Il mercurio è un metallo che luccica, e nella cultura Inca – che ancora si respira molto sulle Ande, i cui abitanti si sentono Incas – l’oro e con esso tutto ciò che luccica rappresentano le lacrime del Sole. Questo aspetto è legato al mito di fondazione dell’Impero Inca: fu il figlio del Sole a trovare il punto dove l’impero sarebbe sorto e lì il Sole sparse le sue lacrime, che gli abitanti raccolsero per restituirgliele e consolarlo, in uno scambio reciproco tra uomo e natura che è alla base di tutta la cultura indigena delle Ande, secondo il principio dell’Ayni, la legge della reciprocità andina.
Il mercurio è anche il materiale che viene utilizzato nelle miniere per l’estrazione dell’oro, perché lo separa dalla roccia. Le Ande hanno il cuore d’oro: dal mito di El Dorado alla conquista spagnola, quelle montagne nascondono enormi giacimenti del metallo prezioso. Nel giugno del 2000 un camion che trasportava 157 kg di mercurio per la miniera Yanacocha disperse il suo carico nella città di Choropampa. L’incidente, già tragico di per sé, fu reso ancor più drammatico dall’invito che l’impresa rivolse ai propri lavoratori e a tutti gli abitanti del luogo, inclusi molti bambini: chi avesse aiutato a raccogliere il mercurio disperso avrebbe ricevuto una ricompensa in denaro; ma nessuno fu avvisato dell’altissima tossicità del materiale, né venne fornita alcuna protezione.
Le conseguenze dell’incidente persistono: molti ragazzi che al tempo erano bambini oggi sono afflitti da malformazioni, e l’intera popolazione soffre di cecità, danni cerebrali e ai polmoni, oltre a quelli subiti dai feti delle donne allora in gravidanza. Nel 2008 si registrava ancora presenza di mercurio per le strade, molto si era dissolto nel suolo, disperso nell’acqua (concentrandosi quindi nei pesci) o era evaporato. Nel 2016 il Perù aveva dichiarato lo stato di emergenza per affrontare l’avvelenamento tra le popolazioni indigene di undici distretti dell’Amazzonia, dove i livelli di mercurio rilevati da campioni di capelli erano fino a 16 volte superiori rispetto al limite di sicurezza.
Nonostante la gravità della situazione, l’impresa Yanacocha non ha mai pagato per l’incidente, né per l’inganno ai danni dei choropampinos. E lo stato delle cose è continuato e continua ad essere tale ancora oggi, con la complicità di uno Stato che guadagna inevitabilmente dall’estrazione dell’oro, così vastamente presente in Perù: la multinazionale Newton Mining Corporation, cui appartiene la miniera di Yanacocha, è la prima produttrice di oro al mondo; la miniera di Choropampa è la più grande dell’intero Sudamerica e il Perù è il sesto paese al mondo per produzione di oro.
Nel 2024 la giornalista e scrittrice Giulia Vola è partita per il Perù assieme al fotografo Stefano Stranges e al sociologo, musicista e attivista peruviano Elmer Micha: lì ha conosciuto da vicino i luoghi e le persone andine, ha ascoltato le storie della loro tradizione orale, e ha incontrato Màxima Acuña Atalaya, che è diventata la protagonista del suo romanzo Cuore d’oro.
Màxima Acuña Atalaya è la donna simbolo della resistenza campesina contro la deturpazione delle terre andine da parte delle compagnie di estrazione: quando, a partire dal 2011, la Yanacocha è arrivata sul suo terreno, pretendendo con la forza e con la violenza di impossessarsene e reclamandone la proprietà, lei e il marito si sono opposti e ora combattono una difficile battaglia legale contro la multinazionale, dovendosi al contempo difendere dalle accuse di usurpazione che la compagnia muove contro di loro.
Nel 1994 Acuña e la sua famiglia avevano acquistato con diritto andino (che è riconosciuto dallo Stato) 27 ettari di terra per la coltivazione e l’allevamento, di cui vivono e si sostentano. Nelle stesse zone, la miniera Yanacocha aveva avviato il “Progetto Conga”, fondato su una campagna di acquisizione aggressiva delle terre di suo interesse. Nel tempo, moltissimi vicini di Acuña avevano venduto i loro terreni, ma quando la multinazionale è arrivata a reclamare la sua terra, lei si è opposta: la resistenza le è costata prima la distruzione di parte delle sue coltivazioni, e poi ripetute aggressioni fisiche molto violente verso di lei e dei suoi figli. È dopo queste violenze, commesse da agenti della polizia peruviana, che la donna ha deciso di denunciare e di iniziare questa difficilissima lotta. La sua storia è raccontata anche in un documentario del 2021, Maxìma, dove la ripresa di una delle aggressioni documenta chiaramente la presenza e connivenza della polizia. Nel 2016 Màxima Acuña ha ricevuto il Goldman Environmental Prize, prestigioso premio per i difensori dell’ambiente.
Tornando a Cuore d’oro, l’autrice spiega che il romanzo vuole raccontare la storia del “tradimento storico subìto da una popolazione”, dell’allontanamento forzato dalla natura e della rottura di quel principio andino di reciprocità, così espresso in epigrafe:
Inspiro, Prato espira
Espiro, Prato inspira
Attraverso la storia di Ima, il libro torna al primo tradimento nella storia Inca, quello dei Conquistadores spagnoli che nel 1552 ingannarono il re Athaualpa proponendo un patto di scambio, per poi invece ucciderlo e impossessarsi con la forza delle ricchezze della regione. Questo evento si ricongiunge al moderno ma similissimo tradimento delle multinazionali che, a partire dagli anni ’90, hanno a loro volta razziato e fisicamente svuotato le montagne, contro più di una legge (ambientale, andina).
Il testo è popolato di archetipi linguistici, che l’autrice racconta di aver incontrato proprio tra gli andini: le madri, dice, spesso non si rivolgono ai loro figli per nome, ma li chiamano hijo, cioè appunto “figlio”. Così i protagonisti del libro sono Madre, Padre, Figlio, ma anche Prato, Montagna, Cielo e, chiaramente, Miniera. Il linguaggio è quindi molto particolare, rievoca tradizioni antiche e toni mistici. Tutto l’universo descritto sembra sospeso in una bolla mitologica, nonostante gli eventi siano poi reali e la battaglia di Ima sia estremamente concreta. Il modo del narrare vuole veicolare la visione del mondo andina, dove ogni oggetto della natura è vivo perché appartiene allo stesso organismo. Il presente della storia dipende dalla cosmogonia andina, passa dal colonialismo e arriva all’attivismo e all’ambientalismo, col sapore del realismo magico.
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