L'accordo di Trump in Medio Oriente è solo l’inizio del suo ruolo

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  Redazione
  14 ottobre 2025
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A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

Per attuare l'ambizioso piano del Presidente sarà necessario un esercito di esperti in settori che spaziano dal comando e controllo militare al coinvolgimento e alla riabilitazione socio-economico dell’intera comunità. Le congratulazioni vanno rivolte sicuramente al Presidente Trump. Ha dichiarato che avrebbe riportato a casa gli ostaggi israeliani e posto fine ai terribili combattimenti a Gaza, e sembra essere esattamente ciò che è accaduto con l'accordo di questa settimana. Sebbene molte delle idee contenute nel piano di pace in 20 punti di Trump fossero antecedenti alla sua rielezione, lui e il suo team meritano una standing ovation per aver tradotto quelle idee in una proposta pratica, definendo una prima fase ampia e digeribile da tutti i protagonisti e mettendo insieme tutti gli elementi che hanno reso possibile l'accordo.

Passato il giubilo iniziale, rimangono alcuni aspetti meno positivi.

Basta ricordare la regola ante litteram di politica estera dell’azienda di prodotti per la casa “Pottery Barn”, resa famosa durante la passata guerra in Iraq? "Se la rompi, la possiedi". Attualmente abbiamo il corollario di Trump: "Se la rattoppi, la possiedi".

Già, perché un conto è la cessazione delle ostilità ed un altro bel conto è poter parlare di pace.

Nonostante sia entrato in carica desideroso di abbandonare gli impegni americani in Medio Oriente, Trump si è appena assunto un compito a dir poco enorme: la responsabilità di un piano di pace che porterà , così spera, per sempre il suo nome: il “piano Trump”. Il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell'attacco di Hamas, le relazioni arabo-israeliane erano pronte per la storica svolta della normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele; due anni dopo, le relazioni arabo-israeliane – incluso il primo successo di Trump nel suo mandato di pace in Medio Oriente, gli Accordi di Abramo – sono appese a un filo. Offrendo un piano che promette non solo la fine dei combattimenti a Gaza, ma anche la costruzione di una pace regionale che sia piena e duratura. Tra l’altro, il presidente si è assunto il compito di riparare i danni causati dalla guerra empia di Hamas. In altre parole: di dare una sistemata – non è certo se solo economica - a tutto il Medio Oriente.

Inoltre non si sa - ma lo si suppone – il contenuto di un eventuale protocollo a carattere riservato. Le modalità attraverso le quali Trump assolverà a questa responsabilità non trascurabile avrà conseguenze geostrategiche importanti sul ruolo dell'America nella regione e nel mondo.

I cinesi stanno osservando se, quando la situazione si farà dura, avrà la forza di mantenere un'alleanza ampia. I russi stanno osservando se il presidente applicherà rigorosamente la lettera dell'accordo o se lascerà trapelare alcuni aspetti spiacevoli.

Gli iraniani staranno osservando se Trump si ritroverà così immerso nei dettagli della ricostruzione di Gaza da non riuscire a ricucire una coalizione arabo-israeliana di discreto successo che ha protetto Israele un anno fa dai bombardamenti di missili balistici e droni iraniani. Di contro, tutti questi avversari – e altri – si chiederanno se l'intensa attenzione degli Stati Uniti necessaria per garantire l'attuazione di questo accordo distrarrà il presidente dai loro stessi interessi.

