La riapertura dello Stretto di Hormuz è una minaccia per la transizione energetica europea?

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  Redazione
  23 giugno 2026
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A cura del dott. Pierpaolo Piras

Il 14 giugno 2026 Stati Uniti e Iran hanno firmato un memorandum d’intesa impegnandosi a ripristinare la piena transitabilità dello Stretto di Hormuz. I mercati hanno brindato all’istante: il petrolio è sceso, il gas naturale liquefatto si è alleggerito e i titoli dei giornali hanno salutato l’arrivo di una tregua sulle bollette. A prima vista, sembra proprio una buona notizia. Tuttavia, in politica energetica le buone notizie immediate possono trasformarsi, con inquietante facilità, in cattive notizie strategiche.

I dati

Dallo Stretto di Hormuz passa circa un quinto del petrolio mondiale e una quota analoga del commercio globale di gas naturale liquefatto. Quando, da marzo 2026, le tensioni con l’Iran hanno cominciato a comprimere drasticamente il traffico, quella percentuale ha smesso di essere una fredda statistica ed è diventata rincaro dell’energia, aumento dei costi industriali e bollette domestiche più pesanti, fino a gravare sui bilanci familiari da Cadice a Tallinn.

Per la Spagna l’impatto diretto è stato relativamente contenuto: appena il 2% del suo gas attraversa quello stretto, mentre l’approvvigionamento poggia soprattutto sull’Algeria — che nel 2026 ha coperto il 33% del totale — e sugli Stati Uniti, attraverso le rotte marittime del GNL.

Sul piano dell’approvvigionamento fisico, Madrid ha fatto buona parte dei compiti. Sul terreno della trasformazione strutturale, invece, resta ancora molta strada: gas e petrolio si muovono su mercati globali e quando Hormuz tossisce la bolletta elettrica starnutisce a Parla, a Siviglia e a Bruxelles.

L’UE resta aggrappata al gas naturale liquefatto

Nei mesi della tensione più acuta, l’Unione europea ha reagito con una rapidità inattesa. Le autorizzazioni per il solare hanno accelerato, le aste per l’eolico si sono moltiplicate e diversi Stati membri hanno anticipato impegni sull’elettrificazione industriale. È un risultato concreto e merita di essere riconosciuto senza riserve.

Eppure, se si osserva dove sia confluita la parte più consistente della spesa energetica d’emergenza, il quadro perde brillantezza. Il pacchetto “AccelerateEU” – Unione dell’energia, presentato dalla Commissione europea nell’aprile di quest’anno, ha riconosciuto un ulteriore stanziamento di 24 miliardi di euro a favore dei combustibili fossili dall’inizio della crisi.

Secondo le stime del rapporto, la quota dominante di quella spesa è servita a sostituire il GNL del Golfo Persico con GNL proveniente da Stati Uniti, Qatar e Australia, più che a finanziare un’elettrificazione strutturale. L’Europa ha speso moltissimo per restare dipendente dal gas, semplicemente, da altri fornitori e a prezzi ancora condizionati dalla scarsità globale.

Cambiare fornitore non significa obbligatoriamente cambiare modello!

Quando il petrolio costa poco, la transizione rallenta

La spinta politica ad accelerare la transizione energetica nasce meno dalla retorica climatica o dagli accordi internazionali che da un dato molto più prosaico, ossia il prezzo dell’energia quando arriva la bolletta. Se i costi salgono, i governi si muovono. Se scendono, l’urgenza si affievolisce.

Gli incentivi politici a investire nelle rinnovabili, riformare i mercati elettrici o isolare gli edifici si indeboliscono sensibilmente quando il barile viaggia a 70 dollari invece che a 110. La riapertura di Hormuz non cancella il rischio geopolitico strutturale — l’Iran resterà l’Iran e lo stretto continuerà a essere lo stretto — ma ne attenua sensibilmente la percezione immediata. Ed è proprio quella percezione a orientare non poco bilanci, priorità legislative e coraggio politico.

La storia conferma questa dinamica

Dopo lo shock petrolifero del 1973, i Paesi industrializzati avviarono ambiziosi programmi di efficienza e diversificazione energetica. Quando negli anni Ottanta i prezzi crollarono, molti di quei programmi furono archiviati in silenzio. Così l’Europa è arrivata al 2022 con una dipendenza dal gas russo che nessuna seria analisi del rischio avrebbe dovuto considerare accettabile.

La letteratura accademica descrive con chiarezza questo meccanismo: le politiche energetiche vengono smantellate più facilmente quando il tema perde centralità nell’opinione pubblica. Il rischio è che il ciclo si ripeta, con la consueta amnesia delle fasi di calma.

La finestra di opportunità non si apre quando l’energia è cara, ma quando il ricordo di quella carestia è ancora vivo e la pressione politica non si è dissolta. Questo è esattamente il momento in cui ci troviamo oggi come Occidente.

La meta è fissata, ma la velocità resta di natura politica

Il punto di partenza giuridico è solido: nel dicembre 2025 Parlamento europeo e Consiglio hanno raggiunto un accordo sulla legge europea sul clima, fissando per legge l’obiettivo di ridurre le emissioni nette del 90% entro il 2040.

Il traguardo finale è vincolante e non è in discussione. A dipendere dalla volontà politica di ogni ciclo di bilancio è tutto ciò che conduce a quel traguardo: la rapidità con cui verrà recepita la Direttiva sulle energie rinnovabili, le risorse annuali per l’elettrificazione industriale, l’efficienza dei permessi per gli impianti rinnovabili e il ritmo della riforma delle reti di distribuzione. Sono leve discrezionali di attuazione ed è proprio lì che il calo del prezzo del petrolio diventa insidioso. Non cancella l’obiettivo, ma anestetizza l’urgenza delle tappe intermedie indispensabili per raggiungerlo.

Tre misure possono rendere la transizione meno esposta agli umori del mercato:

La prima è rispettare e far rispettare le scadenze della Legge europea sul clima e della Direttiva sulle energie rinnovabili (RED III), il cui pieno recepimento resta ancora incompleto in diversi Stati membri, Spagna compresa. Un obiettivo giuridicamente vincolante non può restare ostaggio dell’umore politico del momento.

La seconda è costruire meccanismi di finanziamento anticiclici, ossia fondi che si alimentino quando i combustibili fossili rincarano e investano nella transizione proprio quando i prezzi scendono. Il “Clean Industry Pact” potrebbe assumere questo ruolo, a condizione di passare da strumento di comunicazione politica a regolamento vincolante.

La terza è ancorare la narrazione pubblica della transizione energetica al rischio strutturale di lungo periodo, non all’oscillazione stagionale del barile.

Solo così la visibilità politica del problema non svanirà a ogni temporaneo sollievo dei mercati.

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