Non c’è alcun disaccordo con il governo di Baghdad dietro la decisione del Comando europeo della NATO di porre fine, almeno temporaneamente, alla presenza militare degli alleati in Iraq. Il via libera al trasferimento del corpo di spedizione in Europa e al ricollocamento del comando della missione nel centro strategico alleato di Napoli, focalizzato sul fronte sud e sulle operazioni nel Mediterraneo, è arrivato in seguito ai numerosi attacchi che Teheran ha sferrato contro la Green zone (zona fortificata) della capitale irachena, cercando di colpire l’ambasciata statunitense, situata a breve distanza dalla base NATO.
Ad accelerare la decisione di rimpatrio della task force (contingente militare) è stato anche, se non soprattutto, l’attacco iraniano alla base italiana a Erbil, nel cuore del Kurdistan iracheno, al confine tra Siria, Iran e Turchia, centrata da un missile di Teheran nella sera dell’11 marzo. La base, nata nell’ambito di un’operazione internazionale contro i jihadisti dello Stato islamico dell'Iraq e della Siria (ISIS), ha riportato esclusivamente danni all’infrastruttura, ma l’azione offensiva iraniana, seguita da ulteriori attacchi mirati contro il contingente statunitense nei giorni successivi, ha innalzato la tensione regionale oltre il livello giudicato come “sostenibile” dai vertici dell’Alleanza. Alla luce di quanto emerso, la scelta sarebbe maturata in seguito a un colloquio telefonico tra il segretario generale della NATO, Mark Rutte, e Mohammed Shia al Sudani, primo ministro iracheno, il quale avrebbe intimato ai Paesi dell’Alleanza di non giocare un ruolo attivo nel conflitto in corso, per evitare un’escalation ancora più rapida.
Un suggerimento accolto dai vertici della NATO, che ha condotto a una “modifica della posizione” degli alleati nel contesto mediorientale, come dichiarato dalla portavoce Allison Hart, che tuttavia non ha fornito ulteriori dettagli per ragioni di sicurezza. La missione dell’Alleanza in Iraq, avviata nel 2018 con l’obiettivo di formare le forze di sicurezza di Baghdad, impegnate nelle azioni antijihadiste, e di fornire loro consulenza e assistenza nella prevenzione di una nuova ascesa dello Stato Islamico, continuerà a operare a distanza mantenendo un “dialogo politico e cooperazione pratica” con le autorità irachene, ha sottolineato Hart. Parole sottoscritte anche dal comandante supremo alleato nel Vecchio continente, il generale Alexus Grynkewich, che ha aggiunto ringraziamenti al governo di Baghdad per aver contribuito al “trasferimento in sicurezza” del personale NATO presente nel Paese, in tutto circa 600 persone.
Frasi al veleno sono arrivate d’oltreoceano, dove il presidente degli Stati Uniti d'America (USA), Donald Trump, ha reagito bruscamente alla notizia, inveendo contro gli alleati per la loro contrarietà a un diretto coinvolgimento nelle operazioni contro Teheran. Infatti, sul suo social Truth, Trump ha sentenziato che “senza gli USA l’Alleanza è una tigre di carta”, aggiungendo che le forze NATO “non vogliono unirsi alla battaglia per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora che la battaglia è vinta dal punto di vista militare, con ben pochi pericoli per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che devono pagare, ma non vogliono contribuire a riaprire lo Stretto di Hormuz. Codardi, ce ne ricorderemo”.
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