In India è stata bocciata una riforma costituzionale che aveva l’obiettivo di aumentare il numero di donne in Parlamento, attraverso l'introduzione di una quota fissa pari a un terzo dei seggi parlamentari riservata alle donne.
La bocciatura della riforma non è dovuta tanto a un’opposizione a una maggiore rappresentanza femminile: le donne in Parlamento occupano attualmente solo il 14% dei seggi, e l’adozione di quote per garantire una maggiore partecipazione politica femminile gode di ampio consenso.
Tuttavia, la riforma proposta dal Primo Ministro Narendra Modi prevedeva anche altre modifiche nella composizione del Parlamento. Tra queste, un aumento del numero dei parlamentari da 543 a 850 e nuovi criteri per l’assegnazione dei seggi.
Queste modifiche avrebbero seguito criteri demografici che avrebbero favorito gli Stati del Nord, più popolosi, a discapito di quelli del Sud, caratterizzati da tassi di natalità più bassi e da livelli più elevati di sviluppo umano ed economico.
Già a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, l’India ha cercato di ridurre l’altissimo tasso di natalità, che costringeva a distribuire le risorse economiche su una popolazione numerosissima, aggravando il problema della povertà diffusa.
Per affrontare la questione demografica sono state adottate, nel tempo, anche misure molto controverse, come le sterilizzazioni maschili forzate negli anni Settanta e, successivamente, le sterilizzazioni femminili, incentivate attraverso aiuti economici.
Tuttavia, gli Stati che hanno avuto più successo nel rallentare la crescita demografica sono proprio quelli del Sud, dove sono state attuate politiche volte a incentivare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, l’istruzione e l’educazione sessuale. Tra questi spicca il Kerala, uno Stato meridionale in cui i tassi di fecondità sono simili a quelli di alcuni Paesi europei. Il Kerala, insieme ad altri Stati del Sud, presenta anche alcuni degli indici di sviluppo umano più elevati del Paese.
Gli Stati del Nord sono inoltre quelli in cui la destra nazionalista e induista riscuote maggiore consenso, rappresentata dal partito Bharatiya Janata Party di Modi, mentre negli Stati del Sud prevalgono forze politiche più orientate a sinistra: basti pensare che il Kerala è spesso governato dal Partito Comunista.
Sono stati soprattutto questi Stati del Sud ad opporsi alla riforma costituzionale proposta da Modi, ritenendo che le modifiche avessero l’obiettivo di favorire il suo partito, riducendo il peso politico degli Stati che contribuiscono in modo significativo allo sviluppo economico del Paese. Inoltre, la riforma si sarebbe basata sul censimento del 2011, ormai non aggiornato per un Paese come l’India, dove la popolazione è in costante crescita.
Per questo motivo M.K. Stalin, primo ministro del Tamil Nadu, Stato situato all’estremo sud dell’India, ha dato fuoco al testo della riforma e ha appeso una bandiera nera fuori dalla propria abitazione, in segno di protesta contro misure ritenute una minaccia per l’integrità della democrazia più grande al mondo.
Il leader dell’opposizione Rahul Gandhi ha criticato la strumentalizzazione della questione femminile da parte di Modi per modificare il sistema elettorale: “Questo non ha niente a che vedere con l’emancipazione delle donne, è un tentativo di cambiare la mappa elettorale dell’India”, ha affermato.
Dunque, la riforma del sistema elettorale bocciata dal Parlamento solleva un quadro molto complesso di questioni, che vanno oltre quella della rappresentanza femminile. Mette in luce, innanzitutto, le disuguaglianze economiche, politiche e culturali che dividono il Paese. Ma soprattutto ricorda l’importanza di mantenere uno sguardo critico verso chi strumentalizza queste disuguaglianze e temi delicati, come la rappresentanza politica femminile per consolidare il proprio consenso elettorale.
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L'Autore
Giovanni Graziano
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