Belli gli Oscar. Ma vogliamo parlare dei David di Donatello?
Insieme ai Goya spagnoli, ai Lola tedeschi e alle altre grandi cerimonie nazionali, anche il premio italiano continua a contare. Non è un riconoscimento che tutti, dentro e fuori i confini nazionali, sanno leggere immediatamente come marchio assoluto di prestigio. Eppure è proprio qui che sta la sua importanza: i premi nazionali non servono soltanto a distribuire statuette, ma a restituire il profilo di un’industria, di una sensibilità culturale, di una stagione produttiva. Guardare ai David, ai Goya o ai Lola significa osservare da vicino che cosa un Paese ha scelto di raccontare: quali opere ha premiato, quali nomi ha fatto emergere, quali tensioni ha lasciato affiorare. Anche per questo è più facile orientarsi tra qualche migliaio di titoli, per quanto siano molti di più, che in un mare indistinto di centinaia di migliaia.
Nel caso dei David di Donatello, questo discorso pesa ancora di più. Leggere ciò che viene candidato, ciò che vince e ciò che riesce a lasciare un segno nella stagione cinematografica italiana significa misurarsi con lo stato reale del nostro cinema, non con la sua caricatura e con i suoi “in Italia non siamo più capaci di fare il Cinema”. E allora il punto diventa semplice: se continuiamo a ripeterci che il cinema italiano fa schifo, ma poi non conosciamo i David, non seguiamo i film che vi arrivano, non sappiamo nulla di ciò che la nostra produzione esprime davvero, forse il problema non è soltanto il cinema. Forse stiamo guardando male. Forse stiamo concentrando l’attenzione nel posto sbagliato.
Ed è proprio per questo che i David, oggi, pesano più di quanto si voglia ammettere. Non solo perché premiano il meglio del cinema italiano, perché ogni edizione diventa un termometro dello stato di salute del settore. Chi sale su quel palco “iperbolizzando” porta con sé molto più di un film: porta il livello di ossigeno di un’intera filiera, le sue contraddizioni, le sue esclusioni, i suoi squilibri, le sue residue possibilità di credere ancora a sé stessa.
In tutto questo, però, c’è un problema. Le immagini che circolano in queste ore, costruite come un appello netto e radicale, lo esprimono con una violenza verbale che colpisce proprio perché intercetta un malessere reale. “Non siamo una colonia, siamo la cultura italiana”, si legge nella prima.
Segue l’invito a un gesto clamoroso in vista della 71ª edizione dei David di Donatello: lasciare vuota la sala, fare del silenzio un atto pubblico, trasformare la premiazione in protesta. Al centro del j’accuse c’è una denuncia precisa: due anni di politiche giudicate miopi, tagli al Fondo Cinema, riforme percepite come punitive per il tessuto produttivo nazionale e, al contrario, vantaggiose per le grandi produzioni internazionali, che in Italia trovano maestranze, studi e costi competitivi.
Il punto non è aderire meccanicamente alla radicalità dello slogan. Il punto è capire perché quello slogan oggi trovi ascolto, perché in un comparto che per sua natura ha sempre oscillato tra glamour e precarietà, la frattura è diventata troppo evidente per essere coperta dal rito. Il problema del cinema italiano non è l’assenza di talento ma la compressione delle condizioni che permettono a quel talento di diventare opera, continuità, percorso, industria. È la fatica di chi scrive, produce, interpreta, monta, distribuisce e promuove, dentro un sistema che troppo spesso celebra l’eccezione e lascia morire la base.
Quando un settore sente il bisogno di dire che non è una colonia, sta parlando anzitutto di sovranità culturale. Sta dicendo che non basta ospitare set prestigiosi, non basta attrarre capitali, non basta trasformare Cinecittà in una macchina produttiva efficiente se poi il cinema italiano, quello che dovrebbe esprimere un immaginario, una lingua, un conflitto, una forma del presente, resta senza aria.
La questione non è essere contro il cinema internazionale. La questione è non sacrificare il proprio: quello che le generazioni precedenti definivano “l’ultimo vero cinema italiano” e che, si voglia o no, continua a scorrere nelle nostre vene. Perché una cinematografia nazionale non si misura solo dalla sua capacità di accogliere il mondo, ma dalla sua possibilità concreta di continuare a raccontarsi.
Ed è qui che il discorso sui David si fa più interessante. Una premiazione nazionale dovrebbe servire proprio a questo: riconoscere il valore interno di un ecosistema, proteggerlo simbolicamente, dargli autorevolezza davanti al pubblico e alle istituzioni. Se invece rischia di trasformarsi, agli occhi di una parte ampia del settore, in una vetrina separata dalle difficoltà materiali di chi il cinema lo fa, allora il cortocircuito è evidente.
Francesco Sossai è uno di quei nomi da tenere stretti. Fino a pochi anni fa era quasi sconosciuto al grande pubblico; oggi rappresenta una delle traiettorie che raccontano meglio quanto il cinema italiano sia ancora capace di generare sguardi, nonostante tutto. Non si tratta di trasformare ogni emergente in un predestinato, ma di riconoscere che sotto la superficie dei nomi già canonizzati esiste una materia viva, inquieta, promettente, che chiede solo tempo, spazio e condizioni per crescere.
Ed è qui che la rabbia trova il suo senso più profondo. Non semplicemente nella protesta contro una cerimonia, ma nel rifiuto di un racconto tossico: quello per cui il cinema italiano sarebbe finito, svuotato, irrilevante. Non è finito. È sotto pressione. È impoverito. È spesso maltrattato da politiche incapaci di comprenderne la fragilità e il valore. Ma esiste ancora. E continua a produrre opere, personalità e possibilità che meritano ben altro destino rispetto all’autocommiserazione nazionale.
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L'Autore
Jacopo Cantoni
Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.
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