Framing the World è una rubrica che propone approfondimenti sulle principali dinamiche della politica internazionale. La rubrica è organizzata per aree geografiche — Asia, Americhe, Africa & MENA ed Europa — e ogni settimana offre un focus tematico con l’obiettivo di fornire chiavi di lettura chiare e accessibili sui principali sviluppi globali.
Questo e molto altro nell’ultimo numero di FtW!
Corea del Sud: il «no» di Lee a Trump e i limiti della diplomazia pragmatica
Negli ultimi mesi il presidente americano ha più volte sollecitato Seul di contribuire alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, di fatto bloccato da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato i raid contro l'Iran, il 28 febbraio. Trump ha lamentato pubblicamente di aver chiesto a Lee «una mano» ricevendone un «no, grazie», sottolineando come le truppe statunitensi restino schierate nella penisola per proteggere la Corea del Sud da Pyeongyang. Alle parole sono seguiti i fatti: ad agosto Washington ha annullato le esercitazioni militari congiunte con Seul, adducendo l'intesa personale tra Trump e Kim Jong-un e il presunto rifiuto sudcoreano di aiutare sull'Iran.
Il rifiuto di Lee, tuttavia, non è categorico. Il presidente ha infatti lasciato aperta la possibilità di rafforzare il ruolo dell'unità navale Cheonghae per proteggere navi mercantili, rotte petrolifere e cittadini, escludendo però l'invio di truppe combattenti sotto comando straniero. Si tratta di una formula già sperimentata e collaudata: nel 2020, il governo Moon estese la missione dell'unità fino a Hormuz, mantenendola indipendente dalla coalizione marittima guidata dagli Stati Uniti.
La cautela di Lee risponde soprattutto a ragioni interne. Secondo un sondaggio di inizio settembre, il 47,1% dei sudcoreani si oppone a un contributo militare contro il 43% favorevole, con un'opposizione del 55,5% tra gli elettori del Partito Democratico al governo, mentre il consenso verso il presidente è già in calo. Pesa anche il precedente di Roh Moo-hyun, il cui sostegno crollò dopo l'invio di truppe in Iraq nel 2004. A ciò si aggiunge Teheran, che ha minacciato «gravi conseguenze» anche in caso di supporto non combattente.
La vicenda fa emergere i limiti della «diplomazia pragmatica» attraverso cui Lee tenta di evitare rigide scelte di campo. Il rischio concreto è che le ripercussioni del "rifiuto" si riflettano su altri dossier, a partire dal piano di investimenti da 350 miliardi di dollari legato all'accordo sui dazi, per il quale Lee ha ammesso la presenza di condizioni che restano difficili da accettare. Per Seul, la crisi di Hormuz diventa così un banco di prova per la tenuta dell'alleanza con Washington.
Valeria Picciolo
Framing The World è un progetto ideato e creato grazie alla collaborazione di un team di associati di Mondo Internazionale.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026