La bomba interna del Pakistan: si chiama Belucistan

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  Rati Mugnaini Provvedi
  17 maggio 2025
  4 minuti, 32 secondi

Nel silenzio geopolitico che per decenni ha avvolto la regione sud-occidentale del Pakistan, il Belucistan è tornato a imporsi sulla scena internazionale con una forza esplosiva. Un territorio vasto, aspro e ricchissimo di risorse naturali - rame, gas, carbone, oro - ma segnato da miseria, marginalizzazione politica e una cronica assenza di sviluppo. A incendiare nuovamente il conflitto è stata la proclamazione unilaterale di indipendenza della Repubblica del Belucistan, annunciata l’8 maggio 2025 da una delle principali figure del movimento separatista, l’attivista Mir Yar Baloch.

La dichiarazione - diffusa attraverso i social media - non è solo un atto simbolico, ma un manifesto politico articolato, in cui si chiede l’immediato ritiro dell’esercito pakistano, l’invio di forze di peacekeeping da parte delle Nazioni Unite e l’apertura di una rappresentanza diplomatica del nuovo Stato a Nuova Delhi. Un’invocazione rivolta esplicitamente all’India, storico rivale del Pakistan, e alla comunità internazionale, affinché venga riconosciuta la legittimità di un popolo che, secondo gli indipendentisti, non si è mai identificato nell’entità statale pakistana.

A fare da braccio armato a questa insurrezione è soprattutto il Balochistan Liberation Army (BLA), organizzazione paramilitare considerata terroristica da Islamabad, ma ritenuta da molti beluci l’unica forza in grado di opporsi concretamente alla “colonizzazione” del territorio da parte del governo centrale. Nato negli anni 2000, il BLA affonda le sue radici nel malcontento risalente all’annessione forzata del Belucistan al Pakistan nel 1948. In quell'anno, a seguito del ritiro britannico, il Khanato di Kalat fu assorbito militarmente, malgrado l’opposizione di ampi settori della popolazione locale.

Il BLA si autodefinisce un movimento di resistenza nazionale e professa un’ideologia di liberazione politica, etnica ed economica. I suoi obiettivi principali includono:

- L’indipendenza totale del Belucistan dal Pakistan e la costituzione di uno Stato sovrano e laico;

- Il controllo diretto delle risorse naturali da parte del popolo beluci, con la redistribuzione dei proventi alla popolazione locale;

- La fine della presenza cinese nella regione, accusata di perpetuare un nuovo colonialismo economico attraverso progetti infrastrutturali come il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC);

- La tutela dei diritti umani e culturali delle comunità locali, represse da decenni di governi centrali autoritari;

- La lotta contro la discriminazione etnica da parte della maggioranza punjabi del Pakistan.

Negli ultimi mesi, il gruppo ha moltiplicato gli attacchi contro obiettivi militari e strategici. L’offensiva denominata “Operazione Herof 2.0” ha incluso più di 70 azioni simultanee: imboscate contro convogli dell’esercito, occupazioni temporanee di snodi stradali come l’Ornach Cross a Khuzdar, distruzione di veicoli militari e attacchi a postazioni dell’intelligence. Il portavoce Jeeyand Baloch ha affermato che tali operazioni sono solo l’inizio di una campagna più vasta per “liberare il suolo beluci da ogni forma di occupazione”.

A dare ulteriore rilevanza al movimento è stata la pubblicazione di video che documentano alcune delle operazioni. Tra le vittime più recenti si contano almeno 14 soldati pakistani, uccisi in un attacco a un convoglio militare. Altri episodi segnalati includono l’uso di esplosivi telecomandati a Kalat, assalti con razzi a Panjgur e l’eliminazione di agenti dell’intelligence a Noshki.

L’indignazione popolare cresce anche per il ruolo ambiguo del governo pakistano nelle attività estrattive della regione. Emblematico il caso della miniera di Reko Diq, che contiene giacimenti d’oro e rame dal valore stimato in centinaia di miliardi di dollari, ma i cui profitti finiscono quasi interamente nelle mani di multinazionali straniere, senza alcun beneficio per i residenti. In parallelo, il porto di Gwadar, punta di diamante del CPEC, è diventato un simbolo di esclusione: interdetto ai locali, militarizzato e sempre più gestito da interessi esterni, in particolare cinesi.

Questa dinamica alimenta un forte sentimento anticolonialista, secondo il quale Islamabad - con la complicità di Pechino - starebbe svendendo il Belucistan in cambio di capitali stranieri. Gli effetti collaterali dei mega-progetti infrastrutturali, come l’inquinamento delle coste e il prosciugamento delle falde acquifere, colpiscono direttamente attività tradizionali come la pesca e l’agricoltura, aggravando la crisi socioeconomica.

All’interno di questo contesto violento e instabile, si registrano anche segnali di progresso sociale. Il 12 maggio 2025, è stata nominata per la prima volta una donna indù, Kashish Chaudhary, nel ruolo di Assistente Commissario del Belucistan: un evento senza precedenti in una regione dominata dalla tradizione patriarcale e da tensioni religiose. La sua nomina, salutata dal primo ministro provinciale Sarfaraz Bugti come un “segno di speranza e inclusività”, dimostra che tra le rovine della guerra germogliano ancora istanze di giustizia e uguaglianza.

Ma la lotta beluci è lungi dall’essere una semplice battaglia etnica o localistica. Si tratta di un nodo geopolitico cruciale: la Cina osserva con apprensione la crescente instabilità in una delle province chiave della sua Belt & Road Initiative; mentre gli Stati Uniti e l’India valutano se e come sostenere, anche solo moralmente, una secessione che potrebbe indebolire il Pakistan e riequilibrare le forze nella regione.

La domanda che resta sospesa è se il Belucistan, oggi alzatosi in piedi proclamando la propria sovranità, riuscirà a trasformare la sua rivolta in una struttura statale riconosciuta. O se, invece, il suo popolo continuerà a vivere sotto l’ombra del conflitto, tra le montagne del silenzio e le macerie dell’oro.

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Rati Mugnaini Provvedi

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