Come si è presentata l’America Latina all’80ª Assemblea Generale ONU?

critiche ed elogi, da Lula a Milei passando per Petro

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  Lucas Martin Torres
  28 settembre 2025
  5 minuti, 50 secondi

L’ottantesimo anniversario delle Nazioni Unite ha dato vita a un’Assemblea Generale più divisa che unita: il sogno multilateralista dello scorso secolo sembra aver dato spazio a un foro internazionale scomposto e frammentato. I principali leader mondiali hanno presentato i propri discorsi dinnanzi all’Assemblea, chi accolti da forti applausi e chi tra fischi e/o platee abbandonate. I temi più caldi hanno riguardato la situazione nella Striscia di Gaza e il conflitto ucraino, con una netta presa di posizione da parte di diversi paesi occidentali per ciò che riguarda la situazione in Medio Oriente. È ormai noto che le cancellerie di Francia, Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo hanno proceduto al riconoscimento formale della Palestina, instaurando con l’ANP rapporti diplomatici e di cooperazione. Ma che ne è invece dei paesi del Global South? Come hanno affrontato la fitta agenda internazionale a New York?

La lenta — ma dinamica — tendenza dei paesi occidentali nel prendere una posizione nel conflitto israelopalestinese non rispecchia quella dei paesi latinoamericani. Il tradizionale orientamento sudamericano, erede della marea rosa di inizio secolo, a favore della causa palestinese sembra oggi essere in bilico, almeno per alcuni paesi in particolare. Ciò che emerge non è un sostegno al governo di Benjamin Netanyahu o un avvicinamento al Cremlino, per ciò che riguarda il conflitto in Ucraina, bensì una polarizzazione politica sempre più marcata all’interno della regione. Se da una parte i governi di sinistra come quelli di Lula, Chávez e Petro coincidono sulla volontà di trovare una soluzione immediata nella Striscia di Gaza, dall’altro divergono sulla questione in Europa orientale e sulla guerra commerciale con gli Stati Uniti, ciascuno con una diversa sfumatura politica sul da farsi. Ciò evidenzia le distinzioni tra esecutivi solo apparentemente simili, che un’analisi superficiale rischierebbe di trascurare. Se tenendo conto solo del lato sinistro del nostro compasso politico possiamo osservare tali differenze, la divergenza si fa ancora più profonda comparando i governi progressisti con la “nuova” destra latinoamericana. Innanzitutto, è necessario dividere queste tra destre restrittive in cui possiamo inserire i casi di El Salvador e Argentina, e le destre istituzionalizzate come quelle di Noboa in Ecuador e di Raúl Mulino a Panama.

Una volta acclarata la forte divergenza che vi è oggi nel panorama politico regionale, quali sono state le istanze dei leader sudamericani presentate all’Assemblea Generale?

Lula e l’inattesa chimica con Trump

Lula è senza dubbio il leader regionale più influente e conosciuto a livello globale. Il Presidente brasiliano si è presentato a New York come garante della causa palestinese, denunciando apertamente l’operato del Governo Netanyahu. Non solo, si è soffermato ampiamente sul conflitto in Europa orientale, sottolineando come una risoluzione internazionale del conflitto sia l’unico modo per raggiungere una pace duratura in Ucraina. Questa presa di posizione non è una novità, già da tempo il presidente brasiliano aveva sottolineato la necessità di una cooperazione allargata per la questione ucraina, distaccandosi e criticando indirettamente il pari russo Vladimir Putin. Nonostante non ci siano state delle chiare ed esplicite tensioni dirette tra i due, pare chiaro come i rapporti tra Brasilia e Mosca siano ormai tiepidi, la non partecipazione di Putin all’ultimo summit del gruppo BRICS a Rio de Janeiro ne è la prova.

Senza dubbio, l’evento che ha catturato maggiormente l’attenzione dei media globali è stato il brevissimo incontro tra Lula da Silva e Donald Trump. La guerra commerciale che da mesi oppone Stati Uniti e Brasile sembra aver improvvisamente trovato una tregua. Nell’incontro lampo, i due presidenti si sarebbero scambiati la promessa di una pronta riunione ufficiale, accompagnata da gesti più fraterni che protocollari. The Donald ha descritto il meeting con il suo pari brasiliano in termini positivi, riconoscendo una chimica tra i due, dichiarandosi disposto a scendere a contrattazioni sulla questione commerciale con Lula.

Milei e il pieno appoggio a Washington e Tel Aviv

L’ormai noto presidente ultraliberale si è presentato al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite con le idee ben chiare. Il discorso pur breve, ma coinciso di Milei ha sottolineato quattro punti principali sulla visione argentina dell’agenda internazionale. In primo luogo, Milei ha criticato l’approccio interventista dell’ONU sulle faccende internazionali, invitando l’organizzazione a ricoprire un ruolo meno invasivo e più efficace solo in situazioni che richiedono un reale intervento, senza però citare un caso specifico. In secondo luogo, ha invitato l’intera comunità internazionale ad aprirsi all’approccio liberale di cui lui è tra i principali ambasciatori, difendendo in modo generale l’operato statunitense a livello globale in quanto garante delle libertà civili e della democrazia. Come terzo punto, ha mosso una severa critica ai movimenti progressisti di sinistra, definendoli oppressivi e violenti, riferendosi indirettamente all’attentato ai danni di Charlie Kirk di qualche giorno fa. Infine, ha cercato di mantenere una linea più politica, chiedendo la liberazione Nahuel Gallo, gendarme argentino detenuto a Caracas dal dicembre 2024, e dei quattro ostaggi israelo-argentini ancora oggi prigionieri a Gaza. In conclusione, ha ribadito un pieno appoggio al governo di Benjamin Netanyahu nella risoluzione del conflitto in Palestina, firmando un’intesa con lo stesso premier ai margini degli incontri ufficiali. L’accordo prevede un impegno congiunto dei due paesi per una cooperazione in ambito economico e tecnologico.

Petro, gli USA come tiranni

Nel proprio intervento all’Assemblea Generale, il presidente socialista colombiano ha usato un tono forte e critico nei confronti di Stati Uniti e Israele. In primis ha definito “fallimentare e irrazionale” il modus operandi scelto dagli USA per combattere il narcotraffico nel Mar dei Caraibi, facendo riferimento agli atti di forza attuati dall’amministrazione Trump contro le presunte imbarcazioni del Tren de Aragua dirette verso gli USA con carichi di cocaina. È poi passato alla questione palestinese, definendo apertamente l’operato israeliano un tentativo di genocidio nei confronti della popolazione arabo-musulmana della Striscia di Gaza.

Tornando allo scontro con Washington, Petro ha descritto le azioni americane in Sudamerica come tiranniche, accusando gli Stati Uniti di utilizzare la lotta al narcotraffico come strumento di ricatto verso i paesi latinoamericani. Ha ribadito che, se davvero le intenzioni statunitensi di combattere il traffico internazionale di cocaina senza una cooperazione paritaria e con l’utilizzo della forza militare fossero realmente serie, tali si rivelerebbero totalmente inefficaci, come dimostrato dal patrimonio di violenza che la Colombia ha ereditato dagli anni ’90.

In chiusura ha rammentato che la Colombia entrerà a far parte del Consiglio di Sicurezza a partire dal 2026, con l’intenzione di sfruttare il proprio ruolo per promuovere un ordine internazionale basato sul multilateralismo, cercando di bilanciare l’egemonia delle grandi potenze e dare più voce ai paesi del Global South.

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America del Sud

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