Conclave: realtà o finzione?

Il potere, il dubbio e l’apparenza di fede nel bunker Vaticano di Edward Berger

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  Jacopo Cantoni
  30 aprile 2025
  3 minuti, 20 secondi

Il Vaticano, stanze segrete, cardinali che si guardano storto, sussurrano, tramano. Conclave di Edward Berger è un film che porta lì dentro, al centro del potere spirituale e politico più radicato del mondo, e lo fa senza chiedere troppa fede, ma un po’ di attenzione sì.

Al centro della storia c’è il cardinale Lawrence, interpretato da Ralph Fiennes, che si muove tra cerimonie solenni e giochi di potere con un’aria stanca, disillusa. Non è un santo, non è un eroe: è un uomo che cerca di tenere tutto insieme mentre tutto sembra sfilacciarsi. Più che una figura religiosa, è un burocrate dell’anima, stretto tra il bisogno di credere e il peso di sapere troppo.

Il film ruota attorno al conclave successivo alla morte del Papa, come è ovvio che sia. Una manciata di giorni, chiusi in un luogo dove il tempo sembra sospeso, ma dove ogni secondo conta. La tensione è costante, mai urlata ma sempre presente, fatta di sguardi, pause, porte che si chiudono lentamente. Più che un thriller vero e proprio, è un’indagine sul potere vestita da dramma politico. E il potere, qui, ha le mani giunte, ma lo sguardo dritto e calcolatore.

Berger costruisce tutto con una regia sobria, quasi geometrica, con alcune macchie Kubrickiane. La fotografia è fredda, pulita, le inquadrature ordinate come le file dei cardinali in preghiera. Ma sotto la superficie c’è disordine, incertezza, paura. La sacralità è solo una maschera: quello che conta davvero sono le alleanze, le strategie, i segreti. E il film non ha paura di mostrarlo.

C’è anche un personaggio chiave – il famoso “cardinale in pectore” – che arriva come una variabile impazzita. La sua presenza sposta gli equilibri, apre crepe, fa emergere tutto quello che finora era rimasto sepolto sotto tonache impeccabili e sorrisi diplomatici. È il punto di svolta che rimette tutto in discussione, fino all’ultimo minuto.

Il ritmo è misurato, a tratti lento, ma mai noioso. È un film che non corre: coinvolge lentamente lo spettatore e lo mantiene immerso nella storia, senza facili soluzioni o grandi scene madri. Anche il finale, inaspettato ma credibile, lascia qualcosa su cui riflettere. Non un colpo di scena tanto per fare, ma una domanda aperta: chi comanda davvero?

Conclave non cerca di stupire, ma di inquietare con eleganza. Non dà risposte, ma mette in scena un mondo dove anche chi prega ha paura, e dove il confine tra fede e potere è sottile, a volte invisibile. Non sarà un film per tutti, ma per chi ha voglia di entrare in quelle stanze chiuse e ascoltare cosa succede davvero quando si spegne il bianco fumo… merita il tempo che chiede.

La pellicola, uscita nei cinema a fine 2024, è tratta dal romanzo omonimo di Robert Harris, anche lì la religione è solo il pretesto. Quello che veramente interessa al regista tedesco – già premiato per Niente di nuovo sul fronte occidentale – è l’apparato di potere che ruota attorno alla Chiesa, il suo sistema opaco, le sue tensioni interne.

È un thriller politico, mascherato da dramma spirituale, che si svolge in uno dei luoghi più chiusi del mondo: il conclave papale.

Oggi più che mai siamo nel momento giusto per vederlo, capire cosa significa davvero fare il Papa nel 2025 e quali sono le strategie di influenza che si mettono in atto quando questa decisione è costretta ad un finale: la fumata bianca.

Diffidate da chi dice che c'è anche online: andate al cinema e riempiti le sale, sul grande schermo sembrerà ancora più strabiliante.  

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L'Autore

Jacopo Cantoni

Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.

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