Una nuova emergenza si è imposta nelle agende europee, aggiungendosi alle criticità degli ultimi anni tra pandemia e conflitto russo-ucraino: la crisi energetica. Se nei precedenti mesi l’attenzione dell'UE era monopolizzata dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti, a marzo il fulcro del dibattito è diventato il conflitto in Asia occidentale tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Il prezzo delle mancate scelte energetiche dell’UE, o di quelle intraprese con eccessivo ritardo, sta ora presentando il conto. L’Europa importa infatti il 58% del proprio fabbisogno energetico totale, con una dipendenza che tocca il 95% per il petrolio e il 90% per il gas. In questo scenario, l’instabilità dello Stretto di Hormuz sta impattando fortemente sull’Unione Europea. Nonostante l’impulso dato al Green Deal durante il primo mandato von der Leyen, l'invasione russa dell'Ucraina ha modificato le priorità, spingendo l'Europa verso una massiccia dipendenza dal gas naturale liquefatto importato dagli Stati Uniti.
Secondo un'analisi del think tank Ember, riportata dal Fatto Quotidiano, nei soli primi dieci giorni dell'attuale conflitto l'Unione Europea ha versato 2,5 miliardi di euro extra per l'importazione di combustibili fossili, con un rincaro dell'energia generata da gas superiore al 50%.
In questo panorama critico, la strategia della Spagna si distingue da tutte le altre. Il governo guidato da Pedro Sánchez ha varato un piano da 5 miliardi di euro composto da 80 interventi specifici. Definito dal Premier come "il più grande scudo sociale ed economico dell’UE", il progetto mira a tutelare 20 milioni di famiglie e 3 milioni di imprese.
A differenza dell'approccio italiano, focalizzato principalmente su crediti d'imposta, riduzione delle accise e bonus per il gasolio agricolo, Madrid ha implementato una risposta che coniuga il sostegno immediato a una visione di lungo periodo.
Per mitigare l'impatto immediato dei rincari, all’interno del piano vi sono una serie di misure temporanee volte ad alleggerire la pressione fiscale sui consumatori, tra cui:
- L'IVA su elettricità, gas e combustibili da riscaldamento è stata ridotta dal 21% al 10%.
- È stato introdotto il divieto di sospensione delle forniture di acqua ed energia per le famiglie in povertà energetica. Parallelamente, sono stati potenziati i bonus sociali.
- Le aziende beneficiarie di aiuti pubblici sono soggette al divieto di licenziamento.
- Sono stati stanziati fondi diretti per i comparti agricolo, zootecnico e ittico, i più colpiti dall'aumento dei costi produttivi.
La vera peculiarità del piano spagnolo risiede però nelle misure strutturali, pensate per diminuire la dipendenza del Paese dai combustibili fossili:
- Per incentivare la mobilità sostenibile, è prevista una detrazione IRPEF del 15% per l'acquisto di auto elettriche o ibride plug-in.
- Le società che scelgono di sostituire impianti obsoleti con sistemi alimentati da fonti rinnovabili possono beneficiare di regimi di ammortamento agevolati.
- I comuni hanno la facoltà di abbattere l'imposta sugli immobili fino al 50% per chi installa pannelli fotovoltaici o sistemi termici rinnovabili, con sconti fino al 95% per la costruzione degli impianti stessi.
- Per garantire che i benefici fiscali arrivino effettivamente ai cittadini, l'Antitrust spagnola ha ricevuto poteri speciali di monitoraggio e sanzione.
Non si tratta, dunque, di una semplice risposta d'emergenza, ma di un piano basato su energie rinnovabili e sull'accelerazione del percorso di transizione già intrapreso, volto a rafforzare la sovranità energetica del Paese.
A partire dal modello spagnolo, la crisi attuale pone all'Europa un interrogativo fondamentale: continuare a gestire le emergenze con interventi "tampone" o trasformare la sovranità energetica basata sulle rinnovabili in una priorità assoluta e non più rimandabile?
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L'Autore
Giorgia Savoia
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