A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
Il 2025 ha chiuso i battenti con il consueto turbinio di eventi che ha scosso equilibri consolidati, ridefinito priorità e costretto osservatori e addetti ai lavori ad aggiornare, ancora una volta, la mappa della leadership internazionale. Scegliere i cinque leader più influenti dell’anno non è solo un esercizio di stile, ma una vera e propria sfida intellettuale: come si valuta oggi l’impatto, quando la scena globale è così frastagliata, i centri di potere si moltiplicano e le leadership tradizionali sembrano, più che mai, strette nella stretta veste dell’abitudine? Di certo, la prima scrematura diventa necessaria: fuori i “soliti noti”, dentro chi ha davvero sparigliato il mazzo, oscillando tra il genio strategico e le ombre dell’opportunismo.
Il tramonto delle vecchie certezze
Impossibile non notare, in primis, l’assenza di figure che negli ultimi anni avevano dominato le cronache internazionali: Xi Jinping, Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdoğan, Emmanuel Macron, Mohamed bin Salman, Benjamin Netanyahu. Non è solo il peso della consuetudine che li fa calare di posto, quanto la stanchezza di azioni già previste, di mosse ormai scontatamente codificate nei manuali di geopolitica. Il loro impatto, pur sempre significativo, si è stabilizzato: la Cina prosegue la sua via di mezzo tra assertività e giri di volta, la Russia rimane ancorata a un conflitto fallito ma che sembra eterno, la Turchia gioca il suo ruolo di eterno mediatore in bilico, mentre Francia, Arabia Saudita e Israele continuano a muoversi secondo copioni collaudati da tempo. E, in questa galleria, persino il nuovo pontificato di Papa Leone XIV rimane ancora in attesa di manifestare per intero la sua impronta, ancora avvolto dalle nebbie della tradizione e dei tempi dilatati tipici sia della Chiesa che della diplomazia vaticana.
Chi sono allora i nuovi leader divenuti i protagonisti del 2025 ?
Chi ha davvero inciso, lasciando un segno minimamente innovativo che gli storici del futuro non potranno ignorare? Semplificando, sono almeno cinque, frutto di scelte ardite, azzardi e autentici colpi di scena.
1. Hussein Ahmed Al-Sahra: Il ponte tra Africa e Medio Oriente
Emergendo quasi in sordina, il neo-Presidente della Siria, Al-Sahra ha saputo trasformare la sua posizione di leader in una piattaforma per il dialogo tra il continente e il Medio Oriente. Le sue mosse diplomatiche, dalla mediazione nelle crisi regionali all’apertura verso investimenti in tecnologie verdi, hanno creato nuove rotte commerciali e canali di comunicazione inediti. Il suo pragmatismo, unito a una visione inclusiva, ha permesso di stabilizzare aree storicamente instabili, portando a casa risultati che vanno oltre i titoli dei giornali. La sua capacità di tessere reti trasversali, coinvolgendo sia l’Unione Africana che le monarchie del Golfo, lo rende una positiva figura di riferimento in un panorama nel quale il Sud globale chiede sempre più di avere voce in capitolo.
2. Donald Trump: Il ritorno del ciclone
Come un temporale annunciato e insieme imprevedibile, Trump ritorna sulla scena internazionale deciso a ribaltare nuovamente i tavoli. Il suo secondo mandato – o, per meglio dire, la sua seconda stagione politica – non è semplicemente una replica della precedente. Con una retorica ancora più aggressiva, accanto a una nuova squadra di consiglieri, ha forzato le relazioni con l’Europa e oscillato tra aperture e chiusure con la Cina. La sua influenza si misura più nelle reazioni che provoca che nelle sostanziali azioni dirette: ogni sua scelta obbliga gli altri leader a posizionamenti rapidi e spesso nervosi, amplificando la sua presenza ben oltre i confini degli stessi Stati Uniti. Nel bene o nel male, il suo impatto sull’agenda internazionale del 2025 è innegabile.
3. Giorgia Meloni costituisce la sorpresa mediterranea
Nel giro di pochi anni, Meloni ha compiuto una metamorfosi pregevole e rilevante anche sul piano internazionale: da outsider della politica italiana a figura centrale nelle trattative europee. Il 2025 la consacra come una leader capace di elevare la voce del Mediterraneo nella UE, incidendo su politiche migratorie, energetiche e di sicurezza. La sua abilità unitamente ad uno stile personale moderato ed equilibrato sta nell’aver saputo dialogare positivamente con l’Europa dei “grandi”, senza mai perdere il contatto con le istanze nazionali e regionali. Meloni è riuscita a presentarsi come mediatrice tra Sud ed Est, tra tradizione e innovazione, segnando in modo indelebile le nuove direttrici delle politiche comunitarie.
4. Sanae Takaichi: la rinascita giapponese
Se il Giappone torna a essere protagonista sulla scena internazionale, gran parte del merito va a Sanae Takaichi. Determinata e visionaria, ha spinto il Paese a riscoprire una leadership propositiva, abbandonando il ruolo di spettatore silenzioso. Takaichi ha puntato su tecnologia, difesa e alleanze strategiche: la sua campagna per una nuova architettura della sicurezza nell’Asia-Pacifico ha costretto giganti come Stati Uniti e Cina a riconsiderare le proprie strategie nella regione. La sua influenza si avverte macroscopicamente sia nei corridoi delle organizzazioni internazionali che nell’onda di orgoglio che attraversa la società giapponese.
