Kiyoshi Kurosawa e l'ipnosi del male

Cure torna in sala, un cult da non dimenticare

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  Jacopo Cantoni
  16 luglio 2025
  2 minuti, 59 secondi

Nel vasto e stratificato panorama del cinema giapponese contemporaneo, o quasi, il nome di Kiyoshi Kurosawa brilla di una luce soffusa, cupa, inquieta ed affascinante. Classe 1955, nato a Kobe, Kurosawa ha ben poche cose in comune con l'omonimo, per certi versi, ben più celebre, Akira, tra cui sicuramente non l’essere suo parente. 

Kiyoshi nel corso degli anni ha saputo guadagnarsi una posizione di rilievo nel mondo del cinema d’autore, dando vita, con alcuni dei suoi capolavori, al genere J-horror degli anni '90 e conseguentemente al thriller psicologico giapponese, come lo conosciamo oggi.

Lo sguardo indaga l’invisibile, l’inspiegabile e il perturbante: Kurosawa è riuscito a costruire una filmografia coerente e potentemente evocativa, in cui la paura non è mai esplicitamente gridata ma insinuata, sussurrata, lasciata sedimentare nell’animo dello spettatore. Il film di cui parleremo nello sviluppo di questo articolo ne è sicuramente un esempio lampante.

Se Akira Kurosawa ha raccontato l’epica dell’umanità, tra samurai, disastri naturali, dilemmi morali e delitti d’onore, Kiyoshi Kurosawa ne ha svelato l’ombra, scavando nei recessi della psiche, tra alienazione urbana e perdita dell’identità. Dove il primo utilizzava la luce del cinema per mostrare l’uomo in lotta con la sua coscienza, il secondo preferisce i chiaroscuri dell’inconscio, ambienti lividi, personaggi stanchi della ricerca che hanno intrapreso, città che sembrano contenere più morti che vivi.

Cure (1997), ora tornato al cinema e in programmazione nel cinema vicino a casa, non so se in tutta Italia, è forse il manifesto più potente di questa poetica. Un thriller psicologico che si insinua lentamente sotto la pelle, senza mai affidarsi ai cliché dell’horror classico.

Il film segue un detective (Koji Yakusho) alle prese con una serie di omicidi inspiegabili: ogni assassino è diverso, nessun movente, nessun legame apparente, tranne una misteriosa X incisa sul collo delle vittime.

Il male, in Cure, è un’infezione che si trasmette con le parole, con lo sguardo, con l’assenza e con i gesti ricorrenti della società tutta. L’ipnosi è il veicolo, ma la vera minaccia è la fragilità della mente umana, la facilità con cui si può scivolare nell’oblio.

Kurosawa smonta con metodo ogni certezza, non cerca soluzioni né offre rassicurazioni: la giustizia, la razionalità, persino l’identità. Il male non ha volto e proprio per questo è ovunque. Lo stile è cupo, essenziale, con lunghi silenzi e un uso del tempo narrativo che avvolge lo spettatore in un’atmosfera di crescente disagio. Poche o tante cose in spazi troppo piccoli per contenerle o troppo grandi perché non ce ne siano di più.

Ogni inquadratura è studiata per trasmettere tensione, ma anche un senso di ineluttabilità, come se il destino dei personaggi fosse già scritto — o peggio, già dimenticato.

Un detective che cerca la sua morte, o forse la morte di chi gli sta vicino, alla ricerca di chi o del perché, alla scoperta di sé stesso, ma senza trovare una risoluzione. Diventerà un fumatore.

In un’estate di sequel e supereroi digitali, Cure torna a ricordarci che il cinema non è fatto solo di azione e botteghino, ma anche di queste piccole, preziose, disturbanti gemme che scavano nella nostra coscienza e che tornano a farci pensare.

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L'Autore

Jacopo Cantoni

Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.

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