l’Europa deve affrontare la realtà della sua attuale subalternità e della dipendenza dagli Stati Uniti in ambiti chiave come sicurezza e commercio; dall’altro, deve elaborare strumenti interni e strategie comuni che le consentano di proteggere i propri interessi e di affermarsi come protagonista globale. In questo senso, l’esperienza con Trump rappresenta una lezione fondamentale: mostra i limiti di una politica europea frammentata e la necessità di un’azione condivisa, solida e lungimirante.

La domanda che oggi si pone è cruciale: l’Europa continuerà a piegarsi a pressioni esterne o saprà finalmente costruire una sovranità effettiva? I mesi trascorsi sotto l’influenza di Trump hanno dimostrato quanto sia urgente rafforzare coesione, leadership e strumenti di difesa economica e politica. Senza una risposta decisa, l’UE rischia di perdere rilevanza e autonomia, esponendosi a nuove forme di pressione da parte di potenze esterne.

Pertanto, Donald Trump non è formalmente il presidente d’Europa, ma il suo ruolo de facto nei rapporti con l’UE ha rivelato vulnerabilità strutturali e limiti politici che richiedono correzioni immediate. La sfida per l’Unione è trasformare questa esperienza in un’opportunità di rafforzamento della propria autonomia strategica, economica e politica. Solo così l’Europa potrà rivendicare un ruolo da protagonista globale, capace di negoziare da pari a pari e di proteggere i propri interessi di fronte a partner e potenze internazionali.

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Eleonora Strano

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