Il brain drain statunitense e l’opportunità per l’Europa: cosa prevede il piano “Scegli l’Europa per la Scienza”

I tagli ai fondi per la ricerca ed il nuovo clima politico statunitense sotto la presidenza Trump stanno portando ricercatori e scienziati a scegliere l’Europa, in un momento in cui l’UE ha bisogno di mantenersi competitiva proprio tramite ricerca ed innovazione.

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  Cristel Vinciguerra
  19 maggio 2025
  6 minuti, 8 secondi

Ammonterebbe a 500 milioni di euro il nuovo fondo, per il biennio 2025-2027, annunciato lo scorso 5 maggio dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, durante la conferenza “Choose Europe for Science” tenutasi all’Università della Sorbona di Parigi.

Il fondo, che sarà gestito dall’European Research Council, fa parte di un piano più ampio per aumentare la competitività globale tramite innovazione, sviluppo tecnologico e scientifico, ed è aperto a ricercatori di ogni nazionalità, purché disposti a portare avanti la propria ricerca in un Paese dell'UE. Oltre ai finanziamenti per la ricerca, è previsto l’aumento dei fondi addizionali per i ricercatori che vogliono spostarsi nell'Unione Europea, da uno a due milioni di euro, per facilitare l’allestimento di laboratori di ricerca specializzati e il trasferimento di team qualificati. Von der Leyen ha anche espresso l’intenzione di raggiungere entro il 2030 l’obiettivo di spesa pari al 3% del PIL in ogni Paese europeo per gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo.

Sebbene l’aumento dei fondi fosse già previsto nella più ampia strategia della "Bussola della competitività", il discorso tenuto alla Sorbona arriva dopo mesi di grande cambiamento nel mondo della ricerca globale. Gli Stati Uniti, primo Paese per investimenti in ricerca e sviluppo, con finanziamenti che nel 2022 hanno raggiunto i 761 miliardi di dollari, hanno visto un’inversione di rotta nel settore sotto la presidenza Trump. Il nuovo presidente ha espresso l’intenzione di tagliare i fondi federali per la ricerca fino al 25%, riducendo le spese del 50% nella National Science Foundation e del 37% per il National Institutes of Health, istituzioni leader nello sviluppo medico e scientifico a livello mondiale. Dal suo insediamento, il governo Trump ha ridotto i fondi federali per le università, limitando inoltre la libertà e l’indipendenza del settore accademico e della ricerca.

L’instabilità del settore e le divergenze politiche hanno portato molti ricercatori statunitensi a cercare alternative in altri Paesi, e la risposta dell’UE è stata di grande apertura per attrarre scienziati e figure altamente specializzate a contribuire allo sviluppo sul suolo europeo. Nel presentare il piano “Choose Europe for Science”, la presidente Von der Leyen ha fatto un velato riferimento alla situazione negli Stati Uniti, descrivendo i tagli alla ricerca e la limitazione della libertà accademica come un “gigantesco errore di calcolo”. L’intervento del presidente francese Emmanuel Macron, che ha seguito quello della presidente della Commissione, è stato più esplicito nel riferirsi alle politiche statunitensi, affermando che “Nessuno avrebbe immaginato che questa grande democrazia, il cui sviluppo economico è da sempre basato su una scienza libera, avrebbe commesso un errore del genere”.

