Nel marzo 2019, a Villa Madama, Giuseppe Conte e Xi Jinping firmano il memorandum d'intesa con cui l'Italia prende ufficialmente parte alla Belt and Road Initiative (BRI), anche nota come "Nuova Via della Seta". L’iniziativa di Pechino prevedeva investimenti multimiliardari in infrastrutture, porti, ferrovie e reti digitali con l’obbiettivo di collegare la Cina all'Europa passando per Asia centrale, Medio Oriente e Africa. L'Italia è stata l'unico Paese tra le potenze del G7 a firmarlo, scommettendo su un riequilibrio dei flussi commerciali con Pechino, storicamente sfavorevoli a Roma.
Il risultato di questa scommessa è tuttora fonte di dibattito. Ciò che possiamo affermare è che, a fronte di un impatto economico alquanto limitato, l'adesione ha indubbiamente accentuato l'attrito tra l'Italia e gli alleati atlantici. Bruxelles e Washington hanno espresso forte preoccupazione per la crescente influenza cinese in Europa, per via di un contesto geopolitico sempre più teso. Il governo Draghi, già dal 2021, aveva tentato di correggere la rotta rafforzando lo strumento del golden power e rendendo i controlli sugli investimenti cinesi molto più rigidi. Con l'arrivo di Giorgia Meloni la svolta si è definitivamente consolidata: nel dicembre 2023 l'Italia ha scelto di non rinnovare il memorandum. Per evitare di porre fine al dialogo bilaterale, si è optato per il mantenimento del partenariato strategico firmato nel 2004, rinnovato poi nel 2014 e nel 2024.
La linea adottata da Roma negli ultimi anni prova così a coniugare due esigenze in tensione: da un lato salvaguardare il ruolo della Cina come partner commerciale strategico, dall'altro tutelare gli interessi industriali nazionali in una cornice di sicurezza economica più stringente, in continuità con l'approccio di de-risking promosso a livello europeo. Rispetto al 2019, il contesto internazionale in cui si muove l'Italia è profondamente cambiato: diversi partner europei, tra cui Francia e Germania, hanno riaperto canali di dialogo con Pechino negli ultimi mesi. Questo conferma che la Cina è percepita, a Bruxelles come nelle altre principali capitali, come un partner economico troppo importante per essere affrontato esclusivamente attraverso logiche di contenimento.
Sul piano commerciale, il legame Italia-Cina è in crescita. Secondo i dati ISTAT contenuti nel Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2026, la Cina è oggi il primo fornitore dell'Italia, con una quota del 10,3% delle importazioni italiane, in aumento del 17,2% rispetto all'anno precedente. Si tratta del livello più alto mai registrato. Tra i settori maggiormente coinvolti in questa dinamica troviamo la manifattura, l'automotive e, più di recente, il comparto del lusso, oggetto di nuovi investimenti cinesi annunciati tra dicembre 2025 e giugno di quest'anno.
Il caso più emblematico resta quello di Pirelli. Il gruppo di pneumatici, il cui principale azionista è la holding cinese Sinochem, rappresenta il più ingente investimento mai effettuato da un'entità cinese in Italia. Pirelli è anche l'esempio più concreto di come oggigiorno interessi commerciali e sicurezza economica siano sempre più legati: il governo italiano ha esercitato più volte il golden power per limitare l'influenza di Sinochem sulla governance dell'azienda, imponendo condizioni sempre più stringenti sulle questioni societarie.
A livello istituzionale, la relazione economica tra i due Paesi è caratterizzata da una struttura ormai consolidata. Il Comitato Governativo Italia-Cina è il principale strumento del partenariato strategico bilaterale e funge da cabina di regia del dialogo tra Roma e Pechino. Al suo interno opera la Commissione Mista Economico-Commerciale, dove i rappresentanti dei due governi discutono di accesso al mercato, tutela della proprietà intellettuale e rafforzamento degli scambi e degli investimenti reciproci. Esiste, inoltre, un Dialogo Finanziario bilaterale, dedicato al coordinamento macroeconomico e alle questioni finanziarie tra le due economie.
Tuttavia, è bene sottolineare che, rispetto agli altri grandi partner europei della Cina, l'Italia occupa oggi una posizione ancora defilata. Mentre il rapporto resta scandito da incontri istituzionali che riaffermano la vicinanza d'intenti sul piano commerciale e culturale — tra cui la visita del ministro degli Esteri Antonio Tajani a Pechino nell'aprile 2026 —, gli accordi economici e i flussi di investimento italiani restano meno rilevanti di quelli costruiti da altri alleati europei. Francia, Regno Unito, Germania e Spagna hanno infatti condotto, tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026, missioni ad alto livello con risultati politici ed economici più immediati di quelli ottenuti da Roma.
Il paradosso italiano è dunque quello di un Paese che, dopo aver interrotto per primo l'esperimento della Via della Seta, si trova oggi a rincorrere un dialogo con Pechino che, sul piano diplomatico, altri stanno affrontando con più decisione. Restano sul tavolo gli stessi interrogativi del 2019, ora per così dire “capovolti”: il quesito fondamentale non è più se aprire alla Cina, ma come e quanto farlo, senza compromettere l'autonomia strategica che l'esperienza della BRI aveva messo in discussione.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026
Condividi il post
L'Autore
Sarah Azzurra Spada
Categorie
Tag
Italia Cina Economia Commercio Via della seta Economia europea Economia Internazionale politica economica Unione Europea