Il silenzio del Golfo: il caso Shihab-Eldin e l’eclissi della libertà di stampa

Dalle aule dell’Università di Bari alle carceri del Kuwait, la vicenda del giornalista pluripremiato svela il volto repressivo di una regione che usa la guerra come scudo per soffocare il dissenso.

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  Alice Balan
  13 maggio 2026
  4 minuti, 3 secondi

Il confine tra l’informazione e il presunto crimine contro lo Stato non è mai stato così labile in Medio Oriente. Il caso di Ahmed Shihab-Eldin, giornalista e documentarista statunitense-kuwaitiano, è diventato il simbolo di una deriva autoritaria che sta stringendo il Golfo Persico in una morsa di censura senza precedenti. Shihab-Eldin non è solo una firma nota del New York Times, della BBC e di Al Jazeera: dal 2025 è anche una figura familiare in Puglia, dove insegna storytelling e comunicazione presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro.

La vicenda ha inizio il 3 marzo 2026. Shihab-Eldin si trova in Kuwait per far visita alla propria famiglia quando viene prelevato dalle autorità. Il "reato"? Aver condiviso online materiale già verificato dai media internazionali: un video dello schianto di un caccia statunitense F-15, abbattuto per errore dalla contraerea kuwaitiana e le foto del pilota atterrato nell'area di al-Jahra.

Le accuse formulate contro di lui riflettono un vocabolario giuridico volutamente vago, tipico dei regimi che mirano a colpire l'opinione: «diffusione di informazioni false», «danneggiamento della sicurezza nazionale» e «uso improprio del telefono cellulare». Per oltre un mese, il docente è rimasto in detenzione preventiva con accesso limitato ai legali, mentre il suo caso veniva trasferito dai tribunali ordinari a corti speciali per la sicurezza nazionale, organismi opachi che operano con logiche quasi militari.

L’arresto di Shihab-Eldin non è un episodio isolato, ma il sintomo di un’escalation regionale legata al conflitto scoppiato il 28 febbraio 2026 contro l’Iran. Il Kuwait, la cui società civile è sempre stata considerata vibrante, si è trasformato in quello che il Gulf Center for Human Rights (Gchr) definisce ormai uno «Stato di polizia».

Le autorità hanno introdotto normative draconiane, come la Legge numero 47 contro il terrorismo e nuovi decreti mirati a proteggere le «entità militari». Queste norme prevedono fino a 10 anni di carcere per chiunque mini il prestigio delle forze armate. In questo clima, anche semplici post sui social media hanno portato all'arresto di attiviste storiche come Suad Al-Munayes e Fareah Al-Saqqaf. Il governo ha persino utilizzato la revoca della cittadinanza come arma politica: dal 2024 ad aprile 2026, il Kuwait ha privato della nazionalità oltre 71.000 individui. Questa cifra rappresenta circa il 4,6% della popolazione totale, che ammonta a poco più di 1,5 milioni di abitanti.

Dopo 52 giorni di detenzione, giovedì 23 aprile 2026, è arrivata la notizia dell’assoluzione. La squadra legale internazionale, guidato dall'avvocata londinese Caoilfhionn Gallagher, ha confermato che Shihab-Eldin è stato dichiarato innocente da tutte le accuse. Jodie Ginsberg, CEO del Committee to Protect Journalists (CPJ), ha espresso sollievo, pur ribadendo che la sicurezza del giornalista resta la massima priorità.

Tuttavia, l’assoluzione di una figura di alto profilo, protetta anche dal passaporto americano, non risolve il problema sistemico. Come sottolineato da diversi commentatori indipendenti, Shihab-Eldin è l'eccezione mediatica: molti colleghi con soli passaporti arabi "spariscono" nel silenzio dei servizi segreti, senza che il mondo ne conosca il destino.

Il panorama della libertà di stampa nel 2026 è desolante. Il CPJ ha registrato 14 giornalisti uccisi nella regione dall'inizio dell'anno, tra blackout informativi e restrizioni alla copertura. La censura si è estesa a macchia d'olio nel Golfo. In Bahrein, oltre 160 persone sono state arrestate per opinioni espresse online. Negli Emirati Arabi Uniti, la sorveglianza digitale è totale e punisce l’invio di informazioni giudicate “inattendibili”. Anche in Giordania la libertà di stampa subisce colpi durissimi, come dimostrato dalla condanna della giornalista Hiba Abu Taha, arrestata dopo aver pubblicato due articoli che criticavano le azioni del governo giordano durante la guerra di Gaza.

Oggi, nel Golfo, la sicurezza nazionale non è più uno scudo per i cittadini, ma una barriera per proteggere i governi dalla verità. Emerge una doppia frattura: la retorica dei leader arabi, che si dicono difensori dei diritti umani (specialmente in relazione alla causa palestinese), e la pratica feroce di reprimere chiunque critichi la cooperazione militare o lo stallo politico.

La storia di Ahmed Shihab-Eldin ci ricorda che il giornalismo è un atto di servizio essenziale senza il quale il pubblico perderebbe la capacità di prendere decisioni informate, lasciando spazio solo alla narrazione imposta dal potere. Il destino di un professore di Bari è diventato così la cartina di tornasole di una lotta globale, ossia il diritto di informare, proprio dove il buio della censura è più fitto.

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Alice Balan

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