Di male in peggio, fino ad essere spaventoso

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  Alessandro Micalef
  15 ottobre 2022
  3 minuti, 45 secondi

Lo scorso 22 settembre il Referente speciale sulla situazione dei diritti umani in Myanmar, Tom Andrews, si è espresso negativamente sulla situazione che sta vivendo il Paese del Sud-Est asiatico. Ciò è avvenuto a Ginevra, in occasione della seduta del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU.

Dopo il colpo di stato avvenuto nel febbraio del 2021, che ha portato alla deposizione di Aung San Suu Kyi, la giunta militare ha ripreso il pieno controllo del Myanmar, con le proteste della popolazione civile che si sono protratte intensamente nei mesi successivi e continuano a chiedere che il processo di democratizzazione del Paese possa riprendere.

La protezione dei diritti umani continua ad essere compromessa, soprattutto relativamente alle minoranze etniche presenti nel Paese. In particolare, la popolazione Rohingya, non riconosciuta ufficialmente quale etnia birmana, è stata costretta alla fuga nel vicino Bangladesh o rinchiusa in campi di concentramento de facto. Anche le minoranze riconosciute, quali quella Kaman, Shan e Kachin continuano a vedere gravi abusi da parte dell’esercito birmano. Se queste minoranze soffrono da lungo tempo a causa dei soprusi dell’esercito statale, a partire dal colpo di stato l’intera popolazione birmana si è trovata a dover scendere in campo per i propri diritti, con le conseguenze che l’opporsi alle forze armate possono comportare per dei semplici civili. Appaiono quindi corrette le parole utilizzate dal Referente, quando si è espresso dicendo che la situazione è andata di male in peggio, fino a diventare spaventosa.

In apertura della conferenza stampa successiva alla seduta, Andrews ha riportato un episodio avvenuto a Sagaing, dove l’esercito ha fatto irruzione in una scuola uccidendo 11 bambini, ritenendo che all’interno dell’edificio si nascondessero soggetti ostili all’autonominata giunta militare.

In entrambe le occasioni in cui il Rappresentante si è espresso ha manifestato come la popolazione birmana si senta abbandonata dagli altri Stati, colpevoli di non intervenire al fine di ristabilire lo status quo antecedente il colpo di Stato. Vi sono orientamenti contrastanti all’interno delle Nazioni Unite sulla possibilità di intervenire direttamente, proprio perché la politica interna dei singoli Stati non dovrebbe essere oggetto di pressioni da parte dell’ONU. Al di là delle situazioni in cui violazioni dei diritti dell’uomo o umanitario possano spingere l’opinione pubblica a richiedere un intervento esterno, in conseguenza di un ragionamento praticamente istintivo, è necessario rendersi conto che un’ingerenza esterna sulla politica di uno Stato possa essere uno strumento davvero pericoloso per l’autodeterminazione dei popoli. Per tali motivi, spesso si preferisce non intervenire anche in situazioni che compromettono i diritti degli individui, o intervenire con sanzioni economiche che possano mostrare la contrarietà della comunità internazionale alle scelte politiche dello Stato coinvolto. Tali sanzioni possono variare a seconda della gravità della violazione. Per fare un confronto basti pensare alla differenza di sanzioni utilizzate dall’UE contro la Russia, in conseguenza dell’invasione dell’Ucraina, e le sanzioni utilizzate contro lo Stato birmano. Se nel primo caso la gravità delle condotte ha portato a prendere provvedimenti che sono in grado di modificare l’assetto economico dell’intero sistema europeo, nel secondo caso si è tentato di limitare gli attori influenti in Myanmar, ponendo un embargo sulle armi e congelando fondi e beni di costoro.

Non è quindi un caso che recentemente - lo scorso 7 settembre - Hlaing, generale a capo della giunta militare che governa il Myanmar, e Putin si siano incontrati. Poiché sia il colpo di stato birmano che l’invasione dell’Ucraina sono stati condannati dalla quasi totalità della comunità internazionale, i due leader stanno sviluppando relazioni diplomatiche proprio perché entrambi gli Stati sono attualmente esclusi dalla partecipazione alla vita politica degli altri Stati.

L’indignazione della popolazione birmana deriva dalla sensazione di isolamento rispetto al resto del mondo, che sembra rimanere a guardare laddove un intervento diretto potrebbe risollevare milioni di vite. L’ONU ed in generale la comunità internazionale, tuttavia, sceglie di evitare un conflitto aperto perché questo comprometterebbe troppi equilibri che si è tentato di costruire a partire dal secondo dopoguerra. Dev’essere quindi chiaro che la sensazione di immobilismo che si respira non può essere frutto di indifferenza alle popolazioni che soffrono, quanto di una consapevolezza che un intervento militare potrebbe destabilizzare la pace nel resto del mondo.

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L'Autore

Alessandro Micalef

Laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Milano.

Ha una propensione per lo studio delle materie umanistiche sin dagli anni del liceo, soprattutto quelle storiche.

Durante i suoi studi universitari sviluppa un interesse per il Diritto Internazionale ed Europeo, più in particolare per i Diritti dell’Uomo in entrambi i contesti.

Oggetto della sua tesi di laurea è stato il caso che coinvolge Gambia e Myanmar davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, in cui il Myanmar viene accusato di genocidio ai danni della minoranza etnica Rohingya.

All’interno di Mondo Internazionale è autore per l’area tematica di Organizzazioni Internazionali.


Law Graduate from Università degli Studi di Milano.

He has a propensity for humanistic subjects since high school, especially for historical ones.

During his academic studies, he develops an interest for International Law and European Law, in particular Human Rights in both contexts.

His final dissertation was related to the case concerning The Gambia and Myanmar in front of the International Court of Justice, where Myanmar is accused of genocide perpetrated against Rohingya ethnic minority.

Within Mondo Internazionale he is author in the context of International Organizations.

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