A cura del Dr. Pierpaolo Piras
La guerra con Kiev, giunta ormai al quinto anno, non è più soltanto un conflitto territoriale: è diventata il grande laboratorio strategico del XXI secolo europeo. Sul terreno, Mosca ha pagato un prezzo enorme in uomini, mezzi e non in ultimo nella reputazione militare; eppure sarebbe un errore confondere l’usura del sistema con l’irrilevanza. La Russia può uscire ridimensionata dall’Ucraina, ma non necessariamente innocua. Anzi, proprio una Russia ferita, militarizzata e politicamente chiusa potrebbe rappresentare per l’Europa una minaccia più persistente, meno prevedibile e più difficile da contenere.
Le forze russe sono visibilmente in difficoltà sul campo di battaglia
La strategia di Kiev — rendere la guerra sempre più costosa, lenta e politicamente sterile per il Cremlino — ha prodotto risultati concreti: la Russia ha consumato grandi quantità di equipaggiamenti corazzati, artiglieria, munizioni di precisione e personale addestrato. Secondo valutazioni occidentali citate dall’IISS, Mosca ha continuato a sostenere perdite molto elevate e, nel 2025, ha triplicato la spesa per la difesa rispetto al 2021, arrivando a livelli record. Alcune stime ufficiali collocano la spesa militare russa del 2025 oltre i 180 miliardi di dollari, pari a più del 7% del PIL: una quota da economia di guerra, non da grande potenza in equilibrio.
Il futuro della sicurezza europea non dipende solo dall’esito militare della guerra
Dipende, soprattutto, da ciò che la Russia sarà in grado di ricostruire subito dopo. Qui sta il nodo: la potenza militare di Mosca non va misurata soltanto contando i carri armati distrutti o i battaglioni logorati, ma osservando la capacità dello Stato russo di trasformare il conflitto in un sistema permanente. In questi anni il Cremlino ha riconvertito fabbriche, ampliato turni di produzione, militarizzato il bilancio pubblico e stretto dipendenze operative con Iran e Corea del Nord per cospicue forniture di droni, missili e munizioni. Non è modernizzazione nel senso occidentale del termine: è piuttosto una mobilitazione industriale grezza, adattiva, spesso tecnologicamente arretrata, ma sufficiente a mantenere pressione militare su Ucraina e NATO.
Anche se sconfitta, la Russia rimarrà dunque la principale minaccia convenzionale in Europa per gli anni a venire?
Nonostante un’economia sotto severe sanzioni, una demografia sfavorevole e un regime che diventa sempre più autoritario, Mosca conserva tre vantaggi piuttosto pericolosi. Il primo è la volontà politica: il Cremlino considera la sicurezza europea non come un ordine da rispettare, ma come una gerarchia da riscrivere. Il secondo è la profondità strategica: la Russia può assorbire perdite che sarebbero politicamente ingestibili per molte democrazie. Il terzo è la massa: anche quando la qualità dei sistemi cala, la quantità di artiglieria, droni, mine, missili e uomini può generare effetti operativi devastanti.
La ricostituzione militare russa dopo la guerra resta incerta, ma non può essere sottovalutata
L’IISS ha osservato che, nonostante le perdite subite in Ucraina, la Russia sta espandendo le proprie forze e creando nuove unità, anche vicino all’area nordico-baltica. Alcune analisi stimano che Mosca potrebbe colmare parte delle lacune nei reparti già schierati entro il 2026-2027 e, se produzione e ripristino dei mezzi restassero agli attuali ritmi, equipaggiare una forza terrestre ampliata entro il decennio successivo. È una prospettiva che non implica automaticamente un attacco su larga scala alla NATO, ma impone all’Europa di ragionare in termini di deterrenza credibile, prontezza industriale e duratura resilienza civile.
La prossima minaccia russa potrebbe non somigliare alla precedente
Non necessariamente pesanti colonne corazzate dirette verso Varsavia o Tallinn, ma una miscela più ambigua: sabotaggi, cyberattacchi, disinformazione, pressione sui confini, violazioni dello spazio aereo, uso politico dell’energia e operazioni sotto la soglia della guerra aperta. La NATO ha definito la Russia la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza euro-atlantica; nello stesso tempo, molti Paesi europei stanno aumentando rapidamente la spesa militare. Nel 2025 gli alleati europei e il Canada hanno investito centinaia di miliardi di dollari nella difesa, con un incremento reale vicino al 20% rispetto all’anno precedente. È un segnale importante, ma il denaro da solo non è sufficiente: servono munizioni, difesa aerea, logistica, addestramento, comandi interoperabili e una base industriale capace di produrre in tempi di crisi.
In questo quadro, l’Europa non può permettersi due illusioni principali: la prima è credere che una Russia economicamente indebolita sia automaticamente una Russia strategicamente paralizzata. La storia russa mostra una notevole capacità di sopportare costi altissimi pur di perseguire obiettivi geopolitici percepiti come esistenziali. La seconda è immaginare che la deterrenza sia solo una questione americana. La guerra in Ucraina ha dimostrato che la sicurezza del continente dipende sempre più dalla capacità europea di produrre munizioni, sostenere eserciti sul lungo periodo, proteggere infrastrutture critiche e reagire a crisi ibride senza aspettare che la situazione degeneri.
La Russia tornerà com’era prima del 2022?
E’ probabile che non lo farà. Sarà più povera, più dipendente da partner autoritari, meno attraente come potenza globale e probabilmente meno sofisticata in alcuni settori tecnologici. Ma potrebbe essere anche più militarizzata, più revanscista e più incline a usare il rischio come strumento politico.
Per l’Europa, questa è la lezione essenziale: la vittoria ucraina, se arriverà, non chiuderà automaticamente il problema russo. Lo sposterà nella fase successiva, quella della ricostituzione, della deterrenza e della competizione di lungo periodo. La prossima minaccia russa, in definitiva, non sarà soltanto militare: sarà sistemica. Nascerà dall’intreccio tra ambizione “imperiale” russa, industria bellica mobilitata, guerra ibrida e pazienza strategica. Rispondervi richiederà qualcosa di più di comunicati solenni o aumenti di bilancio annunciati nei vertici internazionali. Richiederà una cultura europea della sicurezza: meno episodica, meno dipendente dall’emergenza, più capace di pensare in anni e non in cicli elettorali. Mosca ha dimostrato di saper trasformare la guerra in metodo. L’Europa dovrà dimostrare di saper trasformare la pace in forza.
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L'Autore
Redazione
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Russia Ucraina guerra ibrida