La guerra in Iran: un conflitto di logoramento economico

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  Jacopo Biagi
  12 marzo 2026
  4 minuti, 26 secondi

Era nell’aria già da tempo. Le dichiarazioni pubbliche sempre più aggressive del Presidente, i post intimidatori sui social e l’imponente mobilitazione delle forze militari statunitensi nella zona del Golfo Persico facevano già presagire quale sarebbe stato il seguito. Il 28 febbraio, il Presidente Trump ha dato “luce verde a Epic Fury” avviando così un’operazione congiunta in appoggio a Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

L’operazione speciale, condotta con massicci bombardamenti nei principali centri logistici iraniani, ha portato, nel giro di poche ore, all’uccisione della guida suprema, Ali Khamenei, leader politico e spirituale del Paese. L’immediata risposta militare di Teheran ha colpito duramente non solo Israele, ma anche gli Stati che nella regione ospitano basi militari americane e sono storicamente alleati della superpotenza d’oltreoceano.

Il costo degli equipaggiamenti militari

A pochi giorni dall’inizio della guerra, il conflitto si è già esteso ben oltre i confini del territorio iraniano, coinvolgendo militarmente oltre dieci paesi nel Golfo e impattando a livello economico su tutto il mondo. Teheran, infatti, ha prontamente risposto all’attacco aereo coordinato degli Stati Uniti lanciando sciami di droni contro infrastrutture militari e civili in Qatar, Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. In meno di 36h dall’inizio del conflitto si stima che dall’Iran siano partiti circa 800 missili (un arsenale tra le 2500 e 3500 unità) e un migliaio di droni (un arsenale tra le 30.000 e 80.000 unità); una piccola parte, sfuggita ai sistemi di difesa, ha colpito obiettivi civili e infrastrutture strategiche, causando vittime civili e danni economici significativi.

La strategia adottata da Teheran si basa su una dottrina di “guerra asimmetrica” che punta a massimizzare il danno economico subito dagli aggressori minimizzando, allo stesso tempo, i propri costi per gli equipaggiamenti militari. L’Iran impiega soprattutto droni, in larga parte prodotti nel paese stesso al costo di poche migliaia di dollari, lanciandoli in sciami massicci contro i sistemi di difesa utilizzati dai paesi del golfo che, per intercettarli, utilizzano missili dal costo di centinaia di migliaia di dollari. Il risultato di questa strategia restituisce un bilancio decisamente squilibrato: per abbattere un drone iraniano da 20.000 dollari, le difese di terra utilizzano missili intercettori che possono arrivare a costare milioni di dollari per unità.

Un bilancio pesante per Washington

Se la strategia iraniana è quella di infliggere il maggior danno economico ai suoi aggressori, i numeri del bilancio americano lasciano supporre che stia funzionando. Secondo quanto rivelato da Kent Smetters, direttore del Penn Wharton Budget Model (Pwbm), in un’intervista a Fortune, la spesa totale per Washington potrebbe raggiungere i 210 miliardi di dollari. Infatti, Smetters stima i costi degli asset militari attualmente impiegati e degli ulteriori approvvigionamenti necessari per l’operazione tra i 40 e i 95 miliardi di dollari fissando a 65 miliardi di dollari l’impatto economico diretto per i contribuenti e sottolineando anche che “se la guerra dura più di due mesi, allora questa cifra aumenta”.

Oltre al costo strettamente collegato agli equipaggiamenti militari impiegati nell’operazione, bisogna considerare anche ulteriori perdite economiche derivate che, inevitabilmente, sono destinate a colpire gli stati coinvolti nel conflitto. Secondo Smetters, si tratta di un intervallo che va da 50 miliardi di dollari fino a oltre 200 miliardi attestandosi realisticamente intorno a 115 miliardi per i soli Stati Uniti. Quest’ultima stima considera anche le ampie fluttuazioni economiche dei mercati energetici e il turbamento degli equilibri commerciali e finanziari che generalmente fanno seguito all’inizio di un conflitto prolungato in Medio Oriente.

I danni economici colpiscono tutto il mondo

La situazione economica di Washington, però, non è l’unica che sembra destare preoccupazioni alla luce di questo nuovo conflitto in Medio Oriente. Infatti, la risposta armata di Teheran diretta alle basi militari americane ha colpito duramente, in tutta l'area del Golfo, depositi di carburante e infrastrutture energetiche, come la raffineria di Ras Tanura in Arabia, oltre a infrastrutture civili, come gli aeroporti di Dubai e Doha, che sono tra i maggiori snodi del traffico aereo mondiale. Questi attacchi hanno già costretto gli aeroporti nella zona calda a rinviare o deviare la maggior parte dei voli, provocando danni da miliardi di dollari e c’è un rischio concreto per l’Europa che i danni alle raffinerie e agli impianti di stoccaggio del gas nell’area del Golfo provochino un forte aumento del costo dell’energia e del carburante portando a impennate dei prezzi per i beni di consumo e per le bollette.

Inoltre, occorre ricordare che l’Iran controlla militarmente anche lo Stretto di Hormuz, da cui passano le navi che trasportano quotidianamente una media di 20 milioni di barili e circa un quinto del gas naturale liquido (GNL) , per la maggior parte diretto ai mercati asiatici. La chiusura totale di questa strettoia, che Teheran ha già minacciato di attuare, rischia di provocare uno shock economico globale con ripercussioni, che già ora stiamo vivendo, difficili da quantificare in modo esatto.

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