La Francia è stata uno tra i Paesi a promuovere maggiormente l’apertura ai ricercatori statunitensi, con una lettera, firmata anche da altri dodici Paesi, inoltrata lo scorso marzo alla commissaria per le Startup, la ricerca e l’innovazione, Ekaterina Zaharieva, nella quale veniva espressa l’urgenza di attrarre ricercatori stranieri, facilitando la burocrazia e creando canali di accesso semplificati ai fondi per la ricerca. Diverse università francesi si sono inoltre mosse in maniera indipendente per invitare i ricercatori stranieri a scegliere le loro istituzioni. L’Università Aix-Marseille ha avviato uno schema denominato “Luogo sicuro per la scienza”, indirizzato proprio ai ricercatori statunitensi, con l’intento di rimarcare la libertà e l’indipendenza della ricerca accademica nel contesto europeo. Anche la società tedesca Max Planck, tra le più importanti istituzioni nel campo della ricerca mondiale, ha registrato da febbraio 2025 un volume di candidature provenienti da cittadini statunitensi quasi triplo rispetto agli anni passati; le complicazioni burocratiche relative ai visti ed all’accesso ai fondi hanno portato diversi dirigenti della ricerca tedesca a richiedere urgenti riforme, che consentano l’inserimento accelerato di ricercatori stranieri e promuovano una “cultura dell’accoglienza”. Francia e Germania sono tra i Paesi europei che più potrebbero beneficiare del brain drain statunitense. In particolare, la Germania, uno dei cinque Paesi dell’Unione Europea che raggiunge il target di spesa del 3% del PIL in ricerca e sviluppo, è anche il Paese europeo capace di competere con Stati Uniti e Cina nel campo della ricerca e dell’innovazione tecnologica.

La necessità per l’Unione Europea di aumentare la propria competitività, soprattutto tramite l’innovazione nel settore tech dell’intelligenza artificiale era stata già individuata dal "Report Draghi". Nel report, la competitività europea è subordinata alla capacità dei Paesi europei di collaborare per colmare il divario di innovazione e sviluppo con Stati Uniti e Cina, e la strategia individuata per raggiungere questo obiettivo è, tra le altre, un approccio comune e coordinato nella gestione dei fondi per la ricerca. Il rinnovato impulso europeo nel finanziare la ricerca ha incontrato una congiuntura favorevole legata al minore interesse statunitense. L’Unione Europea inoltre finanzia già il fondo di ricerca internazionale più grande del mondo, Horizon Europe, con un budget di 95.5 miliardi di euro nel periodo 2021-2027.

I Paesi europei potrebbero quindi beneficiare del brain drain statunitense, traendo vantaggio da un approccio comune, fondi consistenti e un settore della ricerca capace di attrarre figure professionali dall’estero. Non manca tuttavia la competizione: anche la Cina e la Corea del Sud hanno avviato strategie per diventare destinazione dei ricercatori statunitensi che stanno lasciando gli Stati Uniti. Mentre la Corea del Sud sta pianificando una riforma per introdurre visti destinati ai ricercatori stranieri, la Cina ha avviato una campagna di reclutamento attivo dei ricercatori statunitensi che sono stati colpiti dai tagli ai fondi nelle università.

Ulteriori ostacoli per ottenere una rinnovata competitività europea nel settore della ricerca e dello sviluppo potrebbero venire dall’interno. L’invito della Commissione europea ad aumentare le spese nazionali per sviluppo e ricerca fino al 3% del PIL arriva in un contesto in cui i Paesi europei devono già affrontare un aumento della spesa nel settore della difesa. Sebbene non sia da escludere che nel lungo periodo, anche il settore della difesa europeo possa beneficiare di una maggiore competitività legata ai maggiori investimenti nello sviluppo di nuove tecnologie, rimane difficile vedere una risposta comune dei 27, considerando soprattutto le grandi differenze di spesa in ricerca tra i Paesi europei.

I recenti sviluppi della politica statunitense rappresentano per l’Unione Europea un’opportunità, ma anche una sfida internazionale. L’iniziativa “Choose Europe for Science” è il segnale della volontà europea di affermarsi globalmente come riferimento nell’innovazione e di colmare il gap relativo all’industria digitale e tech. L’efficacia dell’iniziativa potrà avere conseguenze significative sul futuro e sulla competitività dei Paesi europei, contribuendo a costruire un’Europa innovativa e capace di difendere le libertà democratiche in un contesto globale in rapido cambiamento.

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Cristel Vinciguerra

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