5. Un leader a sorpresa: l’outsider dell’anno
Il quinto posto nella nostra classifica è occupato da una figura che ha saputo capitalizzare l’incertezza del periodo: il Presidente canadese, Mark Carney. Dopo anni dietro le quinte della finanza globale, Carney si è trovato a gestire una crisi senza precedenti in Canada, rilanciando il Paese sia economicamente che sul piano ambientale. La sua capacità di coniugare rigore finanziario e “visione green” lo ha affermato come un punto di riferimento per tutti coloro che cercano una terza via tra il capitalismo puro e nuove forme di governance non estremista ma sostenibile. Il suo Canada non è più solo “il vicino passivo e tranquillo degli Stati Uniti”, ma è divenuto un autorevole laboratorio di innovazione politica e sociale.
L’effimero e il duraturo, ovvero l’influenza oltre l’attualità
Per tutti, resta la domanda di fondo: i loro impatti saranno duraturi, o si scioglieranno come neve al sole dei nuovi cicli politici che seguiranno? La storia insegna che il giudizio definitivo non spetta agli osservatori del presente, ma quasi sempre ai posteri e agli storici più pazienti. Tuttavia, il 2025 sembra segnare una svolta: non basta più essere potenti, bisogna saper reinventare la propria influenza, adattarsi ai tempi e, soprattutto, rispondere alle nuove sfide con strumenti inediti. L’era dei leader-monolite sembra destinata a tramontare di fronte alla richiesta di flessibilità e innovazione.
Le figure emergenti come scommesse e incognite per il futuro
Accanto ai protagonisti già affermati, il 2025 offre una rosa di figure in rapida ascesa. Tra queste spicca Volodymyr Zelensky, che continua a resistere nonostante il pesante fuoco incrociato – ora più diplomatico che militare – tra Russia e Stati Uniti. La sua sopravvivenza politica è di per sé un segnale di resilienza, ma il futuro dipenderà dalla capacità di ricostruire un’Ucraina stremata e di ridefinire le alleanze in una regione sempre più contesa.
Un altro nome in forte crescita è Friedrich Merz, artefice della “nuova Germania”. Con una politica di riarmo che ha spiazzato molti alleati storici, Merz si è proposto come punto di riferimento di un’Europa più assertiva e meno dipendente dagli ombrelli tradizionali. Le sue scelte potrebbero segnare una svolta nel modo in cui il Vecchio Continente gestisce la sicurezza e le relazioni internazionali.
Non meno interessante è la parabola di Anthony Albanese, premier australiano che ha scelto di sfidare apertamente i mass media e le lobby tradizionali, puntando su una comunicazione diretta e su riforme strutturali che rinvigoriscono l’immagine di un’Australia pronta a giocare un ruolo da protagonista nella vastissima area del Pacifico.
Le riserve di lusso sono i leader per ora in panchina e il loro potenziale futuro
Non esiste una squadra vincente senza panchina di altrettanto livello. Ecco allora le “riserve di lusso”, pronte a entrare in campo qualora lo scenario internazionale dovesse mutare improvvisamente. Tra queste spicca Luis Inacio Lula da Silva, tornato dalla prigionia a guidare un Brasile più consapevole delle proprie potenzialità e delle sfide interne. Il suo secondo tempo alla guida del Paese, segnato da una rinnovata attenzione ai temi ambientali e sociali, lo mette in pole position per assumere un ruolo chiave in Sud America.
Claudia Sheinbaum Pardo, leader messicana, rappresenta un altro esempio di leadership “condominiale”: il suo saper mantenere rapporti di buon vicinato con gli Stati Uniti, senza rinunciare a una forte identità nazionale, le ha permesso di navigare tra le insidie di un continente complesso, segnando il confine tra cooperazione e autonomia. E infine, la figura enigmatica del “socialista musulmano di Manhattan”, Zohran Mandani che nonostante i contorni ancora sfumati rappresenta la capacità degli Stati Uniti di rinnovarsi, mescolando culture e visioni inedite, forse tratteggiando il volto di un’America che cambia.
Riflessioni conclusive
La prima riflessione è se nel mondo si vada verso una leadership globale fluida ma pericolosamente imprevedibile, oppure no. Il 2025 ci consegna un panorama geostrategico nel quale la leadership globale non è più considerata una materia per pochi eletti, ma vero campo di battaglia (e/o di collaborazione) per personalità diverse e spesso inattese.
Il futuro appare ricco di incognite: le crisi si moltiplicano e, citando un vecchio detto “non tutti i mali vengono per nuocere”.
Forse, proprio dall’instabilità e dal continuo cambio di scenario potrebbero nascere nuove forme più positive di guida politica e sociale, meno verticali e più orizzontali, capaci di adattarsi alla velocità del mondo contemporaneo.
La storia, nessun timore, continueranno come sempre a scriverla i vincitori. Ma sarà interessante vedere, tra dieci anni, chi tra i leader di oggi sarà sopravvissuto e avrà lasciato davvero un segno positivo.
“Quis custodiet ipsos custodes?”
“Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?”
Questo antico detto, tratto dal poeta latino Giovenale, riflette una profonda riflessione sulla necessità di controllare il potere e chi lo detiene, tema centrale anche nell’attuale scenario politico internazionale.
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Redazione
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