La Nuova Via della Seta è Verde?

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  Adele Mutti
  27 ottobre 2025
  4 minuti, 56 secondi

Promossa dalla Cina nel 2013, la Belt and Road Initiative (BRI), conosciuta anche come la Nuova Via della Seta, è uno dei progetti più ambiziosi del XXI secolo. L’obiettivo principale è costruire una rete globale di infrastrutture (strade, ferrovie, porti, oleodotti, centrali elettriche) per migliorare i collegamenti commerciali tra Asia, Europa e Africa. A questo progetto hanno aderito oltre 140 paesi, attratti dagli investimenti cinesi e dalla possibilità di accelerare il proprio sviluppo economico.

Tuttavia, questo slancio infrastrutturale presenta anche un rovescio della medaglia: emergono, infatti, crescenti preoccupazioni ambientali. La BRI attraversa aree ecologicamente sensibili, alimenta progetti ad alto impatto ambientale e solleva interrogativi sulla reale sostenibilità delle opere costruite.

In molti casi, infatti, i progetti legati alla Belt and Road Initiative hanno comportato importanti impatti ambientali. Una delle principali criticità riguarda la deforestazione e la distruzione di habitat naturali. La costruzione di infrastrutture comporta la frammentazione degli ecosistemi, mettendo in pericolo la fauna selvatica. Nel Sud-est asiatico, ad esempio, ampie aree di foresta tropicale sono state disboscate per far posto a strade e oleodotti. In Africa orientale, la ferrovia che collega Mombasa a Nairobi ha attraversato il Parco Nazionale di Nairobi, generando forti proteste da parte di ambientalisti e comunità locali.

Un altro problema riguarda l’aumento delle emissioni di gas serra, soprattutto nei paesi dove la BRI ha finanziato centrali a carbone. In Pakistan, il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) comprende diversi impianti basati su combustibili fossili, contribuendo all’inquinamento atmosferico e al cambiamento climatico.

In molti paesi partner, inoltre, le normative ambientali sono deboli o scarsamente applicate, permettendo la realizzazione di progetti senza adeguate valutazioni di impatto ambientale né consultazioni con le popolazioni locali.

Nonostante queste criticità, la Cina ha cercato negli ultimi anni di presentare la Belt and Road Initiative come un'opportunità per promuovere uno sviluppo “verde” nei paesi coinvolti. Sono state introdotte linee guida ambientali per i progetti BRI e firmati accordi multilaterali per incoraggiare pratiche più sostenibili. In alcuni casi, la BRI ha finanziato impianti solari ed eolici, infrastrutture ferroviarie a basse emissioni e sistemi di trasporto pubblico sostenibile.

In Africa e in Asia centrale, ad esempio, sono stati realizzati impianti fotovoltaici su larga scala, riducendo la dipendenza da fonti fossili. Inoltre, lo sviluppo di linee ferroviarie ad alta capacità può contribuire significativamente alla riduzione delle emissioni nel lungo periodo.

Tuttavia, questi segnali positivi restano ancora eccezioni. Per questo motivo, è fondamentale che ogni investimento nell’ambito della BRI sia basato su conoscenze scientifiche solide, accompagnato da meccanismi di salvaguardia ambientale e sociale, e caratterizzato da un reale coinvolgimento degli stakeholder locali, affinché i benefici siano equamente distribuiti.

Oltre 20 agenzie, fondi e programmi delle Nazioni Unite, tra cui l’UN Environment Programme (UNEP), sono attivamente coinvolti nella Belt and Road Initiative, riconoscendone la portata e la rilevanza strategica. Uno degli strumenti chiave per rafforzare la sostenibilità ambientale della BRI è la Belt and Road Initiative International Green Development Coalition (BRIGC).

Lanciata nel 2019 durante il Secondo Forum per la Cooperazione Internazionale della Belt and Road, la BRIGC è una rete internazionale aperta, inclusiva e volontaria, che oggi conta 134 partner, tra cui 26 ministeri dell’ambiente di Stati membri dell’ONU. La sua missione è integrare i principi dello sviluppo sostenibile, con particolare attenzione alla dimensione ambientale, nei cinque pilastri fondamentali della BRI: coordinamento delle politiche, infrastrutture, commercio, integrazione finanziaria e scambi culturali.

A distanza di oltre un decennio dal lancio dell’iniziativa, il 2025 rappresenta un punto di svolta per valutarne la reale transizione verso modelli più sostenibili. Le promesse ambientali, proclamate con forza nel 2019, si sono tradotte solo in parte in cambiamenti strutturali.

Tra i segnali incoraggianti, la decisione della Cina, annunciata nel 2021, di porre fine al finanziamento di nuove centrali a carbone all'estero, ha rappresentato una svolta significativa, che finora è stata in larga misura rispettata. Negli ultimi anni, si è registrato un aumento sensibile dei progetti energetici rinnovabili promossi attraverso la BRI, con impianti solari, eolici e waste-to-energy che stanno lentamente ridisegnando il profilo energetico di alcuni paesi dell’Asia e del Medio Oriente.

Parallelamente, sono emerse nuove direttive ambientali nella finanza cinese, con l’esclusione del carbone dai cosiddetti “green bond” e una maggiore adesione agli standard internazionali in materia di investimenti responsabili. Tuttavia, la transizione ecologica della BRI è ancora incompleta.

Molti dei progetti ad alta intensità di carbonio, approvati prima del 2021, sono tuttora in costruzione e continueranno a produrre emissioni per decenni. In alcune regioni, come l’Africa subsahariana, gli investimenti in infrastrutture sostenibili restano modesti rispetto alle reali necessità. Inoltre, c’è il rischio che nuove infrastrutture, pur non inquinanti in sé, consolidino modelli di sviluppo ad alta dipendenza da combustibili fossili.

Anche la governance ambientale nei paesi partner presenta forti disomogeneità. In molti contesti, le valutazioni di impatto ambientale sono assenti o non vincolanti, e la partecipazione delle comunità locali resta marginale. Questo crea un divario crescente tra la retorica della sostenibilità e la realtà delle operazioni sul campo.

Eppure, non mancano aspetti positivi. La crescente collaborazione tra la Cina, le Nazioni Unite e attori locali ha generato iniziative virtuose, soprattutto nei campi della conservazione della biodiversità, dell’educazione ambientale e del rafforzamento delle capacità istituzionali. La BRIGC continua a svolgere un ruolo di coordinamento tra governi, imprese e centri di ricerca, favorendo la diffusione di buone pratiche e la condivisione di conoscenze.

Nel 2025, la Belt and Road Initiative si trova dunque di fronte a una scelta cruciale. La sua portata globale le attribuisce una responsabilità immensa: non essere soltanto un simbolo di connettività e crescita economica, ma diventare uno strumento concreto per affrontare la crisi ambientale

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Adele Mutti

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