Con l'espressione “Fast Fashion” ci si riferisce alla pratica di produrre e vendere rapidamente capi d'abbigliamento e accessori a basso costo. Tra i brand fast fashion più noti si possono ricordare Zara, Bershka, H&M, Pull and Bear, Primark, Shein e Temu.
I prezzi ridotti e l'ampia offerta dei prodotti fast fashion, però, nascondono una realtà di sfruttamento ecologico e sociale insostenibili.
L'industria tessile è il secondo settore più inquinante al mondo dopo l'industria petrolifera. Infatti, i materiali prediletti soprattutto dai marchi fast fashion sono il cotone, che richiede quantità importanti di acqua e pesticidi per la sua coltivazione, e il poliestere, un materiale derivato dal petrolio e non biodegradabile, che rilascia microplastiche nell'ambiente durante il lavaggio dei capi.
La bassa qualità dei prodotti fast fashion li rende più facilmente soggetti a usura, per cui poco dopo essere stati acquistati spesso vengono buttati e portati in discarica.
Anche le campagne di marketing promosse da molti brand inducono i consumatori a rinnovare costantemente il loro armadio per seguire le nuove tendenze, spesso, ancora una volta, disfacendosi dei vecchi capi.
Per questi motivi, moltissimi scarti tessili finiscono nelle discariche, rilasciando sostanze inquinanti nel suolo. L’esempio più allarmante è rappresentato dalla discarica che si trova all’estremità occidentale del deserto di Atacama, in Cile, dove i capi ammontano a circa 40 000 tonnellate
L’industria fast fashion non solo ha un grave impatto ambientale, bens' anche sociale.
Infatti, moltissimi brand delocalizzano la produzione in Paesi in via di sviluppo, spesso Bangladesh, Cambogia e Cina, dove possono usufruire di manodopera a basso costo e dove le leggi che vietano lo sfruttamento minorale e quelle di igiene e sicurezza sul posto di lavoro non vengono rispettate. Le donne e i bambini sono tra le principali vittime dell’industria fast fashion.
Un evento tragico, che nel 2013 ha messo in luce di fronte all’opinione pubblica di tutto il mondo il costo umano che il fast fashion comporta, è stato il crollo dell’edificio di Rana Plaza in Bangladesh, nel 2013, dove 1100 lavoratori sono morti e 2500 sono rimasti feriti.
D'altro canto, si posiziona il movimento dello Slow Fashion, ossia della moda sostenibile che predilige la qualità alla quantità, il riciclaggio allo spreco e al consumismo sfrenato. Ad esempio, promuove l'utilizzo di materiali riciclati ed ecosostenibili, come il cotone e il lino organici.
Negli ultimi anni, molti consumatori hanno assunto consapevolezza delle implicazioni ecologiche e sociali del fast fashion e hanno iniziato a indirizzarsi verso scelte più sostenibili. Tra queste, è in aumento la tendenza a comprare usato, alla ricerca di capi vintage che non sono solo più sostenibili, ma spesso unici, e quindi agli occhi di molti più interessanti rispetto ai capi fast fashion.
Ci sono inolgfd diversi i marchi presso cui si possono indirizzare i propri acquisti se si vogliono compiere delle scelte di consumo più sostenibili. Ad esempio, la marca “Freitag” realizza borse, portafogli e zaini tramite il riciclaggio di copertoni di camion e riutilizzando invece delle cinture di sicurezza come cerniere. Si tratta di materiali che non sono solo riciclati, ma anche particolarmente resistenti e garantiscono dunque la qualità di tali accessori. “Freitag” dimostra dunque come sia possibile creare design unici e innovativi che siano compatibili con le sfide ecologiche del nostro tempo.
Il boicottaggio consapevole dei marchi fast fashion avviene anche tramite l’utilizzo di applicazioni come “Good on you”, che analizza diversi brand e l’impatto che questi hanno sull’ambiente e sui lavoratori.
Dunque, è possibile avere un impatto positivo sul pianeta orientando i propri acquisti in maniera sostenibile, senza per questo rinunciare alla propria creatività, ma anzi indirizzandola verso materiali innovativi o verso capi usati cui è possibile dare nuova vita.
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L'Autore
Giovanni Graziano
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fashion Ambiente spreco inquinamento sfruttamento sostenibilità