Per questo articolo ho fatto un esperimento: ho chiesto ad alcuni amici il tema e, senza sapere assolutamente nulla sul film o sulla regista, mi sono avventurato a raccogliere informazioni, discordanti e non. Oggi parliamo di: Die My Love di Lynne Ramsay.
Scozzese, classe 1969, formatasi tra fotografia e arti visive, si è imposta fin dal debutto nel lungometraggio, con Ratcatcher (1999), come una delle autrici più radicali del cinema europeo contemporaneo: poetica di corpi e detriti, di traumi mai detti, ma inscritti negli oggetti, di punti di vista infantili o disturbati che deformano la realtà. Con Morvern Callar, E ora parliamo di Kevin e You Were Never Really Here ha consolidato una poetica ellittica e sensoriale, capace di tenere insieme lirismo e brutalità, periferie sociali e devastazioni psichiche.
Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025, acclamato da una standing ovation di nove minuti e fischiato sottovoce da una parte di pubblico e critica, Die My Love arriverà nelle sale italiane il 27 novembre 2025, distribuito da MUBI. Prodotto anche sotto l’egida di Martin Scorsese, tratto dal romanzo Crève, mon amour di Ariana Harwicz, pubblicato in prima edizione nel 2012, è già uno dei titoli più controversi dell’anno: per qualcuno è un ritratto ferale e necessario della depressione post-partum, per altri un esercizio stilistico che scambia l’accumulo di scenate per profondità psicologica.
Al centro ci sono Jennifer Lawrence e Robert Pattinson. Lei non solo protagonista ma anche produttrice, lui marito disorientato in un’America rurale che funziona insieme da realismo sociale e paesaggio mentale.
La trama è del tutto lineare, Grace e Jackson lasciano New York per trasferirsi in una casa isolata nel Montana, appartenuta allo zio di lui, morto suicida. È l’ennesima “casa da rimettere a posto” del cinema contemporaneo, ma qui la ristrutturazione non riguarda solo tetto, tubi e infissi. Lui voleva suonare in una band, lei scrivere il “grande romanzo americano”. La gravidanza e la nascita del figlio spostano ogni asse: Jackson accetta un lavoro manuale che lo porta spesso lontano, Grace resta sola con il neonato, invasa da consigli non richiesti di madri, zie e nonne, e da una suocera, Pam, interpretata da Sissy Spacek, che a sua volta vive un lutto e un dissesto psichico.
La casa diventa trappola. L’isolamento si trasforma in claustrofobia. Quello che in teoria doveva essere un “nuovo inizio” diventa un lento scivolamento verso qualcosa che, a seconda degli sguardi, viene chiamato depressione post-partum, bipolarismo, psicosi non diagnosticata o pura anarchia emotiva. In mezzo si inserisce persino la figura di un motociclista che passa davanti alla casa e che la protagonista investe di fantasie e desideri: forse esiste, forse no, ma il film non si preoccupa di fissare la differenza.
Alcune testate italiane hanno letto Die My Love come una forma di body horror materno: il corpo di Grace, tra sessualità compulsiva, disgusto, stanchezza estrema e rifiuto del bambino, diventa la superficie su cui Ramsay incide la violenza silenziosa del quotidiano – nella produzione del film è coinvolto anche uno degli studi che ha prodotto anche un altro grande titolo del recente cinema: The Substance.
La regista lavora in continuità con E ora parliamo di Kevin e You Were Never Really Here: relazioni disfunzionali, traumi familiari, soggettive distorte. Qui spinge ancora oltre la dimensione sensoriale. Il formato 1.33:1 schiaccia il quadro in verticale, avvicina i volti e taglia lo spazio attorno ai corpi. La fotografia su pellicola e il massiccio uso del “day for night” costruiscono una notte irreale, lattiginosa, dove non si è mai nel pieno del giorno né nel buio totale.
Il suono è un’arma: musica che esplode, rumori saturi, il cane che abbaia senza sosta, la casa che scricchiola. L’obiettivo non è accompagnare, ma stordire lo spettatore almeno quanto è frastornata la coppia al centro del film. Oggetti minimi – un lavello pieno di piatti, un’asse da stiro, un frigorifero aperto – diventano nodi narrativi: Ramsay lavora per ellissi, dettagli, silenzi, più che per spiegazioni verbali.
Jennifer Lawrence costruisce un’interpretazione fatta di istinti ferini e mimesi primordiale con la natura che circonda Grace: striscia a quattro zampe, lecca vetri sporchi, si spoglia durante una festa di compleanno, si masturba in giardino, si abbandona a posture animali più che umane. La critica anglofona e i festival hanno parlato apertamente di “feral women”, mettendo in continuità questo lavoro con figure come Catherine Deneuve in Repulsion o la stessa Lawrence in Mother! di Darren Aronofsky.
Tenendo insieme la lettura “body horror” e post-partum, quella clinica sul bipolarismo e quella autoriale che rivendica un’anarchia senza diagnosi, il film polarizza: da un lato l’entusiasmo per la sua forza sensoriale, dall’altro il rigetto di una parte degli spettatori. Die My Love appare così per quello che è: un’opera costruita sulla frizione, non sul consenso.
Ramsay spinge la sua estetica al limite: trama e sviluppo psicologico passano in secondo piano rispetto a un’immersione soggettiva, fisica, spesso ripetitiva. L’assenza di una bussola narrativa chiara è per alcuni il cuore politico del film, per altri la misura del suo vuoto.
Il risultato è un oggetto che non si lascia addomesticare: un ritratto di maternità e malattia mentale che non offre consolazione, non chiede scusa, non guida la lettura. Per alcuni spettatori è una febbre necessaria, capace di dare forma a ciò che non si può dire nei racconti “accettabili” sulla genitorialità. Per altri è un dispositivo respingente, che confonde il rumore con la profondità e lascia dietro di sé più irritazione che comprensione.
La spaccatura non è un effetto collaterale, ma la condizione stessa di esistenza del film.
Io non l’ho ancora visto, ma se questo è ciò che si dice sul film sicuramente bisognerà riempire le sale.
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Fonte immagine:
https://www.festival-cannes.com/en/f/die-my-love/
Die My Love, regia di Lynne Ramsay – © Festival de Cannes
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L'Autore
Jacopo Cantoni
Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.
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