Gli Stati Uniti sembrano essere arrivati a un crocevia fondamentale per la loro storia recente e per il loro prossimo futuro.
Secondo diversi analisti, le scorte di munizioni e sistemi d’arma statunitensi, in particolare per ciò che riguarda la difesa aerea e antimissile, non starebbero semplicemente diminuendo. Anzi, in alcuni settori sarebbero già a livelli criticamente bassi.
Dopo che, all’inizio del conflitto iraniano, le agenzie di intelligence israelo-statunitensi avevano condotto una campagna di decapitazione della leadership iraniana, l’assetto politico-militare di Teheran aveva subito fortissimi cambiamenti. Il nucleo del cambiamento è gravitato attorno all’ascesa dei vertici militari dei Pasdaran. Anche grazie all’appoggio della nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, figlio di Ali, la dirigenza militare sembra avere acquisito un potere decisionale insolitamente autonomo rispetto all’esecutivo, sempre più schiacciato dalla fermezza delle IRGC, le Guardie della Rivoluzione Islamica.
Questo meccanismo risulta particolarmente utile ai Pasdaran: nel caso in cui la sfera politica venisse nuovamente privata della propria leadership, l’apparato militare non si paralizzerebbe in attesa di un nuovo leader. Un meccanismo che, però, porta grossi problemi alla politica tradizionale, sempre più svuotata dei suoi poteri. Se, quindi, da una parte la dirigenza politica, tra cui forse lo stesso presidente Pezeshkian, non sarebbe più in grado di controllare direttamente le azioni dei generali delle IRGC, dall’altra questa struttura avrebbe permesso a Teheran di esercitare una pressione massima su Washington e sui suoi alleati nella regione. Gli Stati Uniti di Donald Trump sembrano essere stati colti alla sprovvista dalla capacità dell’Iran di adattarsi al conflitto.
Sono ormai quasi otto mesi dall’inizio della guerra e Washington sembra essersi impantanata in una situazione nella quale ogni sforzo militare, politico e diplomatico fatica a produrre una soluzione definitiva. L’amministrazione Trump contava inizialmente di concludere il conflitto in poche settimane, facendo crollare il regime degli ayatollah sotto i bombardamenti e le proteste popolari. L’Iran, invece, non è crollato. Anzi, attraverso la capacità di condizionare il traffico nello Stretto di Hormuz, Teheran è riuscita a trasformare il conflitto in una crisi con conseguenze ben oltre il campo di battaglia. A ottobre il petrolio Brent ha nuovamente superato i 100 dollari al barile, mentre gli attacchi alle navi nel Golfo hanno raggiunto livelli record dall’inizio della guerra. Trump si trova così ad affrontare due fronti principali: quello politico, dove le conseguenze economiche del conflitto rischiano di pesare sul consenso interno, e quello militare, dove lo stallo prospetta uno scenario futuro ben peggiore.
Era il 3 marzo scorso quando, su Truth, Donald Trump tuonava sulla capacità armamentaria statunitense: «abbiamo una scorta praticamente illimitata di armi». Già allora, in realtà, diversi esperti esprimevano preoccupazione per la capacità dell’arsenale statunitense di resistere a una guerra di lungo corso con l’Iran.
Oggi il problema è diventato più concreto. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), dopo mesi di combattimenti le scorte statunitensi di intercettori Patriot sono scese sotto le 1.000 unità, mentre quelle dei THAAD si aggirano attorno alle 250. La riduzione non significa che gli Stati Uniti siano rimasti senza difese, ma che ogni ulteriore utilizzo aumenta il rischio di dover scegliere quali minacce intercettare e quali, invece, rischiare di lasciare passare.
Gli alleati
Gli Stati Uniti, però, non combattono soltanto per sé stessi, offrono anzi un ombrello difensivo a molteplici aree geografiche. Washington deve contemporaneamente rifornire le proprie forze, sostenere l’Ucraina, sostenere militarmente Israele e gli alleati del Golfo e mantenere una capacità sufficiente per eventuali nuove crisi.
È una contraddizione che emerge soprattutto nel caso dei Patriot. Il sistema è utilizzato non soltanto dalle forze americane, ma anche da numerosi alleati. La guerra in Ucraina ha già dimostrato quanto sia difficile aumentare rapidamente la produzione di intercettori mentre la domanda continua a crescere. Addirittura, nel caso di Kiev, si fanno sempre più insistenti le richieste di poter produrre i Patriot sul piano domestico.
L'illusione dell'arsenale infinito
Gli Stati Uniti possono continuare a combattere. Il CSIS ha sottolineato che Washington dispone di sufficienti munizioni per gli scenari plausibili della guerra contro l’Iran. Il problema nasce quando la stessa macchina militare deve contemporaneamente prepararsi a un altro conflitto. Anche qui ritorna il problema della simultaneità per Washington.
Un esercito può avere abbastanza armi per vincere una guerra e, allo stesso tempo, non averne abbastanza per essere immediatamente pronto a combatterne un’altra.
Gli Stati Uniti possiedono ancora un apparato militare senza equivalenti. Il problema è la profondità delle scorte e, soprattutto, la velocità con cui possono essere ricostituite.
La guerra contro l’Iran ha consumato una quantità straordinaria di munizioni avanzate, tra Patriot, THAAD, Tomahawk e altri sistemi ad alta precisione. Molti di questi sistemi sono esattamente gli stessi che sarebbero necessari in un eventuale conflitto nel Pacifico contro l’altro grande gigante del nostro tempo, la Cina.
Per alcuni dei sistemi più sofisticati, secondo le stime del CSIS, possono essere necessari anni per tornare ai livelli precedenti alla guerra. Washington ha iniziato a reagire: il Pentagono ha assegnato nuovi contratti multimiliardari per aumentare la produzione dei principali sistemi missilistici. Il 1° ottobre la Marina statunitense ha assegnato a Raytheon un contratto da 24,4 miliardi di dollari per la produzione degli SM-6, proprio mentre il Dipartimento della Difesa cerca di ricostituire le scorte erose dalle operazioni in Medio Oriente. Ma anche qui emerge una distinzione fondamentale: aumentare la capacità produttiva non significa riempire immediatamente i magazzini.
Conclusione
La guerra iraniana ha dimostrato che la superiorità militare americana non è necessariamente sostenibile all’infinito. Washington dispone ancora del più potente apparato militare del pianeta: portaerei, bombardieri strategici, sottomarini, satelliti, intelligence, basi militari e una rete di alleanze che nessun altro Stato possiede nella stessa combinazione. Tuttavia, il ruolo degli Stati Uniti non si limita a quello di potenza che un passo alla volta, una guerra alla volta, mantiene l’ordine internazionale. Infatti, Washington deve contemporaneamente mantenere la deterrenza nei confronti della Cina, sostenere l’Ucraina contro la Russia, proteggere Israele e gli alleati del Golfo e conservare una riserva sufficiente per affrontare crisi impreviste.
Il vero tema per Washington, dunque, non è più se abbia abbastanza armi per vincere la guerra di oggi: è se ne avrà abbastanza per affrontare quella di domani.
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