Queste sono alcune delle sfide internazionali più cruciali:

  • L'attuazione di un piano di pace per Gaza estremamente complesso che, nei suoi requisiti di disarmo, prevede che Hamas sia pienamente complice del suo suicidio organizzativo, o almeno esiterà più verosimilmente nella sua “castrazione” istituzionale;
  • Far sì che l'esercito statunitense organizzi il reclutamento, lo schieramento e la gestione di forze multinazionali per sorvegliare strettamente il territorio proprio mentre le Forze di difesa israeliane si stanno ritirando da esso, una manovra difficile, alla mercé della diffidenza reciproca e fortemente rischiosa;
  • Creare e supervisionare un'amministrazione di transizione che supervisionerà tutto con metodo oggettivo e verificabile, dagli aiuti umanitari alla rimozione delle macerie e degli ordigni bellici, fino all’attuazione dei massicci progetti di ricostruzione, impedendo nel contempo a ciò che resta di Hamas di sottrarre beni per dirottarli verso fabbriche clandestine di armi sotterranee, un'arte che ha perfezionato dopo i precedenti cessate il fuoco;
  • Ottenere la seria adesione delle Nazioni Unite e delle sue agenzie specializzate, le quali dovranno svolgere un ruolo costante ed essenziale nella fornitura di cibo e servizi medici, senza cedere alla pressione e/o tentazione di riabilitare l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi, un'organizzazione profondamente imperfetta. La stessa che ha avuto la responsabilità speciale di mantenere vivo il conflitto palestinese-israeliano per decenni;
  • Impedire al Qatar e alla Turchia, alleati di lunga data di Hamas che nelle ultime settimane si sono rivelati buoni samaritani diplomatici, di trasformare il loro attuale status in un'influenza maligna sulla direzione della politica palestinese, il che non può che essere preoccupante per Israele e per l'Autorità Nazionale Palestinese con sede a Ramallah e un danno a lungo termine per la causa della pace;
  • Non per ultimo, affrontare ogni passo del processo insieme un primo ministro israeliano, leader di una coalizione di destra, che probabilmente considererà ogni decisione, grande o piccola, attraverso la lente di un'elezione fatale che si prevede indirà molto presto e che mostrerà concretamente se il popolo israeliano vorrà punirlo per i terribili errori alla frontiera che hanno lasciato Israele totalmente impreparato all'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 oppure ricompensarlo per le plateali vittorie ottenute dall'esercito israeliano nella regione negli ultimi due anni.

Sotto il profilo geostrategico, arrivare fin qui è stato un enorme successo. Garantire un'esecuzione efficace – che non è mai stato il punto forte di un "uomo dalle grandi idee" come Trump – è mille volte più difficile.

Questo non può essere fatto con un piccolo team di funzionari della Casa Bianca che chattano su “Signal”. Piuttosto, ci vorranno invece esperti in comando e controllo militare, esperti in rimozione e smaltimento di ordigni bellici, esperti in riabilitazione e ricostruzione civile, esperti in comunicazione e coinvolgimento della comunità e così via. I ​​subappalti aziendali possono risolvere alcuni di questi problemi, così come gli straordinari talenti nella mediazione dell'ex Primo Ministro britannico, Tony Blair, ma senza lasciarsi ingannare pensando che una società di consulenza o un ex funzionario straniero possano farsi carico delle responsabilità dell'intero governo statunitense.

Questo piano, dopotutto, porta il nome di Trump, non di Deloitte o di Blair

Il presidente Trump ha almeno un altro compito vitale da compiere in questa vicenda.

Deve spiegare al popolo americano “perché lo stiamo facendo”?

Per quasi 20 anni, i presidenti americani di entrambi i partiti hanno affermato di voler abbandonare il Medio Oriente, ma si sono ritrovati continuamente invischiati nei conflitti e nelle dinamiche politiche spesso bizantine della regione.

Gli americani insieme a tutto l’Occidente meritano di sapere perché il presidente dell’ "America First" ha deciso che gli interessi americani sono intimamente legati al successo di questo piano di pace.

Nonostante le nostre divisioni interne, le persone imparziali di entrambi gli schieramenti faranno il tifo per il successo di Trump in questo accordo di pace.

Per ora, di certo, il presidente dovrebbe godersi gli elogi e celebrare l'imminente rilascio degli ostaggi di Hamas.

Tanto Il mattino dopo non tarderà ad arrivare.

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